SIONISMO. - Movimento politico destinato a procurare ai Giudei uno Stato nazionale, indipendente e riconosciuto, si affermò al Congresso Sionista di Basilea (ag. 1897) nel quale Teodoro Herzl, giornalista ebreo ungherese, fece trionfare le idee già esposte nel suo libro programmatico Judenstaat (Vienna 1896). Già prima, le aspirazioni millenarie del popolo d'Israele a riavere la sua patria erano concretate, specialmente nell'Europa Orientale, in movimenti che promuovevano la cultura ebraica, la nascita dell'ebraico come lingua nazionale e la colonizzazione della Palestina; ma tali piccoli tentativi non organizzati erano spesso utopistici.

nascita dell'ebraico come lingua nazionale e la colonizzazione della Palestina; ma tali piccoli tentativi non organizzati erano spesso utopistici.
Nel 1881 invece, sotto lo stimolo dei più sanguinosi «pogrom» (Russia meridionale), i movimenti si intensificarono e divennero più concreti. Gruppi di «Amanti di Sion» si costituirono in molte città per raccogliere mezzi e reclutare uomini per la colonizzazione della Palestina, dove furono fondate nel 1882 le prime colonie: le fasse della colonizzazione sporadica. Il medico di Odessa, Jehudah Leib Pinsker nell'ott. 1883 fondò in quella città il primo nucleo e centro di tutti gli Hohbébbé lioni un «oppucio» anonimo (Lautemannapation : Mahnurf am seine Stammesgenossen), in cui la questione ebraica era esposta con drammaticità e si propugnava l'unica soddisfacente soluzione: dare agli Ebrei una patria in Palestina ('Eres Jisra'el). Scorso infuso ebbe allora l'oppucio di Pinsker, ma più tardi Herzel ebbe a dire che, se lo avesse conosciuto prima, non avrebbe creduto necessario scrivere il suo Judenstaat. Se al Pinsker mancò il fervore nell'azione, questa invece possedette altamente Herzel. Convertitosi al s. per l'aggravarsi dell'ateismo (ultima spinta fu il processo Dreyfus in Francia), vi ravvisò l'unico mezzo per risolvere la questione ebraica e da allora vi dedicò totalmente le sue doti geniali. Dopo un'intensa propaganda in tutto il mondo per infondere l'ideale sionista nelle masse giudaiche, organizzare i futuri coloni, creare i principali strumenti per la ricostruzione, guadagnare le maggiori Potenze alla causa sionista, riunì a Basilea, il 29 ag. 1897, il primo Congresso sionista, cui partecipa-
(fot. Giulio)
SION, DIOCESI di - Prima epigrafe pubblica con monogramma constantiniano (a. 377) - Sion, municipio.

rono più di 200 delegati di ogni parte del mondo. Si fissò qui il «Programma di Basilea», fu fondata l'organizzazione sionista mondiale, con l'autorità suprema di un Congresso (annuale in principio, poi biennale). Alla chiusura di questo Congresso, Herzel poté scrivere nel suo Diario privato: «A Basilea ho fondato lo Stato giudaico. Se oggi dicessi questo ad alta voce, mi risponderebbero scoppi di risa dappertutto. Di qui a 5 anni forse, in ogni caso di qui a 50 anni, ciascuno comprenderà». Allo scadere esatto dei 50 anni, nascerà lo Stato d'Israele e l'anno seguente la salma di Herzel entrerà in Palestina tra la venerazione del neonato Stato d'Israele, che lo acclamerà «Padre della Patria».
