DECALOGO

DECALOGO. - I dieci comandamenti (δέκα λόγοι) le dieci parole, Ex. 34, 28, dati da Dio a Mosè sul Sinai, quali obbligazioni del patto (Ex. 19, 5 sg.) sancito tra Dio stesso e il popolo d'Israele, assunto a nazione (Ex. 20, 1-17; Deut. 5, 6-22). Il D., essenza del patto, è ancora l'essenza dell'antico jahwismo, la magna charta della nazione eletta. È al centro di tutto il Vecchio Testamento, che narra le vicende del patto nella sua attuazione, con l'osservanza o meno dei precetti del D. da parte della nazione e l'applicazione delle relative sanzioni (Ex. 20 sg.; cf. Lev. 26; Deut. 28). Il comandamento impegna Israele al più rigido monoteismo; d'indole religiosa sono ancora il rispetto del nome divino e il riposo sabatico (II e III); gli altri sono d'indole morale. La Chiesa (come i giudei ed i luterani) considera la proibizione d'ogni scultura o immagine idolatrica (Ex. 20, 4 sg.) semplice spiegazione o applicazione pratica del I comandamento; mentre vede giustamente (contro gran parte dei protestanti) nel V. 17 due precetti distinti, che la brama della roba altrui è specificatamente diversa dalla concupiscenza della donna altrui. Al I comandamento, base e radice degli altri, è connessa la sanzione: punizione o premio collettivi, per l'infedeltà o la fedeltà delle varie generazioni (da padri in figli) quali parti di un solo organismo: la nazione.

Nella dottrina religiosa e morale del D. è la vera prerogativa del popolo d'Israele. Nulla di simile si trova presso gli altri popoli. Il D. di Mosè non ha rivali al mondo (Vaccari). Basati sulla legge naturale (Sun. Theol., 1a-2a, q. 100, aa. 1, 3, 11) questi precetti, pur diretti alla nazione come tale (collettivismo), impegnavano ciascun membro di essa (individuazione); e sono ancora nella coscienza degli uomini di tutti i tempi (universalismo); così sono entrati immutati nel patto definitivo suggellato dal Cristo.

La critica che cerca nell'antico jahwismo il culto politeistico, rituale, amorale, si è accanita contro l'antichità e l'autenticità mosaica del D.: a) K. Marti, S. Mowinckel, P. Meinhold e altri lo rimisero, nella forma attuale, a dopo l'esilio; b) più comunemente J. Wellhausen, B. Stade, R. Smend, H. Schultz, H. Holzinger, B. Baentsch e altri (inoltre i fautori del sociologismo: A. Loisy, A. Lods, A. Causse, e altri) lo considerano del sec. VII, frutto della predicazione profetica; c) B. Duhm, W. Nowack, H. Schmidt, E. König, B. D. Eerdmans e altri, eccettuati i precetti del sabato e della pietà filiale, lo fan risalire al tempo mosaico; d) i critici più a contatto con la letteratura orientale (egiziana, babilonese) lo dichiarano sostanzialmente del periodo mosaico, pur ammettendo rimaneggiamenti posteriori: E. Meier, S. R. Driver, A. Dillmann, F. Delitzsch, H. Grimme, H. Gunkel, R. Kittel, A. Gampert, A. Jirku, E. Sellin, P. Volz, ecc.; e) lo ritengono integralmente mosaico: L. Lemme, G. Wildebor, ecc. Tutti gli esegni cattolici lo attribuiscono a Mosè quanto alla sostanza e alla forma letteraria; ammettono tracce di ulteriori redazioni solo nella forma e in particolarità secondarie.

In realtà, le varianti tra Ex. 20, 1-17 e Deut. 5, 6-22 sono numerose, ma non importanti. L'Esodo motiva l'osservanza del sabato con il riposo divino dopo la creazione in sei giorni; nel Deuteronomio è un motivo di umanità che non esclude il precedente. L'Esodo pone la donna (siamo in regime patriarcale) tra le altre cose dell'uomo; il Deuteronomio la pone a parte. Le altre sono modificazioni letterarie accidentali; NAXOS (v.), dal testo premasoretico, ne offre delle proprie. Esse permettono di dedurre che sulle due pietre furono scolpiti i soli precetti, senza i motivi che talvolta li accompagnano.

Non c'è alcun motivo per rimandare il D. ad una epoca più recente e denegarlo a Mosè. Il suo colore «deuteronomista» nel Deuteronomio nulla prova; che la composizione tardiva del Deuteronomio non è affatto dimostrata; anzi tra i critici è in atto una revisione di tale vecchio postulato. Né è affatto vero che i profeti ignorino il D.; Es. 20, 10-12 parla esplicitamente di precetti dati ad Israele da Jahweh nel deserto e tra essi nomina quello

di santificare il sabato. È fuor di dubbio che essi incu-
cano l'osservanza dei comandamenti del D. (Gampert):
cf. Os. 4, 2.13; 6, 9; Ier. 7, 9; ecc. Tutta la loro predi-
cazione è per il ritorno al puro monoteismo delle origini,
ed è contro l'idolatria, per l'osservanza cioè del primo
precetto, radice di tutti gli altri, ed essenza del patto
del Sinai. E suppongono conosciuti questi precetti,
quando inveiscono contro la loro violazione: Am. 2,
4-16; Os. 4, 6; 6, 5-11; Is. 1, 12; Ier. 6, 19; Mi. 6, 8; ecc.

