FARISEI

FARISEI. - In greco Φαρισαῖοι, dall'aramai-co Ρέντζαϊδ, aggettivo plurale che significa « divisi », « separati ». Sembra che con tale nome i f. fossero designati dai loro avversari, giacché essi si chiamavano « compagni » o « santi ».

I. STORIA

Flavio Giuseppe afferma che essi, insieme ai sadducei e agli esseni, hanno origini molto antiche, sebbene li nonini per la prima volta al tempo di Gionata Maccabeo (161-143 a. C.). In realtà l'origine delle due opposte correnti dei f. e dei sadducei deve essere ricercata nel periodo in cui si diffuse l'ellenismo, e quindi si può risalire quasi ai tempi di Esdra. L'ellenismo diffuse nel giudaismo indipendenza di idee e rilassatezza di costumi, scardinandone lo spirito religioso e la fedeltà alla tradizione. I primi a cedere per opportunismo alle nuove idee furono le classi aristocratiche, fra cui principalmente le famiglie dell'alto clero (v. SADDUCHI), mentre per reazione si formava una opposta corrente di coloro « che si separarono dal " popoli delle terre " per la legge di Dio... che venivano per promettere e giurare di camminare nella legge di Dio... per custodire e fare tutti i comandamenti di Jahweh » (Neh. 10, 28 sg.). Si può vedere in questa testimonianza l'inizio della corrente fariseica, senza per altro poter concludere che si trattasse per allora di una fazione vera e propria. Come tale invece appaiono ai primi tempi dei Maccabei gli asidei (si ἀσίδαξαι), cioè « pii » (ebr. ḥāšẓẓm, i quali in realtà sono sostanzialmente uguali ai posteriori f. Essi costituirono la forza principale su cui i Maccabei poterono contare per la liberazione del popolo dal dominio straniero (cf. I Mach. 2, 42; 7, 12; II Mach. 14, 6). Ma ben presto gli Asmonei, discendenti dai Maccabei, si trovarono in opposizione con i f. continuatori degli asidei. La tensione con le due correnti cominciò sotto Gionata, quando questi nel 153 ottenne dai re di Sirla Demetrio il sommo sacerdozio. Giovanni Ircano, figlio di Simone e già discepolo dei f., la ruppe decisamente con essi a passò alla corrente sadducea. Suo figlio, il re Alessandro Ianneo, perseguitò aspramente i f., ma prossimo a morire raccomandò alla moglie, la regina Alessandra (che regnò per 9 anni dopo la morte del marito), di accordarsi con i f. per conciliarsi la benevolenza del popolo presso il quale essi avevano gran potere. Nelle lotte tra Ircano II ed

Aristobulo II i f. parteggiarono per il primo. Nel periodo successivo, fino alla catastrofe del 70 d. C., le due correnti continuarono la loro attività, i sadducei dominando nel Tempio e nella vita politica, i f. al contrario conquistando sempre più il favore del popolo, soprattutto per opera dei dottori della Legge o scribi, che appartenevano nella stragrande maggioranza alla loro setta. Il popolo infatti era portato a vedere nei f. i genuini difensori delle sue tradizioni, e per conseguenza della sua nazionalità ed indipendenza. I f. soli sopravvissero alla catastrofe del 70 e da allora in poi l'ebraismo fu improntato ai canoni del fariseismo.

