EBREI. - Popolo dei discendenti da Abramo e Giacobbe, da Dio prescelto con un «patto» particolare, in preparazione dell'economia di salvezza universale. Israele (v.) o bānā Jīrā'el (figli d'Israele). Se ne delinea qui la storia e la lingua. Per la religione e la filosofia, V. GIUDAIEMO; per il diritto, V. LEGGE MOSAICA e TALMUD.
I. STORIA
Il nome «e.» è preferito nella Bibbia ebraica quando Israele è posto in relazione con altri popoli; «Bhrim («E.») è considerato da taluni nome gentilizio, con riferimento a «Ebher, discendente di Sem e remoto progenitore dei Terabiti, a cui appartiene il patriarca Abramo. Altri pensano a «abher «al di là», gente venuta di là (dal fiume Eufrate). Discutibili gli avvicinamenti del nome «E.» agli «pre» (Aperu), menzionato in documenti egiziani, oppure al nome dei Habiru di el-'Amāmah.Il paese che gli E. chiamarono «terra d'Israele» Canaan (v.); gli Egizi lo denominavano «t-n (retenu)»; gli Assiri, con riferimento ai conquistatori bitti, «terra fatti», oppure, già nel periodo antico babilonese, Amurru, «regione occidentale»; i Romani, Giudea, poi Palestina. I popoli che l'abitavano non costituivano un'unità emica. La lingua parlata nella regione e partire dal II millennio a. C. è detta cananea.
Gli E. provenivano dalla Caldea, dove era nato Thare (Tērah), Abramo (v.). Thare emigrò a Haran, donde Abramo mosse verso Canaan. La conquista di Canaan avviene Aramei (v.) sono in movimento: un gruppo di essi si espande sulle rive dell'Eufrate e verso l'Assiria; poco dopo un altro muove verso la Siria del sud, dove viene a scontrarsi con gli E.
Isacco (v.), figlio di Abramo; Giacobbe (v.), padre dei 12 caposripiti delle 12 tribù d'Israele; uno di essi, GIUSEPPE I (v.), diventò alto commissario per l'approvvigionamento in Egitto, e là lo raggiunse il vecchio padre con i fratelli; venne loro assegnata la terra di Gessen (Gāfen). Gli E. subirono colà dei maltrattamenti e il Signore, per mezzo di Mosè (v.), li trasse da quella terra. Nel terzo mese dopo l'esodo, s'accamparono al Sinai ed Decalogo (v.); le Tavole della Legge furono riposte nell'Arca (v.) appositamente costruita, che seguì il popolo in tutte le sue peregrinazioni. In questo COREA (v.). Gli E. si impadronirono a mano armata del loro territorio, batterono Moab, malgrado Balac, re di Moab, Balaam (v.). Mosè, poco prima di morire, preoccupato per i pericoli che la religione del suo popolo poteva correre in mezzo a genti idolatre, ripete, nella piana di Moab, davanti a Gerico, l'antica legislazione in un nuovo atto di alleanza. Successore di Mosè fu eletto per ordine dal Signore (Num. 21, 18 segg.) Giosuè (v.), figlio di Nun, ephraimita, il quale, insieme a Caleb, era l'unico superstito della generazione desertica; con lui continuò la guerra di conquista, fino alla sconfitta completa dei nemici d'Israele (cf. Iude. 5: canto di Debora).
Il periodo che segue quello Giudici (v.), serie di condottieri carismatici chiamati a salvare il popolo dai nemici, a conquistarne il territorio, facendo così opera di giustizia di Dio. L'organizzazione
politica di questo periodo può paragonarsi a quella delle anfizionie greche; i vari gruppi trovarono il loro centro comune nel luogo sacro, dove era l'Area. Prima stanza dell'Area fu Silo (Iudic. 20, 26; I Sam. 1, 31; quando questa città fu distrutta dai Filistei, l'Area fu trasferita a Nob. Forse non tutte le tribù stavano sotto lo stesso capo, cosicché ne risulterebbe talvolta la simultaneità di due « giudici ». Giudici (v.) furono Othoniel, Aod (Ebdh), Samgar, Debora (v.), Gedeone, il cui figlio cercò di fondare una monarchia a Sichem, Thola, Iair, Iephte (v.), Abesan, Ahialon, Abdon, Sansone (v.).
