MARCELLO DI ANCIRA

MARCELLO di ANCIRA. - Vescovo di Ancìra (Ankara), m. ca. il 374, conosciuto nella storia del sec. IV per avere egli, nella lotta contro l'arianesimo e nell'intento di salvaguardare la consustanzialità delle Persone divine, talmente insistito sull'unità MODALISMO (v.), negando la distinzione reale delle stesse Persone.

Nel 314 assiste come vescovo al Concilio di Ancìra (Mansi, II, p. 534). Nel 325 è presente al Concilio di Nicea in cui sta dalla parte di Atanasio, opponendosi agli ariani (Atanasio, Apol. c. ar., 23: PG 25, 288). Nel 335 a Tiro e a Gerusalemme si oppone alla deposizione di Atanasio e alla riammissione di Ario. Verso lo stesso tempo scrive contro il seminario Asteroi la sua opera maggiore (titolo originale dubbio) di cui Eusebio di Cesarea ha conservati parecchi frammenti nella refutazione che ne fece (Contra Marcellum: De ecclesiastica theologia). Nel 336 un Sinodo di Costantinopoli, composto in maggioranza di arianizzanti, condanna l'opera di M. come eretica, anatematizza M. stesso e, probabilmente già allora, lo depone; gli si rimprovera d'essere infetto di sabbilianismo, d'insegnare che il Figlio di Dio ebbe principio con la nascita di Maria e che il suo regno finirà con la fine del mondo (Sozomeno, Hist. eccl., II, 33: PG 67, 1028 sg.). Dopo la morte di Costantino (337) torna per breve tempo ad Ancìra, ove hanno luogo dei torbidi (Atanasio, Apol. c. ar., 33: PG 25, 304). Nel 338-39 viene nuovamente condannato da un Sinodo di Costantinopoli e accusato a Roma (ibid., 32, 301). Scrive una lettera al papa Giulio I (Epifanio, Haer., 72, 2: ibid., 42, 384-88); nell'estate del 339 è a Roma ove ottiene l'assoluzione da un sinodo romano (Atanasio, Apol. c. ar., 20, 32: PG, 25, 280; 301). Nel 342-43 è presente al Sinodo di Sardica ed è nuovamente condannato dalla fazione ariana (Ilario, frg. 3: PL 10, 658 sg.), ma assolto dagli occidentali (ibid. 2, 636-38). Negli anni seguenti subisce nuove reiterate condanne dagli orientali, in specie nel Sinodo di Antiochia del 345, nella formola detta macrostica o lunga (L. Hahn, Bibliothek der Symbolen, Breslavia 1879, § 159 n. 6, p. 194), in cui viene condannato assieme a Paolo samosatene, a cui lo si avvicina, e al proprio discepolo Fotino, vescovo di Sirmio e francamente sabbiliano. Atanasio stesso, edotto dal caso di Fotino dei pericoli della teologia di M., lo abbandona, pur sempre con un certo ritegno verso l'antico amico (Ilario, frg. 2, 21: PL 10, 650 sg.; Epifanio, Haer., 72, 4: PG 42, 388). Gli occidentali non sembrano ancora occuparsi di M. (Ilario, frg. 2, 22: PL 10, 651), ciò che suscita i lamenti di s. Basilio (Ep. 69, 2: PG 32, 432). Epifanio (Haer., 72, 1: ibid., 42, 381) fa vivere M. fino a. il 374; ma non si sa come egli abbia passato gli ultimi decenni della sua vita. Solo verso il 380, papa Damaso, senza nominarlo, condannò le sue dottrine (Anatematismo, 8: Mansi, III, p. 483 A; Teodoreto, Hist. eccl., V, 11, 5: PG 82, 1221), mentre il Concilio di Costantinopoli (381) lo condannò nominalmente nel suo primo canone (Mansi, III, p. 560 A).

