TRADIZIONE MANOSCRITTA. - Nell'accezione comune è l'insieme dei codici che concorrono a ricostruire un'opera letteraria antica nella forma più vicina all'originale. Va però subito precisato che il concetto di t. m. si applica anche a testi documentari e che il criterio con cui i codici vengono indagati e vagliati si estende alle ediciones principes e ad altre edizioni a stampa se riproducono manoscritti perduti. La t. m. viene anche designata come « tradizione diretta », per distinguerla da quella indiretta, basata su tutte le testimonianze complementari (citazioni, riferimenti, testi paralleli, talora anche traduzioni, ecc.), che, in armonia o in contrasto con la t. m., permettono di stabilire l'esatta lezione di un passo.
A una valutazione organica della t. m. agli effetti della critica testuale si giunse soltanto nel secolo scorso con C. LACHMANN, KARL (v.), il quale, sebbene accogliesse in parte criteri già da altri elaborati, soprattutto in ordine al testo greco del Nuovo Testamento, può considerarsi come il primo legislatore del metodo di edizione: le sue regole, pur risentendo di una eccessiva meccanicità (frutto di una giustificata reazione al soggettivismo imperante fin dalla filologia antica, ma allora quasi consacrato dall'insegnamento di R. Bentley [(662-1742]), ebbero il merito di distinguere nettamente nel lavoro di edizione il momento della recensio da quello dell'emendatio e di instradare il primo sui binari della sistematicità. Le conquiste successive della filologia corressero, precisarono, in parte anche distrussero i canoni lachmanniani: ma il fermento nuovo ha origine da lui. Nessun editore critico può oggi prescindere dal ricostruire nella sua storia la t. m. del testo che egli pubblica.
I. LE FABI DELLA T. M. - Dall'originale dell'autore ai manoscritti superstiti di un'opera, si passa normalmente attraverso una serie di anelli intermedi, le cui relazioni reciproche variano di caso in caso: solo nella tradizione documentaria capita con una certa frequenza che si conservi l'originale o quanto meno che sopravvivano copie le quali discendono da esso recta via. Nei testi librari, invece, destinati per loro natura alla diffusione, condizioni così favorevoli non si verificano che eccezionalmente. Uscita l'opera dalle mani dell'autore o del suo editore, gli esemplari si moltiplicano in poco tempo, giungono nelle biblioteche pubbliche e nelle case private, servono a loro volta di modello per copie successive; eventi storici, casi fortuiti, tendenze del gusto determinano dopo qualche tempo un graduale assottigliarsi delle copie in circolazione, a volte fino alla scomparsa totale, altre invece fino a ridurle a un numero esiguo di esemplari, talora uno solo; nuove tendenze, mutate condizioni storiche, ritrovamenti insperati conducono, a distanza di varie generazioni, a disseppellire le copie superstiti, a trarne nuovi esemplari, e i manoscritti che oggi si conservano possono appartenere all'una o all'altra fase di queste alterne vicende nella fortuna dell'opera, possono derivare da uno o da più modelli, essere tra loro in rapporto di discendenza diretta o rappresentare varie tradizioni parallele o anche essere il risultato di interferenze dell'una con l'altra. È chiaro perciò che ogni testo ha una sua t. m. la quale non può ridursi a fattore comune con quelle di altri testi. Sulla formazione incidono, è vero, fenomeni di carattere generale, come, ad es., la ten-

denza, propria della scuola, di riunire in antologie testi particolari, di trarre excerpta, di costituire corpora di opere in cui si scorge un nesso comune, di separare dagli altri autori e scritti consacrati da canoni ufficiali; o anche il fenomeno della codificazione o quello della translitterazione dalla scrittura maiuscola continua a quella minuscola; o ancora le ἐκδόξους dei grammatici, ecc.; ma essi, se pure si ritrovano così nel mondo orientale come in quello occidentale, non si svolgono contemporaneamente né con le stesse caratteristiche in tutte le regioni, e sono piuttosto legati alla storia della cultura di ciascun paese, sicché non si può ricostruire la t. m. di un testo senza localizzarne le varie fasi. Alcune coincidenze possono verificarsi fra testi della stessa natura, allorché si tratti di fenomeni legati a un « genere » letterario: così le opere storiche di vasta mole tendono a un certo momento a scomparire per cedere il posto a epitomi di più facile lettura; raccolte giuridiche cadute in disuso cedono il posto alle compilazioni vigenti; commenti continuati di opere poetiche passano in forma di annotazioni marginali nei manoscritti di quelle opere stesse, dove si confondono con glossemi e scolii provenienti da altri commenti, ecc. Ma il processo di tali trasformazioni rimane distinto per i singoli casi e i manoscritti tramandati non testimoniano per ogni « genere » lo stesso stadio evolutivo. Permane quindi la necessità di ricostruire singolarmente la t. m. di un'opera (a volte anche di singole parti di essa), risalendo dai codici superstiti all'originale d'autore, o, almeno, ad una fase che a quello si accosti il più possibile.