Ai tempi che preludono al periodo monarchico in Israele, Eli (v.) Samuele (v.). Questi personalmente fu da principio avverso all'istituto monarchico, in quanto diverso dal regime puramente teocratico (I Sam. 8, 5.18), ma preferì assecondare la volontà di una parte del popolo, attratto dall'esempio dei popoli vicini già monarchici; la pressione esercitata dai Filistei, abitanti della costa, favoriva l'idea di concentrare le forze nazionali in una mano sola.
Saul (v.), in cui si incontrano e si scontrano l'idea teocratica e la monarchia. La mancata osservanza della legge del hērem (sterminio sacro del nemico e della preda bellica) gli aliena il sostegno morale del profeta Samuele, e dopo la morte di questi, la classe sacerdotale gli si schiera contro, mentre all'orizzonte si profila la balda figura del giovane David. Saul fu costantemente impegnato a combattere contro i Filistei, Gelboe (v.) cercò morte volontaria, non resistendo al disonore della sconfitta da essi patita e al dolore per lo sterminio dei suoi. David (v.) venne prima unto re della tribù di Giuda, e solo più tardi di tutto Israele. Egli conquistò allora Gerusalemme e vi trasferì la sua residenza. Ebbe a combattere contro i Filistei, gli Ammoniti e gli Aramei; dopo aver battuto questi ultimi, ne occupò il territorio; malgrado ciò, l'arameo Razon organizzò la guerriglia e riuscì a farsi eleggere re di Damasco. David perfezionò il canto liturgico e compose salmi. Contrasti per la sua successione insanguinarono gli ultimi anni del suo Regno; egli fece ungere re Salomone.
Salomone (v. 971-931) ebbe un regno pacifico. Aprì il paese al commercio, e rivelò alla mentalità ebraica l'interesse dell'esperienza umana universale; nasce allora il genere letterario sapienziale. Gerusalemme prese l'aspetto di città internazionale e vide sorgere il Tempio.
La successione tra nord e sud e il sorgere di due Regni distinti furono determinati principalmente da due fat-
tori, d'ordine materiale (il gravare maggiore delle imposte sulle tribù del nord) e morale (l'allontanarsi di quando in quando della monarchia davidica dal rigido mosaismo, del quale i sacerdoti di Silo si ritenevano i depositari). Alla morte di Salomone gli successe il figlio Roboam (933-917), che fu unanimemente riconosciuto dalle tribù del sud, dove l'idea dinastica era più forte, mentre Ieroboam, figlio di Nabat, epheminita, sostenuto dal profeta Ahia, dimorante a Silo, fu proclamato re a Sichem; intorno a lui si strinsero le tribù del nord. Il suo regno

A Roboam successe il figlio Abia (917-915), a questo Asa (915-875); a Ieroboam Nadab (912-911). In Israele, dopo varie lotte di successione, salì al trono Amri (887-889), che regelò una volta per tutte i conti con i Filistei, frenò l'invasione degli Aramei di Damasco, strinse alleanza con i Fenici, alleanza che si dimostrò benefica per ambedue le parti. Gli successe Ahab (875-853), che sposò Iezabel, figlia del re di Tiro. Egli introdusse in pieno il culto idolatrico, ciò
che Elia (v.). Insieme con Iosaphat re di Giuda (885-851), Michea (v.), attaccò Damasco e rimase ucciso in battaglia. Iosaphat fu ancora alleato del re d'Israele Ioram (852-843) contro Moab, e anche questa volta con sorte avversa. La dinastia di Amri, che aveva instaurato il culto idolatrico fenicio nella terra d'Israele, finì in un orribile massacro, organizzato da un generale di nome Iehu, che fu unto re da un profeta mandato da Eliseo (v.).
Nella carneficina di cui fu autore Iehu, però anche il re di Giuda Ochozia, figlio di Athalia, ex-regina di Giuda. Athalia prese le redini del governo (843-837), instaurando anche in Giuda la religione di Tiro; uccise tutti i maschi della famiglia reale. Tuttavia uno di essi riuscì a fuggire: il piccolo Ioas, che fu proclamato re (837-798) dal popolo, secondo i piani del gran sacerdote Ioiada.
