ARA. - È uno spazio limitato, almeno idealmente, sul quale si sacrifica alla divinità, si pongono, cioè, e spesso si consumano le offerte che le sono destinate. È la tavola del sacrificio cruento e incruento, sempre distinta dalla persona e dall'immagine del dio. Perciò ha grande importanza nel culto, perché può esistere un'a. senza tempio, ma non un tempio senz'a. Serve per il culto degli dèi o per quello dei morti. Riveste carattere di santità, e da ciò dipende l'uso di ricevere l'immunità con l'afferrere l'a. o rifugiarsi presso o su di essa.
È raramente di legno; talvolta di zolle di terra (Roma, per le divinità campestri), generalmente di pietra; sono anche esistite a. di corna (κεράννος βωμός: a. di Apollo a Delo e a Dero in Creta). Per la forma ha spesso imitato la mensa degli uomini: può essere un tappeto su cui son posti pane e bevande (Egitto predinastico), o un masso spianato sul quale si facevano incavi (civiltà megalitica, strati più antichi di Canaan), o un blocco a dado ricavato nella roccia (Frigia). In generale l'a. era di mattoni o pietre murate, talvolta con gradini o piattaforma, perché la folla seguisse il sacrificio. Sull'a. si lasciavano
ARA. - A. greca cilindrica. Età ellenistica. Venezia, Museo archeologico.
A volta le ceneri del sacrificio formando un'a. di ceneri (a. di Zeus a Olimpia). Particolare all'Italia, specialmente in Etruria, è l'a. a plinti e tori separati da una gola profonda. L'a. fu usata anche per racchiudere le ceneri dei defunti.
ARA. - Personificazione greca della maledizione (άζά), quindi una dea della vendetta, non dissimile dalle Erinni. Un tempio di A. in Atene è menzionato da Aristofane.