II. DOTTRINA

Sorti in opposizione al dilagare delle innovazioni ellenistiche, così contrarie allo spirito giudaico, i f. compresero che l'arma più efficace per questa lotta era la difesa della tradizione e dei costumi del popolo: occorreva canonizzare questa « tradizione », svilupparla, attribuire ad essa un valore uguale a forse anche superiore alla stessa Tórāh, che troppo si prestava ad essere interpretata in favore dei simpatizzanti per l'ellenismo (« è peggior cosa andar contro alle parole degli scribi che alle parole della Tórāh »; Sanhedrīn, XI, 3). Questa « tradizione dei padri », πατέρων διαδοχή, imposta come norma inderogabile, doveva salvare il genuino ebraismo da ogni degenerazione, mantenendo integralmente lo spirito nazionale giudaico. A questo compito si dedicò il fariseismo, spingendo agli estremi la sua legislazione normativa, che verteva su tre argomenti principali: la purità legale, il pagamento delle decime ed il riposo sabbatico. Sono note le meticolosità a cui si arrivò in questi argomenti, fino alla notissima vertenza se fosse lecito o ne mangiare un uovo fatto dalla gallina nel giorno di sabato. Gesù definì questa « tradizione » διδασκαλίας ἐντάλματα ἀνθρώπων (Mt. 15, 9; Mc. 7, 7) e disse si f.: « Trasgredite il precetto di Dio per la tradizione vostra » (Mt. 15, 3, 6; Mc. 7, 9). Siffatto atteggiamento conciliò ai f. la benevolenza del popolo, che anche nella controversie religiose e liturgiche seguiva sempre il loro parere. Essi dominavano le plebi, sinedrio (v.), sebbene fossero in minoranza, la loro volontà spesso prevaleva perché sostenuta dal favore del popolo. Sotto l'aspetto dottrinale i f., in opposizione ai sadducei, sostenevano la resurrezione della carne ed una certa conciliazione tra l'azione divina e quella umana, nel senso che la prima cospera ed aiuta la seconda. Nei giudizi erano inclini alla clemenza, contrariamente alla severità dei sadducei. Anche in materia liturgica dissentivano dai sadducei, p. es., nello stabilire il giorno dell'offerta del manipolo e conseguentemente il giorno della Pentecoste, come pure su alcune cerimonie nella festa del hippōr e dei Tabernacoli e persino sull'ora del sacrificio dell'agnello pasquale. Che i f. abbiano costituito un ceto chiuso, una specie di corporazione, si può ricavare dai nomi con cui sono designati: συναγορῆ (usato per indicare gli asidei, I Mach. 2, 42), συντάγμα (Fl. Giuseppe, Bell. Iud., I, 110); inoltre dal fatto che si chiamavano tra di loro « compagni », ḥābherīm, mentre « compagnia », ḥābherīth, era il nome della loro setta. Flavio Giuseppe ne fissa il numero a ca. 5000 al tempo del re Alessandro Ianneo (Antiq. Iud., XIII, 383) e ad oltre 6000 al tempo di Erode il Grande (Antiq. Iud., XVII, 42). Chiunque non era f., fosse pur membro dell'alto clero o dell'infima plebe, apparteneva al profano e popolo della terra e ed era riguardato con disprezzo dai f., convinti di essere i soli difensori della Legge e della tradizione. Che non tutti i f. fossero in buona fede è supposto dal Talmud che enumera sette tipi di f. di cui solo l'ultimo merita lode (Sōpāh, 22 b, bar.). Gesù Invel severamente contro i f. ed il cap. 23 di Matteo è una formale accusa contro di loro: tuttavia Gesù si riferiva più alla loro condotta pratica che alle loro dottrine giacché ebbe a dire in proposito: « Sulla cattedra di Mosè si sedettere gli scribi ed i f. Perciò tutte quante le cose che vi dicano, fate ed osservate, ma conforme alle opere loro non fate » (Mt. 23, 2, 3).
BIBL.: Fonte principalissima è Flavio Giuseppe che in più luoghi parla del f.: i passi relativi furono raccolti da B. Niese; in particolare da notare: Antio. Ind., XIII, 171-73, 177, 288-96, 372, 373, 376, 380, 383, 401; XVII, 41-45; XVIII, 11-17; XX, 199; Bell. Ind., I, 110; II, 162-66. Oltre agli articoli nelle principali enciclopedie, cf.: D. Clerico, Le sette del giudaismo, Bagnacavallo 1915; A. T. Robertson, The pharisees and Jesus, Nuova York 1920; L. Finkelstein, The pharisees, their origin and their philosophy, in Harvard Theol. Review, 22 (1920), pp. 183-201; M.-J. Lagrange, Le Tudulisme avant Jésus-Christ, Parigi 1931, pp. 268-306; W. Foerster, Der Ursprung des Pharisiums, in Zeit. f. neut. Wiss., 34 (1933), pp. 35-51; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, 5ª ed., Torino 1947, passim; id., Vita di Gesù Cristo, 12ª ed., Roma 1940, §§ 28-41.

Giuseppe Ricciotti

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“FARISEI.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 635. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/farisei.