EBREI, EPISTOLA AGLI

EBREI, EPISTOLA agli. - Ultima (14ª) lettera
dell'epistolario psolino, indirizzata, secondo i più, a
giudeo-cristiani. Sotto vari aspetti si distacca dalle
altre, sollevando problemi non ancora risolti dalla
critica.

SOMMARIO: I. Indole letteraria. - II. Contenuto e carat-
teristica dottrinale. -

III. Autore

IV. Canonicità

V. Desti- natari, scopo e data di composizione.

I. INDOLE LETTERARIA

L'e. agli E. ha una pro- pria e inconfondibile fisionomia letteraria.

È priva di certi elementi epistolari, quasi costanti
nelle lettere psoline: indirizzo, saluto e benedizione au-
gurali, presa di contatto con la comunità destinataria.
Questa si delinea, a tirne piuttosto Stamate, soltanto nel
corso dello scritto. I primi versetti (1, 1-4), che vengono
talvolta considerati come prologo, sono una decisa en-
rata nel vivo dell'argomento. Alla fine, pure non man-
cando un generico saluto (13, 24) e auguri di prosperità
spirituale (13, 20 sg.) e di grazia (13, 25), scarseggiano
i segni d'intimità: poche le notizie personali (13, 19, 23);
non saluti e o da persone determinate: le « guide » sono
salutate in gruppo (13, 24), come in gruppo salutano
« quelli dell'Italia » (ibid.). Non si può dire, però, che lo
scrivente non abbia davanti a sé una comunità determi-
nata e che questa non gli sia sufficientemente nota nei
suoi precedenti religiosi.

L'e. agli E. segue uno schema: i singoli punti non
vengono, in genere, toccati occasionalmente, ma secondo
un ordine prestabilito; anche se non è sempre facile se-
guire il filo conduttore. Non c'è la consueta distinzione
tra parte dogmatica e parte morale: le applicazioni pra-
tiche seguono passo passo lo svolgimento del tema spe-
culativo. Nel cap. 13 si ha una serie di brevi racco-
mandazioni morali, in mezzo alle quali appare il motivo
dogmatico quale fondamento (13, 9-15).

Ciò premesso, ci si domanda se l'e. agli E. sia vera-
mente una lettera o non piuttosto un trattato dogmatico
o un'omelia. S'è pensato anche che la forma primitiva
dello scritto sia stata alterata con un'aggiunta epistolare
rappresentata dal cap. 13, 9, almeno, da 13, 18-25. Ma
tutto il cap. 13 presenta uno spiccato carattere di unità
a ha tono perfettamente epistolare. Esso, poi, per la lingua,
per lo stile, per la teologia sacrificale (13, 10-15), collima
con il resto dello scritto, che ne è quasi il presupposto
necessario. Così 13, 2 sg. non è che il suggerimento di
continuare nella condotta che la comunità tenne fino dai
primi giorni (10, 32 sgg.); 13, 7 suppone 2, 3; com'è
palese l'allusione di 13, 13 a 11, 26; di 13, 14 a 11,
13-16 e 12, 22. E cf. 13, 4 e 12, 16; 13, 10 e 8, 4 sg.;
13, 20 e 12, 14; 7, 22; 9, 12 (C. Spicq).

Ma anche fuori del cap. 31 si trovano formale come
le apostrofi « fratelli » (3, 12; 10, 19), « fratelli santi »
(3, 1), « carissimi » (6, 9), che non s'addicono a un trat-
tato. Così pure 6, 1 sg.; 9, 5; 11, 32 fanno pensare più
a chi scrive una lettera, e cerca d'essere breve il più
possibile (13, 22), che a chi fa una omelia. D'altra parte,

di coloro a cui s'indirizza l'autore conosce le condizioni
spirituali (5, 11-14; 6, 9-12), i pericoli a cui si trovano
espesti (2, 1 sgg.; 3, 12 sg.; 4, 1, 11; 10, 25 sgg.), e le
buone azioni compiute (6, 11; 10, 32 sgg.).