In Israele Iehu perse presto il favore del partito puritano, a sotto di lui e sotto suo figlio Ioachaz (816-

(da La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Biblico, II, I libri storici, Firenze 1911, sec. 3)
Morto in Israele Ioachaz, fu eletto re Ioas (800-785), che ruppe i buoni rapporti con Giuda e durante il Regno di Amasia (798-780), figlio di Ioas di Giuda, entrò a Gerusalemme e spogliò il tempio dei suoi tesori.
Dal Regno di Ozia di Giuda (780-740) e di Ieroboam II in Israele (785-745) cominciò un cinquantennio di pace. Le grandi potenze, Assiria ed Egitto, si trovavano in un periodo di riorganizzazione, che preludeva a un grande risveglio. Damasco s'indeboliva sotto ripetuti colpi assiri. Il periodo di pace portò un grande benessere, la cultura si diffuse, il lusso crebbe, le ricchezze erano grandi a mal distribuite, ciò che CAMOS (v.), Osea (v.), Isaia (v.).
In corrispondenza al risvegliarsi delle due grandi potenze, si svilupparono nella Siria-Palestina due opposti partiti: il filo-assiro e il filo-egiziano. Quando quest'ultimo raggiunse la maggior diffusione, si formò una coalizione di Stati (Israele, Damasco, Tiro, Sidone, parecchie città filistee) che ruppano guerra agli Stati che inclinavano verso l'Assiria. L'esercito della lega invase la Giudea. Il re di Giuda Achaz (735-720) invocò l'aiuto dell'Assiria; Damasco fu assoggettata e il regno d'Israele visse il primo atto della deportazione in Assiria. Anche il Regno di Giuda però era praticamente vassallo dell'Assiria. Nel 722 l'Assiria, dopo aver vinto la superba Babilonia (729), fece d'Israele una sua provincia. Gran numero di notabili fu deportato a Ninive; dai colori stranieri trapiantati dal vincitore nella regione nacque una razza ibrida: Samaritani (v.). Il santuario principale era Bethel, e un sacerdote israelita insegnava ai nuovi arrivati la religione di Jahweh.
In Giuda il quadro è dominato ora dal profeta Isaia (v.). Il pio re Ezechia (720-692) cercò di centralizzare il culto a Gerusalemme e di purificarlo da elementi idolatrici; contrariamente ai consigli di Isaia, si lasciò trascinare dal partito anti-assiro, cosicché Giuda vide venire contro di sé l'armata di Sennacherib, che aveva già battuto le città fenicie da Sidone ad Acri, mentre Ammon, Edom e Moab gli chiedevano pace. Sennacherib, cinta Gerusalemme d'assedio, se ne allontanò improvvisamente per opera di un angelo sterminatore (II Reg. 19, 35). Giuda restava tuttavia sottoposto all'Assiria. Nahum (v.) Sofonia (v.) vedevano venire la fine di Ninive: l'Egitto, che aveva dovuto abbandonare al vincitore Menfi (671) e Tebe (666), si ribellava, mentre l'Assiria era impegnata in Elam a minacciata dai Medi. Ninive cadde nel 612 sotto i colpi dei Babilonesi, degli Sciti e dei Medi.
Davanti a Giuda si erede allora il pericolo egiziano. Il pio re Isaia (m. 609) completò le riforme iniziate da Ezechia e abrogate dal suo successore Manasse (629-638); fra i sostenitori del ristabilimento del mosaismo puro era Geremia. Isaia fu mortalmente ferito a Mageddo, battaglia in cui i Giudei che tentavano di opporsi alla avanzata degli Egiziani furono battuti. Il pericolo egiziano tuttavia fu di breve durata: battuti gli egiziani a Charcamis (605) dal re babilonese Nabuchodonosor e dai Medi, sorse invece il pericolo babilonese. La politica della Giudea oscillò fra i due opposti poli: Babilonia ed Egitto. Nel 598 prevaise il partito filo-egiziano, ma Nabuchodonosor stesso comparve sotto le mura di Gerusalemme; il re Ioakim si arrese immediatamente. Nel 597 ebbe luogo la prima deportazione a Babilonia; fra

(da La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Biblico, II, I libri storici, Firenze 1911, sec. 3)
Nel 539 CIPRO (v.) s'impadronì di Babilonia, e concesse agli E. libertà di tornare in patria. Il territorio loro assegnato era molto piccolo: comprendeva Gerusalemme e dintorni fino a Maspha e Gerico a nord, Ceila, Bethsur a Thecus a sud. A capo degli E. era un governatore, coadiuvato da un consiglio di auziani.
