PENTECOSTE

PENTECOSTE. - I. S. SCRITTURA. - Festa ebraica, 7 settimane o 50 giorni (onde l'appellativo greco « cinquantesimo » [giorno]) dopo la Pasqua, divenuta solennità cristiana perché in quel giorno si inaugurò miracolosamente la comunità diretta dagli Apostoli (Act. 2, 1-14).

Secondo Lev. 23, 15-16: « Dal giorno dopo il sabato, cioè da quando avrete offerto il manipolo da agitare, conterete sette settimane compite. Contati così, fino al giorno dopo il settimo sabato, 50 giorni, offrirete al Signore un'oblazione nuova ». Per i Farisei il « giorno dopo il sabato » in cui si offriva il manipolo (d'orzo) era il 16 nisān, per i sadducei il giorno successivo a un vero sabato. Perciò la P., fissata al 50º giorno dall'offerta del primo manipolo, veniva celebrata dai sadducei sempre nel primo giorno della settimana. Perciò, se per i farisei cadeva il 5 o il 6 o anche il 7 del mese di nisān (2ª mese dopo il nisān, corrispondente a maggio-giugno), per i sadducei essa poteva cadere anche nei giorni più tardi.

Nell'anno della morte di Gesù, che fu il venerdì 14 nisān, coincisero il 15 nisān, festa di Pasqua, con il sabato della settimana; il 16 nisān era perciò domenica, primo giorno della settimana, e la P. di conseguenza cadde parimenti di domenica.

La P., la seconda grande festa nel corso dell'anno, era chiamata « festa della mietitura » o « festa delle setti-

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PENTECOSTE - La discesa dello Spirito Santo. Miniatura del Breviario di Montiéramey (sec. XII) - Parigi, Biblioteca nazionale, ms. lat. 706, f. 182 r.
(da V. JALABERT, LOUIS, Les Brèv. mat. des Bibl. publ. de France, Parigi 1881, lat. 9)
mane » (hagh ṣābhu'ōth : Ex. 34, 22; Deut. 16, 10; II Par. 8, 13) o « festa delle primizie » (Ex. 23, 16) perché si offrivano pani fatti con la farina del grano appena mietuto (Lev. 23, 17). L'offerta « libera » di cui parla il Deuteronomio (16, 10-11) non esclude le offerte prescritte, e doveva essere occasionale di un lieto convito, a cui il pio israelita, ricordando la benevolenza di Dio nel liberare il popolo dall'Egitto, faceva partecipare i diseredati, che non potevano fare quelle offerte. Il carattere agricolo originario della P. non fu alterato dalle prescrizioni relative alla data, ai riti ed ai sacrifici che, secondo la legislazione di Lev. 23, 15-22 e di Num. 28, 26-31, costituiscono il carattere proprio della festa e ne accrescono la solennità. Oltre l'offerta caratteristica dei due pani « lievitati » (Lev. 23, 17), si offriva il pane comune, quello che serviva di sostentamento ordinario, perché era ciò che si doveva alla liberalità di Dio, e di ciò lo si voleva ringraziare. Si aggiungeva l'olocausto di « sette agnelli di un anno, senza difetto, e un giovenco e due montoni » (ibid. 23, 18; secondo Num. 28, 27, due giovani tori, un montone e sette agnelli); di « un capro per vittima espiatoria e due agnelli di un anno in sacrificio salutare »: Lev. 23, 19. Vi erano dunque tre sorta di sacrifici: l'olocausto, il sacrificio per il peccato e il sacrificio pacifico dei due agnelli. Al senso dell'offerta delle primizie a Dio, in riconoscenza per la messe abbondante nella terra fertile e spaziosa da Dio promessa al popolo, si aggiunse più tardi il ricordo commemorativo della promulgazione della legge sul Sinai. Questo non appare nel Vecchio Testamento e neppure in Filone e Giuseppe; se ne trova menzione solo a partire dal sec. II d. C. (cf. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924, p. 601).

