DANIELE

DANIELE. - Profeta, che ha dato il suo nome a un libro sacro del Vecchio Testamento.

SOMMARIO : I. Il profeta. - II. Il libro. - III. Problemi critici. - IV. Origine del libro. - V. DEUTEROCANONICI, LIBRI. - VI. Profezia e apocalisse. - VII. Iconografia. - VIII. Apocrifo di D.

I. IL PROFETA

D. apparteneva alla tribù di Giuda (Dan. 1, 6) e, nella deportazione del 605 a. C., fu condotto a Babilonia (I, 1), ove fu scelto con altri giovani a prestare servizio presso il re neobabilonese, sotto il nome di Baltassar, previa una opportuna preparazione. Al periodo della gioventù si riferisce il fatto di Susanna (cap. 13 Volg.). Non si sa quando abbia lasciato la corte, con cui appare saltuariamente in relazione per la fama di profeta. Si conoscono episodi della sua vita e profezie datate tra gli anni di Nabuchodonosor II (605-562) e il 3° anno di Ciro (539-529). Tradizioni non controllabili segnalano la sua tomba in Susa.

La 2a parte (capp. 7-12) contiene quattro grandi visioni, il cui oggetto comune è l'annunzio di un momento avvenire, in cui deve avverarsi un trapasso da male a bene, dopo la vittoria su un complesso di forze avverse, che determineranno una lotta estrema. Il momento negativo, già figurato nella statua del cap. 2, è sviluppato accanto all'aspetto positivo di vittoria nella visione dei quattro mostri marini, che significano quattro regni mondiali, e della figura umana (« come un Figlio d'Uomo; 7,13), che fonda un nuovo regno universale ed eterno (cap. 7); particolari aspetti del momento negativo sono poi ripresi nelle visioni del caprone e del montone (cap. 8), in quella dell'angelo Gabriele che reca al profeta il vaticinio delle 70 settimane (cap. 9) e in quella degli avvenimenti che trascorreranno dalla fine dell'impero persiano fino al termine della persecuzione del « popolo dei santi » e alla morte del persecutore (cap. 10-12), con un cenno finale al momento positivo (cap. 12).

III. PROBLEMI CRITICI

Questo esposto già mostra la salda unità che lega le varie parti del libro, in forza del pensiero che tutto lo pervade e sorregge: il costituirsi del regno universale di Dio, che in qualche modo ha un precedente storico nel riconoscimento di Jahweh da parte dei pagani dell'antico Oriente (capp. 1-6), ma che nelle visioni (capp. 7-12) è profetizzato minutamente e messo in stretto rapporto con la storia da poco trascorsa o ancora in via di sviluppo. Più precise osservazioni di particolari stilistici e ideologici confermano questa impressione del carattere fortemente unitario del libro, che è il primo indizio anche dell'unità d'autore.

Però i dieci episodi di cui il libro consta si presentano singolarmente come unità a sé stanti, per la forma generale sempre compiuta (osservare le formule d'introduzione e chiusa), per leggere vicendevoli incoerenze interne e minute particolarità di ognuno, sia nei racconti che nelle profezie (p. es., lo schema visionistico dei regni universali). Un'ulteriore complicazione porta il fatto, accennato sopra, dell'alternanza delle lingue ebraica e aramaica.

Si ammette oggi da tutti che i singoli episodi siano stati scritti originariamente come unità indipendenti, riunite in un secondo tempo in collezioni minori, da cui in

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DANIELI - D. tra i leoni. Affresco nel cimitero dei Giordani (2a metà del sec. III).

II. IL LIBRO

Contiene la narrazione di sei fatti (capp. 1-6), più o meno miracolosi, e quattro visioni profetiche (capp. 7-12). Narrazioni stilisticamente simili a quelle dei capp. 1-6 contengono i racconti di Susanna e di Bel e il dragone, numerati nella Volgata come capp. 13 e 14.

I capp. 1-12 sono scritti parte in ebraico (1, 1-2, 4a; 8, 1-12, 13) e parte in aramaico (2, 4b-7, 28) e costituiscono il libro « protocanonico »; i capp. 13 e 14 e un complesso di elementi narrativi e lirico-religiosi, connessi con il racconto del cap. 3 (ivi inseriti come vv. 24-90), sono tramandati solo in greco e sono chiamati parti « deuterocanoniche ».

L'analisi del libro offre il primo mezzo per esaminare le questioni che intorno a questo materiale narrativo e profetico si addensano.