È tuttavia, che l'e. agli E. abbia qualcosa di più so-
lenno e di meno epistolare lo dice lo scrittore stesso,
definendola un « discorso d'esortazione » (13, 22) e ricor-
rendo di frequente ad espressioni proprie dello stile ora-
torio: 2, 5; 5, 11; 6, 9; 7, 9; 8, 11; 9, 5; 11, 32. Si com-
prende, così, l'indecisa posizione di J. Moffatt (p. xxvii
sg., e in Introduction to the literature of the New Testa-
ment, 3ª ed., Edimburgo 1918, p. 428 sgg.), di O. Michel
(p. 6), di P. Prine-J. Behm (Einleitung in das Neue
Test., 8ª ed., Lipsia 1936, p. 215 sg.), di H. Windisch
(p. 123 sg.), di P. Bonnetsin (Grâce, in DBs. III, col. 1960)
e d'altri, che, con sfumature diverse, vedono nell'e.
agli E. un'omelia in veste di lettera o uno scritto che non
è né lettera vera e propria né omelia. Ma queste tracce
di stile oratorio nella veste epistolare non provano che
si trattasse, originariamente, di un discorso, chiuso poi
nel quadro di una lettera, potendosi il fenomeno spiegare
per le abitudini dello scrittore alla parola viva.

II. CONTENUTO E CARATTERISTICA DOTTRINALE

Benché l'e. agli E. non distingua nettamente una parte dottrinale o speculativa e una morale o pratica, una preponderanza dell'esposizione dottrinale deve riconoscersi in 1, 1-10, 18, mentre da 10, 19 alla fine prevale l'insegnamento pratico, che diviene quasi esclusivo nel cap. 13.

Nella parte 1ª (1, 1-10, 18) due sono i temi domi-
nanti: quello cristologico e quello sacerdotale. Il primo
si svolge in un confronto tra il Figlio e gli angeli e (me-
no spicatamente) tra Mosè e Cristo; per finire poi in
un parallelo tra le due economie, tra l'antico e il nuovo
popolo di Dio (1, 4-4, 13). Il tema sacerdotale, introdotto
in 4, 14 sgg., viene sviluppato in 1, 1-10, 18, nel suo du-
plice aspetto, di sacerdozio considerato in se stesso
(capp. 5-7) e di sacrificio (9, 1-10, 18). Nel cap. 8, che
è quasi un intermezzo, il sacerdozio di Cristo è conce-
pito in rapporto al tabernacolo vero e all'allevanza nuova.

Nella parte 2ª, in cui non mancano spunti dottri-
nali (p. es., 12, 18-29; 13, 9-15), la grande esortazione
alla perseveranza viene ancorata, prima (10, 19-39), alla
dottrina del sacerdozio e del sacrificio di Cristo; quindi,
corroborata con gli esempi di fede dei giusti del Vecchio
Testamento (cap. 11), con l'esempio di Cristo e le ragioni
profonde della pedagogia divina (12, 1-13).

Segue ora un'analisi più particolareggiata.

Parte 1ª (1, 1-10, 18): superiorità della nuova eco-
nomia, dedotta, particolarmente, dalla dignità del Fi-
glio, inviato di Dio, mediatore e sacerdote che ha immo-
lato se stesso. Dopo l'introduzione del tema (1, 1-3),
si hanno 3 sezioni:

1ª sezione (1, 4-2, 18): il Figlio, per questo titolo,
è infinitamente superiore agli angeli, che sono servi
(1, 4-14); onde il dovere d'accogliere con maggiore im-
pegno la salute annunciata da lui (2, 1-4); se egli per
poco è apparso al di sotto degli angeli, per farsi in tutto
simile ai fratelli, resta, però, che a lui, non agli angeli,
tutto è stato assoggettato (2, 5-18).

2ª sezione (3, 1-4, 13): l'accento a Mosè, servo,
mentre Cristo è Figlio nella casa di Dio (3, 1-6), prelude
a una diffusa applicazione pratica, in cui si mettono l'uno
di fronte all'altro il vecchio e il nuovo popolo di Dio:
questo deve rispondere con docilità, mentre ancora per-
dura l'« oggi » della divina chiamata (3, 7-14), per non
venire, come il popolo ribelle del deserto, escluso dal
riposo divino (3, 15-4, 10); viva, infatti, e operante è
la parola di Dio, e a lei nulla può resistere o rimanere
nascosto (4, 11-13).

