DEMOCRAZIA CRISTIANA. — Il termine d. c. fu varie volte usato durante il Settecento e l'Ottocento ma solo verso la fine di questo secolo diede nome ad un vasto movimento sociale (v. DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA) che, sviluppatosi in vari
paesi cattolici, fu dalla stessa S. Sede largamente incoraggiato. D. c. indicò quindi la tendenza dei cattolici ad instaurare un nuovo ordine sociale che potesse fine alle iniquità del liberismo senza cadere nel collettivismo marxista. È così definita da uno dei suoi più grandi artefici, G. Toniolo: «Ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifiutando nell'ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori». Quando alla fine del secolo scorso l'uso solo del termine d. c. suscitò delle polemiche tra i cattolici, Leone XIII lo approvò nel senso predetto, ma invitò a non dare ad esso un significato politico, poiché, mentre tutti i cattolici erano tenuti a seguirlo, in quanto movimento sociale, essi erano invece liberi, in campo politico, di essere monarchici, aristocratici o democratici, non potendo la Chiesa dichiararsi per questa o per quella forma di governo.
Ciò non toglieva però che le finalità sociali non potessero in determinati momenti dar vita a partiti politici di cattolici militanti. Sorsero infatti in diversi paesi movimenti politici promossi da democratici cristiani: questi ritenevano che le finalità sociali non potessero esser raggiunte o tutelate senza la conquista dei pubblici poteri attraverso l'azione politica, senza il rinnovamento democratico dello Stato (v. DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA).
Questo passaggio per diverse contingenze storiche suscitò particolari difficoltà in Italia, dove peraltro il movimento politico dei democratici cristiani ebbe, tra gli altri, maggiore importanza e significato storico.
Sull'esempio dei cattolici di Germania e del Belgio, anche in Italia ad aiutare la gerarchia nella difesa della religione contro gli assalti dei liberali era sorta un'azione organizzata e concordata dei laici cattolici. Dopo vari tentativi, istituzione vitale fu quella sorta nel 1868, la Società della gioventù cattolica italiana (v. AZIONE CATTOLICA ITALIANA (A. C. I)), la quale promosse il primo congresso dei cattolici italiani che si tenne a Venezia nel giugno 1874. Il congresso si divise in parecchie sezioni: opere religiose, opere di carità, educazione ed istruzione, stampa. Esclusa la azione politica. Si raccomandava invece di partecipare alla vita amministrativa dei comuni e delle province. A Roma stessa sorse l'«Unione elettorale romana» (1877), la quale sostituì in Campidoglio G. Garibaldi con il duca Salviati. A Venezia il Consiglio superiore della gioventù cattolica si costituiva in comitato permanente per il futuro congresso. Questo si raccolse l'anno dopo a Firenze e vi costituì l'«Opera dei congressi e comitati cattolici». Presidente l'opera l'«Acquaderi di Bologna, dal 1878 il duca Salviati e, dopo le dimissioni di questo (1884), Marcellino Venturoli. Ma il rigoglio cominciò quando salì alla presidenza (1889) il veneziano Giambattista Paganuzzi. Comprendeva 5 sezioni o gruppi: organizzazione e azione cattolica – azione popolare cristiana, o democratica-cristiana, educazione ed istruzione – stampa – arte cristiana. Il gruppo più importante era il secondo: azione popolare cristiana, il cui programma riassumeva nel motto: per il popolo e col popolo.
Intanto compare l'«encic. Rerum novarum di Leone XIII (15 maggio 1891). La quale veniva illustrata nelle basi dottrinali e nelle applicazioni e direttive pratiche dall'Unione cattolica per gli studi sociali, che nel convegno di Milano del genn. 1894 enunciò il «programma dei cattolici di fronte al socialismo». Secondo cui a fronteggiare la marea socialista era necessaria l'«organizzazione della società in associazioni professionali di padroni e operai, ufficialmente riconosciute, sul tipo delle corporazioni medievali. Si rivendicava ancora rappresentanza proporzionale, decentramento amministrativo, autonomia comunale e regionale, fissazione del massimo delle ore di lavoro e del minimo del salario, tutela della piccola proprietà e delle proprietà collettive, istituzione del bene di famiglia indivisibile e inesecutabile, riforma tributaria, libertà d'insegnamento, conciliazione tra Chiesa e Stato. È il programma della d. c.; di cui elaboratore principale fu G. Toniolo. Esso destinò entusiasmo, specialmente tra i giovani, i quali fondarono il Fascio democratico cristiano di Milano e altri altrove, diedero vita ad associazioni professionali ed ottennero dal card. A. Ferrari, arcivescovo di Milano, l'istituzione dei capellani del lavoro. Sul piano politico nell'assemblea regionale dell'Opera dei congressi (Milano 1896), don D. Albertario propose di sostituire alla formula morta «né eletti, né elettori», la formula viva: «preparazione nell'assensione». L'Albertario con F. Meda e altri bramava che i cattolici, oltreché alla vita amministrativa dei comuni e delle province, partecipassero alla vita politica del Parlamento e del governo. Lo Stato veniva considerato l'organo necessario della vita sociale.