Sia per il suo significato che per la buona stagione in cui cadeva, la festa di P. era molto frequentata anche dai Giudei della diaspora (cf. Act. 2, 9-11). Anche s. Paolo nel suo terzo viaggio, tornando dalla Grecia, non volle fermarsi ad Efeso perché aveva fretta di giungere a Gerusalemme per la P. Essa è nominata anche in I Cor. 16, 8; ma è soprattutto importante il racconto in Act. 2, della discesa dello Spirito Santo avvenuta in quel giorno.

Il senso della P. cristiana risulta dai fatti che in quel giorno si verificarono. La missione dello Spirito Santo, promesso ripetutamente da Gesù (Io. 15, 26; Act. 1, 4-5, 8) con la manifestazione visibile in lingue di fuoco, fu l'inizio della Chiesa. Gli Apostoli incominciano la predicazione. Il fenomeno meraviglioso delle lingue sembra doversi spiegare come un fenomeno di glossolalia, come si verificò spesso in seguito nella Chiesa primitiva (I Cor. 14; cf. S. Lyonnet, De glossolalia Pentecostes eiusque significatione, in Verbum Domini, 24 [1944], pp. 65-75; J. René, Actes [La Ste Bible, ed. L. Pirot, 11,1], Parigi 1949, pp. 55-56).

BIBL.: H. Lesêtre, Pentecôte, in DB. V, pp. 119-23; M. Hagen, s. V. in Lexicon Biblicum, II, coll. 559-60; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, II, Torino 1913, pp. 252-53; F. Notscher, Biblische Altertumshunde, Bonn 1940, p. 358; A. Clamer, Lévitique, Nombres, Deuteronome (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 2), Parigi 1940, pp. 171 sq., 619. Silverio Zedda

II. LITURGIA

L'oggetto della festa di P. è chiaramente enunciato nell'antifona del Magnificat dei II Vespri del giorno: « hodie completi sunt dies pentecostes... Spiritus Sanctus in igne discipulis apparuit, et tribuit eis charismatum dona: misit eos in universum mundum praedicare et testificari... Con la P., la Chiesa, nata sulla Croce dal costato di Cristo (cf. s. Agostino, Tract. in Johan., XV, n. 8: PL 35, 1513), fa la sua prima apparizione in pubblico: « dies nobis », dice s. Agostino, « gratus illuxit quo sancta Ecclesia fidelium fulget aspectibus, fervet in cordibus » (Sermo 271, 1: PL 38, 1245). Nell'antichità la P. era essenzialmente la conclusione delle solennità pasquali la cui letizia si protraeva per i 50 giorni, chiamati « dies pentecostes », « quinquagesima » o semplicemente « pentecostes » (« quinquaginta diebus emensis, quos in laetitia praecipue festivitatis exegimus » diceva s. Leone Magno, Sermo 81: PL 54, 421). In quel giorno si ricordava non solo la discesa visibile dello Spirito Santo sugli Apostoli, quasi fosse il suo dies natalis, come diceva s. Agostino (« et venit Spiritus sanctus in quinquagenario numero tamquam natalem sibi apud nos faciens »: ed. G. Morin, Roma 1930, p. 185), ma il coronamento di « tutta l'economia della salvezza » (Baumstark [cit. in bibl.], p. 170). Però dal momento in cui nella liturgia romana la P. venne munita di ottava, essa prese l'aspetto di una festa a sé stante. Nella liturgia bizantina, come si rileva dall'idiomelo di Leone il despota, che si canta nella festa di P., sembra che l'oggetto della solennità sia quasi unicamente il mistero della S.ma Trinità. Anche per i russi la P. è innanzi tutto la domenica della S.ma Trinità. Il ricordo storico della discesa dello Spirito Santo è commemorato presso gli orientali il lunedì di P. Con la p. ebraica (v. SORA), la P. cristiana ha in comune la sola data.