3ª sezione (4, 14-10, 18): il sacerdozio e il sacri-
ficio di Cristo paragonati con il sacerdozio e i sacrifici
levitici. a) Cristo sa presenta con tutti i requisiti per un
legittimo ed efficace sacerdozio, primo quello d'esservi
stato chiamato da Dio (4, 14-5, 10); b) nonostante l'im-
maturità dei lettori, non va abbandonato questo tema

per tornare ai « primi elementi ». La promessa giurata da Dio ad Abramo alimenta la speranza, che, quale àncora, penetra oltre il velo dove Cristo ci ha preceduti (5, 11-6, 20); c) il misterioso Melchisedec, al quale anche Levi s'inchino, per dir così, dai lombi d'Abramo, prefigurava Cristo, che è sacerdote, non per discendenza carnale, ma in virtù di un giuramento divino, e in eterno: sacerdote quale occorreva a noi, santo, incontaminato, non bisognoso, lui pure, d'espiazione (7, 1-28); d) Egli è ministro del tabernacolo vero, di cui quello mosaico era un'ombra, ed è mediatore di una migliore alleanza, che si sostituisce all'antica, inutile e sorpassata (8, 1-13); e) il tabernacolo mosaico, con le sue parti e i sacrifici che vi si offrivano, aveva il compito di preparare all'avvento di Cristo, che, come pontefice dei beni futuri, è entrato per sempre nel santuario celeste, in virtù del proprio sangue, con il quale le stesse cose celesti vengono purificate. Questo sacrificio, a motivo della sua efficacia, non ammette ripetizioni, mentre quelli levitici venivano incessantemente rinnovati, perché incapaci di purificare le coscienze (9, 1-10, 18).

Parte 2a (10, 19-13, 25): l'alleanza nuova esige perseveranza nella fede e nella pratica delle altre virtù. Si distinguono 2 sezioni e 1 epilogo:

1ª sezione (10, 19-12, 20): esortazione alla perseveranza. a) Occorre perseverare per godere i vantaggi del sacrificio di Cristo; per chi ne calpesta il sangue non v'è più sacrificio d'espiazione, ma solo paurosa attesa del giudizio di Dio e del fuoco vendicatore. Rammentino i lettori la generosità dei primi giorni della loro illuminazione, per non venir meno ora che la meta è vicina (10, 19-39); b) la fede (11, 1-3) fu attuata dai patriarchi (11, 4-22), da Mosè, Giosuè e dai pochi che li seguirono con docilità (11, 23-31), dagli eroi comparsi dal tempo dei Giudici ai Maccabei (11, 32-38). Eppure i giusti del Vecchio Testamento non dovevano conseguire le promesse senza di noi (11, 39 sg.); c) più ancora deve stimolarci a perseverare l'esempio di Cristo e il carattere paterno della disciplina (o castigo) a cui Dio ci sottopone come un padre i propri figli (12, 1-13); d) fedeltà alla grazia nella concordia e nello studio del bene comune (12, 14-17). Indole diversa e più impegnativa della nuova alleanza e dovere della docilità verso colui che ci parla dal cielo, offrendoci un regno che non vien meno (12, 18-29).

2ª sezione (13, 1-17): carità fraterna, ospitalità, solidarietà con i perseguitati e i sofferenti, rispetto del ma-

trimonio, fuga dell'avarizia e fiducia in Dio; ricordare gli esempi e gli insegnamenti delle « guide » (13, 1-9). Del nostro altare non possono cibarsi « i cultori del tabernacolo », perché Gesù è vittima per il peccato. Andiamo a Gesù fuori dell'accampamento; ché non abbiamo una città permanente quaggiù, ma cerchiamo quella futura (13, 10-15). Beneficenza, liberalità e obbedienza alle guide (13, 16 sg.).

Epilogo (13, 18-25): domanda di preghiere, augurio, dossologia, raccomandazione d'accogliere benevolmente la lettera, non lunga, progetto di viaggio con Timoteo, che è stato dimesso, saluti.

Da questa scheletrica esposizione si scorge l'importanza dottrinale dell'e. agli E. Essa ci porta in un campo nuovo, sotto molti aspetti, relativamente alle lettere di s. Paolo e al Nuovo Testamento in generale; quantunque coincidano le grandi linee e siano gli stessi i grandi fatti storici sui quali riposa la dottrina.

Si è considerata spesso questa lettera come una fredda speculazione sul sacerdozio e sul sacrificio di Cristo (concepiti a torto, da vari critici scattolici, come unicamente celesti), secondo i gusti di Filone Alessandrino. Talvolta s'è messo in prima linea il pensiero cristologico, sopravvalutando il tema del Figlio e degli angeli, che, al contrario, dopo il cap. 2 viene abbandonato.