Dopo il Congresso di Basilea si concentrarono nel movimento sionista tutti i movimenti similari, numerose organizzazioni e federazioni vennero fondate dappertutto. Herzel incontrò non poche difficoltà, anche presso i ricchi congeneri da cui sollecitava i mezzi finanziari, tanto che, vista la quasi impossibilità di ottenere la Palestina, dopo altri progetti, accettò la proposta del ministro delle Colonie inglesi Chamberlain che offriva l'Uganda come terra di raccolta dei Giudei; ma l'ostilità di molti di questi al progetto fu così violenta, che Herzel ne morì di dolore (3 giugno 1904). Restò fisso da allora il «Programma di Basilea» per la Palestina, e nel 1907 il VII Congresso propugnò, per iniziativa di Haim Weizmann, futuro primo Presidente dello Stato d'Israele, il «s. sintetico», che al programma politico di Herzel univa l'immediata colonizzazione pratica. Con fondi messi a disposizione da ricchi finanziari ebrei, come, p. es., il barone Edmondo Rotschild, mediante collette annuali organizzate in tutto il mondo, si iniziò l'acquisto dei terreni in Palestina e la fondazione di «Colonie» nelle zone più fertili e strategicamente più importanti, in previsione dell'invettibile reazione degli Arabi. Ondate successive di emigrati si riversarono in Palestina, soprattutto dai paesi dell'Europa Orientale ove più violente erano le ostilità antisemitiche. Dapprima l'immigrazione colonizzatrice fu disordinata e spesso diede scarsi risultati, nessun piano organizzato regolava l'immigrazione, nulla era preparato per accogliere i nuovi venuti che, per entrare, dovevano evadere una legge proibitiva della Turchia (1882) padrona della Palestina. La prima guerra mondiale segnò un decisivo progresso per il s. organizzato. Il 2 nov. 1917, il ministro inglese degli Esteri Lord Balfour dichiarava in una lettera a Lionel Rotschild, presidente della Federazione sionista inglese: «Il Governo di sua Maestà vede con favore lo stabilirsi in Palestina di un «Focolare nazionale» (National Home) per il popolo giudaico e porrà in atto i suoi migliori sforzi per facilitare l'esecuzione di questo disegno». Questa famosa «Dichiarazione Balfour» fu poi incorporata dalla Società delle Nazioni nel testo del Mandato sulla Palestina affidato alla Gran Bretagna (apr. 1922). Ma questa, passate le necessità della guerra e non volendo attirarsi le antipatie degli Arabi palestinesi, non si affrettò a mandare in esecuzione la promessa, abilmente valendosi della forma vaga ed equivoca del termine «National Home». D'altra parte, il popolo giudaico, forte del diritto riconosciuto, iniziò una «conquista invisibile» della Palestina, con successiva immigrazione sostenuta da vari Comitati e dirette da una organizzazione centrale, la «Jewish Agency», con le sue due branche: il Qeren qajjemeth lê-fîsîrêl («Corno della risurrezione di Israele») che provvedeva i terreni; e il Qeren haj-jêsêdîh («Corno della fondazione») che li distribuisce la loro colonia, organizzata in forma di grandi Coopérative (qibbûs), molto somiglianti ai «kolkoz» sovietici. Così nel ventennio intercorso tra le due guerre mondiali si ebbero le tre più importanti migrazioni (dîjijôtîh) delle schiave che contattò il movimento sionista dal 1882; di queste la più numerosa, composta in gran parte di Ebrei e tedeschi, fu determinata dall'antisemitismo nazista (1934-1939). Si frapposero difficoltà nel campo internazionale ed in Palestina ripetute ostilità con gli Arabi, ma l'opera fu proseguita con tenacia. Venne acquistata a poco a poco la maggior parte dei terreni produttivi della Palestina, fu organizzata modernamente l'agricoltura, svi
Iuppata l'industria e fondate città; Tel-Aviv, il ghetto di Haifa, diventò in pochi anni elegante città ed ora, capitale del nuovo Stato d'Israele, conta ca. 200.000 ab. Nel 1943, la popolazione giudaica della Palestina raggiungeva i 539.000 individui, il 31,5% della popolazione totale e le proprietà della «Jewish Agency» ammontavano a 1300 kmq., cioè il 17% del territorio.
Per favorire maggiormente l'unione e lo spirito nazionale fu abbandonato lo jiddîs, definito «gergo da ragattieri», e si adottò come lingua nazionale l'ebraico classico della Bibbia, di cui Ben Jêhûdhâh di Odessa scrisse un dizionario di 15 voll., adattandolo alle necessità moderne.
