TRADIZIONALISMO. - È la dottrina filosofico-religiosa, secondo la quale una rivelazione primitiva fu assolutamente necessaria al genere umano, non solo per acquistare la conoscenza delle verità di ordine soprannaturale, ma anche delle verità soprasensibili, cioè delle verità fondamentali di ordine metafisico, morale e religioso : esistenza di Dio e concetto di essere, spiritualità ed immortalità dell'anima, vita futura, legge morale obbligatoria, ecc. Tale rivelazione giunge ad ogni uomo per tradizione, cioè attraverso l'insegnamento orale e sociale, che deve essere accettato per fede : la società è l'organo della rivelazione primitiva. Indipendentemente dalla rivelazione divina l'uomo non può avere nessuna vera conoscenza (cf. A. Bonnetty, in Ann. de phil. chrét., 3ª serie, 30 [1845], p. 464).
1. fideismo (v.), non si può dire con certezza quando e da chi fu usato per la prima volta il termine t. Di fatto, mentre nessuno volle esser designato « fideista » o « supernaturalista », tutti i tradizionalisti si gloriarono di essere tali (cf., ad es., A. Bonnetty, ibid., 4ª serie, 42 [1851], p. 7). Il t. si sviluppò soprattutto dopo la Rivoluzione Francese, sotto l'influsso della filosofia critica di Kant e come reazione al razionalismo esasperato del sec. XVIII, quantunque se ne possano trovare i prodromi, almeno come tendenza, già in Taziano ed in Tertulliano per motivi apologetici, nei protestanti (specialmente nei bereiani) per ragioni teologiche, e nei cattolici P. D. Huet (De imbecillitate mentis humanae) e B. Pascal per motivi misti filosofici e teologici (v. FIDEISMO). Interessò in modo speciale la Francia, dove lo stesso arcivescovo di Parigi, D. A. Affre, il vescovo di Amiens, A. de Salinis, il card. T. J. Gousset e molte altre personalità in vista furono almeno per un certo periodo tradizionalisti. Al t. aderirono nel Belgio G. C. Ubaghs e tutta la scuola di Lovanio; nella Germania M. Klee, G. B. Hirscher, von Drey; in Italia G. Ventura e V. Gioberti; in Spagna D. Cortés, ecc.
Non sempre è possibile distinguere i tradizionalisti rigidi, detti anche supernaturalisti, da quelli mitigati o semitradizionalisti, sia per la mancanza di logica propria del sistema, sia per le polemiche che costrinsero talvolta gli stessi autori a mitigare anche solo temporaneamente le loro affermazioni (cf. A. Bonnetty, in Ann. de phil. chrét., 4ª serie, 41 [1850], p. 86; 42 [1851], p. 10; 44 [1852], p. 185). La distinzione più chiara è quella fatta da mons. V. Gasser, relatore nel Concilio Vaticano : tradizionalisti rigidi o fideisti sono coloro « qui dicunt... communicationem... debere fieri per doctrinam... revelatam et proinde hominem debere in se suscipere ideam Dei et existentiae
ipsius fide divina... »; tradizionalisti mitigati « communicationem hanc non derivant ex ipsa doctrina... revelata, saltem non proxime, sed generatim ex idea Dei in societate humana iam existente; et proinde sufficere, quod homo fide humana ideam Dei in se suscipiat, et dein efformet argumenta ex ratione pro existentia Dei » (Coll. Lac., cit. in bibl., VII, col. 129 a).
I principali rappresentanti del t., L. De Bonald, F. de Lamennais (v.), A. BONNETTY, AUGUSTIN (v.), L. E. BAUTZEN (v.), si distinguono per le basi filosofiche che danno al sistema, per l'uso che ne fanno e per le conseguenze sociali ed apologetiche che ne traggono. Il tentativo più serio di dare al t. un fondamento ed una esposizione filosofica fu compiuto dalla Scuola di Lovanio, di cui Arnold Tits fu l'anima e Gerard Casimir Ubaghs il rappresentante più in vista (cf. J. Henry, op. cit. in bibl.). I lovaniensi sostengono tutti un innalzismo virtuale per l'origine delle idee, mentre i francesi lo rigettano almeno esteriormente. L'influenza eccitatrice non è data dalla percezione sensibile (Descartes) ma dal « commerce social » donde le due tesi fondamentali della scuola : « Les principes des vérités rationnelles métaphysiques et morales ont été mis dans l'esprit humain par le créateur. Mais... l'homme a besoin d'un enseignement intellectuel pour... acquérir une connaissance distincte de Dieu et des vérités morales » (N. J. Laforêt, Dogmes cath., I, Bruxelles 1855, p. 467). Il primo uomo dovette ricevere questo insegnamento da Dio attraverso la rivelazione, che per Laforêt è naturale, per E. Lonay è naturale nell'oggetto e soprannaturale nel modo d'acquisto da parte dell'uomo, per Ubaghs è al tempo stesso naturale e soprannaturale. I rapporti fra fede e scienza sono così fissati da Ubaghs, distinguendo fra acquisizione e dimostrazione di una verità : « ... In moralibus et metaphysicis, spectato ordine acquisitionis..., fides naturaliter prior est scientia, ut nemo ad hanc perveniat, nisi illa quomodocumque praecesserit; etsi in ordine demonstrationis, ex quo certitudo ratiocinata gignitur, scientia fidem antecedere soliat » (Logicae seu philosophiae rationalis elementa, 6ª ed., Lovanio 1860). Mentre per il t. francese la tradizione è fonte e principio di idee e di certezza, per la scuola di Lovanio, tanto prima che dopo il 1850 (quando essa adottò le dottrine ontologiche) essa è solo spiegazione dell'origine delle idee. Il fondamento della certezza è invece la natura razionale dell'uomo (E. Hoedez, Hist. de la théol. au XIXe siècle, II, Bruxelles 1952, p. 103).
