TRADIZIONE. - Con la Bibbia è una delle due fonti di Rivelazione divina, e può essere definita: « La predicazione o trasmissione orale di tutte le verità (rivelate da Cristo agli Apostoli o loro suggerite dallo Spirito Santo), mediante il magistero sempre vivo e infallibile della Chiesa, assistita dallo Spirito di verità ».
I. NOZIONI
T. in genere (lat. traditio, da tradere) significa « trasmissione di una notizia, di una dottrina, di una prassi dagli antichi fino a noi ». Essa si può considerare secondo un duplice aspetto: attivo (soggettivo o formale) e passivo (oggettivo o materiale). Il primo è rappresentato dall'organo vivo, dal soggetto qualificato (persone, istituzione), che serve da canale di trasmissione; il secondo è costituito invece dall'oggetto o deposito trasmesso (dottrine, prassi, abitudini), sacro o profano che sia.Le t. sacre cristiane, vanno distinte, sotto l'aspetto oggettivo-materiale, in t. divine o divino-apostoliche, e in t. umane. Le prime sono quelle verità, o istituzioni cultuali e disciplinari, derivanti immediatamente da Cristo o dagli Apostoli, in quanto promulgatori della Rivelazione, illuminati dallo Spirito Santo, trasmesse incorrotte fino a noi, e sono oggetto di fede divina. Le seconde possono essere apostoliche o solamente ecclesiastiche, secondo che derivano dagli Apostoli o dall'autorità religiosa (papa, vescovi), solo in quanto investiti di legittima autorità di magistero e di giurisdizione: esse meritano una semplice fede ecclesiastica.
La t. orale non esclude lo scritto, in quanto, con il passare del tempo, la trasmissione a voce si cristallizza ordinariamente anche nel documento scritto (epigrafi, libri, atti di concili). Essendo però lo scritto solo un mezzo sussidiario della t. orale, non può escludersi il caso di autentiche t. divino-apostoliche, di cui non si ha sufficiente documentazione, almeno per quanto riguarda i primi secoli. La viva voce della Chiesa di oggi è più sicura garanzia di qualsiasi scritto: la t. è di tutti i secoli e non si interrompe mai.
Confrontando la t. con la Bibbia, la t. si dice: « inesiva » quando la medesima verità è contenuta in ambedue le fonti; « dichiarativa » quando una verità attestata dalla Bibbia viene meglio chiarita nella t.; « costitutiva » o « completiva » se trasmette verità non contenute nella Bibbia, p. es., la prassi di battezzare i bambini. È proprio su questo ultimo punto che si delinea l'irritodibile opposizione fra cattolici e protestanti: secondo i quali unica fonte di Rivelazione è la Bibbia, nella quale si contiene tutto ciò che si ha dovere di credere. Una t. « costitutiva » per essi è assurda.
II. L'ESISTENZA DELLA T
Fu definita contro i protestanti dal Concilio Tridentino (sess. IV; 6 apr. 1546: Denz-U, 783), e di nuovo, quasi con le identiche parole, dal Concilio Vaticano (ibid., 1787). In tali definizioni, sia del Concilio Tridentino che del Vaticano, si parla: 1) solo di t. divino-apostoliche, 2) aventi relazione con la fede e con la morale, 3) trasmesse ininterrottamente per mezzo del magistero della Chiesa assistita dallo Spirito Santo. Mancando una sola di queste condizioni, si hanno sempre t. umane, fallibilissime.Nella Bibbia si trova affermata sia l'esistenza di un mezzo vivo ed autentico di trasmissione orale, sia l'esistenza di determinate verità da tramandare fedelmente (t. soggettivo-formale e t. oggettivo-materiale). « Andate dunque, fatevi discepoli tutte le genti... insegnando loro ad osservare tutto quanto vi ho comandato » (Mt. 28, 19-20); Gesù si preoccupò di predicare e di far predicare, non di scrivere o di far scrivere. E negli scritti degli Apostoli è innegabile la frammentarietà e la incompletezza, a confessione dei loro stessi autori (Io. 20, 30; 21, 25). S. Paolo scolpisce la natura e la necessità della t. « la fede (viene) per l'ascoltazione, l'ascoltazione poi per mezzo della parola di Cristo » (Rom. 10, 17); e più esplicitamente: « Pertanto dunque, o fratelli, state saldi e tenetevi forte alle t. (κρατειτε τὰς παραδόσεις), in cui foste ammaestrati sia a voce, sia per mezzo di nostra lettera » (II Thess. 2, 15). Anzi, prima che allo scritto, si appella alla sua viva voce (cf. I Cor. 10, 2; 11, 23; 15, 3; I Thess. 4, 2), e ammonisce i cristiani a guardarsi bene da coloro che insegnano diversamente « dalla dottrina, in cui foste ammaestrati » (Rom. 16, 17). Nelle lettere pastorali la t. è paragonata a un deposito da custodire gelosamente, come aveva fatto egli stesso: « O Timoteo, custodisci il deposito (τὴν παρα-
Θῆκην φύλαξον), evitando le profane novità di parole e le
opposizioni di una pseudo scienza (I Tim. 6, 20; cf.
