PASSIONARIO. - P. (da passionarius o passionale) o leggendario è la raccolta di libelli consacrati al racconto della vita, del martirio, delle traslazioni e dei miracoli dei santi. I due termini sono stati usati indifferentermente, l'uno per l'altro. Nel sec. XII, invece (cf. Beleth, De div. off., c. 60: PL 202, 66), passionarius e leggendarius erano due libri liturgici distinti e facevan parte della dotazione normale di una buona comunità monastica e delle chiese più importanti; il p. conteneva le passiones martyrum, il leggendario, la vita, la morte e i miracoli dei confessores, solo, però, per quel tanto che veniva letto il giorno della loro festa nell'ufficiatura. La distinzione delle due categorie (martyres-confessores) è certo assai più antica di Beleth, perché si trova già nel sec. VI, sebbene con diverso intento, in Gregorio di Tours (Liber in gloria martyrum, in gloria confessorum). Per l'uso liturgico i compilatori preferirono un genere misto, raccogliendo passiones e vita secondo il corso naturale dell'anno ecclesiastico: «lezionario agiografico», in contrapposto a «lezionario biblico» e «omiletico».
La destinazione liturgica dei p. nei manoscritti è evidente quando la narrazione è suddivisa in paragrafi, in corrispondenza alle lezioni dell'Ufficio, contraddistinte da numeri romani I, II, III, ecc., o dalle espressioni fittis o faci finem (ms. lat. 11750, Biblioteca naz. di Parigi). La raccolta del materiale nei p. segue diversi criteri: per lo più o l'ordine del calendario o la qualifica degli eponimi (apostoli, martiri, sante vergini...). Ci sono p. che non presentano ordine alcuno.
Il valore intrinseco delle raccolte varia a seconda della loro origine. Altro è il valore delle raccolte autentiche, nelle quali cioè il compilatore è anche redattore (come s. Gregorio di Tours ed Eulogio); altro il valore quando il redattore s'è limitato a mettere insieme i vari testi agiografici e copiarli o farli copiare; altro, infine, il valore quando il compilatore è nello stesso tempo autore, almeno in parte, in quanto ha supplito egli stesso le passiones o vita mancanti. Per lo più i p. sono anonimi.
A differenza del martirologio il p. doveva servire per la lettura (pubblico) a scopo di edificazione. Con il tempo i martirologi, ampliando i loro dati scheletrici, si avvicinarono alle passiones da cui trassero elementi narrativi (martirologi storici); le passiones, invece, per un processo opposto e allo scopo di rendere la lettura meno pesante, sfrondarono il racconto degli elementi superflui.
I. STORIA
Unica fonte primitiva della lettura nelle sinapsi liturgiche fu il codex Scripturarum, la Bibbia, di cui il lector leggeva prout tempus fert (Giustino, Apologia, I, c. 65) un tratto, ripreso al punto lasciato interrotto, la volta precedente (lectio continua). Ma già nel periodo subapostolico (sec. II, fino a. II, 175) s'introdusse l'uso di leggere altri scritti, come lettere circolari di grandi eroi della fede e, negli anniversari dei martiri, il racconto delle loro gesta (cf. martyrium Polycarpi, a. 155, e gli Atti dei martiri di Lione, a. 177).Gli anniversari si moltiplicarono quando, dopo il sec. IV, anche i confessores furono ammessi come i martiri agli onori del culto. Crebbe così il numero dei panegirici, delle passiones e delle vita dei santi. Cassiodoro (m. nel 575) prescrisse ai suoi monaci: vitas Patrum, confessiones fidelium, passiones martyrum legite constanter (De Institut. divin. litter.: PL 70, 1147). Ma il testo si riferisce di certo alla lettura spirituale. Roma, fedele al canone dei libri scritturali, non fece buon viso a queste composizioni peregrine, tanto più che, per i martiri, agli acta sincera s'erano aggiunti infarcimenti letterari e fantasie di scrittori incontrollati, spesso anonimi (monaci per lo più o infideles seu idiotae, che non di rado alteravano e falsavano gli stessi dati storici); tanto che Gesalosi I (492-96) lanciò il famoso decreto: «Gesta sanctorum martyrum... quia et eorum, qui conscripsere, nomina penitus ignorantur... ne vel levis subsannandi oriretur occasio, in sancta Romana Ecclesia non leguntur» (PL 59, 160-61: Denz-U, n. 165). Anche l'Oriente fu contrario (Concilio di Laodicea, can. 69) alle passiones, che invece trovarono buona accoglienza in Africa, a Milano e in Gallia. S. Agostino accenna più volte alla lettura delle Passiones nei suoi discorsi: «Modo legebatur Passio beati Cypriani» (cf. Misc. Agostiniana, I, Roma 1930, p. 67, 80; Serm., 273, c. 2: PL 38, 1249). L'uso fu codificato nel Concilio di Ippona del 393 (Mansi, IV, 924) e nel IV di Cartagine del 397 (Ph. Labbé, Conc., II, Venezia 1728, col. 1409). V. ATTI DEI MARTIRI.