Dal punto di vista filosofico il t. erra perché, supponendo a priori l'incapacità della ragione umana di dare all'uomo la conoscenza certa della verità, risolve il problema critico in modo estrinsecista. Esso è uno sforzo per provare storicamente l'assoluta impotenza della natura umana a costruire da sola un assieme logico e soddisfacente di istituzioni intellettuali e sociali e per opporvi l'autorità della tradizione cristiana. Se ciò è storicamente vero e dimostrabile, non ne segue in modo assoluto, come il sistema vuole, che la ragione umana non abbia il potere di dimostrare razionalmente le verità che furono in questione. L'errore sta nel non aver distinto l'ordine fenomenologico dall'ordine ontologico, cioè tra facoltà ed uso della stessa, tra potere fisico di conoscenza ed esercizio di tale potere e nell'aver quindi esagerato la dipendenza della ragione dal linguaggio, dall'educazione, dalla società, dalla rivelazione. Il t. cadde così nell'errore di proporre una soluzione non razionale (la fede cieca) ad un problema filosofico che non può comportare che una risposta razionale : o nella contraddizione di voler dare delle ragioni per ammettere il fatto, il contenuto e l'organo di una rivelazione, proprio mentre ripudia le prove razionali. Il merito del t., oltre a quello, dovuto al momento storico, di richiamare la ragione umana al rispetto dell'autorità delle tradizioni e della società, è di aver posto la ragione umana nel suo ambiente naturale, richiamando alcune condizioni concrete dell'evoluzione della vita intellettuale umana.
La Chiesa reagì subito contro la fede cieca, priva delle necessarie antecedenti convinzioni e conoscenze razionali, come era sostenuta dal t. Dapprima furono alcuni teologi e vescovi isolati, polemisti, filosofi (fra i quali P. M. A.
Chastel), ed anche teologi di valore come P. G. Perrone (Praelect. théol., II, Roma 1842). Vennero in seguito le encicliche: Mirari vos, del 15 ag. 1832; Singulari nos, del 25 giugno 1834, contro Lamennais ormai apostata: Qui pluribus, del 9 nov. 1846, e l'allocuzione Singulari quadam, del 9 dic. 1854, che richiamano la mentalità comune della Chiesa. Bautain e Bonnetto dovettero firmare alcune proposizioni sull'uso della ragione prima della fede e sulla possibilità della conoscenza razionale dell'esistenza di Dio contenenti espressioni talora molto forti (Denz-U, 1622-27, 1649-52). La S. Congregazione dell'Indice indirizzò il 3 giugno 1845 e l'8 ag. 1844 delle « Observaciones » alla Theodicea ed alla Logica di Ubaghs (cf. Acta Sanctae Sedis, 32 [1897], pp. 206-207). Inoltre dal 1845 al 1869, specialmente in Francia, vennero celebrati numerosissimi concili provinciali, che unanimemente condannarono la dottrina dei tradizionalisti (Conc. Burdigalensis, in Coll. Lac., cit., t. IV, col. 842).
Il Concilio Vaticano si occupò del t., a proposito della possibilità della conoscenza naturale dell'esistenza di Dio, prescindendo dalle eventuali condizioni richieste. Non vi è dubbio sulla condanna della forma più rigida del t., come dottrina che scalza il fondamento stesso della fede (Denz-U, 1785, 1806). Invece il t. mitigato dovrà tener conto « in hominis natura rationali potentiam esse Deum per res creatas certo cognoscendi » (Coll. Lac., cit., col. 79, c-d) e quindi evitare di richiedere la rivelazione e la fede soprannaturale corrispondente per la conoscenza di Dio; ma esso non è intaccato dal Concilio finché richiede l'aiuto dell'idea di Dio che esiste nella società, purché raggiunta per via naturale. A riguardo della conoscenza certa del fatto della rivelazione divina il Concilio pone ancora solamente la questione di diritto e dal solo punto di vista oggettivo (cf. ibid., VII, coll. 86-87, 1615). Si afferma cioè che la rivelazione si presenta accompagnata da fatti esterni tali che, uniti all'aiuto interno dello Spirito Santo, la rendono « rationi consentanea » (cap. 3 De fide cf. Denz-U, 1790, 1791). Non può esservi un vero assenso di fede soprannaturale, se non preceduto da una conoscenza certa che la verità in questione è credibile, perché rivelata da Dio.
La Chiesa ebbe ancora di mira il t., o per lo meno il suo spirito, nell'encicl. Pascendi (7 sett. 1907) e nel « giuramento antimodernista » (1° sett. 1910); recentemente poi l'encicl. Humani generis (12 ag. 1950), togliendo ogni equivoco e precisando in qualche punto lo stesso Concilio Vaticano, richiamò fortemente i principi cattolici sulle possibilità della ragione umana, senza l'aiuto della rivelazione, circa la conoscenza dell'esistenza di Dio, della legge naturale e lo stabilire i fondamenti della fede cristiana.