ENOTICO (ἐνωτικόν) - Nome del decreto emanato nell'anno 482 dall'imperatore Zenone, per porre fine alle controversie tra cattolici e monofisiti. Il 25 ott. 451 il Concilio di Calcedonia aveva solennemente proclamato la fede in un unico Cristo da confessarsi in due nature inconfuse, inseparabili. La condanna del monofisismo incontrò però una resistenza più accanita che non l'anatema contro i nestoriani. In Palestina una vera rivoluzione capeggiata dai monaci cacciò i vescovi ortodossi; anche la sede di Antiochia fu occupata a più riprese da un partigiano delle tesi monofisite, Pietro Fullone. Ancora più gravi erano gli avvenimenti in Egitto, dove una grande parte della DIOSCORO, PAPA (v.). Il patriarca cattolico Proterio restò ucciso in una sommosa popolare, mentre alla sua sede fu elevato il monofisita Timoteo Eluro
(457-77). L'opposizione monofisita costituì presto per l'Impero una minaccia tanto più grave in quanto, in Siria e in Egitto, alla controversia religiosa al assosiarono delle forti tendenze nazionali, contrarie alla dominazione bizantina. Intanto la politica imperiale fluttuò incerta tra i fautori e gli avversari di Calcedonia. L'imperatore Leone (457-74) intervenne contro Timoteo Eluro e Pietro Fullone, ma l'usurpatore Basilisco (475-76) li restituì alle loro sedi ed in una lettera circolare, l'Encyclion, condannò il Simbolo di Calcedonia. In grande maggioranza i vescovi di Oriente sottoscrissero queste prime esempio di editto dogmatico emanato direttamente dall'autorità politica. Appena vinto l'usurpatore, l'imperatore Zenone (474-91) abolì l'Encyclion, ma sotto l'influsso del patriarca di Costantinopoli Acacio (471-80) favorì il progetto di finire le rovinose controversie cristologiche a prezzo di qualche concessione.
L'occasione propizia si presentò alla morte del patriarca ortodosso di Alessandria Timoteo Salefaciolo (giugno 482). Zenone e Acacio intendevano stabilire sulla sede di s. Marco il vescovo monofisita Pietro Mongo, proponendogli una formula dogmatica che nella sua imprecisione avrebbe unito tutti sotto il nuovo patriarca. Così l'E., o editto di unione, fu promulgato a forma di epistola diretta ai fedeli di Alessandria, di Egitto, della Libia e della Pentapoli; ma in realtà il documento era destinato a tutto l'impero.
Per unire tutti i sudditi in una comune professione di fede, il decreto imperiale auspica il ritorno al solo Simbolo di Nicea, formula di fede confermata a Costantinopoli (381) e seguiva anche dai padri di Efeso (431). Esso condanna poi Nestorio e Eutiche, approvando CIRILLONA (v.). Il Concilio di Calcedonia non viene esplicitamente rigatuto, il decreto però verso la fine anatematizza « chiunque pensa » ha pensato diversamente, ora o in qualunque circostanza, a Calcedonia o in qualche altro concilio. Positivamente l'E. dichiara che il Figlio unico di Dio, consostanziale al Padre secondo la divinità, consostanziale a noi secondo l'umanità, incarnatosi, è uno solo e non due. Di questo uno solo sono i miracoli e le sofferenze da lui volontariamente sopportate nella carne. La Incarnazione non aggiunge un altro Figlio, ma « la Trinità è rimasta la Trinità, anche quando uno della Trinità, il Dio Verbo, si è incarnato ». Viene inoltre respinto il docetismo e ogni divisione o confusione (ma è scrupolosamente evitata la menzione di una o due nature).
L'E., se anche non formalmente eretico, per i suoi sottintesi e i suoi silenzi, nonché per il cesaroppismo in esso manifestato, era un documento oltremodo pericoloso. Definito da qualcuno un capolavoro politico, di fatto non apportò la unità religiosa; che anzi aumentò ben presto le discordie e le scissioni, significando così un ulteriore passo verso la formazione delle Chiese nazionali monofisite. È vero che quasi tutto l'episcopato orientale, sotto la minaccia dell'esilio, accettò il decreto imperiale. Ma gli ortodossi non potevano tollerare né la condanna (implicita) di Calcedonia né il silenzio sul tomo di s. Leone, e neanche i monofisiti appassionati gradirono ciò che ai loro occhi era un compromesso indegno; ribellandosi contro lo stesso Pietro Mongo formarono ad Alessandria un partito distinto, chiamato degli acefali o senza testa, perché, tolta la comunione con Pietro, rimasero senza capo. Quel che era peggio, l'E. condusse a una lunga rottura con Roma (ecisma di Acacio, 484-510). Difatti papa Felice III (483-92), appena ricevuta la notizia della promulgazione dell'E., mandò tre suoi legati alla capitale orientale per chiedere enregiamente la fedeltà al Concilio di Calcedonia. Quando questi si lasciarono conquistare da Acacio, il Papa pronunciò in un Concilio romano (28 luglio 482) la scomunica dei propri legati e la deposizione di Acacio. Intervento duro, ma necessario. La rottura esisteva già per colpa di Acacio che, vero manipolatore dell'E., era stato pronto a sacri-
ficaro un concilio ecumenico e la unione con la Sede Apostolica a fini politici ed al sogno della propria supremazia in una Chiesa imperiale. Varie trattative con Roma iniziate dai successori di Acacio non ebbero felice esito, date le preferenze monofisite dell'imperatore Anastasio (491-518). Soltanto il suo successore Giustino (518-27), aiutato dal conte Giustiniano, suo nipote e crede del trono, rinnovò la unione con Roma. Il papa Ormisda (514-23) chiese e ottenne che venisse firmato un formo-
lario che conteneva il riconoscimento della ortodossia conservata sempre dalla Sede romana, l'accettazione del Simbolo di Calcedonia e delle lettere dogmatiche di s. Leone, la radiazione dai dittici di Acacio e dei suoi successori, nonché degli imperatori Zenone e Anastasio. Così nel 519, dopo 35 anni, lo scisma suscitato dall'E. finì con una decisa affermazione del magistero papale contro il cesaropapismo bizantino.
Codex Vaticanus gr. 1431, eine antichalbedonische Sammlung aus der Zeit Kaiser Zenon (Abhandl. der Bayer. Abad. d. Wiss. Phil. und hist. Klasse, 32, vi). Monaco 1927 (contiene il testo greco dell'E. tolto dal cod. Vat. gr. 1431, dando nell'apparato critico le varianti; la recensione più nota del decreto V. Evagrio, Hist. eccl., III, 14; PG 86, 2620-26); Th. Schnitzler, Im Kampfe um Chalcedon, Geschichte und Inhalt des Codex Encyclius von 458, Roma 1938. Agostino Mayer