PASSIONE. — Nel linguaggio ordinario indica l'impeto di un'inclinazione verso un oggetto determinato che si manifesta sotto forma di attrazione o repulsione. Nell'uso filosofico il termine p. ha un uso vastissimo e indica in generale lo stato di un soggetto che si trova sotto l'influsso di qualche principio estrinseco.
I. Nozione
Nel suo significato fondamentale p. (πᾶσος) è il «ricevere» in generale. È quindi l'effetto che l'azione di un agente estrinseco esercita su di un soggetto: in questo senso la p. indica l'attualità che sta al termine dell'azione come suo correlativo e costituisce il predicamento p. (Aristotele, Cat., 4, 2 a 4; Met., V, 21, 1022 b 15-21). Considerate in se stesse le p. sono qualità che causano alterazione nel soggetto come il bianco e il nero, il caldo e il freddo, il dolce e l'amaro e simili: è questa la p. nell'ambito fisico predicamentale e costituisce una sottospecie o genere subordinato della «qualità» (v.) e comporta gradazioni del più e del meno secondo la virtualità dell'agente e la capacità recettiva del soggetto: s. Tommaso la chiama passio naturae, cioè p. fisica (In IV Sent., Dist. 44, q. 3, q. la 1, a. 3).Ma tanto Aristotele come s. Tommaso considerano la p. in un senso ancora più ampio, come il ricevere puro positivo di una perfezione e di un atto da parte di ciò che è in potenza, come avviene nelle operazioni del senso e dello stesso intelletto (possibile). Questa p. (passio perfectiva) si compie perciò senza corruzione o alterazione ma dice «incremento» schietto, acquisizione e «salvezza» di ciò che è in potenza da parte di ciò che è in atto (πᾶσος μᾶλλον τοῖς δυνάται ὑστές; Aristotele, De an., II, 5, 417 b 3). In questo senso le sensazioni sono dette p. perché causate nel senso dai sensibili (Met., IV, 5, 1010 b 33). Il fantasma che riceve e raccoglie gli oggetti dei sensi esterni è anch'esso detto p. (De mem. et rem., 450 a 12), e ugualmente l'atto della fantasia (De an., III, 3, 427 b 18). Sempre nell'ambito del significato generico si dice p. la «proprietà» di qualcosa in generale, ovvero qualunque determinazione intrinseca della sua essenza: per i numeri l'essere pari o dispari e come, p. es., negli animali l'essere maschio o femmina e le modificazioni organiche e funzionali a cui vanno soggetti periodicamente i viventi (Hist. anim., VII, 17, 600 b 29). E perciò anche in senso logico si dice p. quella determinazione che deriva necessariamente dall'essenza come la risibilità o la socialità per l'uomo ed è detta p. propria (πᾶσος δέον, π. οὔστος, π. χῶς χύς). Ma in un senso ancora più ampio è detta p. qualsiasi modificazione o attuazione che possa subire un certo «soggetto» (ὀποκείμενον), qualità, attributi, disposizioni di ogni genere.
In senso rigoroso la p. indica l'alterazione o mutamento secondo la qualità (ἀλλόκοσις), sia nell'ordine fisico corporeo come, e specialmente, in quello psichico, e allora propriamente si dice passio animi vel animae. Le p. del corpo organico sono tutto quanto lo danneggia nelle sue funzioni vitali come la fame, la sete, le indisposizioni e le malattie, o ciò che lo modifica intrinsecamente, come i quattro umori che caratterizzano le costituzioni principali dell'uomo (De part. anim., III, 4, 667 b 12; Hist. anim., VI, 14, 544 b 22). Le p. dell'anima o p. in senso rigoroso sono i moti di coscienza e indicano gli atteggiamenti di attrazione e repulsione che il soggetto prova verso gli oggetti dell'appetito. Così Aristotele parla di tre p. esistenti nell'anima: il desiderio, l'ira e la paura (Rhetor., II, 8, 1385 b 34), cui seguono l'audacia, l'invidia, il gaudio, l'amicizia, l'odio, lo zelo, la misericordia e in generale tutto ciò che può causare gioia o dolore (Ethic. Nic., II, 4, 1105 b 20). S. Tommaso, richiamandosi a s. Agostino, precisa il carattere tendenziale della p.: «Afferma Agostino nel I. IX del De civitate Dei (cap. 4) che i movimenti dell'animo, detti dai Greci πᾶστος, alcuni fra i latini, come Cicerone, chiamano perturbatoines, altri affectiones o affectus, altri infine più espressamente, come nel greco, passiones. È chiaro pertanto che le p. dell'anima altro non sono che affectioni. E poiché le affezioni non proprie più della parte affettiva che non della apprensiva, le p. appartengono maggiormente alla sfera appetitiva che non a quella conoscitiva» (Sum. Theol., 1.2.2, q. 22, a. 2). Nella p. così intesa, l'elemento caratteristico è la commozione o perturbazione corporea (transmutatio corporalis) specialmente nella funzione circolatoria, ad es., nell'ira che «riscalda il sangue attorno al cuore» (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, I, II, cap. 16: PG 94, 932). Di qui la definizione
della p., presa ancora dal Damasceno: «Passio est motus appetitivae virtutis sensibilis in imaginatione boni vel mali» (op. cit., cap. 22: PG 94, 941, citato in Sum. Theol., 1a-2a, q. 22, a. 3 sed contra). In questo senso nella parte superiore dell'anima, negli angeli e in Dio, non si può parlare propriamente di p. se non per metafora e analogia (ibid., a. 2 ad 1 e 3 ad 3).