I racconti (capp. 1-6) rispondono al fine di mostrare come la potenza e superiorità del Dio d'Israele di fronte alle divinità pagane si fosse manifestata al tempo dell'esilio. La speciale sapienza goduta da D. e messa in azione nei racconti successivi fu conferita al profeta e ai compagni per la fedele osservanza della legge di Jahweh (cap. 1). I cinque episodi seguenti (capp. 2-6) terminano con il solenne riconoscimento del Dio d'Israele da parte dei re babilonesi: D. spiega il sogno di Nabuchodonosor sulla statua di materiali diversi, infranta da un masso che cade dal monte, come simbolo di quattro imperi mondiali, che cedono all'avvento del regno messianico (cap. 2); egli ed i compagni escono illesi dal fuoco, in cui sono stati gettati per non aver voluto adorare un idolo (cap. 3); Nabuchodonosor guarisce da una malattia mentale che l'ha colpito, conformemente alla predizione di D., ricavata dalla spiegazione di un sogno dello stesso re (cap. 4); D. BALDASSARRE (v.) le parole che una mano misteriosa ha scritto su una parete durante un banchetto, come preannunzio dell'imminente fine del regno e morte del re (cap. 5); D. esce indenne dalla « fossa » dei leoni, in cui è stato gettato per aver pregato il suo Dio, nonostante la proibizione (cap. 6).

seguito fu messo insieme il libro. Il modo in cui ciò avviene è connesso con i problemi dell'origine del libro e delle sue vicende, che spiegano anche l'alternanza linguistica.

IV. ORIGINE DEL LIBRO

Di questo problema la critica delle varie tendenze propone soluzioni diverse.

Un tempo non solo si ammetteva incondizionatamente l'autenticità d'analisi dei vaticini (cf. già Mt. 24, 15), ma si riportava volentieri tutto il libro a D. stesso, che l'avrebbe scritto da vecchio (fine del sec. VI a. C.) : valeva a conferma l'esattezza delle informazioni su persone (per i problemi relativi ai re Baltasar e Dario il Medo [v.] e cose babilonesi).

Oggi un concetto così rigido dell'autenticità del libro non è più in vigore : si osserva il notevole differenziamento dell'elocuzione ebraica da quella di Ezechiele (esilio babilonese) e l'uso di voci greche nell'aramaioc del cap. 3, uso non pensabile in territorio semitico anteriormente all'invasione di Alessandro il Macedone.

Il razionalismo, in genere, scende notevolmente oltre quest'epoca fino agli anni dell'oppressione esercitata da Antioco Epifane (175-164 a. C.) contro l'indipendenza civile e religiosa dei Giudei, in cui un pio israelita, utilizzando tradizioni già diffuse su fatti della vita e visioni di un « profeta » D., avrebbe steso il libro (protocanonico), per incoraggiare la resistenza dei connazionali perseguitati e confortati, mostrando come fosse imminente l'avversari di antiche profezie che avevano preannunziato la persecuzione stessa, la sua crescente intensità e rapida soluzione con la fine del persecutore. Si osserva che in tutte le visioni, dopo una descrizione, talvolta precisa, di uno stato d'angustia (= persecuzione), si prospettava un certo punto l'annunzio, anch'esso più o meno velato, della fine del male e inizio del bene a scadenza fissata in dati numerici (7,25; 8,14; 9,24-27; 12,7.11.12). In coerenza con ciò la critica radicale modifica profondamente i dati espliciti o impliciti della tradizione sulla persona del profeta (di cui non ritiene del tutto dimostrabile la storicità), sulla storia del libro, sul significato religioso delle profezie.

La scienza critico-esecgetica conservatrice, con un'analisi assai più approfondita del libro e delle testimonianze esterne, respinge come superficiali queste conclusioni. Studi di vari autori protestanti (Holscher, Haller, Noth) e cattolici (Junker) hanno intanto dimostrato l'esistenza sicura nei racconti e nelle visioni di elementi arcaici, di varia ampiezza, che l'autore » utilizzò rielaborando e incorporandoli in un'opera organica che è il libro attuale. Se questi elementi derivavano da resoconti di visioni e profezie, oltre forse a memoria in prima persona e in lingua ebraica risalenti all'esilio, nulla vieta che essi siano riconosciuti come opera di D. L'« autore » successivo non avrebbe fatto che divulgare in forma nuova i vecchi racconti e le visioni.

