ABITABILITÀ DEI MONDI

ABITABILITÀ DEI MONDI. -

I. SECONDO LA SCIENZA

Per a. dei mondi si intende un complesso di condizioni adatte alle forme di vita esistenti sulla terra, senza negare l'assoluta possibilità di forme di vita adatte a biosfere totalmente diverse dalla terrestre.

Un primo esame riguarda le nostre vicinanze immediate: il sistema solare. Si può dire che generalmente gli astronomi sono d'accordo nel ritenere che i pianeti con i loro satelliti nelle loro condizioni attuali non sono abitabili da esserci organizzati come i terrestri. Mercurio non ha un'atmosfera, e rivolgendo sempre la medesima faccia al sole, la faccia nel centro

ha una temperatura di circa 350° C., mentre nella faccia opposta regna la notte perpetua e un freddo fino quasi allo zero assoluto. Venere è coperto di nubi dense di acido carbonico, mentre lo spettroscopio ha mostrato l'assenza di vapore acqueo e di ossigeno. Essendo la rotazione molto probabilmente assai lenta, i raggi solari penetranti fino alla superficie vi causano nel centro una temperatura come di acqua bollente. L'assenza di vapore acqueo nell'atmosfera è segno che non vi sono oceani, e probabilmente neppure acqua. Ora un pianeta senz'acqua non può essere un terreno adatto alla vita, e la mancanza di ossigeno e l'abbandanza di acido carbonico confermano questo parere. Su Marte si trovano delle condizioni più simili alle terrestri. La temperatura media di —40° C. sale al l'equatore, nell'estate, fino a una diecina di gradi solare zero, mentre durante le notti invernali discende fino a —90° C. Ma l'atmosfera, assai tenue, contiene un'esigua quantità di ossigeno e di acido carbonico, e forse neppur questa: quindi non vi è possibile una vegetazione paragonabile a quella terrestre, ma al più qualche vegetazione muscosa, di cui sarebbe indizio il cambiamento dal verde al bruno osservato in alcune macchie oscure col variare della stagione di Marte, verso il solstizio estivo. Sembra però che nello spettro delle macchie oscure manchi la riflessione tipica della vegetazione terrestre, cioè la clorofilla. In somma neppure Marte presenta un terreno adatto ad una vita superiore. La Luna non ha aria e neppure acqua, e la temperatura varia fra 120° C. e —80° C. Su Giove con la sua atmosfera meficia di metano e ammoniaca senza ossigeno, senza acido carbonico o umidità, con una temperatura di —130° C., è affatto esclusa ogni forma di vita. Lo stesso vale per Saturno, Urano, Nettuno, Plutone, le cui temperature sono ancora assai più basse di quelle di Giove. Uno dei principali costituenti delle loro atmosfere è il metano, in minor grado l'ammoniaca, la quale, congelata a quelle bassissime temperature, sparisce dall'atmosfera. La temperatura di Nettuno è così bassa che l'azoto vi può essere soltanto allo stato solido.

Circa l'esistenza di pianeti nello spazio celeste fuori del sistema solare non abbiamo notizie. Le stelle, anche più vicine, sono tanto distanti da noi che eventuali pianeti, anche delle dimensioni di Giove, cadono fuori della portata dei più potenti telescopi.

Quindi l'a. dei mondi fuori del sistema solare è una questione di pura fantasia.

BIBL. J. Pohle, Die Sternenwelten und ihre Bechwerter, Colonia 1910; H. Shapley, Life in Other Worlds? Radio Talk, in The Universe of Stars, Cambridge 1929; H. Spencer Jones, Life on Other Worlds, Londra 1940; L. Gialanella, La vita nell'universo in Scientia, 75 (1946).