Zorobabel (v.), secondo governatore dopo il ritorno, fu esortato dal profeta Aggeo alla ricostruzione del Tem-
pio e a tenersi pronto a rivestire la dignità reale, mentre il profeta Zaccaria consigliava l'elezione di due capi. La ricostruzione del Tempio fu iniziata nel 520 e terminata nel 515. Le condizioni della risorta comunità erano però molto tristi: raccolti cattivi, invasioni di cavallette, gravose imposte impoverivano i paese, mentre Edom, Ammon e i Samaritani, che abitavano il Regno del nord, lo guardavano di malocchio. La comunità di Esdra (v.), che arrivò a Gerusalemme nel 458. Quello che lo colpì maggiormente fu il gran numero dei matrimoni misti, e si arrivò all'abolizione di essi. Il provvedimento urtò moltissimo soprattutto i Samaritani. Fu allora che Esdra, temendo qualche attacco, decise la ricostruzione delle mura; ma il governatore di Samaria lo denunciò al governo persiano, che ordinò di distruggere quanto era stato costruito. Neemia (v.) domandò allora di essere mandato a Gerusalemme in qualità di governatore (445). Egli incitò alla ricostruzione delle mura, e insieme con Esdra si adoperò perché la Török penetrasse veramente nella pratica di ogni giorno, e perché il culto fosse purificato.
I Giudei restarono fedeli alla Persia, fino a quando Alessandro Magno passò per il loro territorio (331). Alla morte di Alessandro (323) il suo generale comandante l'Egitto, Tolomeo, prese Gerusalemme senza resistenza in un giorno di sabato; mentre un altro generale, Seleuco, occupava la Babilonia e la Siria. La Giudea passò poi ad Antioco II, che sposò Berenice, figlia di Tolomeo; dopo varie vicende Antioco nel 200 poté dirsi padrone del territorio. Il paese all'interno era diviso fra i fautori di Antioco e coloro che sostenevano l'Egitto, sperandone la liberazione; fra gli ellenizzanti, spiriti aperti alle nuove correnti, e i pietisti (ḥadīthim), cultori dell'antica religione e civiltà nazionale. Quando Antioco IV Epifane (175-164), ammiratore della civiltà greca, fu a capo della Palestina, ebbe il sostegno degli ellenizzanti. Egli però andò oltre i desideri di questi, perché volle imporre il culto greco pagano, sopprimendo la religione di Jahweh; di ritorno da una campagna in Egitto, fece massacrare gli abitanti di Gerusalemme durante un giorno di sabato e abbandonò la città al saccheggio. Nel 168 l'immagine del « Signore del cielo »
fu posta sull'altare di Gerusalemme, e il tempio del M. Garizim fu dedicato a Giove.
Il partito ellenizzante si rifugiò in un atteggiamento quietista, mentre la resistenza attiva era sostenuta da Giuda Maccabeo, uno dei cinque figli di Mattatia l'Asmoneo. Giuda organizò la lotta e riuscì ad occupare la collina del Tempio, che trovò in deplorevoli condizioni; il 25 Aislew 165 PREDICAZIONE (v.) di esso. Il governatore Lisia, d'accordo con il giovane principe Antioco V (Eupatore), concesse la libertà religiosa. La lotta non per questo cessò: gli Idumei fecero causa comune con il partito ellenizzante, mentre i Nabatei si schieravano con Giuda; gli Ammoniti si preparavano a sterminare quei Giudei che si erano assorragliati nella fortezza di Ramoth-Galaad; ma Simone Mac-

(da La Sacra Bibbia a cura del Pont. Ist. Biblico, II, I libri storici, Firenze 1917, inv. 5)
metrio riprese la guerra con esito favorevole, e Giuda Maccabeo trovò la morte in battaglia. I nazionalisti giudei si strinsero intorno a Gionata, il più giovane degli Asmonei, Alessandro I Bala (v.), pretendente al trono contro Demetrio. In Siria il popolo malcontento passò a Trifone, ufficiale del re; questi fu dapprima amico di Gionata, poi, ingelosito, lo fece prigioniero a tradimento e l'uccise. L'ultimo dei fratelli, Simone, entrò in negoziati con Demetrio, il legittimo re di Siria, che gli concesse l'indipendenza (142). Fu nominato principe, generale e gran sacerdote a vita. Rinnovò il trattato d'amicizia con Roma, e il suo regno fu un periodo felice per il popolo. Ma presto il re di Siria cambiò politica e la guerra scoppiò di nuovo; Simone fu ucciso a tradimento (135), insieme con la moglie e i figli, per opera del genere Tolomeo (v. MACCABEI). Dal 135 al 63 a. C. la Palestina Asmonei (v.): Giovanni Ircano I (134-104), Aristobulo I (104-103), Alessandro Ianneo (103-76), Alessandra Salome (76-67), Aristobulo II (67-63). Nel 63 Pompeo assoggetta la Judaea a Roma. Per le astute mene di Antipatro (« idumeo »), suo figlio Erode il Grande (35-4 a. C.) ebbe il potere di re concessogli dai Romani, ai quali si chinava servilmente, eseguendo un programma di cultura ellenistica che metteva talora a disagio la coscienza ebraica.