Un'iniziativa del genere, in Italia soprattutto, data la questione romana sempre aperta, non poteva essere presa senza il beneplacito della S. Sede e salvi i diritti del sommo pontefice. Inoltre l'organo più qualificato al momento per simili iniziative era l'assemblea nazionale dell'Opera dei congressi. Un gruppo di giovani, capitanato da d. Romolo Murri, si propose di «sveccchiare e democratizzare» l'Opera, abbracciando in pieno il programma del Toniolo, che del resto anche l'Opera dei congressi aveva fatto proprio.
Il Congresso cattolico svoltosi a Milano nel 1897 segnò l'inizio di una campagna giovanile per il rinnovamento di tutta l'organizzazione cattolica. Sventuratamente Romolo Murri, capo della parte più ardita dei democratici cristiani, in questa battaglia dove lasciarsi trasportare troppo oltre. Nel 1897 nasceva il popolo italiano, di Genova, diretto da Giambattista Valente, e nel 1898 Cultura sociale di Roma, diretto da Romolo Murri, che allora lasciava la rivista universitaria romana Vita nova. Dal nuovo giornale d. R. Murri affrontava la campagna che voleva essere di svecchiamento, non solo dell'azione sociale dei cattolici, ma della cultura del clero e dei cattolici, della loro vita civile, morale, religiosa: pur prevalendo sugli altri l'interesse politico-sociale.
Le repressioni governative del '98 che portarono allo scioglimento di 6 mila opere cattoliche, non mitinarono gli antagonismi, che si acuirono anzi alla ripresa. S'iniziò allora quella lotta di Murri contro Paganuzzi che, pur con periodi di tregua, doveva durare fino alle dimissioni del Paganuzzi e allo scioglimento dell'Opera. Murri voleva che l'azione cattolica trasse vantaggio dalla persecuzione subita e si affiancasse a repubblicani e socialisti nel protestare contro le ingiustificate violenze e le limitazioni alle libertà politiche, che, negli ambienti liberali, si andavano allora meditando. Di fronte al conflitto sorto in Parlamento tra la maggioranza, che appoggiava il re e il Pelloux nel tentativo di restringere le libertà politiche, e la minoranza ostruzionista, Murri si affiancò.
cava a quest'ultima, osservando che la resistenza alla reazione, la campagna in difesa della costituzione, i tentativi di educare e d'introdurre le classi inferiori alla vita politica, meritavano un giudizio non sfavorevole e qualche volta la lode.
Nel suo linguaggio Murri è nei primi tempi molto simile a d. Albertario, deciso avversario dello Stato liberale e difensore della causa del Pontefice. La sua intransigenza e il suo esasperato guelfismo ricordano però troppo da vicino il primo atteggiamento di Lamentnais e di Gioberti.
Questa intransigenza del Murri non fu condivisa in eguale misura da altri gruppi di «giovani»: più concilianti erano certo i democratici cristiani milanesi che si raccoglievano intorno alla redazione dell'Osservatore cattolico (Meda, Vercesi, Arcarì, Molteni, Mauri) e che ritenevano non doversi confondere la lotta contro il liberalismo con la lotta contro lo Stato: questo non doveva essere distrutto, ma rinnovato e difeso. Si ebbe allora una polemica tra Murri e Meda che rivelò due tendenze in seno alla d. c., tendenze che non indicano tanto un contrasto di idee quanto una diversità di temperamenti e di metodi di azione politica.