Sembra piuttosto che l'idea centrale sia quella di alleanza nuova. Questa è confrontata sotto vari aspetti con l'antica, per uno scopo pratico: la perseveranza dei lettori nella vita di questa nuova economia religiosa. L'idea della superiorità del Nuovo Testamento corre per tutta la lettera, riducendo a unità i suoi vari aspetti dottrinali, come i singoli argomenti di una grande dimostrazione. In questo quadro vanno considerati il raffronto tra gli angeli, ministri dell'antica, e il Figlio, autore della nuova livolazione divina; l'antitesi tra Mosè, servo, e Cristo, Figlio; l'analisi profonda della distanza tra il sacerdozio levitico e quello di Cristo, tra i sacrifici dell'uno - vari, materiali e inutilmente ripetuti - a quello dell'altro, che non ammette ripetizioni in forza della sua dignità e del suo valore infinito; il contrasto tra il Sinai mosaico e il Sion, la Gerusalemme celeste, il regno incrollabile di Dio; finalmente, l'insistenza

Article illustration
EBREI, EPISTOLA agli - Explicit dell'e. agli E. (13, 18-25), Bibbia di Borso d'Esta, vol. II, f. 213 (1455-61) - Modena. Biblioteca Estense.
sul dovere di una maggiore santità di vita nei favoriti di doni tanto meravigliosi.

III. AUTORE

Negano generalmente la paternità paolina protestanti e razionalisti, mentre per i cattolici è questione soltanto del grado d'autenticità, con tendenza ad orientarsi sempre più verso la distinzione — peraltro assai antica — tra contenuto e forma, facendo una parte più o meno larga a un redattore.

Nell'antichità cristiana si trovano, accanto a decise affermazioni, anche dubbi e negazioni dell'autenticità paolina. Origene (in Eusebio, Hist. ecd., VI, 25: PG 20, 584 sg.) proponeva di attribuire all'Apostolo il contenuto, ad altri la forma. Clemente Alessandrino (loc. cit., 14: PG 20, 549) opinava che il greco dell'e. agli E. fosse traduzione di un originale ebraico (aramaico). In occidente si è giunti più oltre, o tacendo di essa (Prammento muratoriano, Ireneo [?], Ippolito di Roma [?]), o escludendola positivamente dal gruppo delle paoline (il prete romano Caio, in Eusebio, Hist. ecd., VI, 20: PG 20, 572 sg.; Tertulliano, De Fudicitia, 20: CSEL, XX, 1, p. 266). Più tardi ignorano l'e. agli E. il canone mommeseiano (ca. il 360), il canone del ced. claromontano, s. Ottato di Milevi e qualche altro; non la commentano l'Ambrosiastro e Pelagio, mentre s. Girolamo afferma più volte che i Latini non ritengono l'e. agli E. di s. Paolo, ma non esprime una decisa opinione personale (cf. L. Mèchineau, L'e. agli E. secondo le risposte della Commissione biblica, Roma 1917, pp. 103-21).

Contro queste incertezze o negazioni stanno molte testimonianze favorevoli delle chiese orientali e di parte delle occidentali. Già il papiro 46 (collezione Ch. Beatty) pone l'e. agli E. tra la lettera ai Romani e la prima ai Corinti. Le stesse ingegnose ipotesi di Panteno, Clemente Alessandrino, Origene per spiegare le peculiarità di essa dimostrano la convinzione loro e della loro scuola circa l'origine paolina, ritenuta pure dai Padri antiocheni, cappadoci, airi; onde può affermare s. Girolamo (Ep. 129 ad Dardanum, 3: PL 22, 1105) che tutto l'Oriente accetta l'e. agli E. come di s. Paolo. Una simile unanimità è mancata in Occidente; ma generalizza troppo s. Girolamo aggiungendo (ibid.): « Quod si eam Latinorum consuetudo non recipit inter Scripturas canonica... »; il che investe non soltanto l'autenticità, ma anche la canonicità. Si pronunciano, invece, in favore dell'una o dell'altra s. Ilario, Lucifero di Cagliari, s. Ambrogio, Rufino, s. Paciano, Prisciliano, Mario Vittorino. S. Agostino, dal 409 in poi, non cita più l'e. agli E. sotto il nome di Paolo; ma nel 397 aveva enumerato, di proposito, 14 lettere di s. Paolo, né, in seguito, annetteva soverchia importanza alle negazioni di alcuni. I Concili d'Ippona (393) e di Cartagine (397), ai quali partecipò s. Agostino, avevano accettato, con una formola di compromesso, l'autenticità paolina dell'e. agli E. (Enchiridion biblicum, Roma 1927, nn. 12, 14); come fecero più decisamente Innocenzo I (loc. cit., n. 16) e il Concilio Cartaginese del 419 (loc. cit., n. 14). Nonostante qualche leggero atrascio, i dubbi non ritornarono in campo fino al sec. XVI. Il Concilio di Trento, sess. IV, nel decreto de Canonici Scripturis, non risolve la questione dell'autenticità.

