SUPERSTIZIONE. - Dal lat. superstitio (cf. il gr. ἐκστασις) «star fuori o al di sopra» designa nell'etnologia religiosa lo stato di isolamento dal mondo circostante, in grazia di una emozione o stimolo speciale; presso i Romani ha il significato di eccesso, esagerazione, osservanza superflua (cf. Lucrezio, V, 56-59; Isidoro, Etym., VIII, 3; Nonio Marcello, De comp. doctrina, V, 36; da escludere l'etimologia popolare di Cicerone, De nat. deorum, II, 28).
Il termine superstitio, nella Volgata traduce due differenti espressioni greche; negli Atti (17, 22; 25, 19) risponde alla voce ἐκστασις, «vola dire credenza religiosa verso divinità malamente conosciute; nella lettera ai Colossesi (2, 23), traduce l'espressione ἐκστασις, che designa pratiche speciali più che un puro sentimento religioso. Questi due termini scritturali continuano ad avere significati diversi presso i Padri greci (cf. Clemente d'Alessandria, Protrept.: PG 8, 224; Strom., I, VII, 1 e 4; PG 9, 408, 428; Origene, Contra Cels., I, II, 2; PG 11, 800; Eusebio, Hist. eccl., VI, 12; Basilio, Const. monast., 25; PG 31, 1412; Epifanio, Adv. haer.: PG 41, 172, 1040; Teodoreto, Epist., 161; PG 83, 1460). Per i Padri latini la s. è una contraffazione della vera religione, una religione simulata, che è quella dei culti pagani (cf. Lattanzio, Div. instit., IV, 28; PL 536; in particolare s. Agostino, Enaratt. in Ps. XCV, n. 5; PL 38, 377-78; De Civ. Dei, IV, 30; PL 41,
1575
SUPERSTITZIONE

SUPERSTIZIONE - Lettera autografa di Giovanni di Calais, principale teste d'escusa al processo per stregoneria e veneficio intentato contro il vescovo di Troyes Guicardo, indirizzata al Re di Francia, poco prima di morire, in cui ritratta le sue accuse (17 apr. 1304) - Parigi, Archives Nat., I, 438, n. 1.
136-38). Il medioevo si limita a coordinare, sotto l'aspetto teologico, tutte le nozioni precedenti, che, cioè, la s. è un vizio, una deformazione eccessiva, capricciosa, vana e pagana della virtù della religione (Sum. Theol., 2a-2a, q. 92, a. 1). Della s., infine, il Suárez (De relig. t. III, I, II, cap. 1; ed. Vives, t. X, III, Parigi 1861, p. 460, sgg.), fornisce una minuta e sottile analisi psicologica. Sotto il nome di s., che gli scolastici chiamano cultus vitiosus veri vel falsi numinis, va compreso il culto al vero Dio, ma in maniera errata (culto indebito), e il culto prestatato ad una creatura (culto di un Dio falso; V. IDOLATRIA).
Nel culto falso del vero Dio - vero nelle sue aspirazioni e falso nelle sue applicazioni - si distinguono due elementi: la stima, che si ha della persona che si vuole onorare, e il segno, usato per prestarvi il culto. Non manca un elemento di verità e di bontà: la stima del vero Dio. L'errore sta nella parte materiale del culto, nell'utilizzare, cioè, procedimenti o mezzi punto idonei ad onorare Dio (Sum. Theol., 2a-2a, q. 93, a. 1). Perciò la s. si basa o sul significato falso di un segno o sulla falsa intenzione di chi compie l'atto di religione, p. es.: onorare Dio con le cerimonie del Vecchio Testamento, ecc.