II. RICOSTRUZIONE DELLA T. M. - Compito del recensore è innanzi tutto quello di scoprire le parentele fra i testimoni superstiti della tradizione: tranne il caso limite in cui il codice conservato si riduca a uno solo, egli deve stabilire se e quali tra i manoscritti di cui dispone discendano da un'unica fonte, e raggrupparli in famiglie attraverso l'esame delle concordanze e delle divergenze. Principio fondamentale di questa operazione è che la concordanza in lezione genuina non costituisce garanzia di parentela, la quale si manifesta invece attraverso il parallelismo di corruttele (soprattutto le cosiddette cruces o monstra, cioè passi o parole che non danno alcun senso), interpolazioni, lacune o trasposizioni comuni, ecc. Bisogna però tener presente sia che concordanze isolate possono essere penetrate in una famiglia per collazione con un rappresentante di altra famiglia, senza postulare una discendenza diretta (ciò vale a maggior ragione per coincidenze in elementi estrinseci, come partizione del testo, sottoscrizione di codici, ecc.), sia che corruttele presunte comuni possono essersi create indipendentemente in due o più manoscritti, soprattutto quando siano di origine meccanica o rappresentino trivializzazioni. A
tal fine giova da un lato la ricostruzione (attraverso l'esame di particolari scambi di lettera, estensione delle lacune, ecc.) delle caratteristiche esterne del modello perduto di ciascun codice preso in considerazione, ossia del tipo e disposizione della scrittura, del numero delle righe per ciascun foglio e delle lettere per ciascun rigo, ecc.; dall'altro la nozione delle fasi successive in cui si articola il lavoro del copista (lettura del modello, ritenzione nella memoria del passo letto, autodettatura mentale del brano, stesura), ognuna delle quali può essere fonte di errori materiali di natura determinata. Distinti con esattezza i vari gruppi di parentela dei codici, è possibile applicare il criterio della eliminatio codicum descriptorum, per cui si trascurano e gli apografi di modelli conservati e i testimoni tardi di tradizioni rappresentate da prototipi più antichi, purché non siano penetrate in essi altre lezioni per trasmissione orizzontale. L'accertamento di questa condizione richiede ovviamente un esame dei manoscritti su base assai larga, non ristretto alle semplici cruces. La presunzione del Lachmann, che rifiutava i codici umanistici come deteriores in quanto sicuramente interpolati, si è dimostrata in molti casi fallace e la metodologia più recente ha sancito tra i suoi principi che non basta un numero più o meno ampio di interpolazioni per negare autorità a un manoscritto o ad una edizione a stampa di cui non si conservino tutte le fonti: «chi rifiuta di servirsi degli interpolati, rischia di lasciar perdere anche la tradizione genuina» (G. Pasquali, cit. in bibl.).

