TACHIGRAFIA. - La t. (dal gr. ναχός « rapido » e γραφή « scritto »), modernamente detta « stenografia », è scrittura abbreviata con adatti segni e regole, al fine di risparmiare tempo e spazio e di raccogliere il discorso.
Agli Egizi ed agli Ebrei (ca. 1000 a. C.) ABBREVIATORE (v.) della scrittura,
ideate per risparmiare lavoro e materiale, o per segretezza. Ma quando si manifestò il bisogno di seguire e conservare le parole degli oratori ed i pubblici dibattimenti, si cercò di sostituire alle comuni abbreviazioni nuovi e speciali espedienti di scrittura: semplificazioni di lettere, variazioni di segni e formazioni monogrammatiche, da cui derivò una particolare grafia.
Si ritiene che in Grecia siano sorti tentativi di tal genere fin dal sec. IV a. C., in seguito allo sviluppo dell'eloquenza ed alla divulgazione filosofica, e si attribuisce a Senofonte (cf. Diogene Laerzio, Vita Xen., II, 48), la raccolta dei discorsi di Socrate mediante σημεία, o segni (distinti dai γράμματα, o lettere comuni). Non si hanno tuttavia tracce di questa antica t. greca ed è ancor dubbio se ad essa appartengano i segni di una lapide dell'Acropoli (350 a. C.), ora nel Museo nazionale di Atene, e quelli di due tavole del sec. III ritrovate nel 1894-95 fra le rovine del tempio di Apollo a Delfo. I più vecchi e sicuri saggi di t. greca risalgono ai secc. II-IV d. C. (pietra sepolcrale di Asterio a Salona, papiri di Lipsia, sillabari).
Maggiori sono le notizie circa la t. latina. Al poeta Quinto Ennio vengono attribuite (Isidoro, Etym., II, 22) le prime notee vulgares; Marco Valerio Probo determinò un sistema di sigle (singulae litterae) in opposizione ad uno veramente tachigrafico. Ma il più noto è quello che ebbe nome da M. Tullio Tirone (100-4 a. C.), liberto di Cicerone, la cui prima applicazione sarebbe avvenuta, secondo Plutarco, il 5 dic. del 63 a. C., raccogliendosi in Senato, per disposizione di Cicerone console, il discorso di Catone Uticense contro Catilina.
Anche dell'opera di Tirone non si ha però diretta conoscenza. I più antichi documenti con note tironiane (così denominate dal sec. IV in poi) risalgono al sec. IX-X (Commentari di Cassel, Parigi, Berna, Madrid) e da essi si è cercato di desumerne storicamente la formazione e lo sviluppo. Secondo gli studi più recenti, le notee consistevano anzitutto nella semplificazione delle sigle e lettere già in uso, specialmente della scrittura corsiva, potevano avere forme multiple e varie posizioni, esser tracciate diritte o rovesciate, secondo i significati da assumere e le parti, iniziali o secondarie, delle parole da indicare. I segni potevano combinarsi sul tipo delle legature antiche; si usavano pure largamente la contrazione e il troncamento, l'incrociamento e il punto, ricorrendosi, per necessità di distinzioni, anche a segni greci o di scritture italiche. Dal sec. I, con lo svilupparsi di una t. greca in corrispondenza alla diffusione della cultura ellenica, si notano anche reciproche influenze greco-latine nella formazione monogrammatica, con più deciso uso di due qualità di segni: signum principale, per la parte fondamentale della parola, signa auxiliaria (piccoli e tracciati come esponenti) per le desinenze. Sebbene non sia stato possibile ricomporre, nonostante vari tentativi, una grammatica tironiana, si è ormai certi che questa t. non consisteva soltanto in una raccolta di segni convenzionali da tenere faticosamente a memoria.
Allo sviluppo della t. romana altri contribuirono dopo Tirone, e specialmente Vipsanio Filargio, liberto di Agrippa (13 a. C.), Aquila, liberto di Mecenate (8 a. C.), e Seneca, forse il filosofo, che raccolse il tutto (come attesta s. Isidoro) e lo ordinò in 5000 note; della sua diffusione parlano gli scrittori fin dal sec. I a. C. (Cicerone, Quintiliano, Orazio, Ovidio, Marziale, Manilio, Plinio). Ausonio (v.) le dedicò un'ode. Nuovo incremento ebbe dal cristianesimo ad opera dei notarii o exceptores, che registravano i processi dei martiri, talvolta essi stessi condannati (s. Genesio d'Arles, s. Adriano di Nicomedia, s. Cassiano di Tangeri) per aver gettato tavolette e stilo
ed essersi dichiarati cristiani. S. Cassiano d'Imola (v.) sarebbe stato fatto martirizzare dai giovanetti ai quali insegnava t. S. Cipriano, vescovo di Cartagine, aggiornò le note ad uso della Chiesa ed esse ebbero poi larga applicazione nella propaganda del verbo cristiano.