Le p. si dividono pertanto secondo le due specie di tendenze appetitive. Nell'«appetito concupiscibile» il bene si considera o assente, o futuro o presente e così c'è l'amore, il desiderio o il gaudio; rispetto al male si ha invece rispettivamente l'odio, la fuga o la tristezza. L'«appetito irascibile» che ha per oggetto il bene arduo contiene invece soltanto cinque p.: rispetto al bene non ancora ottenuto ma raggiungibile c'è la speranza o è considerato irraggiungibile, la disperazione. Rispetto al male non ancora incombente si hanno il timore e l'«dacia» e quando il male già incombe l'ira che rimane sola nel suo genere poiché la mansuetudine (πραότης) per Aristotele è un difetto e non l'opposto dell'ira (Rhetor., 1125 b 28). In tutto sono quindi undici p. secondo le quali si attua l'intero comportamento affettivo della sfera sensibile (cf. Sum. Theol., 1a-2a, q. 23, aa. 1-4). Si può quindi comprendere che la p., se ha un primo momento di passività del soggetto rispetto a qualcosa di estrinseco, esprime poi il comportamento attivo del soggetto verso il bene e il male nella loro effettiva realtà (cf. ibid., q. 22, a. 2 ad 2).
II. MORALITÀ DELLE P
Fin quando sono considerate come movimenti delle tendenze appetitive sensibili e operano senza alcun influsso della ragione, le p. esulano dalla moralità: nella prima infanzia, nei dementi e in certe categorie più gravi di tanti costituzionali (manie invincibili di suicidio, di omicidio, di alcoolismo, di eccessi erotici, di cleptomania, ecc.). Ma nell'uomo che ha raggiunto lo sviluppo normale della ragione e mantiene l'esercizio della libertà nell'unità di coscienza, le p. vengono a trovarsi sotto la guida e l'impero della ragione e diventano buone o cattive e quindi soggette di virtù e vizio, di merito e colpa, a seconda che si conformano alla ragione o la contrastano (cf. Sum. Theol., 1a-2a, q. 56, a. 4 e ad 1; ibid., q. 24, 1 che rimanda ad Aristotele, Ethic. Nic., I, 13, 1103 b 13; V. anche II, 4, 1105 b 32).La ragione esercita il suo influsso sulle p. assoggettando alle sua regola di mantenere il «giusto mezzo» (τὸ μέσον, μεσότης) contro gli estremi, per eccesso e per difetto, ed è questo medium rationis che permette di definire la virtù morale (Ethic. Nic., II, 6, 1106 b 14 sgg.; V. anche ibid., 9, 1109 a 19 sgg.). Lungi quindi dall'essere intrinsecamente cattive e immorali, le p. sono diventate validi stimoli e sostegni della virtù e sono indispensabili perché l'uomo affronti i rischi e i pericoli che s'incontrano nel tendere a opere egregie e alla virtù. La p. improvvisa che spinge ad agire (la p. antecedens) diminuisce la libertà e può toglierla del tutto quando è così veemente da oscurare la ragione stessa (Sum. Theol., 1a-2a, q. 24, a. 3 e ad 1). Nella teologia protestante invece la p. è essenzialmente l'inclinazione della natura corrotta all'errore e alle brame sregolate (cf. R. Rothe, Theol. Ethik, III, § 493, Wittenberg 1870, p. 63).