Fin dal 722 a. C., e specialmente dall'esilio babilonese (sec. vi a. C.), Israele era ridotto alla sola tribù di Giuda; gli Israeliti si chiamarono quindi « Giudei » (Ier. 40, 11-15; 44, 26; Zach. 8, 23; Esch. 2, 5; 3, 6; 9, 29, ecc.; Esd. 4, 12, ecc.; Neh. 4, 2; 5, 17; 6, 6, ecc.; specissimo in I-II Mach. e nel Nuovo Testamento).
Brac. R. Kittel, Geschichte des Volkes Israel, I. Stoccarde 1932; II, ivi 1928; III, 1-2, ivi 1927-29; M. L. Margolis e A. Marx, Histoire de peuple juif, Parigi 1930; A. Alt, Die Staatsbildung der Isr. in Faldstine, Lopera 1930; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I. Torino 1932; II, ivi 1934; W. F. Albright, From the stone age to christianity, Baltimore 1940; id., Archeology and religion of Israel, 2nd ed., ivi 1946; B. Jacob, La tradition historique en Israël, Montpellier 1946; A. Dupont-Sommer, Les Avandens, Parigi 1949.
Con la morte di Erode il Grande, il potere di Roma sugli E. PROCURA (v.) e anche
mediante i vari discendenti di Erode (v. II).
Al sorgere del farisei (v.) e capi del popolo (v. SADDUCEI) da un lato e la dottrina di Gesù dall'altro, principalmente in ordine all'interpretazione della speranza messianica (v. MESSIA) legge (v.) messica. Gli Apostoli, e specialmente s. Paolo, concludono il processo di separazione tra cristianesimo e giudaismo, mediante l'esclusione della circoncisione e gentili (v.), la quale fu iniziata da Pietro (v. CENTURIONE), Gerusalemme (v.) e rivendicata da s. giudaizzanti (v.), specie in Gaiati (v.).
Dal 66 al 70 ha luogo la guerra giudaica, che segna la fine dell'unità politica degli E., a meno che si voglia prolungare questa fino all'insurrezione a carattere messianico di Bar Kokhēbhā' (v.). La caduta del Tempio unico di Gerusalemme nell'anno 70 comporta la cessazione del sacerdozio e del culto. Si afferma però lo studio della legge, già messo in onore dopo l'esilio babilonese dagli scribi (v.); SINAGOGA (v.) tale studio acquista il suo centro. Essendo l'intero popolo dopo il 70 diaspora (v.), la sinagoga divenne, con la relativa lettura e studio della legge, l'unico legame religioso visibile tra gli E. L'era dei rabbi ('maestri') si apre. I principali iniziatori della nuova fase spirituale d'Israele furono R. Jōhānān ben Zakkaj, R. 'Aqibā' tannaiti (v.). Frutto del lavoro dei tannaiti è la Miānāh (v.), redatta da R. Jēhādhāh, il Santo, che espone principalmente, citando i maestri, la dottrina legale (hālāhāh, v.), mentre la parte morale-esortativa si raccoglie nei midhrāfīm (v. MIDHRĀS). I commenti al testo miānico dei maestri posteriori (secc. III-V), amorei (v.), formano la gēmārā'; l'unione della gēmārā' con la MiānāTalmud (v.).