Non è escluso che la t. contribuisce alla redazione dei Vangeli e si ritiene che s. Paolo dettasse a tachigrafi (cf. L. De Grandmaison, Jésus Christ, I, Parigi 1920, p. 1; G. Ricciotti, Paolo Apostolo, Roma 1946, cap. 8 e altrove). Più sicure notizie se ne hanno riguardo ai Padri della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, che talvolta vi accennano nelle loro opere; specialmente s. Girolamo (J. de Ghellinck, Sulle orme dei primi scrittori cristiani, in Civ. Catt., 1934, II, pp. 43-56) e s. Agostino, che se ne valse per i suoi colloqui, scritti e contraddittori (P. Gorla, S. Agostino, Milano 1936, pp. 483, 487, 614, 693). Un servizio stenografico fu organizzato, con l'interessamento dello stesso s. Agostino, per la Conferenza di Cartagine (411). Si ha d'altronde notizia che fossero impiegati notari in vari concili e sinodi della Chiesa, a cominciare dal Concilio di Nicea (325).
Sotto l'Impero di Bisanzio e durante il dominio barbarico in Italia, i notari ebbero uffici e collegi presso le corti e da essi prese origine il notariato (v. NOTARIO). Così pure alla Corte pontificia, con i papi Gelasio, Vigilio, Pelagio e s. Gregorio Magno, le opere del quale furono conservate dal suo tachigrafo Emiliano. In quest'epoca si fanno vari gli esempi di t. oratoria; i segni tachigrafici, alternati con le abbreviazioni della scrittura comune, sono invece piuttosto frequenti nei documenti e, come signum recognitionis, nei diplomi regi e imperiali, specialmente dei Merovingi e dei Carolingi, ed anche nelle bolle papali; mentre il maggior uso di note tironiane, a scopo brachigrafico, si riscontra nei codici redatti negli scrittori monastici (Montecassino, Bobbio, Fulda, Corbie, Reims, Tours, S. Gallo); sicché le abbreviazioni della scrittura vengono spesso a conformarsi a quelle della t., delle quali non poche rimangono nell'uso corrente.
Dal sec. VI all'XI si forma intanto ed entra nell'uso documentario una t. sillabica greca (sistema bizantino-egiziano e sistema di Grottaferrata, attribuito a s. Nilo iuniore) e latina (quest'ultima si credette sorta nella cancelleria longobarda in seguito alla decadenza e trasformazione delle note tironiane). Lo Schiaparelli ne distingue due tipi (antico e nuovo) e nel 1887 ne furono da J. Havet scoperti saggi nelle bolle di papa Silvestro II.
Fra i codici che si conservano con note tachigrafiche greche sono notevoli il cod. Nomus (Brit. Mus., Add., 18231) del 972, il ms. Par. 3032 dell'Ars rethorica di Ermogene, e il cod. Fat. gr. 1809 in caratteri di Grottaferrata. Con note tironiane sono il Breviarium Alaricianum, i Capitolari dei re Franchi, pubblicati nel 1747 a Parigi

(fot. Enc. Catt.)
(fot. L. Ciochi, Firenze)
La t. si affermò largamente nelle Università medievali per raccogliere le lezioni dei giureconsulti ed ebbe fra i suoi cultori anche s. Tommaso d'Aquino, di cui si conserva alla Biblioteca Casanatense di Roma l'autografo tachigrafico (ms. 3997) di una pagina del Super Boetium de Trinitate. Alla t. fa pure allusione Dante (Par., XIX, 133-35), ed essa, sebbene ormai allontanatasi dalle note tironiane e confusa con la steganografia (scrittura segreta) o con le abbreviazioni convenzionali del tempo, sopperisce all'oratoria religiosa (secc. XIII-XVI) con la raccolta delle prediche volgari di s. Bernardino da Siena, ad opera del cimatore di panni Benedetto di Mastro Bartolomeo (1427), delle prediche di fra' Girolamo Savonarola, da parte del notaro Lorenzo Violi (1492-98) e dei discorsi di Martin Lutero.