Già gli alessandrini, ca. il 200, avevano ravvisato le difficoltà di forma contro l'autenticità paolina, riprese e amplificate dai moderni: assenza del nome e del preambolo epistolare, scarsezza delle notizie personali e laconicità della formula conclusiva, differenze di lingua e di stile.

Poteva suggerire all'autore di mantenerla nella penombra, evitando il nome e il resto, una saggia prudenza o tattica d'apostolato. S'aggiunga l'indole stessa del tema e, forse, la redazione da parte di altri.

Le diversità di lingua e di stile perdono pressoché ogni forza, se si ammette, oltre la parte di Paolo, quella di un redattore al quale spetterebbe la veste letteraria dell'e. agli E. Essendo poi il contenuto notevolmente diverso da quello delle altre lettere paoline, occorrense, per idee nuove, vocaboli nuovi, o, almeno, con nuovo significato. Non debbono, quindi, troppo impressionare i 168 hapax, i 292 vocaboli che non s'incontrerebbero altrove in s. Paolo, le peculiarità morfologiche e sintattiche, la preferenza data a Ἰησοῦς, Χριστός, a Ἰησοῦς Χριστός, in luogo del paolino Χριστός Ἰησοῦς. Altrettanto dicasi del possesso della frase e del periodo greco, per cui l'e. agli E. eccelle tra gli scritti del Nuovo Testamento, compresi quelli di s. Luca. Non mancano d'altronde né difetti né somiglianze con le altre lettere di s. Paolo (cf. B. Heigl, pp. 51-92). Anche l'innegabile diversità delle formole introduttorie nelle citazioni bibliche (λέγει, p. es., in luogo del paolino γέγραπται) può ascriversi a un redattore. L'attribuzione a Dio di ogni parola della Bibbia, tacendosi generalmente il nome degli autori umani, non importa una concezione diversa dell'ispirazione; ma, come l'imprecisa indicazione del luogo citato, si spiega per la condizione religiosa dei destinatari (giudeo-cristiani). Ammessa una maniera piuttosto alessandrina che palestinese di usare la Bibbia, non si può argomentare da ciò contro la sostanziale origine paolina dello scritto (W. Leonard, pp. 265-87).

Pretendere che l'e. agli E., per essere paolina, non possa rappresentare, sotto l'aspetto della dottrina, che una rielaborazione delle lettere precedenti, sarebbe costringere in limiti troppo angusti il genio religioso di Paolo, o, meglio, la Rivelazione divina. Così, non prova nulla il modo diverso di presentare la legge, la figura di Cristo, la Fede ecc. Nonché contraddirsi, questi aspetti diversi, nuovi anche, sono complementari a servono a integrare l'unico quadro della Rivelazione divina (E. Jacquier, Histoire des livres du Nouveau Test., I, 10ª ed., Parigi 1924, pp. 471-76; J. Bonsirven, pp. 140-48).

La dottrina dell'e. agli E. e la sua maniera di usare la Bibbia dimostrerebbero, secondo alcuni, la dipendenza da Filone. Da lui sarebbero derivati il gusto per l'allegoria, la personificazione della parola di Dio (4, 12 sg.), la concezione della coscienza, la dottrina sul Figlio di Dio, sul sacerdozio secondo l'ordine di Melchisedec, ecc. Ma in Filone l'allegoria è quasi fine a se stessa o uno sforzo per adattare il testo biblico ad un sistema filosofico; mentre l'e. agli E. considera persone e fatti del Vecchio Testamento, anzi il Vecchio Testamento nel suo complesso, in maniera quanto mai aderente alla vita religiosa, come tipi e figure della nuova economia. La verità storica, spesso dimenticata in Filone, è seguita nei suoi più minuti particolari, come fondamento della tipologia. Gli incontri tra Filone e l'e. agli E. sono più di forma che di sostanza, essendo diversissimo lo spirito e il contenuto reale. Anche fuori del campo cattolico si delineano riserve, quando non addirittura una reazione contro il preteso filonismo dell'e. agli E., al quale aveva dato il via il lavoro di J. B. Carpzov, Socrate esercitaciones in s. Pauli Epistolam ad Hebreeus ex Philone Alexandrino (Helmstadt 1750. Cf. W. Leonard, pp. 188-215; J. Bonsirven, pp. 148-55).