Esaurizesi le «generazioni» degli amorei occidentali e orientali saborei (v.), mentre svolgono lavori critici intorno al testo biblico i masoreti. Dal sec. VIII si va determinando la successione dei gē'ānīm, i quali guidano culturalmente e socialmente gli E. in mezzo al mondo arabo. Di somma importanza fu poi Mosè Maimonide (v. 1135-1204), il quale risolse i dubbi religiosi che si erano affacciati attraverso la speculazione filosofica ebraico-araba e formulò i 13 articoli di fede ('iṣqārīm). Più dei grandi esegeti, ebbero importanza per la vita del popolo i «decisori». Raccolta sintetica della tradizione rituale a legale dei secoli precedenti è nel sec. XV il Šulḥān 'ārūkī di Jōsēph Caro.
Fin dal florido periodo della loro attività sotto i califfi umajjadi di Cordova, ed in specie sotto 'Abd ar-Raḥmān III, gli E. si andarono caratterizzando in due gruppi: dei sēphardhīm e degli 'aṣbēnācīm (v. AŠKENAZ), con alcune tradizioni proprie nei riti e negli usi.
Correnti contrarie alla tradizione fariseo-rabbinica si ebbero con i caraiti, che si impiantarono fin tra i Cazari, il cui re si converti nel 1140 al giudaismo. Essi ebbero anche esegeti insigni.
cabbala (v.), affermatasi nel medioevo, sembrano giù antiche. Nel sec. XVI Isacco Luria le diede nuovo vigore, che si manifestò tra l'altro nelle varie esplosioni messianiche di David Rā'ābhēnī, di Sabbēthaj Ṣābhī e del Franck.
Con Mosè Mendelsohn si inaugura apertamente la tendenza «liberale» in seno agli E., i quali cominciano ad uscire dal loro tradizionale isolamento e tendono ad assimilarsi con le Genti. Contemporaneamente però si afferma in senso opposto la tendenza dei hārīdhīm, specialmente nelle comunità dell'Europa orientale. La emancipazione, ufficialmente concessa agli E. nel 1791 durante la Rivoluzione Francese, favorì la assimilazione e quindi il liberalismo e modernismo. I moderni o liberal Jews seguono le tradizioni del loro popolo da un punto di vista più nazionale che dottrinale. Si potrebbe anche parlare di sionismo (v.), ridottasi però oggi con la costituzione dello Stato d'Israele, il quale rimedia, almeno simbolicamente, al gālīth.
Antonino Romeo
II. LINGUA
Rappresentata, prima dall'era cristiana, dalla Bibbia e da rari testi extrabiblici, la lingua ebraica non si esaurisce nell'ebraico biblico. Infatti l'ebraico biblico, cioè quel complesso di testi ebraici che giunsero a noi nella Bibbia masoretica, non rappresenta se non uno stadio di tale lingua, a causa di una «pianificazione» linguistica cui furono sottoposti i testi biblici lungo i secoli fino al tempo dei masoreti (v. MASORA E MASORETI, secc. VIII-X d. C).Fu curiosa opinione di rabbini e di alcuni Padri della Chiesa che la lingua ebraica fosse la lingua dell'umanità primitiva; da questa sarebbero derivate le altre lingue. Oggi invece si sa che l'ebraico ha il suo posto nel ceppo semi-tico occidentale; è lo sviluppo della lingua cananea parlata dai Semiti (?) che prima degli E. occupavano la Palestina.
I Canaan (v.) sono noti dalle cosiddette glosse cananee contenute nelle lettere di el-'Amārnah, dai copiosi materiali linguistici scoperti presso Rās Samrah, da altre iscrizioni fenice, e dalla grande iscrizione recentemente scoperta presso Karatepe (solo però del sec. IX-VIII a. C.).