II Tim. 1, 13-14; 2, 1-2).
Nell'insegnamento dei Padri, fino dai tempi sub-apo-
stolici, è tenuta in massimo conto la t. Con l'andare
del tempo poi è nata una vera e propria teologia della
t., di cui si possono distinguere tre fasi successive:
a) da principio non si distingueva ancora esattamente tra
insegnamento scritto e orale (Padri apostolici) e si rappor-
tava l'insegnamento in genere all'autorità indiscussa e
sempre viva della Chiesa, o particolare o universale:
prima furono gli Apostoli peregrinanti, i profeti, i dottori
e, infine, l'episcopato monarchico e, soprattutto, la Chiesa
di Roma; b) nel sec. III (s. Ireneo, Tertulliano) si inco-
minciò a distinguere nettamente tra Scrittura e t., come
fonti separate di Rivelazione, dando la preferenza alla
seconda; c) nel IV e V sec. (i Cappodoci in Oriente, s. Ago-
stino in Occidente) si approfondì sempre meglio il con-
cetto di t. nei suoi organi di trasmissione (Chiesa do-
cente, Padri, concili) con i criteri di ricerca della vera t.
apostolica.
In particolare occorre rilevare che l'atteggiamento dei
Padri apostolici riguardo alla t. orale è indicato da Papia
(ca. 130): «Se poi fosse venuto qualcuno che aveva
seguito i presbiteri, ricercavo da costoro i detti dei
presbiteri: che cosa aveva detto Andrea, o Filippo, o
Tommaso, o Giacomo, o Giovanni, o Matteo, o qual-
che altro discepolo del Signore... Infatti ero convinto
che non avrei avuto tanto giovamento dalle cose ap-
prese dai libri, quanto dalla voce viva e permanente»
(Eusebio, Hist. eccl., III, 39: PG 20, 297). Si noti che
Papia non ignorava i Vangeli scritti, almeno quelli di
s. Matteo e di s. Marco. Per s. Clemente Romano (ca. 101)
la predicazione degli Apostoli e dei vescovi, da loro costi-
tuiti, è la «regola della nostra t. (τῆς παραδόσεως ἡμῶν
κανῶν: I Cor. 7, 2). Secondo s. Ireneo (m. nel 202), la Chiesa
le medesime cose «predica, insegna e trasmette quasi
avesse una sola bocca. Infatti, quantunque nel mondo ci
siano lingue diverse, tuttavia una e identica è la virtù
della t. (ἡ δόναμις τῆς παραδόσεως). Né le Chiese che
sono state fondate in Germania credono diversamente,
né diversamente predicano» (Adv. haer., I, 10, 2: PG 7,
553). La t. viva è superiore alla stessa Bibbia: «Se
gli Apostoli non avessero lasciato nulla di scritto,
si dovrebbe egualmente seguire l'ordine della t.
consegnata da loro ai capi della Chiesa. Questo metodo
è seguito da molti popoli barbari che credono in Cristo.
