VERING, FRIEDRICH HEINRICH

VERING, FRIEDRICH HEINRICH. — Canonista, n. a Liesborn in Vestfalia il 3 marzo 1833, m. a Praga il 30 marzo 1896.

Fece i suoi studi giuridici a Bonn e ad Heidelberg, dove nel 1857 divenne libero docente di diritto canonico e romano. Nel 1862 fu nominato professore straordinario e nel 1875 passò come ordinario nell'Università cattolica di Czernowitz in Bukovina, allora fondata. Nel 1879 si trasferì all'Università di Praga, dove rimase fino alla morte. In collaborazione con May de Sons iniziò la pubblicazione dell'Archiv für katholisches Kirchenrecht (Magonza). Per la sua attività scientifica, il V. c. considerato come uno dei maggiori canonisti del secolo scorso. Tra le opere di maggior rilievo vanno ricordate: Römisches Erbrecht in historischer und dogmatischer Entwickelung (Heidelberg 1861); Lehrbuch des katholischen, orientalischen und protestantischen Kirchenrechts (Friburgo in Br. 1876, 3ª ed. ivi 1893); Geschichte und Institutionen des römischen Privatrechts (Magonza 1865; 5ª ed. ivi 1887).

BIBL.: J. F. Schulte, Gesch. der Quellen und Liter. des Can. Rechts, III, Stoccarda 1880, p. 442; F. Heiner, F. V., in Archiv. für kathol. Kirchenrecht, 76 (1896), pp. 1-vi; N. Hilling, Zur Biographie von F. H. V., ibid., 102 (1922), pp. 48-

55. Cosimo Petino VERISMO

Ove s'intenda per V. in letteratura una rappresentazione icastica di personaggi o di situazioni, si può dire che tale forma non sia andata mai disgiunta dai diversi generi letterari e ne abbia postulato la condizione per una più vigorosa potenza descrittiva.

Nella poesia omerica, Tersite è ritratto: « sciancato, zoppo d'un piede... il capo aveva aguzzò in cima, da cui spuntavano rade ciocche di capelli» (Iliade, II, 216 sg.). Né mancano accenni personali o veristici nella lirica posteriore: basti pensare ad Ipponatte e ad alcuni epigrammi dell'Antologia Palatina. Al tempo della seconda sofistica il retore Alcifrone con il suo epistolario offre una serie di tipi e di scenette tratte dalla realtà quotidiana e inerenti a categorie di gente modesta. In genere però più che V. per quel che riguarda la letteratura antica sia greca che romana bisogna chiamarlo realismo o naturalismo affinato da un superiore senso artistico. L'ignoto autore del trattatello di estetica: Περί ψυχής prescrive: «che nelle descrizioni del sublime non bisogna scendere in particolari sudici e rivoltanti, a meno che non siamo costretti da qualche riconosciuta necessità» (XLIII, 5).

Elementi realistici abbondano nei canti dei popoli primitivi (E. von Sydow, Poesia di popoli primitivi, trad. it., Modena 1951) e la lirica medievale italiana come quella d'oltralpe non rifugge da descrizioni umili o talvolta grottesche. Si ricorderà l'incontro di Dante con i demoni (Inf., XXI e XXII), il realismo della Balade des Pendus di François Villon, alcune poesie di Cecco Angiolieri e la burlesca contraffazione di Cene da la Chitarra dei sonetti dei mesi di Folgore di S. Gimignano. Anche la scultura romantica, nelle allegorie dei mesi o delle virtù, prenderà a soggetto le rappresentazioni dell'attività umana (P. D'Ancona, L'uomo e le sue opere nelle figurazioni italiane del medioevo, Firenze 1923). Persino la candida prosa della fiorita francescana accoglie qualche rilevante situazione specie nella vita di Frate Ginepro e quella del Beato Egidio e una vivezza di particolari dà risalto alla commossa poesia di Jacopone da Todi. Questo sano realismo rappresentativo si continua nel vario succedersi della produzione letteraria dei diversi paesi. Si possono addurre come esempio certi aspetti della novellistica italiana e della commedia del Rinascimento, alcuni lati della produzione umanistica e, dove la realtà trita e volgare acquista dignità di rappresentazione artistica, i romanzi picareschi spagnoli dei secc. XVI e XVII; l'anonima Vida de Lazzarillo de Tormes, il Guzmán de Alfarache di Mateo Alemán e il Buscón di Francisco de Quevedo (una raccolta e traduzioni a cura di F. Capecchi, Firenze 1953).