Gli episodi furono raccolti dapprima in collezioni minori, tuttora riconoscibili (comunemente si segnalano quella dei racconti, capp. 1-6, e quella delle visioni, capp. 7-12, effettivamente ordinate in serie cronologiche indipendenti), che formarono poi il libro, capp. 1-12. In queste vicende può trovare spiegazione l'alternanza linguistica : p. es., supponendo che il redattore (o autore) raccogliesse in aramaioc i racconti dei capp. 2-6; accrescesse successivamente la raccolta con la visione del cap. 7 (usando ancora l'aramaioc), poi con quelle dei capp. 8, 9, 10-12 (conservando l'originario ebraico); infine premetesse a tutta la raccolta il cap. 1 in ebraico (traducendo anche i vv. 1-4 del cap. 2, in modo che l'aramaioc avesse inizio in 2, 4, ove cominciano a parlare i maghi caldei).

A fissare la data di questo lavoro al sec. II a. C. la critica fu mossa specialmente dallo scopo consolatorio che essa credette di riconoscere nel libro. Ma se questo scopo è ammissibile fino a un certo punto per i capp. 7-12, non lo è affatto per i capp. 1-6, da cui gli altri non sono separabili : i re Nabuchodonosor (capp. 1-4) e Baltasar (per cortesia del prof. E. Jusi) di Nantele - D. tra i leoni. Musacino del sec. v - Sfax, museo.

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tesia del prof. E. Jusi) di Nantele - D. tra i leoni. Musacino del sec. v - Sfax, museo.

(par cortesia del prof. E. Jusi)

DANIELE - D. tra i leoni. Musacino del sec. v - Sfax, museo.

(cap. 5) non sono degli « antisemiti », finiscono con il riconoscere Jahweh, onorano D. e i suoi compagni; Dario il Medo (cap. 6) ha un esplicito atteggiamento di simpatia verso D. che « ha pregato il suo Dio ».

Alcuni studiosi cattolici, sia per il complesso (Junker), sia per parti singole (p. es., per il cap. 9 : Szydelski), ammiserò una stesura definitiva da materiali più antichi verso l'età di Antioco IV, ma comunemente si pensa che fissando la data a ca. il 300 a. C., quando veniva composto il libro delle Cronache (il cui ebraico è ben comparabile con quello di D.) e il giudiasmo andava raccogliendo il suo patrimonio letterario, storico e profetico, si darebbe la più soddisfacente giustificazione a tutti i problemi che riguardano questo libro.

La precisione di alcune profezie, specialmente del cap. 11, è certamente singolare : ma non è da escludersi che il testo abbia assunto la forma attuale in seguito a ritocchi (v. DARIO II MEDO), per cui anche le profezie furono rivedute e ampliate in base al loro adempimento.

V. LE PARTI DEUTEROCANONICHE

Sono per lo più giudicate ulteriori fioriture di scritti intorno al nome del grande profeta, avvenute quando il libro protocanonico era già compiuto. Sicura è sia la loro origine semitica, sia l'appartenenza fin dall'antichità al canone giudaico-alfassandrino e a quello cattolico delle Scritture ispirate.

VI. PROFECIA E APOCALISSE

Notevoli particolarità di impostazione letteraria e ideologica tengono distinto Dan. da tutti gli altri libri profetici e lo accostano invece a un gruppo di altri scritti, estranei al canone, del genere « apocalittico »; tra queste particolarità : il gusto per complicate visioni, l'interesse per argomenti esotologici, un vasto impiego di espressioni tendenti a valere il pensiero e a creare un'atmosfera misteriosa, simboli, numeri, ecc. L'applicazione al caso di Dan. oggi è da molti ammessa ; ma notevoli riserve sono imposte dal fatto che lo « stile » di questo libro non ha quelle esagerazioni che sono proprie del genere letterario delle « Apostolissi ».

La incomparabile superiorità di D. sugli apocalittici appare specialmente dall'altezza del suo pensiero. D. predice una futura affermazione di forze associate del

bene, come frutto di lotte vittoriose sulle forze del male, che pure descrive nel loro aspetto storico di entità organizzate (regni). Elementi disparati che costituiscono i due aspetti preannunziati nell'avvenire, male e bene, hanno fatto riconoscere all'esegesi che tre sono le lotte e vittorie da lui vaticinate: la liberazione maccabica con la fine dell'oppressore Antioco IV, la fondazione del regno eterno ed universale messianico e la vittoriosa affermazione finale del regno di Dio contro l'Anticristo, con la risurrezione dei morti e la trionfale assegnazione del castigo e del premio eterno.

