TACHIGRAFIA - La t. (dal gr. ταχύς « rapido » e γραφή « scritto »), modernamente detta « stenografica », è scrittura abbreviata con adatti segni e regole, al fine di risparmiare tempo e spazio e di raccogliere il discorso.
Agli Egizi ed agli Ebrei (ca. 1000 a. C.) ABBREVIATORE (v.) della scrittura,

Tachigrafia - Stele dell'Acropoli di Atene ( 350 a. C.) - Atene, Museo nazionale.
cd essersi dichiarati cristiani. S. Cassiano d'Imola (v.) sarebbe stato fatto martirizzare dai giovanetti ai quali insegnava t. S. Cipriano, vescovo di Cartagine, aggiornò le note ad uso della Chiesa ed esse ebbero poi larga applicazione nella propaganda del verbo cristiano.
Non è escluso che la t. contribuisse alla redazione dei Vangeli e si ritiene che s. Paolo dettasse a tachigrafi (cf. L. De Grandmaison, *Jésus Christ*, I, Parigi 1929, p. 1; G. Ricciotti, *Paolo Apostolo*, Roma 1946, cap. 8 e altrove). Più sicure notizie se ne hanno riguardo ai Padri della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, che talvolta vi accennano nelle loro opere; specialmente s. Girolamo (J. de Ghellinck, *Sulle orme dei primi scrittori cristiani*, in *Civ. Catt.*, 1934, II, pp. 43-56) e s. Agostino, che se ne valse per i suoi colloqui, scritti e contraddittori (P. Gorla, *S. Agostino*, Milano 1936, pp. 483, 487, 614, 693). Un servizio stenografico fu organizzato, con l'interessamento dello stesso s. Agostino, per la Conferenza di Cartagine (411). Si ha d'altronde notizia che fossero impiegati notarili in vari concili e sinodi della Chiesa, a cominciare dal Concilio di Nicea (325).
Sotto l'Impero di Bisanzio e durante il dominio barbarico in Italia, i notari ebbero uffici e collegi presso le corti e da essi prese origine il notariato (v. Notaio). Così pure alla Corte pontificia, con i papi Gelasio, Vigilio, Pelagio e s. Gregorio Magno, le opere del quale furono conservate dal suo tachigrafo Emiliano. In quest'epoca si fanno rari gli esempi di t. oratoria; i segni tachigrafici, alternati con le abbreviazioni della scrittura comune, sono invece piuttosto frequenti nei documenti e, come *signum recognitionis*, nei diplomi regi e imperiali, specialmente dei Microwingi e dei Carolingi, ed anche nelle bolle papali; mentre il maggior uso di note tironiane, a scopo brachigrafico, si riscontra nei codici redatti negli scrittori monastici (Montecassino, Bobbio, Fulda, Corbie, Reims, Tours, S. Gallo); sicché le abbreviazioni della scrittura vengono spesso a conformarsi a quelle della t., delle quali non poche rimangono nell'uso corrente.
Dal sec. VI all'XI si forma intanto ed entra nell'uso documentario una t. sillabica greca (sistema bizantino-egiziano e sistema di Grottaferrata, attribuito a s. Nilo iuniore) e latina (quest'ultima si credette sorta nella cancelleria longobarda in seguito alla decadenza e trasformazione delle note tironiane). Lo Schiaparelli ne distingue due tipi (antico e nuovo) e nel 1887 ne furono da J. Havet scoperti saggi nelle bolle di papa Silvestro II.
Fra i codici che si conservano con note tachigrafiche greche sono notevoli il cod. *Nomus* (Brit. Mus., *Add.*, 1823) del 972, il ms. *Par. 3032* dell'Ars rethorica di Ermogene, e il cod. *Vat. gr. 1809* in caratteri di Grottaferrata. Con note tironiane sono il *Breviarium Alaricianum*, i *Capitolari* dei re Franchi, pubblicati nel 1747 a Parigi.

---
**TACHIGRAFIA**
- Messa in note tironiane (sec. IX) - Biblioteca Vaticana, Reg. lat. 191, f. 56 r.

