DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA

DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA. - Negli ultimi secoli, di fronte alle sempre più gravi violazioni, nel campo economico e sociale, dell'etica cristiana, sono stati riaffermati con chiarezza da parte dei pontefici e di studiosi cattolici i principi della sociologia cristiana e si è additata nella realizzazione di essi l'unica via di salvezza per il mondo contemporaneo. Il rinnovamento della società avverrà - questo è il pensiero cattolico - solo attraverso il rinnovamento degli spiriti e la subordinazione dell'economia alla morale cristiana: l'emancipazione dell'economia dalla morale ha condotto infatti agli errori e alle ingiustizie del liberismo. Sulle rovine di questo sorgerà un nuovo ordine sociale: esso non dovrà però basarsi sui principi del marxismo che, fondato sul materialismo, conduce allo strapotere dello Stato ed al disprezzo per la personalità umana.

L'ordine sociale cristiano si fonda invece sul riconoscimento della dignità della persona umana; questa deve essere tutelata di fronte all'eccessivo potere del denaro o dello Stato. La proprietà, che ha nel lavoro il suo principale fondamento, deve servire alla conservazione ed al perfezionamento della persona umana ed essere strumento e garanzia di libertà. Diviene invece strumento di oppressione e di servitù quando si abusa di essa, quando non si tien conto della sua funzione sociale e le si riconosce solo una funzione individuale. Il pensiero cristiano non ammette quindi un « ins utendi et abutendi » e condanna gli abusi individualistici come anche la sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, che sono spesso i più disonesti. Lo Stato deve perciò intervenire perché questi abusi non si verifichino, procedendo alla nazionalizzazione delle imprese che portano con sé una preponderanza economica e che non si possono lasciare a privati cittadini senza pericolo per il bene comune, e ponendo dei limiti alla superproprietà, all'accentramento cioè della ricchezza.

La questione sociale deve essere risolta nel senso di tutelare il proletario dagli abusi di proprietari e capitalisti, e di permettere quindi al proletario stesso di giungere alla proprietà, sia con la diffusione della piccola proprietà agricola, sia con forme di compartecipazione operaia alla proprietà ed agli utili delle aziende. Il problema più urgente è dunque la tutela del proletario. Ad esso, in corrispondenza del dovere di lavorare, deve essere assicurato il lavoro: egli ha diritto al lavoro. Questo non può essere considerato come merce perché legato alla persona del lavoratore: ingiusti sono quindi i salari di fame fissati avendo solo riguardo alla legge della domanda e dell'offerta. Il salario è poi sempre ingiusto quando non assicura al lavoratore la sua conservazione; egli ha anzi diritto ad un salario familiare che gli permetta di mantenere i congiunti.

Entro i limiti ora indicati il sistema del salariato è lecito; non è esso però il sistema migliore: si tende quindi all'evoluzione dalla forma salariale a quella associativa. Solo il superamento del salariato potrà infatti distruggere del tutto il predominio del capitale, che negli ultimi secoli ha misconosciuto i prevalenti diritti del lavoro. Si deve perciò tendere a far partecipare gli operai agli utili dell'azienda ed a far sì che questi utili vengano investiti in azioni dell'impresa stessa in modo che gli operai ne divengano comproprietari. Partecipazionismo e azionariato sono, come il cooperativismo e la diffusione della piccola proprietà rurale, mezzi tendenti ad accostare i proletari alla proprietà e ad unire nelle stesse mani capitale e lavoro. La scuola sociale cristiana mira infatti all'abolizione della condizione dei proletari ed auspica una società di proprietari. Si ritiene infatti che la proprietà debba essere estesa possibilmente a tutti, poiché tutti hanno il dovere di promuovere lo sviluppo della propria persona e hanno quindi diritto a disporre di quei mezzi che sono necessari all'affermazione di essa.

Ai proletari deve essere permesso, non solo per la propria tutela, ma anche per la propria elevazione, di riunirsi sia in associazioni semplici di soli lavoratori, sia in associazioni miste comprendenti tutti coloro che sono interessati ad una determinata produzione. Queste associazioni, che tenderanno alla difesa e al perfezionamento religioso, morale, sociale ed economico del lavoratore, dovranno vivere entro lo Stato e saranno da questo riconosciute, ma non dovranno essere dello Stato. La scuola sociale cattolica combatte infatti ogni eccessivo potere dello Stato e si oppone perciò anche alla statizzazione totalitaria, integrale e violenta dei mezzi di produzione e di scambio e propugna invece una nazionalizzazione graduale e limitata alle grandi imprese.