Senza carta e senza inchiostro essi hanno scritto nei loro
cuori la salvezza per opera dello Spirito Santo: essi con-
servano accuratamente l'antica t.» (ibid., III, 4, 2: PG 7,
855). Tertulliano (m. nel 222-23), dopo aver enumerato
alcune dottrine e consuetudini non accennate dalla Bibbia
(rito del Battesimo, preghiere per i defunti, ecc.) scrive:
«Se di queste e di altre simili prassi disciplinari domandi
l'autorità delle Scritture, non ne leggerai alcuna. Ti si
presenterà invece la t. come autorità, la consuetudine a
conferma, la fede che l'osserva» (De corona, 3-4: PL 2,
98-99; cf. anche De praescript., 21: PL 2, 33). Si tenga
presente che alcuni esempi addotti da Tertulliano sono
vere e proprie t. dogmatiche, non solo disciplinari.
Così s. Basilio (m. nel 379), citato anche dal Concilio
Tridentino (De Spiritu Sancto, 66: PG 32, 188); s. Gio-
vanni Crisostomo: «È t. non cercare di più» (In II ad
Thess., Hom. 4, 2: PG 62, 488); s. Agostino (m. nel
430), che ricorre sistematicamente all'argomento di t.
contro gli eretici: così, ad es., contro i donatisti: «Quod
universa tenet Ecclesia, nec Conciliis institutum, sed
semper retentum est, non nisi auctoritate apostolica tra-
ditum rectissime creditur» (De Bapt., 4, 24: PL 43,
174); s. Vincenzo di Lerino (sec. V) che formula la nota
regola per riconoscere, fra tante, la vera t. apostolica:
«In ipsa item Ecclesia catholica magnopere curandum est
ut id teneamus quod ubique, quod semper, quod ab
omnibus creditum est» (Commonit., 2: PL 50, 640).
L'idea della t. era così penetrata nell'animo dei fedeli
che nei secc. IV e V si incominciò a compilare dei cataloghi
o florilegi patristici per uso dogmatico. Una di queste
raccolte patristiche fu presentata da s. Cirillo Alessandrino
al Concilio di Efeso (431), in difesa della divina maternità
di Maria.
Dai testi citati, oltre l'esistenza della t., si possono
chiaramente dedurre alcune precisazioni indispensabili per
una esatta valutazione dell'argomento: 1) sia nella Bibbia
che presso i Padri, il concetto di t. è sempre collegato
all'assistenza dello Spirito Santo senza lo Spirito di
verità l'insegnamento orale, pur con tutte le cautele
umane, non potrebbe non mescolarsi con inevitabili
errori. È su questo punto che erra il protestantesimo.
2) Il concetto di t. è inscindibile dal magistero vivo
della Chiesa: una t., sia pure del I o II sec., non attestata
dalla Chiesa di oggi, potrebbe valere come documenta-
zione storica, ma non costituire dogma di fede: materiale
di riporto caduto lungo la strada e niente di più. Pertanto
il senso pieno di t. si può avere solo a condizione di tener
uniti i due aspetti, soggettivo-formale e oggettivo-mate-
riale, di cui prevalente è il primo. Perciò tra magistero
della Chiesa e t. in senso pieno non poniamo che una
distinzione inadeguata: riteniamo cioè che la Chiesa sia
come una maestra che quasi incorpora in sé la S. Scrit-
tura e la t.