1. Origine

La P. (« quinquagesimarum dies » secondo Eteria) è antica quanto la Pasqua, però gli accenni alla P. che si riscontrano negli Atti (20, 16) e nella prima lettera ai Corinti (16, 8) si riferiscono alla solennità ebraica. Tra le prime testimonianze per la P. cristiana si deve annoverare quella di Tertulliano che fa della « Pentecostes » ossia dei « quinquaginta dies » un tempo battesimale come la Pasqua (cf. De baptismo, 19; De idololatria, 14), durante il quale si prega in piedi in segno di letizia (De ieiuntis, 14; De corona, 3; De oratione, 23). Anche Origene (Contra Celsum, VIII, 22: PG 11, 1549-52) parla dei « τῆς πεντηκοστῆς ἡμέρας », con un accenno alla discesa dello Spirito Santo. Il carattere di letizia di questi 50 giorni divenne poi così tradizionale nella Chiesa, che, salvo eccezioni, vi si interrompevano digiuni e penitenze, come attestano, p. es., s. Ambrogio (« Maiores tradidere nobis pentecostes omnes quinquaginta dies ut paschae celebrandos »: Expositio in Lucam, VIII, 25: PL 15, 1863); Eteria (Itinerarium, 41: ed. H. Pétré,

Parigi 1948, p. 244); s. Agostino (« ieiunia relaxantur, et stantes oramus, quod est signum resurrectionis »: Epist. ad Ianuarium, 15: PL 33, 218); Cassiano (Collatio XXI, 11, 19-20: PL 49, 1185, 1193 sg.); e i Canones Hippolyti (nn. 195-98: ed. L. Duchesne, Origines du culte chrétien, 5ª ed. Parigi 1909, pp. 544-45).

Ad eccezione della Spagna, dove il Concilio di Elvira, all'inizio del sec. IV, dovette prescrivere la celebrazione della P. (can. 43: Hefele-Leclercq, I, 1, p. 245 sg.), dal sec. IV in poi la P. ebbe un carattere di particolare solennità.

Per l'Oriente si ricordano: Eteria che descrive la liturgia di P. a Gerusalemme, dove alla discesa dello Spirito Santo si associava il ricordo dell'Ascensione; la funzione cominciava al primo canto del gallo e si protraeva sino alla mezzanotte seguente (Itinerarium, 43, ed. cit., pp. 246-52); le Constitutiones Apostolorum (V, 20, 14; VIII, 33, 5; ed. F. X. Funk, Paderborn 1905, pp. 299, 538); s. Giovanni Crisostomo che la chiama «υπρόστινε τῶν ἑορτῶν» (Serm. de sancta Pentecoste, II, 1: PG 50, 463; cf. anche In Annam, Sermo IV, 2: PG 54, 662).

Per l'Occidente, si vedano: s. Ambrogio (De Apol. proph. Duzid, 42: « suscipimus advenientem in nos gratiam Spiritus Sancti die Pentecostes: vacant ieiunia, laus dicitur Deo, alleluia cantatur »: PL 14, 907); s. Agostino (Sermo 269, 1: PL 38, 1234); s. Massimo di Torino (Sermo 63: PL 57, 377); s. Leone Magno il quale ricorda che la P. « in praecipuis festis esse venerandam » (Sermo 75: PL 54, 400; cf. anche i Serm. 76-79).

2. La Vigilia

Tertulliano, come già si è detto, faceva dei giorni di P. un tempo battesimale, e papa Siricio sul finire del sec. IV richiamava a Imerio di Tarragona l'uso invalso « apud nos et apud omnes ecclesias » di conferire solo a P., e non già in altre solennità, il Battesimo ai catecumeni che per motivi vari non l'avevano potuto ricevere durante la veglia pasquale (Ep. I, 2: PL 13, 1134). La scelta di questa « sacrata solemnitas » per l'amministrazione del Battesimo era dovuta al fatto che P. « de paschalis festi pendet articulo », come osservava s. Leone ai vescovi siciliani (Ep. XVI: PL 54, 699-701) cf. Ep. CLXVIII: ibid., col. 1210). Anche i concili dell'evo carolino insistono molto sui due giorni battesimali di Pasqua e P., sa voi i casi d'urgenza. Si vedano le prescrizioni emanate dai vescovi radunati « ad ripas Danubii » nel 796; il § 4 dell'istruzione pastorale dell'arciv. Arnone del 798; il can. 4 del Concilio di Magonza dell'813 (ed. A. Werminghoff, in MGH, Concilia aevi Karolini, II, 1 [1906], pp. 173-75, 198, 261) e il can. 33 del Concilio di Parigi dell'829 (ibid., II, 11 [1908], p. 634).