Tutti questi giovani però si trovavano concordi nel malcontento che già da alcuni anni serpeggiava nelle file dell'Azione cattolica italiana contro il sistema difensivo e statico instaurato dal conte Paganuzzi e difeso dai «vecchi». La vecchia generazione, formatasi, mentre più aspro diveniva il conflitto con i liberali, in un ambiente chiuso, ben protetto dai venti delle eresie contemporanee, aveva visto nel metodo difensivo, nella segregazione, nell'isolamento, l'unica via per mantenersi incontaminata e fedele alle verità rivelate e alla causa della Chiesa: quel'isolamento costituiva però insieme una debolezza, perché rendeva i cattolici incapaci di affrontare la civiltà laica, così come si andava sviluppando indipendentemente da essi. I giovani chiedevano una più intensa azione sociale e la democratizzazione intenda dell'Opera. Dopo aver fatto udire la loro voce al Congresso di Fiesole (1896) ed a quello di Milano (1897), intensificarono dopo il 1898 i loro attacchi contro il sistema vigente e l'uomo che l'aveva creato e lo difendeva con passione, ma anche con entusiasmo inesausto per la causa della Chiesa. La vecchia classe dirigente, composta principalmente di nobili, difendeva Paganuzzi ed i «veneti», contro i giovani professionisti borghesi, dalle colonne della Difesa (direttore Zocchi) di Venezia, della Riscossa (direttore Scotton) di Breganze, dell'Unità cattolica (direttore Sacchetti) di Firenze.
Se Leone XIII incoraggiava ed approvava le tendenze sociali dei «giovani», egli era invece vivamente preoccupato dalle tendenze politiche che si manifestavano tra di essi. Papa Pecci voleva un'assoluta intransigenza politica; se condannabile era la partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana, molto più pericolosa era, secondo il Pontefice, la trasformazione della d. c. da movimento sociale in politico: si sarebbero venuti con ciò a legare Azione cattolica e S. Sede ad una corrente politica ben determinata.
Nei suoi ultimi anni Leone XIII dovette fare grandi sforzi per impedire l'irrompere dei democratici cristiani nella politica. Quando sembrava prossimo il sorgere del Partito democratico cristiano invocato da Murri la S. Sede fu sempre pronta ad intervenire e ad impedirlo. All'annuncio del 19° nov.
1000 di un nuovo giornale democraticiano, il Domani d'Italia, che doveva attuare il programma pubblico a Torino nel 1899 ed essere espressione di forze tendenti «a dare ai cattolici unità e forza di partito politico», il Papa rispondeva, nel genn. del 1901, con l'encic. Graves de communi ove si riaffermava il dovere per i cattolici italiani di svolgere azione sociale ma non politica e il carattere assolutamente privo di significati politici della d. c. Quando poi, nel nov. del 1901, veniva diffusa una circolare che annunciava la costituzione ufficiale della d. c. italiana, avente intenti politici, sopraggiungevano le «Istruzioni pontificie» del 27 genn. 1902 che toglievano l'autonomia al movimento giovanile e ribadivano la dipendenza diretta e formale dell'Opera dall'autorità ecclesiastica. Murri tentò di ribellarsi, ma la maggioranza dei democratici, e primi tra tutti quelli di Milano, obbedirono: lo stesso Murri dovette piegarsi. L'azione del Pontefice e quella dei democratici cristiani più attenti alle sue direttive, come il prof. Toniolo, avevano impedito la rottura e condotto ad un'apparente pacificazione nel Congresso di Taranto del 1901 (cf. Deliberazioni del XVIII Congresso cattolico italiano tenutosi in Taranto nei giorni 2, 3, 4, 5, 6 sett. 1901, Venezia 1901). Sembrò che la parola di Leone XIII, che, nella Graves de communi, aveva invitato all'azione sociale nel nome della d. c., e si era opposto all'azione politica, fosse da tutti accolta: Romolo Murri, pochi mesi dopo il Congresso, scriveva un importante articolo dal titolo: Con Roma e per Roma sempre! Ma purtroppo la calma non fu che apparente. Restava alla base dell'Opera dei Congressi il dissidio creatosi tra coloro che guardavano ancora all'organizzazione come alla Azione cattolica pura e semplice, e chi guardava ormai alla medesima come ad un movimento sociale e politico: questo contrasto delineatosi già alla fine dell'Ottocento doveva essere posto in viva luce dagli avvenimenti che si svolsero nei primi anni del nostro secolo. Oltre ciò non poteva nascondersi anche una duplice tendenza sul piano stesso politico-sociale tra una parte conservatrice, formata prevalentemente dai vecchi, e una parte riformista e progressiva, formata dai giovani.
