APOLLO. - Dio della Grecia, fra i più popolari della religione ellenica. La sua origine è incerta ed il nome resiste agli sforzi dei glottologi per raggiungere una etimologia soddisfacente; è ignoto anche il suo carattere originario.
Per alcuni A. è il dio greco per eccellenza, dorico o ionico; per altri è un dio straniero, che avrebbe spodestato divinità preelleniche. A seconda delle etimologie, dell'importanza data a singole fonti antiche o a singolari aspetti del dio, A. è stato fatto originario dell'Asia Minore (Lelegi o Lici), o dell'Egeo, o sarebbe un non ben documentato dio hittita, Apulunas, che risalirebbe a sua volta ai Babilonesi.
Nessuna altra divinità ha la molteplicità di funzioni che riscontriamo in A. È dio dell'agricoltura, allontana le malattie e gli animali che potrebbero danneggiare le messi e le porta a maturazione; è il dio dei boschi. Come dio pastore dà salute al gregge: anche la leggenda lo conosce sotto questo aspetto, lo fa servire come pastore presso Admeto e gli fa rubare i bovi da Ermete. Era anche il dio della caccia, dei giovani e della palestra, dio delle gare e primo vincitore ad Olimpia, protettore nella lotta ed in guerra. Era dio delle strade, del traffico e dei mercati, dio dei monti, del mare e della navigazione: in quest'ultimo attributo ebbe spesso santuari in riva al mare e fu conosciuto specialmente come A. Delfinio, con largo culto a Creta e nel Peloponneso. Fu protettore della colonizzazione, fondatore di nuove città (A. Archegete), nel suo nome si prestava giuramento. Fu dio della musica, maestro delle Muse di cui guidava i cori (A. Musagete), suo strumento favorito era la cetra. Fu per eccellenza il purificatore dei mali morali e fisici, colui che liberava uomini e città da ogni contaminazione ed indicava la via dell'espiazione: in Eschilo egli solo
può redimere Oreste matricida. I mali fisici erano il risultato dell'ira del dio, ma poteva guarirli, come guariva quelli morali: fu quindi anche dio della salute e medico, ma in questa sua funzione fu in parte sostituito da Asclepio, che una leggenda faceva suo figlio. Era dio della luce e del sole. Alcuni considerano questo il suo aspetto originario, mentre altri fanno notare che la identificazione col sole non risale oltre al sec. v a. C. ed è dovuta anzitutto alla influenza dell'Asia Minore, dove numerose divinità solari furono identificate con A. Ebbe grande popolarità come dio della divinazione e degli oracoli. Talvolta concedeva anche ai mortali la conoscenza del futuro (Cassandra, le Sibille, ecc.), ma generalmente, la divinazione era legata a singoli sanitari.
Il più conosciuto fu l'oracolo di A. Pizio a Delfi, che l'inno omerico vuole fondato dal dio stesso dopo la vittoria sul serpente Pitone, che spargeva la desolazione nel territorio. In realtà A. sembra aver sostituito un più antico oracolo della terra. La sacerdotessa saliva sul sacro tripode e dava i responsi sotto l'influsso inebriante dei vapori che si sprigionavano da una spaccatura del terreno. L'oracolo delfico ebbe grande influenza sulla vita privata e pubblica e fu il centro religioso del mondo greco, delle colonie e di coloro che vennero in contatto con i Greci: i re lidi mandavano ad interrogarlo, Siracusa, Cirene, le città etrusche di Cere e di Spina avevano a Delfi denari e tesori; Roma mandò ambascerie durante l'assedio di Veio e dopo Canne. Secondo Plutarco, Silla teneva al collo quale amuleto una statuetta in oro del dio delfico. L'importanza di Delfi si mantenne fino alla caduta del paganesimo: oracoli apocrifi circolarono, quasi a legittimare la nuova religione cristiana. Nell'Asia Minore furono celebri gli oracoli di Patara, di A. Clario a Claro, di A. Didimeo presso Mileto, ecc. A Delfi A. dava responsi solo dalla primavera all'autunno, nell'inverno il dio soggiornava presso gli Iperborei. Secondo un'altra leggenda dimorava a Patara nella Licia: questa leggenda è propria di Delo, il centro del culto di A. Delio, rivale di Delfi e in alcuni periodi potente e famoso quanto quello. A Delo sono uniti nel culto i due gemelli A. e Artemide e la loro madre Latona, e vi è localizzata la leggenda della nascita di A.
Alcuni hanno notato dei contrasti nel culto e nelle attribuzioni di A., ma la fusione è antica ed è già compiuta nell'Iliade, dove A. è, con Zeus e Atena, il dio più potente; è il fratello di Artemide, il «lungisaettante» armato dell'arco d'argento le cui frecce portano malattie e morte, il dio della musica, che guida i cori delle Muse, il dio profeta. Ha l'epiteto di Febo, che alcuni riconnettono con la luce, altri con la mantica divinatoria.
Le feste in onore di A. non erano numerose. Le principali erano le Carnee, celebrate soprattutto nei paesi dorici, le Giacinzie pure soprattutto doriche, le Targhelie a Atene e nelle città ioniche, le Dafneforie.