Agli inizi del sec. V nel monastero di vergini fondato in Palestina da s. Melania iuniore si trovano nell'Ufficio liturgico tre lezioni, prese, come di consueto, in Oriente, dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Ma nell'ultimo Ufficio notturno recitato dalla Santa in onore di s. Stefano, la notte del 25-26 dic. 439, essa aggiunse altre due lezioni; una narrava il martirio del Santo, l'altra l'invenzione delle sue reliquie: «quia consuetudo erat ei per vigilias sanctorum quinque legere lectiones» (M. Rampolla del Tindaro, S. Melania iuniore, Roma 1905, p. 265). Poiché né in Oriente né a Roma si ammetteva nella salmodia la lettura degli Atti dei martiri; perciò Melania dovette aver appreso l'uso in Africa, nel 415.
Per Milano, nei discorsi di s. Ambrogio si trovano largamente utilizzate le Passiones di s. Agnese, s. Cecilia, ecc., mentre per la Gallia fa fede un testo di Arnobio il giovane (metà sec. v): «coticie legitur in ecclesia in conspectu Dei, quanta mala fecerunt Christo, apostolis et martyribus» (PL 53, 494), che il Morin interpreta senza dubbio nel senso delle passiones (Rev. bénéd., 28 [1911], p. 173). La rigidità gelosiana sembra dovesse limitarsi alla sinasi eucaristica; nell'Ufficio si fu più remissivi. Se ne trova traccia nella Regola di s. Benedetto (cap. 14): «In sanctorum festivitatibus... lectiones ad ipsum diem pertinentes dicantur». È probabile che tali lezioni fossero riunite in apposito volume, un p. incipiente al quale potrebbe riferirsi s. Gregorio Magno, quando nel 598, ad Eulogio di Alessandria che gli richiedeva «cunctorum martyrum gesta», rispondeva che l'Archivio della Chiesa romana ne conosceva solo «pauci quaedam in unius codicis volumine collecta» (cf. A. Dufourcq, Le pas-
sionnaire occidental du VIIe siècle, in Mélanges d'arch. et d'hist. de l'Ecole franç. de Rome, 26 [1906], pp. 27-65).
L'intransigenza iniziale andò man mano attenuandosi fino alla tolleranza e poi al riconoscimento ufficiale con l'estendersi del culto dei santi. Fino al sec. IX la passio si leggeva solo nella chiesa dove il Santo veniva venerato. Adriano I (772-95) la estese anche a S. Pietro, quando vi si celebrava il loro Ufficio (è il periodo delle grandi traslazioni e della diffusione delle reliquie). Lo attesta l'Ordo XII (tra la fine del sec. VIII e la prima metà del IX; cf. M. Andricu, Les Ordines Romani du haut moyen-âge, II, Lovanio 1948, p. 466): «Passiones sanctorum vel gesta ipsorum usque ad Adriani tempora tantummodo ibi legebantur ubi ecclesia ipsius sancti vel titulus erat. Ipse vero tempore suo renovare iussit et in Ecclesia Sancti Petri legendas esse instituit». Il favore pontificio ne facilitò la diffusione e l'incremento, al punto da costituire nell'Ufficio divino una minaccia per la stessa lectio divina.
La lettura si faceva in coro, ma quando era assai prolissa si continuava in refectorio, come chiosa il ms. lat. 798 della Biblioteca nazionale di Parigi (v. Leroquais [V. BIBLICA.], p. LI) o veniva distribuita nei giorni della settimana (se la festa aveva l'ottava).
II. CLASSIFICAZIONE
Tra i p. alcuni sono particolari o locali, cioè contengono le passiones dei martiri di una regione o diocesi o venerati in una chiesa; altri generali o universali, sia come genere di santi, che come luogo di venerazione. Tipi di p. particolari sono, p. es., per l'Egitto le Vitae Patrum, per la Gallia le Vitae di S. Gregorio di Tours, per l'Italia i Dialoghi di S. Gregorio Magno, per la Spagna il Memoriale sanctorum di Eulogio di Cordova, per l'Irlanda il Codex Salmantienensis, per l'Inghilterra il SanctiIogium Angliae di Giovanni di Tynemouth, per il Brabante l'Hagiologium Brabantinorum. L'universalità dei p. dipende dal numero dei santi, dai limiti di tempo, ecc.I due più antichi manoscritti di p. datano del sec. VII e si trovano: uno, il Codex Velser, alla Biblioteca di Monaco (lat. 3514), l'altro alla Biblioteca municipale di Montpellier (ms. 55). Più numerosi sono i manoscritti del sec. VIII. Dal sec. IX in poi i p. si moltiplicarono dovunque e divennero sempre più voluminosi. Nel sec. XII se ne estrasero le parti, già nei codici: contras egnate con distinti paragrafi, destinate alla lettura nell'Ufficio divino. S'andavano infatti già delineando i primi tipi di breviaria, e i p. divennero la fonte più frequente delle lezioni storiche del proprium sanctorum.
Dai p. anonimi e leggendari sono stati presi, e rimangono tuttora nell'Ufficio, i testi di lezioni e responsori di parecchi martiri antichi, come s. Agata, s. Cecilia, s. Lucia, s. Clemente, s. Lorenzo, dei quali non si posseggono atti autentici. Verso la metà del sec. XIII infine andò divulgandosi un ultimo tipo di leggendari e abbreviati, destinati a procurare alla devozione privata una lettura edificante. Sembra che in questo si siano distinti particolarmente i Domenicani.