L'inerzia dei «vecchi», che non seppero fare uno sforzo di comprensione, l'impiantenza dei «giovani», e il sospetto reciproco fecero presto tramontare le speranze concepite a Taranto. Il 14 ag. del 1902 appariva in Cultura sociale sotto il titolo «Il crollo di Venezia» un violentissimo articolo contro Paganuzzi, l'uomo che aveva sacrificato tutto all'Azione cattolica. Dopo quest'attacco il presidente, sebbene rieletto dal comitato permanente dell'Opera, rassegnò, «atteso lo stato degli animi», le sue dimissioni; gli succedeva il conte Grosoli, gradito ai giovani. Quasi contemporaneamente il capo di questi, in un discorso tenuto il 25 ag. a S. Marino, esaltava il modernismo di Tyrrel e Loisy. Si rivelavano così, nel momento stesso del trionfo dei democratici cristiani, i motivi che più gravemente dovevano comprometterlo. Murri aveva sempre voluto che la d. c. non fosse un movimento solo politico, ma «un moto religioso». Quando poi la S. Sede cominciò ad osteggiarlo nel tentativo di azione politica egli trasferì sempre più il contrasto sul piano religioso. Quella religiosità che doveva investire l'attività politica e sociale dei democratici cristiani andò allora perdendo i caratteri dell'ortodossia cattolica: d. c. murriana e modernismo teologico si avvicinarono un poco.
alla volta sino a identificarsi. Murri si avviò quindi verso l’eresia, né valsero a fermarlo le raccomandazioni di Toniolo che vedeva poste in pericolo le conquiste dei giovani. Quando infatti, al Congresso di Bologna del 1903, i “giovani”, cioè i seguaci di Murri, ebbero definitiva vittoria in seno all’Opera dei Congressi, la sorte di questa fu segnata. Come poteva il Pontefice permettere che l’Azione cattolica, con i cui atteggiamenti erano coinvolte anche responsabilità della Chiesa, venisse ora praticamente diretta da chi dava sempre nuove prove di dubbia ortodossia? Nel luglio del 1904 l’Opera, che era ormai, a detta di Murri, “una miscela ibrida e cozzante”, veniva disciolta per ordine del Papa. Questo scioglimento colpiva in pieno la d. c. sia nel suo aspetto politico che in quello sociale: distruggeva infatti l’organismo destinato, nel desiderio dei democristiani, a dirigere in futuro l’intervento dei cattolici nella vita politica italiana a sostegno di un proprio programma, e determinava l’arresto e la decadenza del movimento sociale, soprattutto di quello operaio: le unioni professionali, che al Congresso di Bologna erano 229, scendevano nel 1905 a 195, nel 1906 a 185 e nel 1907 a 135. L’anno successivo Pio X gliela anche il secondo gruppo, surrogandovi la Unione economico-sociale, e istituiva l’Unione popolare sul tipo della Volksverein germanica, e l’Unione elettorale (Il fermo proposito, il giugno 1905). Accanto alle organizzazioni nuove continuava l’antica Società della gioventù cattolica italiana.
Le vicende di Murri posteriori al 1904 si confondono dapprima con quelle della Lega democratica nazionale alla quale aderì una parte dei democratici cristiani. Con la Pieni l’animo del 28 luglio 1906, Pio X proibì ai sacerdoti di far parte di essa. Murri non obbedì e nel 1907 fu sospeso a divinis; nel 1909 aveva appena conquistato un seggio di Montecitorio quando lo raggiunse la scomunica. Egli sognava ora una nuova sintesi cattolica di ciò che è vivo del cristianesimo con ciò che è vivo della civiltà moderna: su questa via non poteva essere seguito dai cattolici che collaboravano con lui nella lega, non da Giuseppe Dornati, Eugenio Vaina de Pava, Eligio Cacciaguera. Questi, al Congresso di Imola del 1910, dichiarò: “In questo conflitto tra Murri e la Chiesa romana, io non seguo Murri, seguo la Chiesa”. Murri abbandonò allora i suoi compagni, che ripresero il nome di democratici cristiani, e continuò il suo cammino verso la edificazione della democrazia e dello Stato.
Pio X aveva stroncato alle radici il murrismo, non la d. c.; quello si esaurì e si spense, questa si diffuse per tutta la massa cattolica preparando l’avvento del Partito popolare il cui programma democratico cristiano fu accettato dalla grande maggioranza dei cattolici militanti. L’ideale democratico cristiano vissuto infatti anche dopo il 1904, non solo nel suo aspetto sociale ma anche in quello politico, nell’animo di molti giovani che, pur allontanandosi in numero sempre maggiore dal Murri, pur non rinunciando alla più rigida ortodossia religiosa, si aspettavano di poter riprendere il loro antico programma politico. Cattolici deputati, come Filippo Meda, Angelo Mauri e Giuseppe Micheli, organizzatori sindacali, dirigenti dell’Azione cattolica e amministratori di comuni, come d. Luigi Sturzo, sostenevano e diffondevano i principi politici della d. c. Nella lettera Il fermo proposito Pio X, riaffermando il principio, rallentava la disciplina del non expedit e licenziava i cattolici, per speciali ragioni, alle urne politiche.