I più usuali fra gli attributi di A. furono l'arco e le frecce, la cetra e, in connessione con il culto di Delfi, il tripode e l'onfalo; fra gli animali che gli erano sacri erano particolarmente frequenti la cerva, il capriolo e, nel Peloponneso, il lupo; fra gli alberi, l'alloro nato dalla metamorfosi di Dafne, la fanciulla invano amata da A. e, a Delo, la palma.
A Roma A. penetrò alla fine dell'età regia. Non fu assimilato a divinità indigene, ma, tanto qui che in Etruria, conservò il proprio nome. All'etrusca Veio appartiene l'A. arcaico, di grandezza naturale, vestito di chitone e mantello, esemplare insigne della coroplastica etrusca, trovato negli scavi del 1915, ora nel museo di Villa Giulia. Nel 433 a. C., in occasione di una pestilenza, ebbe un tempio ai Prati flamini, che fu dedicato nel 431. Nel 212 furono introdotti i ludi apollinari, che divennero permanenti nel 208. Il culto di A. ebbe grande impulso da Augusto, che costruì in suo onore un tempio sul Palatino. A. rimase a Roma soprattutto un dio salutare, e sotto questo aspetto si diffuse anche nelle province, dove fu assimilato a divinità indigene, Beleno, Granno, ecc. Il suo culto continuò nelle campagne anche dopo la caduta del paganesimo: nel 529 s. Benedetto distrusse un'ara di A. a Montecassino.
L'arte antica rappresentò A. sotto due schemi, con lunga veste e nudo, in età arcaica anche col chitonisco e barbato. In seguito A. vestito rimase solo per l'A. Citaredo. Generalmente A. è nudo con i capelli sciolti o annodati. Nella pittura vascolare è raffigurato di preferenza in scene mitiche, fra cui le più frequenti sono la lotta con Ercole per il tripode di Delfi,
con Ermete per la cerva, con il serpente Pitone, la strage dei Niobidi, ecc. - Vedi Tav. CXXV.
Luna Banti
APOLLO (Ἀπολλῶς, contrazione di Ἀπολλώνιος conservato dal codex Bezae). - Missionario cristiano del tempo apostolico. Giudeo alessandrino (secondo Aigrain, Holzner e altri: platonizzante, discepolo di Filone), convertito, esperto nelle S. Scritture, brillante parlatore, comparve nel 53-4 in Efeso (tra il primo e il secondo soggiorno di s. Paolo) ove nella sinagoga predicava Gesù Cristo con ardore (ferens spiritus). Ma, ben edotto della vita del Salvatore, ne conosceva poco la dottrina: gli era noto solo il battesimo di Giovanni (secondo il codex Bezae, sarebbe stato istruito in Alessandria da discepoli del Battista). Aquila e Priscilla (v.), provenienti da Corinto, lo ammaestrarono integralmente. Ciò che essi gli narrarono dell'opera di Paolo iniziata a Corinto, lo invogliò a recarsi, munito di commendatizie, in Acaia, ove fiancheggiò la predicazione dell'Apostolo, dimostrando dalle Scritture la messianità di Gesù (Act. 18, 24-28). Ottimo servizio recò in Corinto alla causa del Vangelo e Paolo gli dà la lode di aver irrigato ciò che egli aveva piantato (I Cor. 3, 6).
Il successo dell'eloquenza di A. nella Chiesa di Corinto fu tale che si formò un partito sotto il suo

(fot. Musci Vaticani)
Rimase fedele collaboratore di Paolo (ibid. 3, 4-6), che più tardi lo raccomandò a Tito (Tit. 3, 13): A. era dunque in Creta (forse come l'atore della lettera) verso il 65, e si preparava con Zena a un viaggio di cui ignoriamo la meta (ritorno a Corinto, secondo s. Girolamo). La presunta appartenenza di A. a una setta giudeo-cristiana di battisti è discussa e negata da J. Thomas, (Le mouvement baptiste en Palestine et Syrie, Gembloux 1935, pp. 96-102).
S. Girolamo (In Titum, 3: PL 26, 598) lo fa vescovo di Corinto; lo pseudo-Doroteo di Tiro (PG 92, 1064-65) e il Sinassario costantinopolitano (p. 786) vescovo di Cesarea; tradizioni locali gli assegnano la sede di Durazzo, o di Colofone, o di Iconio; ma senza fondamento. Il Martyr. Romanum lo ricorda il 9 dic. È talora detto «apostolo» (Syntax. Constantinop., p. 376).
Lutero per Ebrei (v.); tale ipotesi, diffusa da F. Bleek (1828) seguito da G. Lünemann, A. Hilgenfeld, O. Pfeiderer, H. Alford e altri, fu ripresa dai cattolici J. Ev. Belser (1901) e I. Rohr (Der Hebräerbrief..., 4ª ed., Bonn 1932: A. fu il « redattore ») benché solo su vaghe congetture (pretesi « alessandrini» d'esegesi allegorica e di stile). L'opinione di E. H. Plumptre (The writings of Apollos, in Expositor, 1 [1875], pp. 320-48, 409-35), che attribuisce ad A. l'alessandrino libro della Sapienza, fu accolta da alcuni (P. Heinisch, Das Buch der Weisheit, Münster 1912, p. xxiii).