III. MONUMENTI DELLA T
Secondo quanto si è detto, è chiaro che, di per sé, la Chiesa cattolica, così come oggi si presenta, è l'unico monumento granitico di t. Non occorre interrogare il passato, quando si è alla scuola di un maestro, la cui viva voce è l'eco fedele e come la registrazione dei secoli trascorsi. Di fatto però questa viva voce, con il volger dei secoli, è stata anche con- segnata e come incisa in documenti scritti o consuetudinari.Parlando di «monumenti della t.», s'intendono quindi
«tutti quei mezzi, al di fuori del vivo magistero orale, per
i quali si può, nel corso dei secoli, come rileggere e rico-
struire le verità attualmente professate dalla Chiesa cat-
tolica». Attraverso questi monumenti il teologo e lo stu-
dioso possono rifare la storia dei dogmi. Questa storia,
però, a differenza di tutte le altre, non vuole e non può
scoprire, nel passato, verità a noi sconosciute, ma solo
confermare l'antichità, la primordialità della fede oggi
professata, che non è invenzione umana, ma solo divina.
I documenti, o monumenti, della t., così intesi, pos-
sono essere: a) scritti (professioni di fede, definizioni,
concili, libri dei Padri, dottori, teologi, ecc.); b) artistico-
opigrafico (sculture, pitture, monumenti in genere, sepolcri,
opigrafi, ecc.); c) semplicemente consuetudinari (credenze
religiose dei fedeli, riti, cerimonie, usi vari liturgici o
paraliturgici [V. LITURGIA]).
Anche il «sensus christianus» dei fedeli è un eccel-
lente strumento di conservazione, di trasmissione e di
penetrazione delle verità rivelate. Esso può definirsi «uno
spontaneo impulso affettivo del popolo cristiano, che,
notto l'influsso dell'abito della fede e dei doni dello Spi-
rito Santo (specialmente intelletto, scienza e sapienza),
con il controllo del magistero, aderisce a determinate ve-
rità, interessando ad esse la Chiesa docente». Il sensus
dei fedeli è nella sfera affettiva, ma le sue ultime radici
sono di ordine intellettuale, anche se attualmente non
avvertite. Esso è spiegato da s. Tommaso come una specie
di «connaturalità» a realtà soprannaturali, non ancora
ben precisate, di cui però l'intelletto e il cuore sentono
come un bisogno e a cui si piega per naturale adattamento
la devozione dei semplici (Sum. Theol., 2ᵃ-2ᵃᵉ, q. 45, a. 2).
Soprattutto nel campo della teologia mariana ha avuto
notevole influsso, come afferma esplicitamente Pio XII
nella cost. Munificentissimus Deus (AAS, 42 [1950],
p. 758).
IV. INTERPETRAZIONE DEI MONUMENTI DELLA T
Già da quanto precede risulta evidente la parte essenziale che ha sempre avuto, «ex natura rei», il magistero della Chiesa nel dare validità ai vari strumenti di t. È logico quindi che del contenuto dogmatico di essi, anche oggi, solo la Chiesa possa dare un giudizio definitivo, essa che ieri tale contenuto ha garantito.1922; A. Deneffe, Der Traditionsbegriff, Münster in V. 1931; H. Ranft, Der Ursprung des kathol. Traditionsprinzips, Würzburg 1931; D. Van den Eynde, Les normes de l'enseignement chrétien dans la littér. patr. des trois premiers siècles, Parigi 1933; B. Reynders, Paradox. Le progrès de l'idée de la tradit. jusqu'à st Irénée, in Rech. de théol. ancien. et médiév., 5 (1933), pp. 155-91; R. Bernard, Somme théol. La foi, I, Parigi 1939 (Répend., II, §§ 4-5), pp. 357-428; Ph. Alonso-Barcena, De Eccl. magisterio et de divina tradit., Madrid 1945; A. Michel, Tradition, in DThC. XV, coll. 1252-1350 (ottimo); M. J. Congar, Théologie. théol., coll. 341-502; S. Carteschini, De valore naturum theolog., Roma 1951, passim; vers. it., Roma 1953; G. Filograssi, La t. divino-apostol. e il magistero eccles., in Civ. Catt., 1951, III, pp. 137-47, 384-93, 486-501; id., T. divino-apostol. e magistero della Chiesa, in Gregorianum, 33 (1952), pp. 135-67; S. Cipriani, Le fonti della Rendez., Firenze 1955 (con bibl.). Settimio Cipriani