1273 VERISMO - VERITÀ E FALSITÀ

Un'inclinazione più marcata verso il V. propriamente detto si verificò invece nella seconda metà del sec. XIX. Dopo la grande fioritura romantica l'interesse del poeta o del letterato si va spostando verso situazioni o avvenimenti che riflettono le esigenze, le aspirazioni e le vicissitudini di determinate classi sociali o dei loro protagonisti. In Francia i romanzi della Comédie humaine del Balzac e quelli del Flaubert sono un po' i precursori di questa tendenza, ma è una realtà ancora idealizzata sotto l'influsso romantico. Analogamente in Inghilterra il Dickens. L'autore più rappresentativo di questo tipo di romanzo sociale e 'verista' fu invece Emilio Zola con il suo grandioso ciclo dei Rougon-Macquart, vera e propria epopea sociologica. Anche la critica letteraria del Taine si ispira ai canoni positivistici. Le novelle del Maupassant riflettono gli aspetti a volte crudeli o beffardi della realtà, per quanto l'animo dell'artista 'si distende e si ammollisce assai spesso in una sorta di calma dolorosa o di dolore calmo, nel sentimento della pietà' (E. Croce, Poesia e non poesia, Bari 1923, p. 311 sgg.) e così i versi dolorosi del Baudelaire. J. K. Huysmans, discepolo dello Zola, segui i metodi della scuola naturalistica nei romanzi dove predomina il suo interesse religioso (La Cathédrale, L'éblat, Les foules de Lourdes). Alcuni narratori si servirono dei canoni del V. per i loro attacchi contro il clero; tipico esempio è il romanzo O crime do padre Amaro del portoghese J. M. de Eça de Queiroz. In genere in tutti i paesi d'Europa fuori in quel'epoca una poesia o narrativa che tratta problemi sociali e, di conseguenza, non esita a manifestare crudi particolari. Per limitarsi all'Italia dove la voce del filosofo Francesco Acri si era levata nei Tre ragionamenti contro i veristi (1881), in filosofia, in politica e in poesia, narratori veristi furono tra gli altri: Luigi Capuana, Federico De Roberto e Matilde Serao. Di quest'ultima va ricordata, in particolare, la lunga novella Suor Giovanna della Croce, dedicata a P. Bourget, intorno alle dolorose vicende di una suora di clausura, che, scacciata dal convento e a contatto con le brutture della vita, le affronta con mite animo e cristiana rassegnazione. Pur rimanendo nell'ambito del v., anzi essendone il maestro, Giovanni Verga attraverso una scabra prosa sa elevare le traversie dei suoi personaggi a sofferta umanità. Sta a sé un gruppo di narratori toscani che, seppur partendo da un comune fondo naturalista, secondo i loro interessi artistici, approdano ciascuno a diverse conclusioni. Così Mario Pratesi, Renato Fucini e Ferdinando Paolieri. All'arte di costoro si ricollega, sebbene nel primo Novecento, il senesce Federico Tozzi. Un'arte predilezione verista possiede anche l'arte del primo D'Annunzio (Le novelle della Pescara, Giovanni Episcopo, L'Innocente). Temi o situazioni veriste sono stati in seguito l'ispirazione di altri scrittori o poeti europei ed extra-europei e in certi casi ne costituiscono ancora l'appannaggio. Ma ciò non toglie che del V. come fenomeno artistico ogni storia letteraria possa ormai delineare i meriti e i limiti.

BIBL.: V. SICILIA, Saggi sul naturalismo nella lettera., Reggio Calabria 1921; P. Arrighi, Le verisme dans la prose narrative ital., Boivin 1937; id., La poésie véritée en Italie, 1937; G. Marzot, Il v., in Questioni e correnti di storia letteraria, Milano 1949; L. Russo, nella introduzione storica al vol. I narratori (1850-1950), Milano-Messina 1951.