Sono questi in sintesi i principi propugnati dal movimento sociale cristiano che si diffuse in tutta Europa nella seconda metà del sec. XIX. Esso aveva infatti già raggiunto una notevole diffusione quando Leone XIII, con la Reum Novarum del 1891, lo approvò, invitando tutti i cattolici a seguirlo. Il movimento sociale cattolico nacque come reazione, da una parte alle ingiustizie e alle disastrose conseguenze del regime capitalistico, dall'altra alle dottrine anticiatiane del socialismo che tendeva alla eliminazione di quelle ingiustizie. Esso sorse prima, perciò, nei paesi come Germania, Francia, Inghilterra, ove il capitalismo, già intorno al 1848, si rivelava nella sua potenza e nella sua iniquità, mentre il marxismo andava sorgendo e diffondendosi tra il proletariato, che vedeva in esso l'unica voce che condannasse il sistema economico del quale era vittima. La reazione cattolica fu quindi imposta dalla nuova situazione economica e si fece udire attraverso gli attacchi di un Ketteler, di un Manning e di un Vogelsang contro l'industrialismo dilagante, deleterio alle anime e ai corpi degli operai.

In Germania, ove già dal 1845 A. Kolping aveva cominciato a creare associazioni operaie, il movimento sociale cattolico si diffuse soprattutto ad opera di mons. Ketteler, dal 1850 vescovo di Magonza. Nel 1869 egli chiede per gli operai la riduzione della giornata lavorativa, l'aumento dei salari, la proibizione del lavoro per i bambini e le madri, ed ammette l'arma dello sciopero.

Il movimento si diffuse poi per opera di uomini come Dasbach, Brandts, Winterer, Moufang, fondatore dell'« Associazione per il benessere dei lavoratori », Hitze, capo delle opere sociali di München-Gladbach, Hertling, Schings e di giornali come la Germania, le Christlich-soziale Blätter, diretto dall'abate Schings, e l'Arbeiterwohl, fondato nel 1880 ed organo dell'associazione dei padroni cattolici, che aveva a presidente Franz Brandts e l'Hitze come segretario. Si giunse così alla costituzione del « Volksverein » (1890) ed all'audace legislazione sociale proposta in Parlamento dai deputati del centro cattolico, diretto dal Windthorst.

In questo partito si distinguevano due correnti: una di esse, guidata da Franz Hitze, chiedeva, come il gruppo austriaco del Vaterland, e come i cristiano-sociali francesi,

il regime corporativo e l'onnipotenza dello Stato, che era osteggiata invece dall'altro gruppo capeggiato dall'Hertling. Hitze abbandonò poi le sue idee medievaliste che mai il centro aveva fatte proprie.

Esse trionfarono invece in Austria ove si pose ogni fiducia nella monarchia sociale e nella nobiltà terriera. Le idee sociali cristiane ottennero infatti largo favore tra i conservatori federalisti cattolici che combattevano i liberali centralisti, industrialisti e laicisti; la lotta contro questi si confondeva poi con quella contro gli Ebrei detentori di tanta parte della ricchezza mobiliare austriaca. L'ideale corporativistico fu propugnato quindi dal massimo organo dei federalisti, il Vaterland, e dagli uomini che intorno ad esso si raccoglievano: il barone Carlo Vogelsang, il conte di Falkenhayn, il conte Blöme, il conte Kuefstein, il conte Belcredi, il principe Liechtenstein e Carlo Lueger, borgomastro di Vienna; loro maestro era l'economista protestante Meyer. La legislazione sociale promossa da questi uomini (che ottennero le 11 ore lavorative) allontanò da essi una parte dei feudali ma guadagnò loro larghi ceti piccolo-borghesi che diedero vita ai Vereinigte Christen e, nel 1894, al partito Cristiano-sociale.