Se è esatta la notizia di Girolamo (De viris ill., 86: PL 23, 729), M. scrisse parecchie opere, specialmente contro gli ariani. Nessuna comunque ci è pervenuta; ma Martin (op. cit. in bibl.) gli ha recentemente attribuito l'opera De ecclesia che passa sotto il nome di Antimo di Antiochia (ed. G. Mercati [Studi e testi, 5], Roma 1905, pp. 87-98). La teoria di M., espressa con formole complicate e sottili, modalismo (v.) o trinitarismo monarchiano, con tinte adozianiste, in cui le persone della Trinità sono solo manifestazioni diverse di una unica persona secondo le diverse fasi dell'economia della salvezza, e si tende a fare di Cristo un puro uomo in cui inabità la virtù divina. Contro il pericolo di un arianismo di colore politeista, M. insiste anzitutto sul concetto di Dio come unità assoluta (ἐννέας), unico prosopon, Padre; il quale ha bensì eternamente in sé un Logos, ma questo non è persona distinta, ma solo forza attiva (ἐνέργεια) dell'unico prosopon; e in questo senso M. intende l'omousios tra il Padre e il Verbo. Al momento della creazione del mondo questo Logos procede (προέρχεται) dal Padre, esteriorizzandosi come ἐνέργεια διαστικῆς dell'unico prosopon, per una certa dilatazione (πλατυσμός, ἐκτασμός) che non introduce però in Dio nessuna distinzione di persone. Nell'Ancarnazione questo Logos diventa Figlio; non che avvenga allora una vera generazione in Dio, ma solo perché la carne di Cristo è generata dalla Vergine, e in essa carne ἐνέργεια divina, che è sempre ἐννέας nel Padre, è principio di tutte le operazioni. Come il Logos poi era in Dio prima della creazione, così lo spirito era nel Logos prima che Cristo, dopo la Risurrezione (Io. 20, 22), lo comunicasse agli Apostoli, e solo a partire da questo momento, procedendo dal Padre e dal Figlio, egli si è esteriorizzato come forza attiva nella Chiesa dell'unico prosopon divino. Così: la Monade si è estesa in Triade (frg. 67: ed. E. Klostermann, p. 197, 32 sg.). Alla fine del mondo quella forza operatrice che si è estesa dall'unica Monade, si riassorbirà nuovamente in essa, e così avrà fine il regno, non del Logos, ma di Cristo (I Cor. 15, 28) e dello Spirito. È contro questo ultimo punto di dottrina che le professioni di fede antimarcelliane e i simboli aggiunsero esplicitamente il concetto di Lc. 1, 33: cuius regni non erit finis.

Loofs ha tentato un certo momento, e non senza susseguenti variazioni e incertezze, di fare di M., assieme a Paolo samosatene, un rappresentante di quella che sarebbe stata la primeva genuina dottrina cristiana, specie di monarchiasmo modalista e adoziana. La fallacia metodologica essenziale di Loofs sta nel ritenere dottrina «cristiana», opinioni emesse comunque un certo momento da «cristiani», senza tener conto né dei loro rapporti con i dati complessivi della Scrittura, né delle reazioni delle sfere responsabili della dottrina nella Chiesa, vescovi e romani pontefici, anche se questi condannarono espressamente tali opinioni come svianenti. La dottrina di M. è essenzialmente, sebbene con sfumature sue proprie, il vecchio errore modalista, tante volte già prima condannato dalla Chiesa. Questo dimostra che se, nel caso di M., gli occidentali esitarono a lungo, la ragione ne va cercata non in una secreta connivenza di dottrine, ma nel non averne essi subito compreso il vero senso, e ciò sia per l'abile difesa orale che seppe farne M. con formole complesse e sottili, con proteste che si trattava solo di opinioni ipotetiche e non di affermazioni assolute (v. ILARIANO, frg. 2: PL 10, 636), sia per la benevolenza di cui la sua persona pro-

fittò a lungo presso gli antichi compagni di lotta contro l'arianesimo.

BIBL.: I 129 frammenti dell'opera di M. sono stati nuovamente raggruppati da E. Klostermann nel IV vol. della sua ed. delle opere di Eusebio di Cesarea, in CB, IV, pp. 18§-21§. L'opera più recente su M., ma deformata da molte costruzioni aprioristiche nel senso di Loofs sullo sviluppo della dottrina cristologica e trinitaria nella Chiesa primavera, è quella di W. Gresicke, Marcel von Ancyra. Der Logos-Christologie und Biblizist. Sein Verhältnis zur antiochenischen Theologie und zum Neuen Testament, Halle 1940. A pp. 28-70 bibliografia critica delle opere anteriori dal 1794 al 1930. Tra queste si noti: Th. Zahn, Marcellus von Ancyra, Gotha 1867; F. Loofs, Die Trinitätslehre, Marcellus von Ancyra und ihr Verhältnis zur älteren Tradition, in Sitzungsberichte der K. preuss. Akad. der Wissenschaften, Berlin 1920, pp. 704-81; id., Marcellus von Ancyra, in Realeinzel. für prot. Theol. u. Kirche, XII, pp. 259-65; id., Theophilus von Antiochus, in der Untersuchungen, 46, 11), Lipsia 1930; G. W. Lampe, The exegesis of some biblical texts by Marcellus of Ancyra and Pseudo-Christos'om's homily on Ps. 96, 1, in Journal of theological studies, 49 (1948), pp. 169-75; M. Richard, Un opuscule méconnu de Marcel évêque d'Ancyre, in Mélanges de science religieuse, 6 (1949), pp. 5-28.