Nella veglia di P. si seguiva, a un dipresso, lo stesso schema della veglia pasquale, ma i riti erano notevolmente ridotti: 1) quattro letture secondo i Sacramentari gelasiano antico e gregoriano (cf. anche Amalario, Lib. officialis, I, 38: ed. J. M. Hanssens, Amalarii ep. opera omnia liturgica, II, Città del Vaticano 1948, p. 181), sei invece secondo l'Ordo Romanus XI (sec. XII), che prescriveva di recitarle in latino e in greco (n. 62: PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, Le liber censuum, II, Parigi 1905, p. 157), tante ne sono poi rimaste nell'odierno Messale romano); 2) la benedizione del fonte; 3) il Battesimo; 4) la Cresima; 5) la Santa Messa. A Roma la veglia si celebrava al Laterano. In quanto al digiuno, diventato di regola al medioevo, si hanno i primi accenni in orazioni del cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. C. L. Feltoe, Cambridge 1896, pp. 25-26) e del gelasiano antico (ed. H. A. Wilson, Oxford 1894, p. 120); le orazioni del gregoriano non parlano di digiuno, che invece viene ordinato dal can. 10 del Concilio Bavarese del 740-50 (ed. Werminghoff, cit., II, 1, p. 53). Il rito della veglia notturna passò poi al pomeriggio per finire al mattino del sabato.

3. La festa

A Roma, la stazione liturgica del giorno si celebrava in S. Pietro, come già attesta il Sacramentario gregoriano. Tra i testi più caratteristici della festa si

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(per cortesia del sen. U. Treccani)
PENTECOSTE - Discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, Miniatura nell'Incipit degli Atti degli Apostoli. Bibbia di Borso d'Este, II, I, 215° (1433-61) - Modena, Biblioteca Estense.

ricordano: 1) la sequenza Veni Sancte Spiritus, autentico capolavoro, introdotta in modo definitivo nel Messale Romano da s. Pio V (1570); già attribuita al re Roberto il Pio o a Innocenzo III, è stata invece rivendicata al card. Stefano di Langton, arciv. di Canterbury (1207-28), giusta la testimonianza di un contemporaneo (cf. J. B. Pitra, Spicilegium solesmense, III, Parigi 1855, p. 130; P. H. Thurston, Notes sur les prières les plus usitées, IV. Le Veni S. Spiritus du card. Langton, in Rev. du clergé français, 21 [1915], t. LXXXIV, pp. 208-24). L'Ordo Romanus XIII (n. 26: PL 78, 1120) e molti messali manoscritti e a stampa, non esclusa l'ed. princeps del Missale Romanum (Milano 1474: ed. R. Lippe, Londra 1899, pp. 240-41) che contiene anche il Veni S. Spiritus, hanno invece per P. la sequenza Sancti Spiritus adsit nobis gratia (cf. U. Chevalier, Repertorium Hymnologicum, II, Lovanio 1897, n. 18557), composta dal monaco Notkero il Balbuziente e rivestita di una splendida melodia gregoriana; 2) il Prefazio, una delle più belle composizioni liturgiche del Messale romano: proviene dal Sacramentario gregoriano, ma il primo periodo già faceva parte d'un Prefazio della Messa vigilare di P. nei Sacramentari leoniano e gelasiano antico. Eccezionalmente nell'ora di Terza, anziché il solito inno ambrosiano, si recita il Veni Creator, per ricordare più direttamente l'ora della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