III. PSICOLOGIA E FISIOLOGIA
Il predominio della filosofia moderna, orientata prevalentemente verso le strutture della soggettività, da una parte, e dall'altra lo sviluppo delle scienze sperimentali e quali tendono alla conoscenza delle leggi e dei comportamenti dei processi singoli (fisici, biologici, psicologici, sociali...) hanno rinnovato completamente lo studio delle p. Dal piano fisico-etico e ontologico-etico in cui si muovevano le concezioni dell'antichità e del medioevo, la psicologia moderna è passata alla considerazione fisiologico-fenomenologica ovvero analitica.Le p. hanno una ripercussione diretta sul comportamento fisiologico dell'organismo, come risulta sia dall'esperienza immediata come dall'indagine scientifica: accelerazione o diminuzione del ritmo cardiaco, vaso-costrizione periferica, modificazione dei movimenti respiratori, iperglobulìa, iperglicemia o glicosuria, modificazioni del diametro della pupilla ecc. Recenti indagini sperimentali dovute specialmente al Cannon (1925) e proseguite dalla scuola behaviorista del Watson hanno confermato il sostrato fisiologico del comportamento delle p. Quando le emozioni raggiungono un certo grado d'intensità (ira, sdegno, forte paura...), si possono bloccare completamente le secrezioni e le contrazioni dei muscoli lisci dello stomaco e arrestare la digestione. L'analisi del sangue mostra la presenza di un eccesso di zucchero che rende possibile, mediante l'azione regolatrice dell'adrenalina, l'aumento delle energie di difesa e di offesa necessarie dell'organismo: così, secondo il Cannon, ciò che nelle condizioni normali esige un'ora o più di lavoro, l'adrenalina lo può compiere in cinque minuti o meno ancora (cf. J. B. Watson, Psychology from the standpoint of the behaviorist, Filadelfia-Londra 1929, p. 250 sgg.). Però, quando la secrezione supera un certo limite massimo, l'effetto è la disorganizzazione e l'atossia completa della condotta; nell'uomo i processi superiori, p. es., l'immaginazione e la volontà possono indirettamente influire, moderando la p. nello stesso meccanismo fisiologico ed è a questo modo probabilmente che opera il metodo Joga.
Nella sfera affettiva o tendenziale vengono distinti le tendenze, le emozioni, i sentimenti, le p.; le tendenze o inclinazioni sono gli elementi innati, gli stimoli endogeni per dir così della sfera affettiva e operativa; i sentimenti sono le inclinazioni nel loro attuarsi; le emozioni rappresentano gli stati acuti dei sentimenti stessi, mentre le p. sono intese generalmente come gli atteggiamenti, buoni o perversi, ormai stabiliti e costitutivi della personalità individuale. Tuttavia, nel linguaggio ordinario della psicologia, p. significa la condotta sregolata in contrasto alla ragione (p. es., le p. del gioco, del bere, del piacere sensuale, ecc.) e perciò si parla di caratteri passionali quando il comportamento del soggetto segue l'impulso della p. È la p. allora che conferisce una certa unità e struttura alla vita dell'individuo in virtù delle «resistenza» che provengono dalle rimanenti forze sane che cercano di ostacolare l'azione dissolvente della p. e vi ristabiliscono un certo ordine. In questo senso la p. figura come una «deviazione» (derèglement) dei sentimenti primitivi e può essere definita come una «fuga al controllo dell'auto-matismo circa le regolazioni del sentimento a cui presiede la ragione» (M. Pradines, Traité de psychologie générale, II, Parigi 1948, p. 337). Le p. principali, nella classificazione moderna, sono indicate di preferenza negli eccessi dell'interpretanza, il mangiare e il bere, la lussuria e la cupidigia di ricchezze (cf. Pradines, op. cit., p. 317 sgg.): erano tuttavia gli psicologi di tendenza determinata quando affermano che la p. esula come tale dalla sfera della moralità per cui l'uomo che agisce per p. sarebbe da dire del tutto irresponsabile.
I primi associazioni inglesi (Adam Smith) riducono le p. a forme di simpatia e di antipatia le quali sarebbero derivate da processi d'imitazione, di riproduzione e di proiezione affettiva: secondo Hume tutte le p. nascono dalle «impressioni» o sensazioni piacevoli e spiacevoli variamente combinate secondo le leggi dell'associazione nell'immaginazione (cf. A dissertation on the passions, in Essays and treatises, II, Londra 1788, p. 168 sgg.). I fautori dell'evoluzione (Darwin, Spencer) riportano l'origine delle p. allo sviluppo dell'istinto sociale nella specie. psicanalisi (v.) interpreta le p. e tutti gli atteggiamenti della vita – compresa la religione e la morale – come proliferazione dell'istinto sessuale indifferenziato che Freud ha chiamato libido. Max Scheler ammette che ogni sfera di esistenza (vegetativa, sensitiva, intellettuale e volitiva) ha la sua energia propria ma in modo che sono possibili interferenze e influssi dell'una sull'altra: l'esistenza allora dell'amore – inteso come p. al suo stato puro – è indicata in «un movimento nel quale ogni oggetto individuale e concreto, capace di valori, raggiunge
i valori più alti compatibili con la sua natura e la sua determinazione ideale» (M. Scheler, *Wesen und Formen der Sympathie*, 5a ed., Francoforte s. M. 1948, p. 174). La p. dell'odio ha invece un movimento opposto, non nel senso che essa sia puramente distruttiva, ma in quanto si volge ai valori inferiori e si fissa in essi per opporli ai valori superiori.
Ma una spiegazione esauriente e unitaria delle p. la psicologia moderna ancora non l'ha data, per l'arduo intreccio dei problemi che la p. mostra nel personalità (v.). Il suo merito è soprattutto nella ricerca analitica e fenomenologica delle varie p., nelle accurate distinzioni sconosciute alla psicologia antica e nelle opportune classificazioni (cf. D. Lagasche, *Les sentiments complexes de l'amour et de la haine*, in G. Dumas, *Nouveau traité de psychologie*, VI, III, Parigi 1939, p. 115 sgg.).