Non ci sono indizi interni decisivi pro o contro l'autenticità paolina. Troppo vaghi 1, 1 sg.; 5, 12 sg.; 8, 1-5; 9, 1-10.26; 10, 1 sg.; e si riferiscono semmai alla data di composizione. Nemmeno l'oseuro accenno a Timoteo « dimesso » e il progetto di viaggio con lui (13, 23) sono conclusivi per la paternità paolina. Né, viceversa, può invocarsi 2, 3 come inconciliabile con la missione apostolica e l'indipendenza della predicazione di Paolo: i 'associarsi, con il « noi » (qui e altrove) ai lettori, è una forma di modestia, oppure suggerisce l'idea del nuovo popolo di Dio in opposizione all'antico (cf. 1, 2).

Ci sono, dunque, reali difficoltà contro la paternità paolina in senso assoluto. Per questo oggi la maggioranza dei critici cattolici, mantenendo la

parte sostanziale di Paolo, inclina ad affiancargli un redattore.

Questa soluzione è quasi insinuata nella risposta della Commissione biblica del 24 giugno 1914 (Enchiridion biblicum, nn. 429-31; cf. L. Pirot, Hebrews, in DBs, III, coll. 1436-40). La difficoltà sta nell'individuare questo personaggio misterioso. La molteplicità stessa delle opinioni mostra quanto poco esse siano fondate. Apollo (v.), Aristione (v.), Aquila (v.) e Priscilla (secondo A. Harnack, questa particolarmente, per qualcosa di femminile diffuso nella lettera), Sila, il diacono Filippo, Pietro stesso, sono stati proposti dagli uni (non cattolici) come autori, dagli altri come redattori. Già Clemente e Origene fanno i nomi di Luca e di Clemente Romano, come traduttori e come redattori; mentre Barnaba fu ritenuto autore da Tertulliano e da qualche altro. Ma l'ipotesi di una traduzione è troppo in contrasto con il greco della lettera quasi immune da tracce della pretesa lingua originale. D'altra parte, le affinità di forma con gli scritti di Luca e di Clemente sono troppo superficiali, e mancano con la lettera attribuita a Barnaba. Ma poiché questa non è sua, rimane la possibilità d'attribuirgli la redazione dell'e. agli E.: Barnaba era giudeo ellenista, al corrente del rituale mosaico, perché levita; a conoscenza della letteratura alessandrina, come cipriota; ben visto, infine, nell'ambiente palestinese.

IV. CANONICITÀ

A torto il card. Gaetano ed Erasmo (L. Pirot, Hebrews, in DBs, III, col. 1424) vedevano un'interdipendenza tra l'autenticità paolina e la canonicità dell'e. agli E., di modo che questa non sarebbe canonica se non fosse di Paolo. Solo incidentalmente l'autorità divina di uno scritto dipende dalla sua autenticità umana. Non è questo il caso.

S. Girolamo, insistendo sulle difficoltà dei Latini a riguardo dell'e. agli E., lascia capire che queste toccavano anche la sua canonicità (Epist. 129 ad Dardanum, 3: PL 22, 1103). Infatti l'e. agli E. è rigettata dal prete romano Caio nella disputa con il montanista Proclo; è passata sotto silenzio da molti latini dei secc. II e III (cf. sopra, III).

Per contro, la lettera è conosciuta, probabilmente, da s. Ignazio, dallo Pseudo-Barnaba, da s. Policarpo, dalla Didaché, certo da Clemente Romano. Vestigia di essa si hanno anche in Giustino e nel Pastore di Erma. In una lettera dello guostico Tolomeo, conservatosi da s. Epifanio (Haer., 33, 3-7: PG 41, 557-68, particolarmente 564 C e 565 B) vi sono probabili allusioni all'e. agli E. Che l'accertasse s. Ireneo come canonica si sa da Eusebio (Hist. ecl., V, 26: PG 20, 309 B) e da qualche allusione nelle opere di lui. A Roma è citata da s. Ippolito, che però non la crede di Paolo, al dire di Fozio. La citano i Tractatus Origenis de Libris SS. Scripturarum (ed. P. Batiffol- A. Wilmart, Parigi 1900, p. 108) tra due passi di s. Paolo, ma attribuendole a Barnaba.

Dopo la metà del sec. IV c'è unanimità anche in Occidente, nonostante qualche lievissima traccia degli antichi dubbi, che scompare con il decreto tridentino.

