PENTECOSTE. - I. S. SCRITTURA. - Festa ebraica, 7 settimane o 50 giorni (onde l'appellativo greco «cinquantesimo» [giorno]) dopo la Pasqua, divenuta solennità cristiana perché in quel giorno si inaugurò miracolosamente la comunità diretta dagli Apostoli (Act. 2, 1-14).
Secondo Lev. 23, 15-16: «Dal giorno dopo il sabato, cioè da quando avrete offerto il manipolo da agitare, conterete sette settimane compite. Contati così, fino al giorno dopo il settimo sabato, 50 giorni, offrirete al Signore un'obblazione nuova». Per i Farisei il «giorno dopo il sabato» in cui si offriva il manipolo (d'orzo) era il 16 nisàn, per i soddacchi il giorno successivo a un vero sabato. Perciò la P., fissata al 50° giorno dall'offerta del primo manipolo, veniva celebrata dai soddacchi sempre nel primo giorno della settimana. Perciò, se per i farisei cadeva il 5 o il 6 anche il 7 del mese di sìcàn (2° mese dopo il nisàn, corrispondente a maggio-giugno), per i soddacchi essa poteva cadere anche nei giorni più tardi.
Nell'anno della morte di Gesù, che fu il venerdì 14 nisàn, coincisero il 15 nisàn, festa di Pasqua, con il sabato della settimana; il 16 nisàn era perciò domenica, primo giorno della settimana, e la P. di conseguenza cadde parimenti di domenica.
La P., la seconda grande festa nel corso dell'anno, era chiamata «festa della mietitura» o «festa delle setti
Il senso della P. cristiana risulta dai fatti che in quel giorno si verificarono. La missione dello Spirito Santo, promesso ripetutamente da Gesù (Io. 15, 26; Act. 1, 4-5. 8) con la manifestazione visibile in lingue di fuoco, fu l'inizio della Chiesa. Gli Apostoli incominciarono la predicazione. Il fenomeno meraviglioso delle lingue sembra doversi spiegare come un fenomeno di glossolalia, come si verificò spesso in seguito nella Chiesa primitiva (I Cor. 14; cf. S. Lvonnett, De glossolalia Pentecostes eiusque significatione, in Verbum Domini, 24 [1944], pp. 65-75; J. Renié, Actes [La Ste Bible, ed. L. Pirot, 11,1], Parigi 1949, pp. 55-56).
II. LITURGIA
L'oggetto della festa di P. è chiaramente enunciato nell'antifona del Magnificat dei II Vespri del giorno: «hodie completi sunt dies pentecostes... Spiritus Sanctus in igne discipulis apparuit, et tribuit eis charismatum dona: misit eos in universum mundum praedicare et testificar...». Con la P., la Chiesa, nata sulla Croce dal costato di Cristo (cf. s. Agostino, Tract. in Johann., XV, n. 8; PL 35, 153), fa la sua prima apparizione in pubblico; «dies nobis», dice s. Agostino, «gratis illuxit quo sancta Ecclesia fidelium fulget aspectibus, fervet in cordibus» (Sermo 271, 1; PL 38, 1245). Nell'antichità la P. era essenzialmente la conclusione delle solennità pasquali la cui letizia si protraeva per i 50 giorni, chiamati «dies pentecostes», «quinquagesima» o semplicemente «pentecostes» («quinquaginta diebus cimensis, quos in laetitia praecipue festivitatis exegimus» diceva s. Leone Magno, Sermo 81; PL 54, 421). In quel giorno si ricordava non solo la discesa visibile dello Spirito Santo sugli Apostoli, quasi fosse il suo dies natalis, come diceva s. Agostino («et venit Spiritus sanctus in quinquagennario numero tamquam natalem sibi apud nos faciens»: ed. G. Morin, Roma 1930, p. 185), ma il coronamento di «tutta l'economia della salvezza» (Baumstark [cit. in