Essi parteciparono quindi alle elezioni del 1909 e, in maniera ancora più ampia ed organica, a quelle del 1913. Diversi cattolici militanti risultarono eletti. Ma il S. Padre non voleva, almeno per allora, un partito parlamentare cattolico: cattolici deputati, non deputati cattolici. La partecipazione dei cattolici alla vita politica ravvivò l’operosità, sicché l’Unione elettorale, a differenza dell’Unione popolare che non venne intesa a apprezzare, ebbe giorni di grande floridezza. Il periodo che va dal 1904 al 1919 costituisce quindi un momento di transizione necessario perché la d. c. si liberi dalle infiltrazioni religiose eterodose che l’avevano compromessa e avevano determinato le condanne pontifice. I cattolici ora raggruppati nell’Unione popolare, l’Unione elettorale e l’Unione economico-sociale, dipendono direttamente dalle autorità ecclesiastiche; ma la stessa S. Sede, opponendosi alla costituzione di un partito cattolico e distinguendo, in occasione della guerra, la sua posizione da quella dei cattolici italiani, si preparava a dare via libera al sorgere di un partito autonomo ed aconfessionale.
Creatore di esso sarà il sacerdote siciliano Luigi Sturzo che, nel discorso Per un partito nazionale di cattolici in Italia pronunciato a Caltagirone nel 1905, aveva già tracciato le linee del nuovo partito: esso non dovrà essere clericale ma autonomo, non confessionale ma aconfessionale, non conservatore ma democratico; dovrà insomma superare il sistema clericale-moderato che pone i cattolici, guidati dal clero, al servizio delle forze liberali conservatrici. Il 18 gen. 1919, quando il clerico-moderatismo ha esaurito la sua funzione, fa la sua apparizione sulla scena politica il Partito popolare italiano. Democratico cristiano è sostanzialmente il suo programma, democratici cristiani sono stati molti dei suoi dirigenti (Sturzo, Valente, Bertini, Micheli...), ma si preferisce un nuovo nome all’antico, sia perché questo “ricorda un passato che ebbe luci ed ombre e che fu troppo discusso”, sia perché realmente il Partito popolare non è solo la continuazione della d. c., ma la sintesi di varie correnti, che accettano lealmente il programma del nuovo partito o sperano, attraverso esso, di far trionfare loro particolari concezioni politiche. In realtà il partito riuscì a convogliare a sé cattolici di tutte le gradazioni anche se quest’ampiezza di schieramento poté costituire una debolezza del partito stesso. Il quale lanciò il suo programma il 18 gen. 1919 e nelle elezioni del 16 nov. 1919 riusciva a mandare alla Camera 100 rappresentanti. Ma ecco il fenomeno del fascismo, ecco il IV Congresso del Partito popolare a Torino con l’accentuarsi di due ali. D. Sturzo, segretario del Partito, centrista, è sostanzialmente vincitore, ma mentre i rappresentanti del Partito sono in viaggio per il Congresso, un vecchio cattolico, l’on. Cornaggia Medici, lancia l’appello-programma per una “unione costituzionale” tra i cattolici che non intendessero aderire al Partito popolare. Ecco la crisi governativa provocata dall’atteggiamento intransigente di Mussolini e l’uscita dei popolari dal governo, con l’accentuazione delle due tendenze di destra e sinistra nel partito stesso e l’uscita di un certo numero di deputati.
Il Partito popolare, privo ormai di molti suoi uomini di sinistra (Miglioli, Speranzini, Cocchi, Cavalli) e di destra (Cornaggia, Boncompagni, Pestalozza, Tovini, Martire, Cavazzoni, Mattei Gentili), non poté opporre efficace resistenza al fascismo, e seguì le sorti degli altri partiti democratici.
