SADDUCEI

SADDUCEI. - Membri di un partito giudaico politico-religioso dei tempi di Cristo. Il nome Σαβδοπούζα sembra derivi dal nome proprio Sadoc ([v.]; ebr. Ṣādhōq), trascritto dai Settanta Σαβδοῦα (dieci volte). Attribuendosi questo titolo i s. si vantavano, sembra, di discendere dal sommo sacerdote Sadoc; secondo altri, da un omonimo capo-partito.

Secondo s. Epifanio (Haer., 14; PG 41, 240) e s. Girolamo (In Mt., 3, 23; PL 26, 163) il nome deriverebbe dall'ebr. Ṣaddīq «giusto». Negli scritti rabbinici i s. (ṣaddīqim) sono talora chiamati boethosei, Boethos (v.), capostipite di una famiglia sacerdotale. Quantunque Flavio Giuseppe attribuisca ai s., farisei (v.) ed agli essenti (v.) origini molto antiche (Antiq. Ind., XVIII, 1, 2) e sebbene i «figli di Sadoc» (Σαβδοῦα) siano ricordati già in Ez. 40, 46; 44, 15; 48, 11 come sacerdoti nel nuovo Tempio (cf. Eccli. ebr. 51, 12), i s. entrano nella storia come partito, o setta, soltanto al tempo dei Maccabei (v.), in contrasto con i farisei, e scompaiono con la caduta di Gerusalemme (70 d. C.). Tra le cause che avrebbero favorito il sorgere e lo svilupparsi del partito, si elencano l'amore per l'ellenismo (J. Klausner), l'opposizione all'usurpazione farisaica del magistero religioso spettante ai sacerdoti (J. Bonsirven), l'insufficienza del predominio politico dei farisei al tempo di Giovanni Ircano (M.-J. Lagrange).

Pochi di numero, ma potenti, specialmente nel campo politico, in quanto costituivano la ricca aristocrazia sacerdotale della nazione, i s. favorirono gli asmonei Giovanni Ircano (135-104 a. C., dopo che

questi passò alla loro setta), Alessandro Ianneo (103-176), Aristobulo II (67-63). Al tempo di Cristo e degli Apostoli occupavano i primi posti tra i «sommi sacerdoti» del sinedrio.

La dottrina dei s. prende risalto dal contrasto con quella dei farisei. Non si posseggono però scritti di s., dai quali sia possibile attingerla direttamente. I s. accettavano solo la S. Scrittura (secondo alcuni solo il Pentateuco), ripudiavano «le tradizioni dei padri» accentuate dai farisei. Non ammettevano «né la resurrezione (cf. Mc. 12, 28; Lc. 20, 27), né angelo, né spiriti» (Act. 23, 8) all'infuori di Dio. Secondo Flavio Giuseppe negavano anche «la sopravvivenza dell'anima, come pure la punizione e i premi laggiù nell'Ade» (Bell. Ind., II, 8, 14). Anche dal «caso» della donna che aveva sposato successivamente sette mariti, sottoposto dai s. a Gesù (Mt. 22, 29-33 e paralleli), sembra che negassero non solo la risurrezione dei corpi, ma anche l'immortalità delle anime. Mentre gli essenti erano fatalisti e i farisei seguivano la via di mezzo nel conciliare l'azione divina con la libertà umana, i s. «negano in tronco il destino (εὐαγγέλτος) ed escludono che Dio faccia o guardi alcunché di male» (Fl. Giuseppe, ibid., II, 8, 14). Nel diritto criminale i s., che applicavano rigidamente la Legge mosaica, erano più severi dei farisei, specialmente nell'infliggere la pena del taglione (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XIII, 10, 6). Nella liturgia i s. divergevano dai farisei in molti punti, tra cui sul giorno in cui si doveva offrire al Tempio il primo manipolo, che secondo Lev. 23, 11 e i s. doveva essere la feria prima (domenica) successiva al sabato dell'ottava pasquale, mentre i farisei intendevano per quel sabato la stessa festa della Pasqua ebraica (15 nīśān), ed offrirono il manipolo al 16 nīśān, qualunque fosse il giorno della settimana; la differenza si Pentecoste (v.), da celebrarsi nel 50° giorno dalla presentazione del manipolo: questa per i s. capitava sempre il 1° giorno della settimana, mentre per i farisei poteva capitare in qualsiasi giorno tra il 5 e il 7 del mese nīśān. Queste divergenze di calendario inducevano talora i diversi partiti a modificare di un giorno l'inizio dei mesi lunari (specialmente del nīśān); sembra che per questo motivo gli accusatori di Gesù (s.) non avessero ancora mangiato l'agnello pasquale, già consumato la sera precedente da Gesù e dai farisei (cf. Io. 18, 28). Altre differenze liturgiche riguardavano i riti da compiersi nella festa dell'espiazione, l'ora dell'immolazione dell'agnello pasquale, che secondo Ex. 12, 6 e i s. doveva essere «tra i due vesperi», ossia dopo il tramonto, durante il crepuscolo, mentre i farisei l'anticipavano alla ora 9ª (ca. le attuali ore 15).

Giovanni Battista stigmatizzava farisei e s. «come razza di vipere» (Mt. 3, 7). La parabola del ricco epulone (Lc. 16, 19-31) presenta il tipo dei s. Nemici tra loro, farisei e s. gareggiavano nel sottoporre a Gesù domande capziose (Mt. 16, 1, e cf. 23, 29-33), si accordavano nel volerne la morte. Quanto i Vangeli e gli Atti degli Apostoli raccontano dei processi di Gesù e degli Apostoli (Pietro, Giovanni, Paolo) e del diacono Stefano dinanzi al sinedrio, riguarda specialmente i s., che avevano in esso le più alte cariche.

Il cosiddetto «documento ṣādhōqita» non riguarda i s., ma una frazione di farisei.

BIBL.: E. Schürer, Gesch. des jüd. Volkes im Zeitalter J. Chr., II, 4ª ed., Lipsia 1907, pp. 475-89; H. Lesêtre, Sadducens, in DB, V (1912), coll. 1337-45; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., II, trad. it., Torino 1913, pp. 132-37 e passim; S. Israel, Intorno all'origine della setta dei s., Roma 1920; P. Billerbeck, Komm. zum. N. Test. aus Talmud, IV, Monaco 1928, pp. 334-52; M.-J. Lagrange, Le judaïsme av. J. Chr., Parigi 1931, pp. 301-306; U. Holzmeister, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., Torino 1930, pp. 172-86. Pietro de Ambroggi
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“SADDUCEI.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 955. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/sadducei.