bibl.], p. 170). Però dal momento in cui nella liturgia romana la P. venne munita di ottava, essa prese l'aspetto di una festa a sé stante. Nella liturgia bizantina, come si rileva dall'idiomelo di Leone il despota, che si canta nella festa di P., sembra che l'oggetto della solennità sia quasi unicamente il mistero della S.ma Trinità. Anche per i russi la P. è innanzi tutto la domenica della S.ma Trinità. Il ricordo storico della discesa dello Spirito Santo è commemorato presso gli orientali il lunedì di P. Con la p. ebraica (v. SORA), la P. cristiana ha in comune la sola data.I. Origine
La P. («quinquagesimarum dies» secondo Eteria) è antica quanto la Pasqua, però gli accenni alla P. che si riscontrano negli Atti (20, 16) e nella prima lettera ai Corinti (16, 8) si riferiscono alla solennità ebraica. Tra le prime testimonianze per la P. cristiana si deve annoverare quella di Tertulliano che fa della «Pentecostes» ossia dei «quinquaginta dies» un tempo battesimale come la Pasqua (cf. De baptismo, 19; De idololatria, 14), durante il quale si prega in piedi in segno di letizia (De ieiunitis, 14; De corona, 3; De oratione, 23). Anche Origene (Contra Celsum, VIII, 22; PG 11, 1549-52) parla dei «τὰ πεντηκοστῆς ἡμέρας», con un accenno alla discesa dello Spirito Santo. Il carattere di letizia di questi 50 giorni divenne poi così tradizionale nella Chiesa, che, salvo eccezioni, vi si interrompevano digiuni e penitenze, come attestano, p. es., s. Ambrogio («Maiores tradidere nobis pentecostes omnes quinquaginta dies ut paschae celebrandos»: Expositio in Lucam, VIII, 25; PL 15, 1863); Eteria (Itinerarium, 41; ed. H. Pétré,
Pentecoste - La discesa dello Spirito Santo. Ministurs del Breviario di Montiéramey (sec. 21), - Parigi, Biblioteca nazionale,
Parigi 1948, p. 244); s. Agostino († ieiunia relaxantur, et stantes oramus, quod est signum resurrectionis): Epist. ad Iannarium, 15: PL 33, 218; Cassiano (Collatio XXI, 11, 19-20: PL 49, 1185, 1193 sg.); e i Canones Hippolyti (nn. 195-98: ed. L. Duchesne, Origines du culte chrétien, 5a ed. Parigi 1909, pp. 544-45).
Ad eccezione della Spagna, dove il Concilio di Elvira, all'inizio del sec. IV, dovette prescrivere la celebrazione della P. (can. 43: Hefele-Leclerq, I, 1, p. 245 sg.), dal sec. IV in poi la P. ebbe un carattere di particolare solennità.
Per l'Oriente si ricordano: Eteria che descrive la liturgia di P. a Gerusalemme, dove alla discesa dello Spirito Santo si associava il ricordo dell'Ascensione; la funzione cominciava al primo canto del gallo e si protraeva sino alla mezzanotte seguente (Itinerarium, 43, ed. cit., pp. 246-52); le Constitutiones Apostolorum (V, 20, 14; VIII, 33, 5; ed. F. X. Funk, Paderborn 1905, pp. 299, 538); s. Giovanni Crisostomo che la chiama «ἐπιστολὴ τῶν δοῦρων» (Serm. de sancta Pentecoste, 11, 1: PG 50, 463; cf. anche In Annam, Sermo IV, 2: PG 54, 602).
Per l'Occidente, si vedano: s. Ambrogio (De Apol. proph. David, 42: «suscipimus advenientem in nos gratiam Spiritus Sancti die Pentecostes: vacant ieiunia, laus dicitur Deo, alleluia cantatur»: PL 14, 907); s. Agostino (Sermo 269, 1: PL 38, 1234); s. Massimo di Torino (Sermo 63: PL 57, 377); s. Leone Magno il quale ricorda che la P. «in praecipuis festis esse venerandam» (Sermo 75: PL 54, 400; cf. anche i Serm. 76-79).