BIBL.: Commenti cattolici: S. Girolamo, in PL 25, 491 seg.; P. Riessler, Das Buch Daniel, Vienna 1902; J. Goettscher, Das Buch Daniel, Bonn 1928; J. Linder, Commentarius in libri di Danieli, Parigi 1939; G. Rinaldi, D., Torino 1947. Non cattolici: G. Behrmann, Das Buch Daniel, Gottingen 1894; S. R. Driver, The Book of Daniel, Cambridge 1900; J. A. Montgomery, A critical and exegetical commentary on the book of Daniel, Nuova York 1927; A. Bentzen, Daniel, Tubingen 1937. Studi particolari: G. Hölscher, Die Entstehung des Buches Daniel, in Theol. Stud. und Krit., 92 (1919-20), pp. 113-38; M. Haller, Das Alter von Dan. 7, ibid., 93 (1920-21), pp. 83-97; M. Noth, Zur Komposition des Buches Dan., ibid., 98-99 (1926), pp. 143-63; H. Junker, Unters. über liter. und exeg. Probleme des Buches Dan., Bonn 1932; S. Szydelski, De recte sensu vaticinii Dan. 70 held., in Collectanea Theol., 18 (1918), pp. 50-114.

VII. Iconografia

Il profeta D. appare fin dalle prime rappresentazioni dell'arte cimiteriale nudo fra i due leoni, secondo l'interpretazione di Dan. 14, 30-31. Talora è raffigurato nella fossa e, più di rado, mentre abbatte l'idolo, con chiaro riferimento al valore profetico del gesto. Nell'iconografia danielica è, infatti, assai evidente il riposto significato simbolico dell'accostamento del martirio del profeta a quello del Redentore.

Il tema di D. fra i leoni entra nel repertorio iconografico dei primissimi pittori cristiani: lo si trova allora in molti affreschi delle catacombe, dal cimiterio di Domitilla alla cripta di Lucina, alla vigna Cassia a Siracusa; nelle sculture dei sarcofagi, nei vetri istoriati, in piccole lucerne di terracotta e in molte altre suppellettili funerarie, assai copiose dopo il sec. III. La stessa scena si ripete in un potente rilievo bizantino, assegnato al sec. VI sulla facciata della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo a Venezia e in un frammento di ambone marmoreo, del sec. IX, nel chiostro del duomo di Novara.

La grande teca eburnea del Museo Cristiano di Brescia, del sec. IV, che riprende motivi dei sarcofagi di Roma, presenta invece la scena di D. nella fossa con Habacuc che gli porge il cibo; la stessa connessione dei due episodi, con l'allusione all'Eucaristia, si ritrova in una scultura della prima metà del sec. XII sulla porta posteriore della chiesa di S. Fedele a Como.

Con il decadere dell'uso delle rappresentazioni bibliche, le storie di D. furono poche volte oggetto di interesse per gli artisti rinascimentali e moderni. Ma nel novero dei profeti, spesso raffigurati dal Cinquecento in giù nei pennacchi delle cupole, negli interspazi delle finestre ecc., a scopo di decorazione delle parti architettoniche, non mancò mai D., anche se la trattazione si limitò alla sola figura del profeta in atto di leggere o scrivere i sacri testi. Se ne veda l'esempio mirabile di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina.

BIBL.: E. Le Blant, Notices sur quelques représentations antiques de D. dans la fosse aux lions, in Mélanges de la Société antigua, 1874, pp. 67-78; Wilpert, Pitture, passim; id., Sarcofagi, passim; P. Toesca, Il Medioevo, Torino 1927 (v. indice).

Giovanni Caramende

VIII. Apocrifo di D

Libro attribuito a D. sotto vari titoli (profezie, visioni, interpretazioni di D.), attestato a partire dal sec. VIII d. C. Sostanzialmente, nelle diverse forme, rifà la serie dinastica dei re di Costantinopoli, imitando il libro sacro di D.

Degli originali, in greco, fu edita un «apocalisse di D.», opera di Metodio di Patara, nei Monumenta SSP., I, Basilea 1569, pp. 93-99. Vari manoscritti böheirici del D. canonico ne conservano una versione copta (G. Baldelli, Daniel coptoemphiticus, Pisa 1849, pp. 103-12); i manoscritti della versione armena l'aggiungono al testo canonico, con il titolo «settima visione di D.» (G. Kaltenklair, Die siebente Vision Daniels, in Wiener Zeitschr. f. die Kunde d. Morgenl., 6 [1892], pp. 109-36).

Un'altra «apocalisse di D.», di forma diversa, pubblicò E. Klostermann, Die Apokalypse des Propheten Daniel, in Analecta zur Septuaginta, Lipsia 1895, pp. 113-20.

BIBL.: C. Tischendorff, Apokalypse apocryphae, Lipsia 1866; E. Klostermann, Zur Apokalypse Daniels, in Zeitschr. f. alt. Wiss., 15 (1895), pp. 47-50; F. Macler, L'apocalypse arabe de Daniel, Parigi 1904.