4. L'ottava

Le Costituzioni apostoliche, sopra ricordate (V, 20, 14), accennano alla settimana festiva dopo P., uso passato in seguito anche in Occidente, come attestano, ad es., il can. 36 del Sinodo di Magonza dell'813 che ne urge l'osservanza (ed. A. Werminghoff, ed. cit., II, 1, p. 270) e l'elenco delle feste di precetto osservate a Bologna nel sec. IX (« Sabbato Pentecoste venerabiliter celebretur sicut diem sanctum resurrectionis, II, III, IIII, V, VI et sabbatum post pentecostum a mane usque ad missa », ed. G. Morin, in Rev. bénéd. 19 [1902], p. 354). In progresso di tempo questa consuetudine decadde, tanto che il Sinodo di Costanza del 1094 (Mansi, XX, 795-96) dovette contentarsi di ristabilirla solo in parte prescrivendo che i giorni di festa a Pasqua e a P. fossero limitati ai tre primi giorni della settimana, ma anche questa parziale restaurazione del precetto non fu a lungo osservata. In quanto all'ottava, che si conclude con Nona di sabato, a Roma non era conosciuta al tempo di s. Leone Magno, il quale parla soltanto dei digiuni delle Tempora d'estate. Nonostante le « orationes ad vespers infra octavas Pentecostes » del Gelasiano antico, l'organizzazione liturgica della settimana di P., con l'inclusione dei tre giorni di digiuno delle Tempora d'estate, è dovuta a s. Gregorio Magno (cf. Egberto di York, De institutione catholica, interr. XVI, 2: PL 89, 441; cf. A. Chavasse [cit. in bibl.], pp. 75-81). Nel corso del sec. VII, per togliere il digiuno dall'ottava di P., si è pensato di trasportarlo, a Roma e in varie altre Chiese, nella settimana della IIIª o della IVª domenica dopo P., ma Gregorio VII ripristino l'« aestivale ieiunium » all'ottava di P. (cf. Micrologus, 25: PL 151, 997).

5. Le domeniche dopo P

Benché il libro III del Sacramentario gelasiano antico (ed. cit., pp. 224-33)

contenga senza particolare indicazione un gruppo compatto di 16 domeniche, i cui formulari si ritrovano poi nelle domeniche V-XX dopo P. degli antichi libri liturgici romani e dell'odierno Messale romano, tuttavia l'organizzazione delle domeniche dopo P. è dovuta a s. Gregorio Magno che le distribuì in questo modo: « post Pentecosten », numero vario al massimo 5; « post Nat. Apostolorum », 6; « post Sci Laurentii », 5; « post Sci Cipriani », 7 (o anche « post Sci Angeli » cioè s. Michele). La numerazione continua da 1 a 24, oggi in uso, proviene dal Sacramentario gelasiano del sec. VIII. Non potendo per ragioni di spazio studiare i formulari, alcuni veramente splendidi, assegnati a queste domeniche si vedano al riguardo le trattazioni del De Puniet, dello Schmidt, del Chavasse e gli studi ricordati nelle loro bibliografie. Giova però osservare che nella redazione complessiva di questi formulari non si scorge punto la preoccupazione di esporre sistematicamente un concetto. Per terminare si fa notare una particolarità che può servire per l'identificazione dei messali manoscritti: la serie dei versetti alleluistici delle domeniche dopo P. nei messali anteriori al 1570 varia da Chiesa a Chiesa, però dal sec. x al sec. xvi essi sono costanti nei libri liturgici di una medesima Chiesa, come ha dimostrato egregiamente V. Leroquais (Les sacramentaires et les mites mis. des Bibliothèques publ. de France, I, Parigi 1924, pp. xxiv-vi). Nella liturgia bizantina le 14 prime domeniche dopo P. sono dette di s. Matteo dal Vangelo che vi si legge, le altre, fino alla nostra settuagesima, di s. Luca per l'identica ragione.

