TAVOLETTE CERATE. - Materia scrittoria di uso comune adottata largamente dagli antichi e sporadicamente fin quasi ai giorni nostri: servirono soprattutto per conti, lettere, appunti, esercizi scolastici, e anche per contratti e testamenti. Erano costituite da assicche di legno o di avorio, a forma rettangolare, orlate ai margini, nel cui invano si versava cera fusa mista a pece, su cui, una volta raffreddata, si scriveva incidendola con lo stilo. Incerte da una o da entrambe le parti, potevano essere semplici o riunite (mediante legatura o anelli metallici), a due, tre, quattro e più tavolette (diptycha, triptycha, polyptycha).
Fra le t. c. lignee conservate dal'antichità i due nuclei più cospicui sono rappresentati dalle tavolette daciche (trovate in Transilvania, nelle miniere di Vespastak, tra il 1788 e il 1855) e da quelle pompeiane (scoperte nel 1875 nello scavo della casa del banchiere L. Cecilio Giocondo): ma sono molto importanti, sia dal punto di vista paleografico che da quello giuridico, anche quelle di Ercolano, d'Egitto (fra queste una, ora a Ginevra, contenente il testo di *Ps. 91*: cf. J. Nicole, *Textes grecs inédits de la collection papyrologique de Genève*, Ginevra 1909, n. 6), di Tunisia. Fra le tavolette eburnee meritano particolare rilievo i dittici consolari, riccamente scolpiti sulle facce esterne, che i consoli e i magistrati donavano agli amici quando entravano in carica; sfruttati per usi liturgici, soprattutto quelli copertine di libri sacri nel medioevo e al principio dell'epoca moderna, essi sono giunti fino a noi in numero cospicuo.