Anche il culto superfluo del vero Dio è retto nel suo orientamento, ma eccessivo, superfluo e inutile, nella parte oggettiva. Superfluo qui non significa un eccesso quantitativo, perché nulla può essere eccessivo nel culto divino, in quanto tutto ciò che l'uomo ha o possa fare è sempre al di sotto di quello che a Dio si deve. La generosità interiore dev'essere somma, e l'unico limite è dato dalle forze umane. L'eccesso o il superfluo consiste nelle circostanze delle pratiche del culto, che, al pari di ogni virtù morale, devono avere il giusto mezzo. È quindi superfluo ciò che non risponde ai fini del culto, invertendo l'ordine dei fattori, quia in exterioribus solum consistens, ad interiorem Dei cultum non pertinet, ovvero non seguendo le prescrizioni o le consuetudini riconosciute dalla Chiesa (ibid., q. 93, a. 2; q. 81, a. 5 ad 3; q. 92, a. 1). Così, p. es., aggiungere, contro le rubriche, alle funzioni sacre particolari cerimonie, preghiere, ecc.
Il culto falso del vero Dio, il cui disordine è grave ex genere suo (cf. s. Agostino, Contra mendacium, cap. 3), è ingiurioso a Dio, che non si può adorare con la falsità e la menzogna, ed è di danno alla religione, perché la si rende sospetta di errore. Nel culto superfluo del vero Dio, i moralisti trovano generalmente materia di peccato vaniale, in quanto non vi si scorge grave irriverenza o cattiva volontà, ma piuttosto leggerezza, superficialità. Si aggiunge, però, che propter contemptum vel praeceptum si può ravvisare il peccato grave. Non bisogna, pertanto, considerare questi eccessi come cose insignificanti, col pre
testo che non sono di ostacolo, ma di aiuto al vero culto di Dio, perché ogni disordine nelle cose religiose è importante. Del resto, la colpevolezza di queste s. cultuali varia, a seconda dell'attaccamento che vi si ha, l'origine che vi si attribuisce, l'efficacia che vi si ascrive e la diffusione che vi si vuol dare.
Il CIC (can. 1251) riconosce agli Ordinari locali il dovere di vigilare, affinché il culto divino, in tutte le sue varie manifestazioni, si conservi puro da qualsiasi s.
LA S. NEL MEDIOEVO. - Già i Padri della Chiesa, specialmente s. Agostino, avevano condannato severamente le s.; ma non erano riusciti a farle scomparire. Quando i barbari si convertirono al cristianesimo, fornirono un apporto nuovo alle credenze popolari, tanto che nel medioevo le s. presero uno slancio singolare. L'espansione della dottrina dei catari pare abbia rincarnato la dose nei secc. XIII e XIV. La bolla Summis desiderantes affectibus (5 dic. 1484) testifica che la stregoneria aveva preso un'estensione considerevole, la quale rese necessarie le sanzioni emanate da Innocenzo VIII (cf. Magnum Bullarium Romanum, ed. C. Cocquelines, III, parte 3a, p. 191). Delle s. che fiorirono nell'alto medioevo in Germania si trova l'enumerazione nell'Indiculus superior stitionum et paganiarum (PL 89, S10-18) e in P. Lacroix, Superstitions, croyances populaires, moyen âge et Renaissance (I, parte 2a, Parigi 1848, cap. 24). Qui verranno indicate solo le principali.
Nel medioevo alcune persone passavano come fornite del potere di ritenere a loro servizio un demonio privato, che le aiutava efficacemente nelle loro imprese buone o cattive. In questo modo, i giuristi al soldo di Filippo il Bello, sfruttando la credulità dei loro contemporanei, accusarono falsamente Bonifacio VIII di tenerne uno al suo fianco. Si diceva anche che si facevano patti con il demonio, nei quali si specificava in maniera particolare il rinnegamento di Gesù Cristo e della Vergine e si imponeva un giuramento di fedeltà, che molto spesso poi veniva rotto da quelli che l'avevano prestato, quando avevano raggiunto il loro fine. Peggio ancora si credeva che i demoni potessero avere commercio carnale con gli uomini e procurare anche mostri. Satana contava tra i suoi più fedeli servitori gli stregoni e le streghe. Queste ultime venivano reclutate specialmente tra le vecchie, le quali, il giorno di sabato, inforcavano un manico di scopa o s'arrampicavano sul dorso di un demonio trasformato in animale e attraversavano invisibilmente il cielo fino a portarsi in un luogo di raduno sacrilego, dove si rendeva culto a Satana, il quale spesso rivestiva le forme di un gatto o di un caprone. Durante l'assemblea avevano luogo scene licenziose.