In Svizzera il movimento fu promosso dal card. Mermilod vescovo di Ginevra. Egli aveva pronunciato conferenze sulla questione sociale a Parigi nel 1868; al Concilio Vaticano sostenne la causa dell'infallibilità e quella dei lavoratori. La sua opera fu continuata da Gaspare Decurtins, intransigente anch'egli e infallibilità. Deputato cattolico dei Grigioni, tentò a più riprese di indurre il Consiglio federale a prendere l'iniziativa d'una legislazione internazionale del lavoro (1880 segg.), disegno vagheggiato dall'imperatore Guglielmo II.
I Belgi furono forse i cattolici più lontani dallo statalismo dei corporativisti austriaci. Non solo l'economista Carlo Perin, molto vicino al liberalismo, ma anche cristiano-sociali come Woeste e Pottier non intendevano dare eccessivi poteri allo Stato. Per merito di mons. Douteloux, vescovo di Liegi, si svolsero in questa città i grandi congressi internazionali cattolici ove parlarono uomini come Hitze, Winterer, Kuefstein, Blöme, De Mun, La Tour du Pin, Medolago Albani, e si scontrarono, riguardo alla funzione dello Stato nella questione sociale. Le due opposte tendenze degli interventisti e degli antinterventisti. Passando all'atto pratico, mentre l'Università di Lovanio istituiva cattedre di scienze sociali, sorgevano gilde nelle città e sindacati nelle campagne, le prime confederate nella Lega democratica belga e i secondi nel Boerebond (v.) o federazione dei contadini. Qualcuno si spingeva troppo oltre: l'abate Daens, deputato d'Alost, focoso democratico cristiano, giudicava la Rerum novarum insufficiente: ed arrivò al punto da essere invitato a deporre l'abito ecclesiastico (1897).

I cattolici olandesi gareggiarono con quelli del Belgio e della Germania nell'azione sociale e nelle numerose istituzioni di tutela delle classi lavoratrici. La più bella figura è quella dell'abate Schaepman (1841-1903).

In Inghilterra emerge la figura del card. Edoardo Manning, che interviene a risolvere lo sciopero dei « docks » (ag. 1889) e sostiene, soprattutto nel discorso di Leeds (1874) su « the dignity and rights of labour », i principi del socialismo cristiano: eliminazione degli abusi del capitale, della concentrazione delle ricchezze, del latifondo; diritto al lavoro; riduzione e determinazione delle ore di lavoro; fissazione di un salario minimo; diffusione del cooperativismo. Tale l'uomo che ispirò l'enc. Rerum novarum. Mons. Bagshave enunciò, nel 1885, in « Mercy and justice to the poor. The true political economy », idee ancor più audaci di quelle di Manning.

Il movimento sociale cattolico si diffuse anche in Irlanda, ove si pose l'accento sul problema delle campagne; nella Spagna, ove ebbe però scarsissimo sviluppo; e nell'America del Nord, ove il card. Gibbons impedì la condanna dei « cavalieri del lavoro », organizzazione sindacale non confessionale. Condannata di fatto dai vescovi del Canadà e dal S. Uffizio, perché la credevano società

segreta, il Gibbons la difese e la rimise in buona luce a Roma (1888).

In Francia si erano già manifestate tendenze sociali tra i cattolici liberali (Ozanam, Lacordaire...), ma il problema fu posto con maggiore chiarezza dall'« Association catholique » di Alberto De Mun e La Tour du Pin. Tra i cattolici francesi si vennero quindi a distinguere due correnti: quella dei conservatori e quella dei cattolici sociali.

I primi seguivano gli economisti liberali o quei cattolici liberaleggianti che avevano a loro maestro F. Le Play e che facevano capo alla rivista Réforme sociale di Claudio Jannet. Questi conservatori cattolici esaltavano il patronato e condannavano ogni intervento statale; avevano l'appoggio dell'alto clero, di grandi proprietari e di molti industriali della Francia settentrionale. Da questa corrente venne fuori la « Scuola Andegavina », che ebbe inizio sotto gli auspici di mons. Fressel (1827-1891), vescovo di Angers, e che si atteneva ad un certo conservatorismo.

I cristiani sociali dell'« Association catholique » e dell'« Opera dei circoli cattolici di operai » tendevano invece a dare ampi poteri allo Stato e alle corporazioni. L'ideale rigidamente corporativo di La Tour du Pin, che poggiava sul presupposto della restaurazione monarchica, incontrò però l'opposizione della Réforme sociale, della Revue catholique des institutions et droit, di Etudes, e dello stesso Léon Harmel, uno dei maggiori realizzatori delle idee sociali cristiane, proprietario delle officine di Val de Bois.

I democratici cristiani, apparsi alla fine del secolo scorso, erano vicini ai cristiano-sociali in campo sociale, ma lontani in quello politico. Le loro idee erano diffuse dalla Justice sociale (Naudet), Vie catholique (Dabry), la Revue du clergé français, Annales de philosophie chrétienne, Quinzaine, Démocratie chrétienne, Demain e il Sillou, diretto da Marc Sangnier. Tra il 1908 e il 1910 questo movimento fu sconvolto dalla repressione del modernismo per il quale molti democratici cristiani avevano manifestato simpatie. I cattolici democratici non sospese la loro azione politico-sociale e, raggruppati dapprima nel partito Democratico popolare e nel movimento della « Giovane Repubblica », si fusero poi con altre correnti cattoliche, come quella della Jeunesse française, per dar vita nel 1944 al Movimento repubblicano popolare, che quasi ininterrottamente dal 1945 ha partecipato al governo della Francia con i suoi uomini (Bidault, Schumann).

