ELIPANDO. — Arcivescovo di Toledo, padre dell'adozianismo spagnolo nel sec. VIII. Secondo le indagini recenti del Rivera, E., n. nel 717, giovanissimo si fece monaco, probabilmente a Cordova, dove oltre che le scienze teologiche si rese familiari anche la letteratura e filosofia araba. Dopo aver retto la scuola del monastero, nel 755 (molto prima, dunque, del 780, data finora comunemente accettata) fu elevato alla sede primaziale di Toledo, forse con l'appoggio delle autorità musulmane, verso le quali E. mostrò sempre simpatia. E. morì verso l'807, al tempo del massacro generale dei mozarabi.
La dottrina di E. può essere desunta dalle sue lettere (PL 96, 859-82) e dal trattato polemico di Beato e Eterno (PL 96, 859-870), in cui ci viene tramandata una specie di simbolo di E. Sembra che il metropolitano di Toledo abbia propagato le sue idee cristologiche già dal 770 (cf. M. Del Alamo, Los comentarios de Beato al Apocalipsis y Elipando, in Miscellanea Gio. Mercati, II, Città del Vaticano 1946, pp. 30-33), ma l'occasione decisiva di manifestare si presentò a E. soltanto nella polemica con un personaggio oscuro di nome Miguels, la cui confusa dottrina trinitaria fu condannata da E. in un concilio riunito a Siviglia (probabilmente nel 782). Desideroso di distinguere in Cristo le operazioni di scusa delle nature E. inoltre dichiarava che Cristo secondo la umanità non è figlio naturale, ma soltanto adottivo del Padre, e concepì, per conseguenza, come strettamente paralleli i legami tra l'umanità del Verbo ed il Padre celeste da una parte, e la grazia di adozione che unisce ogni anima giustificata con Dio, dall'altra. Non è probabile che questo modo di parlare abbia subito l'influenza della teologia nestoriana, allora in vigorosa risananza all'altro estremo dell'impero arabo; E. stesso ha piuttosto invocato la testimonianza della liturgia mozarabica che parlava di adozione della natura concreta, di questa uomo, da parte del Verbo (in senso però ortodosso; cf. J. F. Rivera, La controversia adoperanista del siglo VIII y la ortodoxia de la liturgia mosadrebe, in Ephemerides liturgicae, 47 [1933], pp. 506-306). Dichiarando che rifiutare l'idea dell'adozione è negare la vera umanità di Cristo, E. rimase ostinatamente attaccato alla propria dottrina, anche dopo la lettera di condanna inviata da papa Adriano I (cf. Juifé-Wattenbach, 2479); rimase impossibile di fronte alle condanne emanate a Ratisbona (293), dove il suo principale collaboratore Felice di Urgel dovette ritrattarsi, e a Francoforte sul Mèno (794); né cedette agli argomenti di Alcunio (Adversus Elipandus libri IV: PL 101, 231-300).