Stregoni e streghe avevano il potere di gettare il malocchio, di provocare malattie o di guarire con incantesimi, di far scoppiare epidemie, di far morire animali domestici, di distruggere le messi, di provocare tempeste di grandine, di combinar filtri amorosi ad uso del pubblico, di tirare la buona sorte. Le streghe si dimostravano più crudeli che non gli stregoni; si diceva che erano ghiotte della carne dei bambini; si credeva che portassero via i neonati non ancora battezzati per consacrarli al demonio.
La credenza alla stregoneria era così sparsa fra il popolo medievale, che gli inquisitori, al cominciare,
sembra, dal sec. XIV, l'assimilarono al crimine di eresia e abbandonarono al braccio secolare quelli che si davano a quest'arte nefasta. Fondato sulle confessioni strappate agli stregoni e alle streghe, il domenicano Giacomo Sprenger compose il suo *Malleus maleficarum, maleficia et eorum haeresim ut framea potentissima conferens* (Colonia 1487), diretto a facilitare il compito degli inquisitori, ed offrendo nello stesso tempo un quadro d'insieme delle s. imperversanti nelle terre dell'Impero.
Ma a praticare l'arte della magia nera non erano solo gli stregoni e le streghe; contro qualche nemico si preparavano bambole di cera, che si facevano battezzare da un sacerdote o da un diacono, poi si appicavano ad esse striscioline con scritto il nome di questa o quella persona, indi con uno spillo si trafiggeva il punto corrispondente al cuore, pronunciando la formula: «Pietro... Giovanni, muori!». Altre volte si esponeva il ventre della figurina a suffumigi allo scopo di provocare nell'avversario una malattia viscerale che lo portasse al sepolcro. I processi più celebri, che procurarono agli accusati la condanna al rogo, ebbero luogo sugli inizi del sec. XIV: quelli di un gruppo di guasconi che avevano gettato l'incantesimo sul papa Giovanni XXII (cf. E. Albe, *Hugues Gérard et l'affaire des poisons*, Parigi 1903) e di Guichard de Troyes, accusato falsamente di aver praticato l'arte magica per cattivarsi il favore della regina Giovanna, moglie di Filippo il Bello (A. Rigault, *Le procès de Guichard, évêque de Troyes*, Parigi 1896).
La morte dell'avversario era anche cercata per mezzo di polveri nocive, composte con le più bizzarre sostanze: crini d'animali, resti di rospi, carne di persona impiccata, mescolate con un'ostia consacrata. Gli uomini del medioevo sembrano assillati dal terrore delle droghe preparate dai maghi. I grandi personaggi avevano al loro servizio assaggiatori del vino e dei cibi che si preparavano per la loro mensa; ci si serviva anche di pietre a forma di lingua di serpente che si appendevano nelle sale dei conviti, le quali avevano la virtù di svelare il veleno. Il timore del malocchio spingeva le popolazioni ad usare amuleti, avvolti in formole cabalistiche. I chiodi, il ferro di cavallo, l'ambra, il corallo, portavano fortuna. Bende di stoffa o di erbe intrecciate, avvolte sulle braccia e sulle gambe, proteggevano dalla cattiva sorte. S. Tommaso (Sunn. Theol., 2°-2° a c., q. 96, a. 4) accenna a frammenti di Vangeli impressi su piombo o stagno o scritti su pergamena, che si portavano sospesi al collo con funicelle e che avevano il medesimo scopo. Si praticava pure la necromanzia. Alcuni *medium* pretendevano di essere in assidua comunicazione con i morti; parlavano con essi e s'incaricavano di comunicare ai loro amici particolari commissioni, consistenti, il più delle volte, nel riparare a torti da loro commessi durante la vita terrena o nel domandare Messe per il riposo delle loro anime. I necromanti s'incaricavano anche di dare ai parenti notizie dei loro morti e di informarli sulla loro sorte (cf. J. M. Vidal, *Une secte de spirites d'Pamiers en 1320*, in *Annales de St-Louis des Français*, 3 [1898], pp. 285-345).