III. L'ARCHETIPO
L'uso di questo termine presso i filologi non è ancora sufficientemente rigoroso, sicché una sua definizione non può trovare corrispondenza con tutte le accezioni cui di volta in volta viene adattato; la più recente è quella del Dain (v. BIBLICA) che designa l'archetipo come «il più antico testimone della tradizione cui il testo di un autore risulta affidato nella forma in cui ci è trasmesso». Il Dain introduce però una distinzione tra archetipo vero e proprio e quello che egli chiama «le plus-proche-commun-ancêtre-de-la-tradition»: il primo sarebbe un unicum, un manoscritto depositato presso una biblioteca ufficiale; il secondo una sua copia che avrebbe dato origine, per vie spesso complesse e più o meno dirette, a tutti i rappresentanti sopravvissuti della t. m. In realtà tale precisazione, che viene a restringere il significato di archetipo, non sembra possa assumersi a regola generale: per molti autori dell'antichità, soprattutto latina, «le plus-proche-commun-ancêtre-de-la-tradition» risale ad un'epoca in cui la loro opera girava per le mani di tutti, si trovava nella bottega del bibliopola come nella biblioteca del privato, e non si può presumere per definizione che esso fosse copia di un testo ufficialmente depositato. Conviene quindi eliminare tale distinzione, riservandosi di esaminare di volta in volta l'esistenza o meno di un «subarchetipo». Dalla definizione su riportata scaturiscono le seguenti osservazioni: 1) l'archetipo può essere rappresentato da un manoscritto giunto fino a noi, ma più spesso deve essere ricostruito attraverso le sue ramificazioni; 2) esso può coincidere con l'originale d'autore: ma si tratta di un caso, soprattutto per l'antichità, estremamente raro; 3) se la t. m. non è riducibile a forma unitaria, se cioè le sue forme sono più di una (recensione aperta), sono più d'uno anche gli archetipi; 4) l'archetipo è lo stadio più prossimo all'originale raggiungibile per via di recensio; al di là di esso, normalmente, può supplire solo, in fase di emendatio, la congettura, sfruttando considerazioni che superano la semplice valutazione della t. m. (critica storica, glottologia, grammatica, metrica e spesso la sensibilità estetica soggettiva); 5) questi stessi criteri rappresentano necessariamente l'unica guida nella scelta dell'uno o l'altro archetipo nel caso di recensione aperta;(da M. Tulli Ciceronis Cato Maior, ed. A. Barriera, in Corpus Paracianum, M. Torino s.d., p. 3)
TRADIZIONE MANOSCRITTA - Stemma codicum della tradizione del Cato Maior di Cicerone secondo A. Barriera. I discendenti di 5 rappresentano codici deteriori tra cui quelli segnati con soli puntini sono di età umanistica.
6) solo con il concorso di una tradizione indiretta particolarmente ricca è possibile la ricostruzione (parziale) di un «prearchetipo».
Quanto esposto fin qui non coincide con l'affermazione espressa da G. Pasquali nel più geniale dei suoi lavori (v. BIBLICA), riassumendone in prefazione i risultati: «Non sempre la tradizione medievale dei testi greci e latini risale a un archetipo esso stesso medievale o appartenente al periodo più tardo dell'età antica». Ma la contraddizione è solo apparente e scaturisce appunto da una diversa definizione del termine «archetipo»; mentre per il Dain, come si è visto, una recensione aperta ammette più archetipi, per il Pasquali, come già per il Lachmann, archetipo è solo la fonte unica, «un unico esemplare già sfigurato da errori e lacune». Ciò che sostanzialmente interessa è che la t. m. di un testo, nella fase più antica cui sia dato risalire, può presentarsi o unitaria (tanto nel caso che discenda direttamente e a poca distanza dall'esemplare d'autore o addirittura si identifichi con esso, quanto nel caso che un solo esemplare si sia mostrato, da una certa epoca in poi, produttivo), oppure molteplice, già ramificata in tante tradizioni ognuna delle quali ha avuto una sua discendenza.
