DEMOCRITO. - Filosofo greco, n. ad Abdera (Tracia) ca. il 460 a. C., m. ivi in età di 109 anni. Viaggiò entro il mondo greco e, probabilmente, anche fuori di esso. La sua vita interamente dedita allo studio e alla ricerca scientifica - egli diceva di « preferire la scoperta di una sola causa al regno dei Persiani » (B 118) - fu in età alessandrina avvolta di particolari romanzeschi. Alla confusione con Bolo Democratico di Mende (II sec. a. C.) si deve la fama di misticismo e di magia, che posteriormente si aggiunse alla sua figura.
L'elenco delle sue opere, conservatosi da Diogene Laerzio, è dovuto a Trasillo di Mende (sec. 1 d. C.), e comprende 13 tetralogie, più due gruppi (generalmente considerati spuri) di 9 opere ciascuno sotto la duplice rubrica di Opere non classificare e di Appunti. Le tetralogie comprendono opere di etica, fisica, matematica, musica (e cioè lingua, letteratura e musica) e di tecnica. I frammenti a noi pervenuti, nel loro complesso autentici, sono ca. 300.
D. è l'ultimo naturalista dell'età presocratica e la prima grande figura di scienziato del mondo antico. Discepolo di Leucippo, ne sviluppò con maggiore rigore logico l'atomismo. L'affermazione di alcuni studiosi moderni ch'egli, come più tardi Epicuro, professasse anche un atomismo matematico, è priva di fondamento e contraddetta dai testi (cf. Aristotele, De gen. et corr., I, 2, 316 a 14). Testi di Archimede, scoperti di recente, hanno rivelato ch'egli trovò, senza tuttavia darne la dimostrazione, il volume della piramide. Non piccolo dovette essere il contributo di D. nel campo delle scienze speciali e a lui si deve la prima grande sistematizzazione di quella teoria del progresso, che ha i suoi inizi in Anassagora e diventa canonica in Epicuro. Egli ebbe però anzitutto mente metafisica, assai lontana da quell'empirismo volgare che certe ricostruzioni moderne gli hanno attribuito. Continuando lo spirito della tradizione eleatica, egli tenne ferma e approfondì la distinzione tra conoscenza dei sensi e dell'intelletto, considerando la prima oscura e spuria e solo quest'ultima legittima e vera (B 11). È l'intelletto che con le sue ragioni giunge alla conoscenza degli atomi e quindi anche del vuoto, e questa è l'unica conoscenza di cui si può esser sicuri. Il resto, dipendendo dalla disposizione dei sensori e degli elementi che con essi vengono in rapporto, non può essere che oggetto di opinione. Tutte le qualità sensibili sono per convenzione (νόμω) e la costituzione delle singole cose sfuggendo alla nostra diretta esperienza, «la verità rimane per noi nel profondo» (A 49; B 6-10; 117). Al realismo alogico di Protagora, che, dalla panspermia di Anassagora concludeva che tutte le sensazioni sono vere, D., appellandosi alla superiore istanza dell'intelletto, obbietta, come più tardi farà Aristotele, che quindi anche il contrario è vero (A 114). Il contrasto fra le difficoltà dell'esperienza e le esigenze della ragione non ebbe però in lui carattere dogmatico e quindi scettico, ma, come appare dal frgm. 125, dove i sensi sono introdotti a confutar la ragione, carattere critico. In tali condizioni la scienza non poteva essere che esperienza controllata dal ragionamento. Circa gli dèi il testo fondamentale è in Cicerone (Nat. der., I, 120 [A 74]): «ora afferma che nell'universo vi sono delle immagini (εἴδωλαι per immagini materiali che si partono dai corpi o si formano nell'aria è spiegata la visione degli occhi e della mente) fornite di divinità, ora chiama dèi gli atomi di cui è formata l'anima dell'uomo, sparsi anch'essi nell'universo, ora delle immagini animate che sogliono giovare o nuocere agli uomini, ora delle immagini di tale grandezza da abbracciare dall'esterno l'intero mondo». Questo testo va interpretato non nel senso che D. ammettesse l'esistenza degli dèi, ma che le teorie sopra accennate gli servissero per spiegare i fenomeni mistici e le visioni di cui egli, come osservatore, non credeva di poter negare la realtà.
Nel campo dell'etica si delinea in forma ancor più definita con lui la figura della vita contemplativa (βίος θεωρητικώς), che i Greci avevano già conosciuta con Anassagora. L'ideale supremo è la
conoscenza, e la vita consacrata agli studi vien sostenuta da una morale quietistica, lontana da ogni eccesso e che ripone il bene nell'assoluta tranquillità e armonia dell'anima (εὐθυμία, εὐστέω). Nella limitatezza delle cose umane, la contemplazione della vita non è scevra di una certa vena di pessimismo, che il disinteresse nei riguardi del mondo e la coscienza della superiorità attinta dall'abito alla scienza e alla ricerca delle cause, inclinano al sorriso. Di qui la leggenda, non del tutto tale, forse, del D. che ride, come dall'ideale teoretico quella del D. che s'acceca per poter meglio speculare con la mente. Molti tratti dell'anima di D. si ritrovano in Euripide, ma non è dimostrabile che questi l'abbia conosciuto: più tardi saranno caratteristici degli uomini colti dell'età alessandrina.