---
**TACHIGRAFIA - Ars Notaria Aristotelis con note tachigrafiche.**
Firenze, Biblioteca Laurenziana, cod. Laurent. XXX, 29 (sec. XIII).
---
Dal benedettino P. Carpentier (*Alphabetum Tironianum*), un manoscritto di s. Martino di Tours contenente le *Bucoliche* e le *Georgiche* di Virgilio, un testo di s. Isidoro che trovasi a Venezia, una *Messa* tutta in note, proveniente dal monastero di St. Remy e posseduta dalla Biblioteca Vaticana (cod. Reg. lat. 191), i *Salteri* di Parigi e di Berna. Una ripresa ebbe la t. in Inghilterra ad opera del monaco J. Tilbury (1115-90), ritenuto autore dell'Ars notaria (1174), tentativo di nuovo sistema a criteri grammatici, che si distacca dalle note tironiane (cf. V. Rose, *Ars notaria*, in *Hermes*, 8 [1874], pp. 303-26), ma che non sembra abbia avuto pratica applicazione. Se ne trovano due copie manoscritte, a Londra e ad Oxford, e un codice del sec. XII (Plut. XXX, 29) alla Biblioteca Laurentziana di Firenze, col titolo di *Ars notaria Aristotelis*.
La t. si affermò largamente nelle Università medievali per raccogliere le lezioni dei giureconsulti ed ebbe fra i suoi cultori anche s. Tommaso d'Aquino, di cui si conserva alla Biblioteca Casanatense di Roma l'autografo tachigrafico (ms. 3997) di una pagina del *Super Boetium de Trinitate*. Alla t. fa pure allusione Dante (*Par.*, XIX, 133-35), ed essa, sebbene ormai allontanatasi dalle note tironiane e confusa con la stenografica (scrittura segreta) o con le abbreviazioni convenzionali del tempo, soppresse all'oratoria religiosa (sec. XIII-XXV) con la raccolta delle prediche volgari di s. Bernardino da Siena, ad opera del cimatore di panni Benedetto di Mastro Bartolomeo (1427), delle prediche di fra' Girolamo Savonarola, da parte del notaro Lorenzo Violi (1492-98) e dei discorsi di Martin Lutero.
Con l'invenzione della stampa e l'abbandono di molte abbreviazioni, si manifestò da una parte un nuovo indirizzo della t. e dall'altra una corrente di studi e di ricerche sulle antiche note tironiane, il cui ritrovamento fu dovuto all'abate G. Trimetio (v.). A lui seguirono dotti studiosi, fra i quali P. Bembo, che nel 1513 ebbe dal papa Giulio II l'incarico di decifrare il *De sideribus* di Caio Giulio Igino in note tironiane; il belga Joest Lips (1574-1606), l'olandese G. Gruter (1560-1627), che fece la prima raccolta di note e diede inizio agli studi sulle note tiro-
1691
TACHIGRAFIA - Saggi di moderni sistemi di stenografia italiana.
a) Gabelberger-Noe; b) Taylor-Delpino; c) Pitman-Francia; d) Marchionni; e) Meschini; f) Cima. Testo: La stenografia è arte antichissima. La scienza moderna ne attribuisce l'invenzione ai Romani.
niame, nei quali emersero J. Mabillon (De re diplomatica, I. Parigi 1681, p. 18 e tav. 16), il predetto P. Carpentier (1697-1767) ed Ulrico Kopp (1762-1834), autore della Palaeographia critica (Mannheim 1817), che elencò 13 mila note, interpretandole come provenze, attraverso modificazioni convenzionali, dalle lettere dell'alfabeto latino. Questi studi furono rinnovati ed ampliati in Francia e C. Chatelain, J. Tardif, J. Havet, V. Jusselin; in Germania da W. Schmitz, che pubblicò ed illustrò i Commentari di Cassel (1893), C. E. Krause (1853), O. Lechmann (1869), F. Ruess (1879); in Austria da Th. Sicker (1867); in Italia da C. Paoli (1840-1902), L. Schiaparelli (1871-1934), C. Cipolla, il card. G. Mercati, A. Cerolini; e, con particolare indirizzo, da G. L. Perugi, il quale, in un suo lavoro del 1911, contestò le deduzioni del Kopp, sostenendo una nuova teoria (non convenzionalismo, ma base fonetico-sillabica e derivazione dei segni dalle grafiche dei popoli paleolitici) ed escludendo l'uso delle note a scopi tachigrafici.