6. Nomi e simboliche usanze medievali

Nei documenti medievali la P. è detta: Pascha de medio (maggio); Pascha militum; Pascha Pentecostes; P. collectorum (P. media era il mercoledì di P. e P. prima e ultima erano il 10 maggio e 13 giugno, termini estremi in cui può cadere P.). Nel basso medioevo era diffusissimo l'uso di rappresentare simbolicamente la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. La P. prese appunto anche il nome di Pascha rosatum, pasqua rosata, di rose o di rugiada, dalla più comune scena di questo genere che consisteva nel far scendere dall'alto della chiesa una pioggia di rose rosse o di batuffoli di stoppa accesi, in ricordo delle lingue di fuoco scese sugli Apostoli nel Cenacolo. A Roma questa pioggia simbolica aveva luogo la domenica che precede P., « la dominica de rosa », nella chiesa stazionale di S. Maria ad Martyres, mentre il Papa dall'ambone parlava al popolo della prossima solennità di P. in quell'istante dall'alto dell'occhio della rotonda si buttavano « rosse in figura eiusdem Spiritus Sancti », come attesta al sec. xii l'Ordo Romanus XI di Benedetto canonico (n. 61: PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, vol. 157). A Bayeux al canto della sequenza Sancti Spiritus adsit nobis gratia si faceva cadere dall'alto della volta della Cattedrale fiori di sette profumi diversi per ricordare i Sette Doni. Altrove al canto dell'Epistola si imitava il rumore del vento impetuoso ricordato dal sacro testo e si dava fiato a trombe. Mentre si cantava il Veni creator si accendevano le candele, si suonavano le campane e sette sacerdoti rivestiti di pianeta con incensieri accesi e profumati stavano col vescovo ai piedi dell'altare. In altre chiese, come, p. es., nella basilica di S. Pietro e a Orvieto (e qui l'usanza è tuttora viva; la cerimonia della palombella ha luogo, da un secolo a questa parte, sul sagrato; la colombina percorre il tratto aereo segnato dalla fune fra lo sparo « di mille scoppi ») si lanciavano durante la celebrazione della Messa colombe o uccelli. Dove questi mancavano si faceva scendere sull'altare una colomba di legno con al becco un'ostia.

Per le rappresentazioni della P. nell'arte

V. SPIRITO SANTO

Vedi tav. LXXVIII.

BIBL.: K. A. Kellner, L'anno ecclesiastico e le feste dei Santi, 2ª ed., Roma 1914, pp. 104-109; H. Leclercq, Pentecôte, in DACL. XIV, 1, coll. 260-74; L.-A. Molien, La prière de l'Eglise, II, Parigi 1924, pp. 531-34; W. Rösser, Das hl. Augustinus Schriften als liturgie-geschichtliche Quelle, Monaco 1930, pp. 26-27, 107; P. De Puniet, Le Sacramentaire romain de Gellone, estratto dalle Eph. Liturgicae, Roma [1938], pp. 58-65; Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster 1935; R.-J. Hesbert, Antiphonale Missarum sextuplex, Bruxelles 1935, pp. LXXII-IX; A. Baumstark, Liturgie comparée, 2ª ed., Chevetogne

1939, pp. 151, 170-71; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 209-19; J. A. Jungmann, Pfingstokten u. Kirchbonnse in der römischen Liturgie, in Miscellanea lit. in honorem L. C. Mahlberg, I, Roma 1948, pp. 169-82; H. Schmidt, Die Sonntage nach Pfingsten in den römischen Sakramentaren, ibid., pp. 451-93 (con ampia bibl. precedente; da tener presente le osservazioni di dom B. Botte, in Les questions liturgiques et paroissiales, 31 [1950], n. 411 e del Chavasse); id., De lectionibus soriantibus in formulis identicis sacramentariorum Leoniani, Gelasiani et Gregoriani, in Sacris erudiri, 4 (1952), pp. 100-73 (le formule per la P. a pp. 160-61); P. Bruylants, Les oraisons du Misset Romain, II, Lovanio 1953 (v. indice); A. Chavasse, Les plus anciens types du lectionnaire et de l'antiphonaire romains de la Messe, in Rev. bénédictine, 62 (1952), pp. 3-94. A. Pietro Frutza

Cite this article

“PENTECOSTE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 703. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/pentecoste.