2. SECONDO LA RELIGIONE

Intorno alla questione dell'a. dei mondi nulla di categorico afferma la dottrina cattolica; sotto quest'aspetto resta quindi piena la libertà di opinione e di discussione. Si trovano, infatti, e filosofi e scienziati cattolici, i quali propendono a considerare abitati se non tutti, una parte almeno degli astri; altri che, negando l'a. per il presente, la ritengono tuttavia probabile in un avvenire più o meno prossimo, quando i singoli astri avranno raggiunto il grado di evoluzione e trasformazione richiesto a soddisfare le esigenze dell'uomo quanto all'atmosfera, all'ambiente, al nutrimento, ecc. Appunto com'è avvenuto per la terra, che non prese ad alberare l'uomo, se non dopo molti e molti secoli di esistenza (cf. Secchi, Denza, Pohle, Müller, nelle opere citate nella bibliografia).

La questione tuttavia è stata trasportata sul terreno religioso, dove s'è voluto trovare argomenti pro o contro l'a. dei mondi. Alcuni, ad es. C. Flammarion (op. cit., pp. 343-46) asseriscono che non mai la Chiesa ammetterebbe la pluralità dei mondi abitati, perché ne andrebbero di mezzo i misteri della Incarnazione e della Redenzione. Della Incarnazione, perché non si dovrebbe più dire che il Verbo si è incarnato, abbassando i infinitamente e quasi annichilandosi, secondo la frase di s. Paolo (Phil. 2, 7), per un pugno di uomini, sparsi sulla terra, atomo di polvere in confronto degli altri innumerevoli astri, e che non ha più nemmeno il privilegio di essere il centro del nostro sistema solare. Il pugno d'uomini terreni si dissolverebbe nella moltitudine degli abitanti astrali e il mistero perderebbe assai della sua grandiosità, della sua forza e della sua grandezza d'amore.

Si può rispondere che il mistero della Incarnazione rimarrebbe sempre lo stesso incomprensibile abisso di umiliazione e di dedizione, anche se il Verbo si fosse incarnato per una moltitudine stragrande di uomini, perché «tutte le genti sono dinanzi a Lui, come se non fossero» (Is. 40, 17). Ciò che rende grande il mistero di umiliazione e di amore non è il maggiore o minore numero di uomini, che ne trassero o traggono o trarranno frutto, ma il fatto in se stesso di un Dio che si abbassa a prendere forma di uomo. Si trattasse anche di un uomo solo, il mistero nulla perderebbe; si dovrebbe anzi dire che guadagnerebbe, perché sarebbe la prova di quanto immenso sia l'amore divino per l'uomo.

Né la pluralità dei mondi abitati metterebbe in pericolo il dogma della Redenzione. Storicamente Gesù Cristo si è immolato sulla terra, si obietta; ora se anche gli altri astri fossero abitati, come avrebbero potuto quegli uomini conoscere il mistero e parteciparne gli effetti? Anche qui la risposta è semplice: ammesso pure che anche presso gli abitanti degli altri mondi avesse avuto luogo una defezione dall'ubbidienza a Dio, come avvenne per Adamo, come si potrebbe asserire che la mano di Dio onnipotente si sia abbreviata così da non trovare anche per essi un modo di redenzione? Tanto più che «Deus per suam omnipotentem virtutem poterat humanam naturam multis aliis modis reparare» (Sum. Theol., 1a, q. 1, a. 2) anche per rispetto alla terra.

Inoltre si dice: chi legga la storia della creazione nel libro di Mosè o i salmi di Davide o le parole ispirate di altri scrittori sacri, rimane con l'impressione che l'uomo terrestre è il vero centro morale dell'universo intero e che tutto il resto: il sole, la luna, il firmamento sono stati creati per l'uomo. Popolare di altri uomini gli astri sembra detronizzare l'uomo della terra e negargli l'importanza concessagli da Dio. Si deve rispondere prima di tutto che la rivelazione contenuta nella S. Scrittura non ha lo scopo di ragguagliare sulle dottrine cosmologiche e astronomiche e che perciò l'autore ispirato si adatta, parlando, alle dottrine vigenti al suo tempo. D'altra parte l'uomo terrestre, anche nell'ipotesi di milioni di altri mondi, nobilitati dalla presenza dell'uomo, non perderebbe affatto l'insigne privilegio accordatogli di essere stato innalzato ad una sublime dignità per il fatto, che il Verbo si fece uomo sulla terra e assunse la natura dell'uomo terrestre.