Davanti alle straordinarie realizzazioni del s., gli Arabi palestinesi incominciarono a rendersi conto che uno Stato ebraico non solo si andava formando, ma esisteva già sul loro territorio e che un poco alla volta ne sarebbero rimasti sopraffatti. Ed incominciò la lotta tra i due gruppi, condotta con atti di terrorismo, di sabotaggio ed assassini, cui gli Ebrei contrapposero un piccolo, ma potente esercito clandestino, detto Haghûnâh, che rispondeva alle rappresaglie ed ai terrorismi con le stesse armi, mentre l'Inghilterra oscillava abilmente tra una fazione e l'altra, pur simpatizzando per gli Arabi. La seconda guerra mondiale (1939-45) segnò una pausa nella lotta, ma questa riprese più violenta alla fine del conflitto, dato che nel 1948 doveva scadere il Mandato britannico. Si moltiplicarono le proposte ed i tentativi di conciliazione, si propose di prolungare il Mandato britannico, permettendo l'immigrazione di 100.000 Ebrei una volta per sempre, ma la proposta fallì per furore di popolo; così pure fallì la proposta Morrison per uno Stato indipendente ripartito in due province. Comunque, l'Inghilterra annunciò che, appena scaduto il Mandato (15 maggio 1948), avrebbe abbandonato la Palestina nelle mani delle Nazioni Unite.
L'O.N.U. (31 ag. 1947) adottò il piano di spartizione in due Stati separati della Palestina, ma l'indomani ebbe inizio la lotta aperta in Gerusalemme tra Ebrei ed Arabi e, il 15 maggio 1948, la guerra ufficiale tra Israele e la Lega Araba (Siria, Libano, Irâq, Transgiordania, Egitto ed Arabia) solidale con gli Arabi palestinesi. Israele, più compatto, meglio armato, preparato, mobilizzato anche le donne ed i ragazzi, prese, un poco alla volta, il sopravvento. Il breve conflitto fu caratterizzato da accanimento e crudeltà, atti di terrorismo, massacri e rappresaglie, da ambo le parti.
L'O.N.U. impose tre tregge, che non furono rispettate, anzi, lo stesso inviato dell'O.N.U. per la tregua, lo svedese conte Bernadotte, fu assassinato il 6 sett. 1948 da un gruppo di terroristi giudei. Finalmente l'O.N.U. ingiunse ai belligeranti di concludere l'armistizio (16 nov. 1948), che in realtà Israele fece separatamente con i vari Stati della Lega Araba nella successiva primavera. Israele si trovava padrone di più di due terzi del territorio. L'11 maggio 1949, l'O.N.U. ammise nel suo seno lo Stato d'Israele.
Avendo ormai raggiunto lo scopo, dovrebbe dirsi finito il s. nel senso originario della parola, ma resta ancora la questione di Gerusalemme, tuttora divisa tra i due contendenti: la città nuova è in mano d'Israele, la vecchia è occupata dagli Arabi, che presidia la maggior parte dei Luoghi Santi con la Legione Araba. Israele esige Gerusalemme per capitale, gli Arabi non cedono; l'O.N.U. ha proposto l'internazionalizzazione della città ma la proposta non è stata finora eseguita.
Il papa Pio XII, preoccupato per la sorte dei Luoghi Santi, ha ripetutamente esortato le Nazioni ad attenersi alla soluzione di internazionalizzare Gerusalemme, essendo città sacra per un miliardo di uomini. Egli ha enunciato chiaramente la sua ansietà per la sorte dei Luoghi Santi in tre Lettere encicliche, del 1° maggio 1948, del 24 ott. 1948, del 15 apr. 1949, e nella Esortazione dell'8 nov. 1949. Sebbene Ebrei ed Arabi ripetutamente abbiano assicurato di voler rispettare i venerandi Sanctuari, le profanazioni, distruzioni e minacce, cui furono soggetti durante e dopo il conflitto, mostrano quanto siano fondate le preoccupazioni del Papa.