Dopo il 1941 si vennero riallacciando le fila del movimento e moltiplicando i contatti tra i superstiti del Partito popolare (De Gasperi, Spataro, Tupini, Gronchi, Cingolani, Fuschini...) ed altri gruppi di cattolici giovani di anni 0 di idee, la maggior parte provenienti dalle file dell'Azione cattolica. Nacque così il Partito democratico cristiano che riprendeva l'antico nome sia perché non sussistevano le ragioni che ne avevano impedito l'assunzione nel 1919, sia per venire incontro al desiderio dei giovani e di gruppi che nessun legame avevano con il vecchio partito ("guelfi" milanesi). La d. c., dopo aver attivamente partecipato nel 1943-45 alla resistenza antigermanica, nel 1946 si pronunziò, nella sua maggioranza, per la forma istituzionale repubblicana. Costituisce oggi la più forte corrente politica del nuovo Stato democratico italiano.
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D. L'elenco delle sue opere, conservato di Diogene Iaezio, è dovuto a Trasillo di Mende (sec. I d. C.), e comprende 13 tetralogie, più due gruppi (generalmente considerati spuri) di opere ciascuno sotto la duplice rubrica di Opere non classificate e di Appunti. Le tetralogie comprendono opere di etica, fisica, matematica, musica (e anche lingua, letteratura e musica) e di tecnica. I frammenti sono pervenuti, nel loro complesso autentici, sono ca. 300.
D. è l'ultimo naturalista dell'età presocratica e la prima grande figura di scienziato del mondo antico. Discepolo di Leucippo, ne sviluppò con maggiore rigore logico l'atomismo. L'affermazione di alcuni studiosi moderni ch'egli, come più tardi Epicuro, professasse anche un atomismo matematico, è priva di fondamento e contraddetta dai testi (cf. Aristotele, De gen. et corr., I, 2, 316 a 14). Testi di Archimede, scoperti di recente, hanno rivelato ch'egli trovò, senza tuttavia darne la dimostrazione, il volume della piramide. Non piccolo dovette essere il contributo di D. nel campo delle scienze speciali e a lui si deve la prima grande sistematizzazione di quella teoria del progresso, che ha i suoi inizi in Anassagora e diventa canonica in Epicuro. Egli ebbe però anzitutto mente metafisica, assai lontana da quell'empirismo volgare che certe ricostruzioni moderne gli hanno attribuito. Continuando lo spirito della tradizione eleatica, egli tenne ferma e approfondì la distinzione tra conoscenza dei sensi e dell'intelletto, considerando la prima oscura e spuria e solo quest'ultima legittima e vera (B 11). È l'intelletto che con le sue ragioni giunge alla conoscenza degli atomi e quindi anche del vuoto, e questa è l'unica conoscenza di cui si può esser sicuri. Il resto, dipendendo dalla disposizione dei sensori e degli elementi che con essi vengono in rapporto, non può essere che oggetto di opinione. Tutte le qualità sensibili sono per convenzione (vlogo) e la costituzione delle singole cose sfuggendo alla nostra diretta esperienza, «la verità rimane per noi nel profondo» (A 49; B 6-10; 117). Al realismo alogico di Protagora, che, dalla panspermia di Anassagora concludeva che tutte le sensazioni sono vere, D., appellando alla superiore istanza dell'intelletto, obbietta, come più tardi farà Aristotele, che quindi anche il contrario è vero (A 114). Il contrasto fra le difficoltà dell'esperienza e le esigenze della ragione non ebbe però in lui carattere dogmatico e quindi scettico, ma, come appare dal frgm. 125, dove i sensi sono introdotti a confutar la ragione, carattere critico. In tali condizioni la scienza non poteva essere che esperienza controllata dal ragionamento. Circa gli dèi il testo fondamentale è in Cicerone (Nat. deor., I, 120 [A 74]): «ora afferma che nell'universo vi sono delle immagini (e l'èvovov) per immagini materiali che si partono dai corpi o si formano nell'aria è spicata la visione degli occhi e della mente) fornite di divinità, ora chiama dèi gli atomi di cui è formata l'anima del'uomo, sparsi anch'essi nell'universo, ora delle immagini anima che sogliono giovare o nuocere agli uomini, ora delle immagini di tale grandezza da abbracciare dall'esterno l'intero mondo». Questo testo va interpretato non nel senso che D. ammettesse l'esistenza degli dèi, ma che le teorie sopra accennate gli servissero per spiegare i fenomeni mistici e le visioni di cui egli, come osservatore, non credeva di poter negare la realtà.
Nel campo dell'etica si delinea in forma ancor più definita con lui la figura della vita contemplativa (βλοs δεωρητικóς), che i Greci avevano già conosciuta con Anassagora. L'ideale supremo è la