V. DESTINATARI, SCOPO III DATA DI COMPOSIZIONE

L'opinione che l'e. agli E. fosse destinata ad etnico-cristiani, emessa da E. M. Roth nel 1856 e ripresa più tardi da E. Schürer, quindi da H. von Soden, E. Pfleiderer, R. Perdewitz, M. Dibelius, J. Moffatt ed altri, tra i non cattolici; prospettata come possibile dai cattolici J. Quentel e A. M. Dubarle, è in contrasto con il largo uso della Bibbia, con le allusioni a persone, cose e fatti del Vecchio Testamento, con i raffronti minuziosi tra la vecchia e la nuova economia, con la mancanza d'accenni ad una conversione dal paganesimo, infine con il pericolo, combattuto dalla lettera, di un ritorno al giudaismo. Destinazione giudeo-cristiana importano positivamente l'accenno ai « Padri » (1, 1), la nozione di popolo di Dio (2, 17; 5, 3; 7, 27; 9, 7; 11, 25; 13, 12),

il diffuso parallelo con il popolo incredulo del deserto (3, 7-4, 13), la formula caratteristica σαέρμα Ἀβραάμ (2, 16; cf. 11, 11, 18).

L'antichità cristiana non ha esitato sulla destinazione dell'e. agli E. a fedeli venuti dal giudaismo, e ritenne pure che luogo di destinazione fosse la Palestina, anzi, più precisamente, Gerusalemme. Per questo secondo punto molti nomi sono stati fatti nei tempi moderni, perfino quello di Ravenna; ma due soli, oltre Gerusalemme, con una certa fondatezza: Alessandria e Roma. Per Alessandria il fondamento è assai labile: il colorito alessandrino della lettera. Per Roma si preme sull'accenno a precedenti persecuzioni (10, 32 sgg.), sul saluto di « quelli dell'Italia » (13, 24). Th. Zahn pensa a una minoranza della comunità di Roma, e cui si riferirebbe anche Rom. 14, 1.

Accettando la destinazione gerosolimitana, si spiega meglio l'uso continuo e minuzioso del Vecchio Testamento, l'allusione a particolari del culto giudaico, la laconica espressione che Gesù « patì fuori della porta » (13, 12) e l'invito ad andargli « incontro fuori dell'accampamento » (13, 13), il persistente pericolo di ricaduta nel giudaismo, le pressioni dei non convertiti che giungono talvolta alla violenza. La comunità destinataria ha già avuto dei martiri nella persona delle « guide » (10, 32 sgg. a 13, 7); mentre i fedeli non hanno ancora « lottato fino al sangue » (12, 4), ma hanno subito spoliazione di beni e molteplici vessazioni (10, 32 sgg.).

K. Bornhäuser ritiene che l'e. agli E. non sia indirizzata a tutta la comunità di Gerusalemme, bensì al gruppo di sacerdoti convertiti, di cui in Act. 6, 7. La sua argomentazione, per quanto ingegnosa, non convince. Che la lettera sia indirizzata a tutta una comunità risulta dal cap. 13, che suppone varie categorie di persone, tra le quali anche le « guide » (vv. 7, 17, 24), distinte dalla massa dei lettori e superiori ad essa.

Scopo della lettera è quello, dunque, d'impedire un ripiegamento verso il giudaismo e rinfrancare nella fedeltà alla nuova alleanza, della quale si esaltano la dignità, il carattere definitivo e i vantaggi.

Quanto alla data di composizione pochi critici oltrepassano il 90, per la ragione che s. Clemente Romano (tra il 93 e il 97) usa quasi certamente l'e. agli E. Né manca, anche tra acattolici, chi resta entra il limite del 70. La maggioranza dei critici cattolici non va oltre il 66-67. Allo scoppiare, infatti, della guerra giudaica le condizioni dei giudeo-cristiani cambiarono radicalmente in Palestina: la comunità di Gerusalemme avrebbe cercato scampo altrove (a Pella, secondo Eusebio, Hist. ecl., III, 5: PG 20, 22: sg., ed Epifanio, Haer., 29, 7: PG 41, 401 sg.; 30, 2: PG 41, 408; De mensuris et ponderibus, 15: PG 43, 261). Inoltre, l'e. agli E. suppone il culto giudaico praticato (9, 25; 8, 3 sgg., ecc.), in modo da costituire ancora un pericolo di seduzione. Che l'occasione sia stato il martirio di Giacomo fratello del Signore (62 ca.) non è senza fondamento, ma non si può dimostrare. Ci sarebbe stata, allora, una crisi nella comunità di Gerusalemme per fattori esterni e per discordie intestine. Le « guide » (13, 17, 24) potrebbero essere una specie di governo collegiale, nella vacanza (sembra parlarne Eusebio, Hist. ecl., III, 11: PG 20, 245) tra la morte di Giacomo e l'elezione del successore Simeone. Ma siano nel campo delle ipotesi; come quando si tenta di stabilire il luogo donde l'e. agli E. sarebbe stata scritta partendo da 13, 24, testo ambiguo anche grammaticalmente.