È finalmente si oppone che alcuni scrittori ecclesiastici non vollero neppure, in tempi passati, ammettere l'esistenza degli antipodi sulla terra; tanto meno sarebbero disposti ad ammettere altri uomini negli astri. Il fatto che alcuni scrittori ecclesiastici siano

stati avversi alla esistenza degli antipodi, è vero; ma la ragione derivò non dalla considerazione dell'a., bensì dalla supposizione che tali uomini non sarebbero stati discendenti di Adamo. Supposizione falsa, che non aveva nessun appoggio vero nella dottrina cattolica (v. ANTIPODI).

D'altra parte, alcuni vorrebbero trovare nella S. Scrittura allusioni favorevoli all'ipotesi della a. dei mondi e si riferiscono: 1) alla parabola dello 99 piccole lasciate dal buon Pastore per rincorrere quella smarrita. Gesù avrebbe lasciati gli abitanti degli astri, supposti innocenti, per scendere a salvare gli abitanti terrestri, peccatori; 2) alle parole di Gesù: «Ho molte altre pecorelle che non sono di questo ovile... anche queste è necessario che io raduni» (Io. 10, 16). Le «altre pecorelle» sarebbero gli abitanti degli astri, dei quali anche è re Gesù Cristo; 3) alla frase di s. Paolo: «Piace a Dio... di riconciliare tutte le cose in lui... sia quelle che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col. 1, 20); poiché gli angeli buoni non furono certamente riscattati da Gesù Cristo, resterebbe che la frase «quelle che stanno nei cieli» si riferirebbe all'umanità degli astri; 4) e finalmente all'inno liturgico (di Venanzio Fortunato): «Terra, pontus, astra, mundus quo lavantur flumine!» (Inno Lustra sex qui iam peregit, per le Lodi del tempo di Passione); il sangue redentore avrebbe rigenerato non solo la terra, cioè gli abitanti terrestri, ma anche i cieli, ossia gli abitanti celesti.

A tutte queste citazioni si deve rispondere: questi, e altri simili testi, non provano nulla quanto alla questione dell'a. dei mondi; altro è il loro senso primo, secondo la dottrina della Chiesa; si può tuttavia dire con alcuni teologi, che, posta la dimostrazione scientifica della pluralità dei mondi abitati, tali testi avrebbero anche alluso in termini velati alla esistenza di questi abitatori astrali.

Concludendo: il giorno in cui la scienza riuscisse a provare che anche in altri pianeti vicini o lontani e in altre stelle vi sono esseri ragionevoli come noi, la filosofia spiegherà l'origine di quegli uomini allo stesso modo che per gli uomini terreni, ricorrendo, cioè, allargamento della causalità, che postula un Essere creatore. E la teologia ci inviterà a magnificare ancora di più la grandezza, la bontà, la prodigalità infinita di Dio.

BIBL.: A. Secchi, Le solei, Parigi 1870; C. Flammarion, La pluralità dei mondi, vers. ital., Milano 1875; A. Secchi, Le stelle, Milano 1877; T. Ortolan, Études sur la pluralité des mondes habités, 2a ed., III, Parigi 1893, pp. 21-53; A. Müller, Elementi di Astronomia, V, II, Roma 1906; J. Pohle, Die Sternenwelten und ihre Bewohner, Colonia 1910; Card. P. Maffi, Nei cieli, Torino 1923; H. Pinard de la Boullaye, La persona di Gesù, Torino 1935, conf. 1; F. Denza, Le armonie dei cieli, 4a ed., Firenze 1935, pp. 248-259; G. Donat, Cosmologia, 10a ed., Innsbruck 1936, pp. 278-283.