Il nuovo indirizzo della t., determinato in Inghilterra dagli sviluppi politici e parlamentari, si manifestò al principio del sec. xvii con il sistema del sacerdote J. Willis (1602), il quale introdusse il termine di «stenografia», adottò un alfabeto geometrico ed il criterio della scelta degli elementi indispensabili alla costruzione delle parole. A lui seguirono innumerevoli autori, dei quali più notevoli S. Taylor (1786), che geometrizò completamente il sistema con l'omissione delle vocali, e I. Pitman (1877), che elaborò il concetto di «fonografia». La scuola geometrica si estese specialmente in Francia (Th. Bern, 1792; I. Prevost, 1866; E. Duploje, 1867, sistema che vi è ancora il più conosciuto) ed in Spagna (F. Marti, 1800), mentre in Germania si affermò, per i suoi pregi razionali e scientifici, il sistema corsivo di F. X. Gabelberger (1789-1849). In Italia, specie per l'impulso degli avvenimenti politici, ebbero diffusione, fin dal 1797, sistemati geometrici di imitazione franco-inglese (Molina, Amanti, Taylor-Delpino), nonché, dal 1883, il Pitman-Franci, prevalse però, ed è tuttora la più diffusa, l'applicazione del sistema di Gabelberger fatta da Enrico Noe (1835-1914) e pubblicata nel 1863. Frattanto sono sorti sistemi misti, in Inghilterra (J. Gregg, 1888, molto diffuso in America, oltre al Pitman), in Italia (Meschini, 1906 e 1916; Cima, 1911) ed unificati in Germania (Einheitskurzschrift, 1924), ed in Ungheria (Radnai, 1927), mentre la stenografia ha esteso le sue applicazioni in ogni campo (politica, giornalismo, scuole, commercio e industria, esercito, tribunali).
Nella stessa vita della Chiesa cattolica la stenografia ha notevoli affermazioni. È da ricordare il servizio stenografico per il Concilio Vaticano (1869-70) organizzato per ordine di Pio IX e affidato, sotto la direzione del sac. Virginio Marchese (1831-1917), a 23 chierici di diverse nazionalità (Th. Granderath, Geschichte des Vatikanischen Concilia, trad. franc., I, Bruxelles 1907, p. 476; II, ivi 1907, p. 438 e altrove; F. Giulietti, Un testamento stenografico e il Concilio Vaticano del 1870, Firenze 1950).
Numerosi cultori ha avuto ed ha l'arte stenografica nel mondo ecclesiastico moderno. Fra gli autori di sistemi sono da annoverarsi: per la Francia mons. Villecourt (1787-1867) e l'abate Emil. Duploje (1883-1912); per la Germania il benedettino Girolamo Gratzmüller (1853); per l'Italia il sac. Salvatore Moros (1813), l'abate Luigi Caterino (1822), il can. Taddeo Consoni (1826), il domenicano Ludovico Roleti (1853), l'agostiniano Serafino Marchionni (1903); per l'Inghilterra il rev. Filippo Gibbs (1736) ed il gesuita Guglielmo Tatiock, applicatore (1913); del sistema Pitman alla lingua latina. Il missionario J. Le Jeune (1890) usò un sistema stenografico di sua invenzione per diffondere scritti religiosi in lingua chino-kra (I suoi confratelli e gli indiani evangelizzati della Colombia inglese (J. Mooney, Shuswap Indians, in Cath. Enc., XIII, p. 764). - Vedi tav. CXX.