Come il raggruppamento dei manoscritti in famiglie conduce alla ricostruzione del capostipite, così la comparazione dei vari capostipiti porta a riconoscere l'archetipo. È evidente quindi l'importanza che si attribuisce alle varie operazioni in base alle quali si tenta di stabilire l'albero genealogico dei codici e si spiegano i vari tentativi di fissarle entro leggi sempre più precise per garantirne l'oggettività. Tra i più recenti vanno ricordati quelli di A. C. Clark e di dom E. Quentin, il primo basato sul calcolo numerico delle lettere nelle omissioni (che non siano però dovute ad omoteleuto) e nelle dittografie; il secondo sul rapporto che lega tra loro i codici di un gruppo ternario relativamente alla frequenza dell'accordo o del disaccordo per ciascuna variante, e quindi su quello che intercede tra il codice «intermedio» fra i primi tre e un altro, e così via. In realtà entrambi, ma soprattutto il secondo, non fanno che teorizzare, attraverso un complicato meccanismo, il principio del confronto in lezione
deteriore, che rimane, se usato con acribia, il criterio più rapido e più sicuro per precisare i rapporti tra i vari manoscritti.
IV. LE VARIANTI ANTICHE
Raggiunto l'archetipo, capita a volte di constatare come esso non rappresenti un testo stabile, ma rechi in più punti la testimonianza di varianti tra cui la tradizione già oscillava, prima che il lavoro di copisti seri o intervenisse ad alterare il testo. Il fenomeno si verifica particolarmente per quelle opere che ebbero fin da principio una larga diffusione, in cui la molteplicità di lezioni rispecchia appunto la consuetudine del pubblico con quel testo; citazioni a memoria, consonanze di ritmo, espressioni passate nell'uso proverbiale determinano facilmente mutazioni inconsce: il trovare riunite tali varianti nell'archetipo indica, di norma, che esiste un prearchetipo rappresentato da una antica edizione, la quale accoglieva le testimonianze di tradizioni parallele, per lo più distinguendole con segni critici, poi andati perduti. In qualche caso (rarissimo per l'antichità, più frequente per i testi medievali o recenzioni), tali varianti possono risalire direttamente all'autore, rispecchiare due redazioni diverse entrambe consacrate da un'edizione, o espresso, perdurando l'incertezza della scelta, nell'unica stesura originale e di cui il pubblico si sia impadronito prima che la decisione dell'autore condannasse definitivamente l'una o l'altra. Eleggere in questo caso una variante non è possibile per via di recensio, e anche in sede di emendatio la scelta sarà obiettivamente legittima solo ove subentrino testimonianze esterne in favore dell'una o dell'altra.V. LO «STEMMA CODICUM»
La t. m. di un testo si snoda quindi attraverso varie fasi che si riassumono schematicamente così: originale d'autore, prearchetipo, archetipo, capostipiti delle varie famiglie, ramificazioni terminali. In base ai risultati della ricerca si delinea allora lo stemma codicum, ossia la rappresentazione grafica dei rapporti di parentela fra testimoni conservati e gli stadi precedenti cui gli stessi consentono di risalire. Essa permette di valutare a colpo d'occhio il posto di ciascun codice nella trasmissione del testo e costituisce quindi un criterio importante di ceruta nella scelta delle lezioni: non elimina però l'intervento, caso per caso, della sensibilità critica individuale. Dall'uno all'altro stadio della t. m. può intercorrere uno spazio di tempo brevissimo come possono frapporsi interi secoli; ogni esemplare successivo, se da un lato raramente emenda gli errori meccanici del modello, sempre ne aggiunge di nuovi e talora modifica coscientemente secondo il gusto dell'epoca; può d'altronde accogliere lezioni genuine per altra via. Ricostruire la storia della t. m. per un testo determinato non vuol dire quindi rinunzia all'acribia dell'editore, ma significa semplicemente indagine e sistemazione degli elementi indispensabili per individuare le alterazioni di quel testo e la loro origine: e significa anche penetrare nel gusto delle varie epoche e delle varie regioni che interessano tale storia, addentrarsi nelle tendenze di cultura,
nella sensibilità letteraria, nella capacità di intendere e di rivivere un autore da parte di uomini e di ambienti che da quell'autore distano di secoli. - Vedi tav. XLII.