MODALISMO. - Eresia trinitaria fiorita nei secc. II-III e consistente essenzialmente nell'asserire

Ca. gli anni 155-61 s. Giustino (Dialogo, 128-29: PG 6, 773 sgg.) allude ad alcuni che al suo tempo insistevano talmente sull'unità di Dio e l'inesperabilità del Figlio dal Padre, da ritenere non solo che il Figlio è δυνάμεις del Padre, che non può essere da Lui separato, ma anche che il Padre può a volontà emettere e poi nuovamente assorbire questa sua δυνάμεις. Giustino contro di essi insiste sulla reale distinzione del Figlio dal Padre. Una trentina d'anni dopo si vede la dottrina combattuta da Giustino in pieno sviluppo.
Ca. gli anni 180-200 un certo NOETO la diffondeva a Smirne (Ippolito Romano, Hom. contra haeresim Noeti [ca. 200-10]: PG 10, 804-29, ed. critica di P. Nautin, Parigi 1949; l'opera costituiva probabilmente l'ultima parte del Syntagma [V. Ch. Martin, in Rev. d'hist. eccl., 38 [1941], pp. 1-23; altre notizie nei Philos. [dopo il 222], IX, 7 sgg.; X, 27: CB, III, Hippolytus, pp. 240 sgg., 283 sg.; gli altri storici dipendono da Ippolito, ma Epifanio [Haer., 57: PG 41, 993 sgg.] permette talvolta di migliorarne il testo). Noeto diceva: se Cristo è Dio, è il Padre stesso, diversamente non sarebbe Dio; il Padre è nato, ha patito ed è morto (C. Noet., 1-2). Accusava i cattolici di ditetismo ed interpretava allegoricamente il prologo del Vangelo di Giovanni (C. Noet., 11; 14; 15), mentre si appellava ai passi della Scrittura che inculcano l'unicità di Dio (ad es., Ex. 3, 6; Is. 44, 6) e l'unione del Figlio con il Padre (ad es., Is. 10, 13; 14, 8 sg.; Philos., IX, 10; X, 27). Noeto fu esaminato e poi condannato dai «presbiteri» di Smirne (ca. 200), che gli opposero la semplice regola di fede (C. Noet., 1).
Verso gli stessi anni 180-200 insegnava dottrine essenzialmente identiche PRASSEA (Tertulliano, Adv. Praxean), un confessore della fede venuto dall'Asia Minore a Roma (ca. 190-98). In seguito venne a insegnare a Cartagine, ove ridotto una prima volta al silenzio e apparentemente convertito da Tertulliano, poco dopo riprendeva i suoi maneggi, per cui Tertulliano scrisse (dopo il 213) il suo Adv. Praxean. Per Prassea, Padre e Figlio sono una unica persona che, secondo i diversi aspetti sotto cui si considera, viene nominata con nomi diversi (ibid., 2; 5) e distinta con diversi attributi anche opposti, come visibile e invisibile, passibile e impassibile, ecc. (ibid., 14; 15). Si respinge il concetto di Verbo, non essendo altro il Verbo, come tale, che un flatus vocis: vox et sonus oris (ibid., 7). Il Padre incarnandosi e nascendo si è fatto a se stesso Figlio (ibid., 10), perché l'assumere la carne fece del Padre Figlio. In Cristo Figlio è propriamente l'elemento umano, la carne; l'elemento divino è il Padre (ibid., 27), il quale, essendo spirito, non però propriamente patire, ma «compati» con la carne, ossia con il Figlio: «compassus est Pater Filio» (ibid., 29). Anche qui i cattolici sono accusati di ditetismo (ibid., 13) e nella Scrittura non si vedono che le affermazioni dell'unicità divina e dell'unità tra il Padre e il Figlio (ibid., 20).
A Roma, dopo Prassea, specialmente al tempo di papa Zefirino (199-217), sparsero con successo il m. due discepoli di Noeto, Epigono e Cleomene, contro i quali combatté Ippolito (Philos., IX, 7; 10; 11; X, 27).