2. La Vigilia
Tertulliano, come già si è detto, faceva dei giorni di P. un tempo battesimale, e papa Siricio sul finire del sec. IV richiamava a Imerio di Tarragona l'uso invalso «apud nos et apud omnes ecclesias» di conferire solo a P., e non già in altre solennità, il Battesimo ai catecumeni che per motivi vari non l'avevano potuto ricevere durante la veglia pasquale (Ep. I, 2: PL 13, 1134). La scelta di questa «sacrata solennitas» per l'amministrazione del Battesimo era dovuta al fatto che P. «de paschalis festi pendet articulo», come osservava s. Leone ai vescovi siciliani (Ep. XVI: PL 54, 699-701) cf. Ep. CLXVIII: ibid., col. 1210). Anche i concili dell'evoluzione insisono molto sui due giorni battesimali di Pasqua e P., sa vo i casi d'urgenza. Si vedano le prescrizioni emanate dai vescovi radunati «ad ripas Danubii» nel 796; il § 4 dell'istruzione pastorale dell'arciv. Arnone del 798; il can. 4 del Concilio di Magonza dell'813 (ed. A. Werninghoff, in MGH, Concilia aevi Karolini, II, 1 [1906], pp. 173-75, 198, 261) e il can. 33 del Concilio di Parigi dell'820 (ibid., II, 11 [1908], p. 634).Nella veglia di P. si seguiva, a un dipresso, lo stesso schema della veglia pasquale, ma i riti erano notevolmente ridotti: 1) quattro letture secondo i Sacramentari gelasiano antico e gregoriano (cf. anche Amalario, Lib. officialis, I, 38: ed. J. M. Hanssens, Amalarij ep. opera omnia liturgica, II, Città del Vaticano 1948, p. 181), sei invece secondo l'Ordo Romanus XI (sec. XII), che prescriveva di recitarle in latino e in greco (n. 62: PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, Le liber censuum, II, Parigi 1905, p. 157), tante ne sono poi rimaste nell'odierno Messale romano; 2) la benedizione del fonte; 3) il Battesimo; 4) la Cresima; 5) la Santa Messa. A Roma la veglia si celebrava al Laterano. In quanto al digiuno, diventato di regola al medioevo, si hanno i primi accenni in orazioni del cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. C. L. Feltoe, Cambridge 1896, pp. 25-26) e del gelasiano antico (ed. H. A. Wilson, Oxford 1894, p. 120); le orazioni del gregoriano non parlano di digiuno, che invece viene ordinato dal can. 10 del Concilio Bavarese del 740-50 (ed. Werninghoff, cit., II, 1, p. 53). Il rito della veglia notturna passò poi al pomeriggio per finire al mattino del sabato.
3. La festa
A Roma, la stazione liturgica del giorno si celebrava in S. Pietro, come già attesta il Sacramentario gregoriano. Tra i testi più caratteristici della festa si ricorda che la veglia pasquale era stata celebrata nel 1948, quando il papa Eugenio XII, in occasione della festa, aveva invitato i sacerdoti e i ministri della Chiesa a partecipare al rito.ricorda che la veglia pasquale era stata celebrata nel 1948, quando il papa Eugenio XII, in occasione della festa, aveva invitato i sacerdoti e i ministri della Chiesa a partecipare al rito.
(per cortesia del sen. G. Treccani)
(per cortes del ser. C. C. C. Treccani)
contenga senza particolare indicazione un gruppo com-
pato di 16 domeniche, i cui formulari si ritrovano poi
nelle domeniche V-XX dopo P. degli antichi libri liturgici
romani e dell'odierno Messale romano, tuttavia l'orga-
nizzazione delle domeniche dopo P. è dovuta a s. Gre-
gorio Magno che le distribui in questo modo: «post
Pentecosten», numero vario al massimo 5; «post Nat.
Apostolorum», 6; «post Sci Laurentii», 5; «post Sci
Cipriani», 7 (o anche «post Sci Angeli» cioè s. Michele).
La numerazione continua da 1 a 24, oggi in uso, proviene
dal Sacramentario gelasiano del sec. VIII. Non potendo
per ragioni di spazio studiare i formulari, alcuni ver-
mente splendidi, assegnati a queste domeniche si vedano
al riguardo le trattazioni del De Puniet, dello Schmidt,
del Chavasse e gli studi ricordati nelle loro bibliografie.