SIRI.: Per i commenti dei Padri, degli scolastici e dei moderni, cattolici e protestanti, cf. Teodorico da Cantei S. Pietro, La Chiesa nella lettera agli Ebrei, Torino-Roma 1945, pp. VIII-XV e 13-80.

Commenti recenti più rappresentativi. Cattolici: A. Bisping, 2ª ed., Münster 1864; L. Zill, Magosca 1879; A. Schaefer, Münster 1895; I. A. van Steenkiste, Commentarios in oeuvre s. Pauli Epistola, II, 6ª ed., Brugge 1899; C. Huyghe, Gand 1901; M. Sales, La S. Bibbia, Il Nuovo Testamento, II, Torino 1914, pp. 476-503; J. Graf, Fridharo in Br. 1918; I. Rohr, Der Hebräerbrief und die geheime Offenbarung des hl. Johannes, 4ª ed., Bonn 1932, pp. 1-60; A. Médebelle, in La Ste Bible

di L. Pirot, XII, Parigi 1938, pp. 269-372; J. Bonirven, Paririgi 1943.

Non cattolici: F. Bleck, 3 parti, Berlino 1828-40; J. Chr. K. von Hofmann, Nördlingen 1873; G. Lünemann, 4ª ed., Gottings 1878; H. Alford, The Greek Testament, IV, Londra 1894, pp. 1 [87] e 1-273; B. Weiss, 4ª ed., Gottings 1897; H. von Soden, 5ª ed. Friburgo in Br. 1899; B. F. Westcott, 3ª ed., Londra 1903 (ristampa 1928); E. Rosenbach, 2ª-3ª ed., Lipsa-Erlangen 1922; J. Moffatt, Edimburgo 1924; H. Windisch, 2ª ed., Tubines 1931; T. H. Robinson, Londra 1933; O. Michel, Gottings 1936.

Per le questioni introduttorie e per la teologia, oltre la note introduttori, le enciclopedie bibliche e teologiche, da segnalare tra i cattolici: B. Heigl, Verfasser und Adresse des Briefes an die Hebräer, Friburgo in Br. 1903; J. Quentel, Les destinataires de l'Épître aux Hébreux, in Revue biblique, 9 (1912), pp. 59-68; I. Schuster, I destinatari dell'e. agli R., in Scuola cattolica, 66 (1938), pp. 64-65; A. M. Dubois, Rédacteur et destinataires de l'Épître aux Hébreux, in Revue biblique, 48 (1939), pp. 506-20; K. Pieper, Verfasser und Empfänger des Hebräerbriefes, in Neutestamentliche Untersuchungen, Paderborn 1939, pp. 46-63; W. Leonard, The authorship of the Epistle to the Hebrews, Roma 1939; J. Ungefueuer, Der Graue Priester über dem Hance Gottes, Würzburg 1939; Teodorico da Castel S. Pietro, op. cit., Torino-Roma 1945; C. Spica, L'authenticité du chapitre XIII de l'Épître aux Hébreux (Constitutionen Neotestamentien, 11), Lund 1947, pp. 226-30; C. Spica, La théologie des deux alliances dans l'Épître aux Hébreux, in Revue des sciences philosophiques et théologiques, 33 (1949), pp. 15-30. Non cattolici: E. K. A. Rishm, Der Lehrbegriff des Hebräerbriefes, 3 voll., Ludwigsburg 1858-59; E. Ménégos, La théologie de l'Épître aux Hébreux, Parisi 1864; G. Milligan, The theology of the Epistle to the Hebrews, Edimburgo 1869; A. Harnack, Probabilia über die Adresse und den Verfasser des Hebräerbriefes, in Zeitschrift für die neutest. Wiss., 1 (1900), pp. 16-41; R. Perdelwitz, Das literarische Problem des Hebräerbriefes, ibid., 11 (1910), pp. 59-78, 105-23; K. Bornhäuser, Empfänger und Verfasser des Briefes an die Hebräer (Beiträge zur Förderung christlicher Theologie, 35, 11), Gütersloh 1932. Teodorico da Castel San Pietro

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“EBREI, EPISTOLA AGLI.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 35. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/ebrei-epistola-agli.