Verso il 217 venne anche a Roma un altro modalista, SABELLIO, il quale fu bensì scomunicato dal papa Callisto, ma ebbe tanto successo, specialmente nella Pentapoli (Cirenaica), ove sembra essersi recato (era forse libico di nascita) che l'eresia in Oriente venne detta principalmente sabellianismo. Dionigi, vescovo di Ales-
sandria (m. ca. il 264), si diede a suo tempo molto da fare per combattere il suo influsso nella Libia (Eusebio, Hist. eccl., VII, 26: PG 20, 704; Atanasio, De sent. Dionysii, 10: ibid. 25, 493). I discepoli di Sabellio, evolvendo ulteriormente la dottrina, le diedero una maggiore coesione, prestando speciale attenzione anche allo Spirito Santo, di cui fin qui si era poco parlato. È sotto questa forma evoluta che i Padri del sec. IV fanno conoscere il m. (specialmente Epifanio, Haer., 62: PG 41, 1052 sgg.; Eusebio di Cesarea, C. Marcellum, ed. E. Klostermann [CB, Eusebius, IV], passim; Praeparatio Evang.: PG 21; Basilio, Epp. 207; 210; 214; 235: PG 32): Dio è un'unica persona indivisibile, Monade (μονάς), Figlio-Padre (νιόπατσος), che prende diversi nomi secondo i diversi aspetti sotto cui viene considerato e in cui si manifesta (πρόσωπα): in quanto crea il mondo e si manifesta in esso viene detto Verbo, per cui in Dio l'aspetto Verbo è permanente, almeno quanto il mondo; in quanto si rivela nel Vecchio Testamento, è Padre e legislatore; nell'Incarnazione è Figlio e Redentore; in quanto santifica le anime è Spirito Santo. Questi diversi modi di manifestarsi sono non solo uguali tra loro, ma anche transitori: il Padre cessa d'essere quando si rivela il Figlio, e il Figlio cessa d'essere quando entra in azione lo Spirito Santo. Nella divinità vi è così un continuo movimento (διάλεξις) di espansione (πλατυσμός) e di ritrazione (ανατολή). Così si può dire, in qualche modo, che solo il Figlio ha patito. L'idea principale dalla quale partì il m. è l'idea biblica dell'unità di Dio, intesa in modo giudaico, con sfumature platonico-stoiche (Monade; espansione e ritrazione nella divinità); la Scrittura nel suo complesso ha in esso una parte molto secondaria.
Il m., lungi da poter essere presentato come dottrina paleocristiana, mostra la sua opposizione radicale alla regola della fede, anzitutto nell'affermazione che il Padre si è incarnato, in realtà inevitabile nel sistema; e nel fatto che trascura le schiaccianti affermazioni scritturistiche della distinzione personale tra Padre e Figlio, come quelle ove il Figlio parla della sottomissione della sua volontà a quella del Padre, della sua preghiera ed opera redentrice in genere. Tutto il carattere della religione cristiana veniva così ad essere sfigurato con un ritorno essenziale alla posizione giudaica.
La reazione che il m. suscitò nelle sfere responsabili della dottrina della Chiesa dei secc. II e III, oltreché dall'opposizione dei singoli dottori (Tertulliano, Ippolito, Novaziano [De Trinitate, 9-28, scritto prima del 249], Origene e i suoi discepoli), opposizione d'indole scientifica nella quale vengono mischiate regola di fede ed ulteriori opinioni esplicative personali, è conosciuta anzitutto dall'atteggiamento dei romani pontefici di quell'epoca. Non che questi abbiano trovato nella questione trinitaria scientifica una formulazione teorica positiva già soddisfacente, come sarà l'omossus niceno, ma essi si opposero simultaneamente al m., all'adozione ed ai saggi personali di spiegazione ancora troppo imperfetti dei dottori, i quali, nella loro opposizione al m., insistevano talmente sulla distinzione reale delle persone in Dio, da rappresentarle come troppo separate. In questo loro atteggiamento, condannando come eresie l'adozione, e il m., e respingendo le soluzioni troppo imperfette dei dottori, i papi dell'epoca affermarono, non tanto da teologi quanto da giudici della fede, i termini di questa fede entro i quali andava comunque ricercata la soluzione.
Papa Vittore (189-98) e papa Zefirino (198-217), messi in guardia dalla propaganda modalista a Roma, di cui sentirono certamente il ben fondato in certi suoi aspetti d'opposizione alla teoria del logos inaugurata dagli apologeti, mostrarono, più di quanto era avvenuto per il passato, che non intendevano prendere a loro conto le teorie spiegative della Trinità a colore accentuatamente subordinaziano in voga presso i dottori contemporanei. Questi Papi poterono così sembrare al subordinaziano e allora scismatico Ippolito, nonché ad alcuni moderni (p. es., A. Harnack) che in questo diedero troppo credito alle notizie partigiane e passionate di Ippolito, positivamente favorevoli al m. Ma, fatta la debita tara alle affermazioni di Ippolito, non vi sono prove sufficienti

I modalisti sparirono nel corso del sec. III e se taluni autori ortodossi posteriori si sono lasciati sfuggire espressioni tecnicamente imprecise, la loro ortodossia non può essere messa in dubbio; mentre se altri, Marcello di Ancira (v.), rinnovarono una notevole parte del sistema modalista, essi furono rigettati dalla Chiesa non appena la natura di questa loro posizione fu sufficientemente capita. Pertanto risulta vana l'accusa ariana tante volte ripetuta contro i cattolici che questi, difendendo l'omnisio niceno, fossero caduti nel sabellianismo.