Giova però osservare che nella redazione complessiva
di questi formulari non si scorge punto la preoccupazione
di esporre sistematicamente un concetto. Per terminare
si fa notare una particolarità che può servire per l'iden-
tificazione dei messali manoscritti: la serie dei versetti
alleliatici delle domeniche dopo P. nei messali anteriori
al 1570 varia da Chiesa a Chiesa, però dal sec. x al sec. xvi
essi sono costanti nei libri liturgici di una medesima
Chiesa, come ha dimostrato egregiamente V. LÉRINS
(Les sacramentaires et les missels nus. des Bibliothèques
publ. de France, I, Parigi 1924, pp. xxiv-vii). Nella
liturgia bizantina le 14 prime domeniche dopo P. sono
dette di s. Matteo dal Vangelo che vi si legge, le altre, fino
alla nostra settantesima, di s. Luca per l'identica ragione.
6. Nomi e simboliche usanze medievali
Nei docu- menti medievali la P. è detta: Pascha de madio (maggio); Pascha militum; Pascha Pentecoste; P. collectorum (P. media era il mercoledì di P. e P. prima e ultima erano il 10 maggio e il 13 giugno, termini estremi in cui può cadere P.). Nel basso medioevo era diffusissimo l'uso di rappre- sentare simbolicamente la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli. La P. prese appunto anche il nome di Pascha rosatum, pasqua rosata, di rose o di rugiada, dalla più comune scena di questo genere che consisteva nel far scendere dall'alto della chiesa una pioggia di rose rosso o di batuffoli di stoppa accesi, in ricordo delle lingue di fuoco scese sugli Apostoli nel Cenacolo. A Roma questa pioggia simbolica aveva luogo la domenica che precede P., «la dominica de rosa», nella chiesa stazionale di S. Maria ad Martyres, mentre il Papa dall'ambone parlava al popolo della prossima solennità di P. In quell'istante dall'alto dell'occhio della rotonda si buttavano «rosa» in figura eiusdem Spiritus Sancti, come attesta al sec. xii l'Ordo Romanus XI di Benedetto canonico (n. 61: PL 78, 1049; ed. L. Duchesne, cit. 157). A Bayeux al canto della sequenza Sancti Spiritus adit nobis gratia si faceva cadere dall'alto della vòlta della Cattedrale fiori di sette profumi diversi per ricordare i Sette Doni. Altrove al canto dell'Epistola si invitava il rumore del vento impa- tuoso ricordato dal sacro testo e si dava fiato a trombe. Mentre si cantava il Veni creator si accendevano le can- delle, si suonavano le campane e sette sacerdoti rivestiti di pianeta con incensieri accesi e profumati stavano col vescovo ai piedi dell'altare. In altre chiese, come, p. es., nella basilica di S. Pietro e a Orvieto (e qui l'usanza è tuttora viva; la cerimonia della palombella ha luogo, da un secolo a questa parte, sul sagrato; la colombina per- corre il tratto aereo segnato dalla fune fra lo sparo di mille scoppi) si lanciavano durante la celebrazione della Messa colombe o uccelli. Dove questi mancavano si fa- ceva scendere sull'altare una colomba di legno con al becco un'ostia.Per le rappresentazioni della P. nell'arte V. SPIRITO
SANTO. - Vedi tav. LXXVIII.
1939, pp. 151, 170-71; M. Righetti, Storia liturgica, II, Milano
1946, pp. 209-19; J. A. Jungmann, Pfingstokta V. Kirchchenbusse
in der römischen Liturgie, in Miscellanea lit. in honorem L. C.
Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 169-82; H. Schmidt, Die Sonntage
nach Pfingsten in den römischen Sakramentalen, ibid., pp. 451-93
(con ampia bibl. precedente; da tener presente le osservazioni
di dom B. Botte, in Les questions liturgiques et paroissiales, 31
[1956], n. 411 e del Chavasse); id., De lectionibus variantibus in
formulis identicis sacramentariorum Leoniani, Gelasian et Grego-
riani, in Sacris erudiri, 4 (1952), pp. 100-73 (le formole per la
P. a pp. 160-61); P. Bruylants, Les oraisons du Missel Romain,
II, Lovanio 1952 (v. indice); A. Chavasse, Les plus anciens
types du lectionnaire et de l'antiphonaire romains de la Messe,
in Rev. bénédictine, 62 (1952), pp. 3-94. A. Pietro Frutaz