Le lettere di el-'Amārnah (v.), dirette da principi fenici e palestinesi ai farsoni Amenophis III e IV (sec. XV a. C.), al testo babilonese in cui sono scritte aggiungono delle spiegazioni (glosse) in lingua del paese. Queste glosse sono preziosi documenti, che rivelano le forme che stanno alla base della lingua ebraica biblica. Così, p. es., la glossa jazkur (lett. 228, 19) rappresenta la forma primitiva dell'ebraico jizkār, a cui si giunge con un modo,


Da questi riscontri si può dedurre che la lingua ebraica non fu introdotta dagli E. quando occuparono la terra di Canaan, ma preesisteva. Se si volesse fare un'ipotesi circa la lingua parlata degli E. in quell'epoca, si potrebbe pensare all'aramaico (forse un accenno in Deut. 26, 5 «un arameo errante era il mio progenitore»: così deve dire l'Israelita offrendo le primizie al Signore; cf. pure Gen. 31, 20. 24. 47) oppure all'amorritica (dialetto cananeo orientale, noto soprattutto dai testi di Mari [v.]). Non è cosa ignota nella storia dei popoli che il popolo invasore, pur sopprimendo il popolo invaso, ne erediti la lingua. Ciò sarebbe avvenuto per gli E. Entrando nel paese di Canaan adottarono, evidentemente in modo lento, la lingua preesistente, e con l'apporto del loro tesoro linguistico trasformarono la lingua di Canaan, nel protoebraico. Questo protoebraico, tipico risultato di un miscuglio linguistico, alla cui base stava il cananeo (tanto che Jr. 19, 18 potrà parlare di una lingua di Canaan) si sviluppò durante i secoli successivi. Ma non si possiede molto materiale per seguire questo sviluppo. Testi extrabiblici sono assai pochi (iscrizioni di Siloe, Mesa, lettere di Lachis, ed altri brevi documenti). Orbene questi testi, che sono più o meno del periodo aureo della prosa ebraica (secc. IX-VI a. C.), non mostrano notevoli diversità dall'ebraico biblico: questo vale soprattutto per le lettere di Lachis, contemporanee al profeta Geremia. Consta però che la pronuncia e la vocalizzazione era spesso diversa da quella fissata dai masoreti, e che in uno stesso periodo linguistico vi erano differenze dialettali (cf. šibbāleth e sibbāleth, Iudc. 12,6; il pronome relativo al nord era fe-, mentre al sud 'āfer).
Tra le caratteristiche di questa lingua vanno notate almeno le seguenti: 1) in fonetica, a lungo protosemitico è riportato in ebraico con un o lungo (arabo salām = ebr. šālām); 2) in morfologia: la desinenza del plurale maschile è -šm (invece in aramaico e arabo, anzi perfino nella stela di Mesa si ha -šn); 3) in sintassi: il classico uso dei «tempi inversi», per cui una narrazione di fatti passati è cominciata con un cosiddetto perfetto o continuata con forme verbali che esteriormente sono futuri, mentre il senso è di perfetto; viceversa per la narrazione di cosa futura si incomincia con un futuro o si continua con un apparente perfetto.
La lingua ebraica parlata ebbe un colpo mortale dalle vicende dell'esilio babilonese (secc. VI-V a. C.). Al ritorno, era già iniziato il lento processo di passaggio alla lingua aramaica. Rimase però l'ebraico dei sacri testi, settimanalmente letti nella liturgia. Intorno a questo ebraico (che per la conservazione potrebbe compararsi al latino della liturgia romana) si prodigarono tutte le cure degli scribi, poi dei rabbini in epoca cristiana. La «pianificazione», cioè l'adattamento linguistico, consapevole a no, dei testi, specialmente i più antichi, all'uso corrente, ebbe il suo ultimo e definitivo atto nella puntazione vocalica per opera dei masoreti (v.) La vocalizzazione masoretica ha grandissima autorità, ma non rappresenta se non un ramo della tradizione linguistica, quella tiberiense. È noto che esistevano anche altre tradizioni, quella babilonese, con un suo sistema di puntazione vocalica, a quella palestinese: testimoni pure di tradizioni diverse sono la versione greca dei Settanta (nelle trascrizioni) a s. Girolamo.