Documenti antichissimi del tempo di Mosè atteso
l'uso d'incidere sulla pietra (per il D.: Ex. 24, 12; Deut.
9, 9) scritti importanti di natura religiosa o politica, po-
nendoli in luoghi sacri. In un trattato tra Suppulimàs
re di Hatti e Mattiuzza re di Mitanni è detto che copia
della tavoletta sia depositata nel tempio di Samas. Stele
di pietra con sculture ed iscrizioni sono state trovate al
Sinai da F. Petrie (Researchs in Sinai, Londra 1906).

L'etnologia, infine, ha stabilito la primitività del culto
dell'Essere supremo (monoteismo) e l'elevato sentimento
morale dei primitivi (W. Schmidt, Manuale di storia
comparata delle religioni, trad. it., Brescia 1938, pp. 428-78),
in armonia con i dati offerti dall'Egitto (cap. 125 del libro
dei morti: L. Speleers, Egypte, in DBs, II, coll. 84-75)
e dai testi babilonesi (J. Plessis, Babylon e la Biblie, in
DBs, I, coll. 841-45) e fenici (G. B. Roggia, Alcune
osservazioni sul culto di El a Ras Shamra, in Aewum, 15
[1941], pp. 559-75). - Vedi tav. I.XXXIII.

Bibl.: E. Mangenot-E. Dublanchy, Décadogue, in DThC,
IV, coll. 161-76; A. Eberharter, Décadogue, in DBs, II, coll. 341-51; E. Sellin, Moses und seine Bedeutung..., Lipsia 1922, p. 32 seg.; id., Geschichte des Volkes Israel, 1931, p. 82 seg.; id., Einleitung in das Alte Testament, 6a ed., 1933, pp. 25 seg., 28, 173; H. Schmidt, Moses und der Dekalog, in Gunkelfestchrift, I. Göttingen 1923, pp. 58, 78 seg.; A. Gampert, Le Décadogue, Losanna 1926; S. Mowinckel, Le Décadogue, Parigi 1927; H. Meinhold, Der Dekalog, Giessen 1927; A. Jirku, Das weiße Recht in Israel, Lipsia 1927, p. 150 seg.; id., Geschichte des Volkes Israel, 1931, p. 77 seg.; P. Volz, Moses und sein Werk, 2a ed., Tubinga 1932, p. 89 seg.; P. Heinisch, Das Buch Exodus, Bonn 1934, pp. 265-72; A. Clamer, Le Deutéronome (La S. Bible di L. Pirot, 2), Parigi 1946, pp. 548-56; J. Lewis, The Ten Com- mandments. An investigation into the origin and meaning of the Decalogue and an analysis of its ethical and moral value as a code of conduct in modern society, Nuova York 1946.

Tra gli articoli: A. Fernandez, El castigo de los hijos por los
pecados de los padres, in Estudios eclesiásticos, 2 (1923), pp. 419-26;
A. Vaccari, De praeceptorum Decalogi distinctione et ordinem, in
Verbum Domini, 17 (1937), pp. 317-20, 329-34; id., Praeceptorum
Decalogi numeratio, ibid., 20 (1940), p. 179 seg.; H. Mischaud,
Sous quelle forme le Décadogue fut-il promulgué?, in Revue apolo-
gétique, 64 (1937, 1), pp. 665-81; 65 (1937, 2), pp. 23-34; M. Va-
lentin, Le condizioni sociali del D. e la sua autenticità mo-
sica, in Salesianum, 1 (1939), pp. 407-20; E. Baumann, Der
Ursprung der zehn Gebote, in Junge Kirche, 9 (1941), pp. 126-33;
L. Hatmann, The enumeration of the Ten Commandments, in The
Catholic Biblical Quarterly, 7 (1945), pp. 105-108; S. Lach, Le
décadogue à la lumière de la critique biblique moderne, in Athenaeum
Kaplanskie, 45 (1946), pp. 225-44; id., Qu'est-ce que le décadogue?,
ibid., 45 (1946), pp. 333-52; 46 (1947), pp. 23-33; id., Les deux
rédactions du décadogue, ibid., 46 (1947), pp. 142-51, 23-48;
id., Les commandements du Décadogue, ibid., 46 (1947), pp. 33-45;
id., L'époque de la promulgation du Décadogue, ibid., 47 (1947),
pp. 14-20; id., Le lieu de la promulgation du Décadogue, ibid.,
47 (1947), pp. 383-94; id., Explication du texte du Décadogue,
ibid., 48 (1948), pp. 327-45.