Con l'invenzione della stampa e l'abbandono di molte abbreviazioni, si manifestò da una parte un nuovo indirizzo della t. e dall'altra una corrente di studi e di ricerche sulle antiche note tironiane, il cui ritrovamento fu dovuto all'abate G. Triennio (v.). A lui seguirono dotti studiosi, fra i quali P. Bembo, che nel 1513 ebbe dal papa Giulio II l'incarico di decifrare il De sideribus di Caio Giulio Igino in note tironiane; il belga Joest Lips (1574-1606), l'olandese G. Gruter (1560-1627), che fece la prima raccolta di note e diede inizio agli studi sulle note tiro-

(per cortesia di F. Giulietti)
Il nuovo indirizzo della t., determinato in Inghilterra dagli sviluppi politici e parlamentari, si manifestò al principio del sec. XVII con il sistema del sacerdote J. Willis (1602), il quale introdusse il termine di « stenografia », adottò un alfabeto geometrico ed il criterio della scelta degli elementi indispensabili alla costruzione delle parole. A lui seguirono innumerevoli autori, dei quali più notevoli S. Taylor (1786), che geometrizò completamente il sistema con l'omissione delle vocali, e I. Pitman (1837), che elaborò il concetto di « fonografia ». La scuola geometrica si estese specialmente in Francia (Th. Bertin, 1792; I. Prevost, 1866; E. Duployé, 1867, sistema che vi è ancora il più conosciuto) ed in Spagna (F. Marti, 1800), mentre in Germania si affermò, per i suoi pregi razionali e scientifici, il sistema corsivo di F. X. Gabelsberger (1789-1849). In Italia, specie per l'impulso degli avvenimenti politici, ebbero diffusione, fin dal 1797, sistemi geometrici di imitazione franco-inglese (Molina, Amanti, Taylor-Delpino), nonché, dal 1885, il Pitman-Francini; prevalse però, ed è tuttora la più diffusa, l'applicazione del sistema di Gabelsberger fatta da Enrico Noe (1835-1914) e pubblicata nel 1863. Frattanto sono sorti sistemi misti, in Inghilterra (J. Gregg, 1888, molto diffuso in America, oltre al Pitman), in Italia (Meschini, 1906 e 1916; Cima, 1917) ed unificati in Germania (Einheitswirtschaft, 1924), ed in Ungheria (Radnai, 1927), mentre la stenografia ha esteso le sue applicazioni in ogni campo (politica, giornalismo, scuole, commercio e industria, esercito, tribunali).
Nella stessa vita della Chiesa cattolica la stenografia ha notevoli affermazioni. È da ricordare il servizio stenografico per il Concilio Vaticano (1869-70) organizzato per ordine di Pio IX e affidato, sotto la direzione del sac. Virginio Marchese (1831-1917), a 23 chierici di diverse nazionalità (Th. Granderath, Geschichte des Vatikanischen Concils, trad. franc., I, Bruxelles 1907, p. 476; II, ivi
1907, p. 438 e altrove; F. Giulietti, Un testamento stenografico e il Concilio Vaticano del 1870, Firenze 1950).
Numerosi cultori ha avuto ed ha l'arte stenografica nel mondo ecclesiastico moderno. Fra gli autori di sistemi sono da annoverarsi: per la Francia mons. Villecourt (1787-1867) e l'abate Emil. Duployé (1883-1912); per la Germania il benedettino Girolamo Gratzmüller (1853); per l'Italia il sac. Salvatore Morso (1813), l'abate Luigi Caterino (1822), il can. Taddeo Consoni (1826), il domenicano Ludovico Roletti (1853), l'agostiniano Serafino Marchionni (1903); per l'Inghilterra il rev. Filippo Gibbs (1736) ed il gesuita Guglielmo Tatlock, applicatore (1913?) del sistema Pitman alla lingua latina. Il missionario J. Le Jeune (1860) usò un sistema stenografico di sua invenzione per diffondere scritti religiosi in lingua chinook fra i suoi confratelli e gli indiani evangelizzati della Colombia inglese (J. Mooney, Shancap Indians, in Cath. Enc., XIII, p. 764). - Vedi tav. CXX.
RIBL.: I. W. Zebke, Geschichte u. Literatur des Geschwindschreibkunst. Dresda 1878; V. Gerdthausen, Gesch. der griechischen Tachyographie, in Archiv für Stenographie, 57 (1906, 1), p. 49 sgg.; A. Mentz, Geschichte u. Systeme d. griechischen Tachyographie, Berlino 1907; L.-E. Guénin, Hist. de la sténographie dans l'antinité et au moyen âge, Parigi 1908; A. Navarre, Hist. générale de la stée, ivi 1909; E. Majetti, Disegno storico della stenografia, Napoli 1910; Chr. Johnen, Gesch. d. Stenographie. Zusammenhang mit der allgemeinen Entwicklung der Schrift, I, Berlino 1911; L. Schiaparelli, Segni tachigrafici nelle notee iuris, in Archivio storico italiano, 72 (1914, 11), p. 241 sgg. e 73 (1915, 1), p. 245 sgg.; id., Avviamento allo studio delle abbrevature latine nel medioevo, Firenze 1926, passini (cf. in specie pp. 34-36, 65-68); G. Aliprandi, Bibliogr. stenogr. ital. dal 1900 ad oggi, Padova 1931; H. I. Milne, Grech shorthand manuals, sillabary and commentary, Londra 1934; G. Aliprandi, L'innocenti di storia della stenogr., Torino 1940; A. Mentz, Tyronschen Noten, Berlino 1940; G. Costamagna, La pretesa formax. di un nuovo tipo di scritti, tachigr. sillab. nell'epoca longob., in Atti del I Congr. intern. di studi longob., Spoleto [1952], pp. 227-34; E. Arna, La technique du livre d'après St Jérôme, Parigi 1953, pp. 51-62.