Rilevando le caratteristiche e i gradi della pianificazione linguistica, quale risulta dal testo masoretico, si osserva che, nel trattare il testo sacro, pare si sia avuta la mira di intonarlo alla parlata di Gerusalemme. Posto poi il lunghissimo periodo storico in cui vanno scaglioglionati i diversi libri della Bibbia, si nota: 1) massima
(da H. Töncyner, The Lachis Letters, Oxford 1906, p. 21) EBREI - Lettera IIª di Lachis (sec. VI a. C.).
uniformità nella vocalizzazione (quindi massimo intervento pianificatore); seguono poi in ordine decrescente di uniformità: 2) variazioni consonantiche; 3) variazioni morfologiche; 4) variazioni sintattiche; 5) variazioni lessicografiche. P. es.: il plurale costruito di dābhār dagli scritti mosaici fino all'ultimo scritto biblico è dato come dābhrē; invece si sa da s. Girolamo che ancora ai suoi tempi si aveva dābhrē.
Dopo che l'ebraico cessò di essere lingua viva, continuò ad avere le cure dei dotti. Si componevano in lingua, che doveva imitare l'ebraico classico della Bibbia, le opere destinate al ceto colto. Sorse così (forse ancora sotto l'influsso della lingua parlata?) la collezione degli scritti che contengono il codice religioso extrabiblico: la Mišnah, la Tōsephtā' (collezione delle tradizioni non conservate nella Mišnah), ed altri testi. È questo l'ebraico rabbinico, la cui tendenza è di riprodurre la lingua biblica: ma sono entrati in esso molti aramaismi, grecismi, latinism
i. Sotto l'aspetto grammaticale basti ricordare che non sono più usati i tempi inversi, si ha al plurale maschile la desin
šn (non più-šm): si forma un nitpa'el (invece del hitpa'el biblico).Nel medioevo la lingua ebraica rabbinica ha uno sviluppo notevole: di questo lungo periodo sono pregevoli opere di rabbini: si hanno poesie liturgiche (detto pējūš dal greco ποδῆτα), trattati scientifici, soprattutto esegetici o filosofici. È di questo periodo la creazione della grammatica e lessicografia ebraica (v. ΗΑΠΌΗ [sec. X], che scoperse la legge del triliterismo anche nell'ebraico; ΟΙΜΗΗ, famiglia di insigni filologi [sec. XII]).
Da questa lingua ebraica così amorevolmente coltivata, è sorto finalmente il neo-ebraico.
Il movimento sionista, che ha oggi portato alla costituzione dello Stato d'Israele, ha dovuto affrontare la questione della lingua comune da imporsi agli E. che sono «saliti» (è la parola usata da loro per indicare gli immigrati) da tutte le parti del mondo e che parlano lingue differenti. E ritornò alla lingua dei padri: l'ebraico. Essendo però l'ebraico lingua morta da due millenni, si dovette pensare ad aggiornarla alle necessità della civiltà moderna. L'opera imponente di un ebreo di Odessa, Eliezer Ben Iebūda (1858-1922), con il vastissimo Thesaurus totius Hebraitatis (Berlino 1908 agg.), piegò l'idioma della Bibbia alle necessità del sec. XX. E così si può oggi dire in lingua ebraica «luce elettrica», «radio»,
« aviazione », ecc. Si apre in questo modo un nuovo fe-
conde periodo della lingua ebraica divenuta di nuovo viva.
L'attività letteraria ebraica è ormai notevole per le
pubblicazioni scientifiche (centro soprattutto l'Università
ebraica di Gerusalemme) e pubblicazioni d'indole di-
vulgativa in Tell Aviv.
Dim.: Introduzioni delle grammatiche ebraiche d'indole
scientifica, soprattutto di F. Bauer-P. Leander, Historische
Grammatik der hebräischen Sprache des Alten Testaments, Halle
1918, e di G. Bergsträuser, Hebräische Grammatik, I, Lipsia 1918.
Cf. inoltre: W. Baumgartner, Was wir heute von der hebräischen
Sprache und ihrer Geschichte trüsen, in Anthropos, 35-36 (1940-
1941), pp. 305-316 (con emplasma bibl.).
Grammatiche più accessibili: J. Tonnard, Grammaire hé-
bréisme abrégée, Parigi 1905, nuova ed. ridotta di A. Robert, ivi
1949; I. Passi, Elementa grammaticae hebraicae, Torino 1909;
F. Scorbo, Gramm. della lingua ebraica, Firenze 1909; P. Jolion,
Grammaire de l'hébreu biblique, Roma 1923, ristampa 1947 (ot-
tions specialmente per la sintassi). Circa la letteratura ebraica
possibilita: U. Cassuto, Storia della letteratura ebraica posibi-
blica, Firenze 1938.