Alcuni cattolici italiani (Tommaseo, Rosmini, Ricasoli...) avevano intuito nel primo Ottocento l'importanza della questione sociale; le vicende politiche li allontanarono da essa. Il diffondersi all'estero di un movimento sociale cattolico e di un minaccioso movimento marxista destarono anche in Italia, pur così arretrata dal punto di vista economico, un nuovo interesse da parte dei cattolici per il problema sociale che si confuse spesso con quello politico-religioso, così come il liberismo si confondeva con il liberalismo dei politici e dei filosofi. Le più audaci posizioni sociali furono quindi generalmente assunte dai cattolici intransigenti, nemici dichiarati del liberalismo al potere; più prudenti furono invece, salvo qualche eccezione (Curci), i cattolici transigenti o liberaleggianti (Cantù, Zanella, Fogazzaro, Bonomelli...). Il movimento sociale cattolico si svolse quindi in Italia in seno all'« Opera dei congressi ». Nel 1877, mentre il card. Pecci, vescovo di Perugia, condannava in una pastorale il sistema manchesteriano, si propugnavano, al Congresso di Bergamo, libere associazioni di lavoratori. Nel 1889 nascevano l'« Unione cattolica per gli studi sociali in Italia » e la Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, organo di quella: l'una e l'altra erano promosse e dirette da Giuseppe Toniolo.

L'enc. Rerum novarum e, in misura minore, l'affermarsi in Italia di un partito Socialista diedero un vigoroso impulso alle attività sociali dei cattolici. I giornali intransigenti (Osservatore cattolico, Unità cattolica, Italia reale...) si diedero a sostenere con ardore la causa sociale cristiana; si sviluppavano intanto le associazioni profes-

sionali cattoliche, soprattutto per opera di giovani studenti e professionisti, che cominciarono ad usare il termine «Democrazia cristiana» (v.). La lotta tra le varie tendenze cattoliche e lo stesso scioglimento dell'Opera, avvenuto nel 1904, non valsero ad arrestare il movimento sociale cattolico. Le organizzazioni cattoliche dipendenti dall'Unione popolare e dall'Unione economico-sociale, favorite nel loro sviluppo dagli accordi clerico-liberali, che capovolsero la situazione di vantaggio goduta spesso fino allora dalle leghe rosse, avevano alla fine della prima guerra mondiale una notevole forza numerica e preoccupavano socialisti e conservatori. Nel 1919, dopo lo scioglimento dell'Unione economico-sociale, nacque l'autonoma Confederazione italiana del lavoro, che subì poi le violenze dei rossi e dei neri; anche il programma del partito Popolare italiano si ispirava alle idee della scuola sociale cristiana. Dopo la caduta del fascismo quelle idee rivissero nelle formulazioni programmatiche della Democrazia cristiana, delle Associazioni cattoliche dei lavoratori italiani (ACLI) e della Libera confederazione generale italiana del lavoro (LCGIL).

Il movimento sociale cattolico, del quale si è qui seguito lo svolgimento nelle varie nazioni, fu approvato e incoraggiato dai pontefici.

La Rerum novarum (15 maggio 1891) e le altre dichiarazioni di Leone XIII provocarono un meraviglioso espandersi del movimento, che subì una grave crisi tra il 1907 (enc. Pascendii di Pio X) e il 1910 (condanna del Sillon), quando molti suoi valorosi sostenitori furono coinvolti nella condanna del modernismo. Si sviluppò rigoglioso dopo la prima guerra mondiale secondo l'insegnamento impartito da Pio XI nella Quadragesimo Anno (15 maggio 1931) e nella Divini Redemptoris (19 marzo 1937) e da Pio XII nella Sertum laetitiae (1 nov. 1939) e in molti suoi messaggi di Natale e di Pentecoste. Le dottrine enunciate dai Pontefici ispirano oggi l'azione di movimenti sindacali e di partiti politici di molte nazioni.

BIBL.: F. S. Nitti, Il socialismo cattolico, Torino 1891; T. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. V. Austria: R. Kralik, Karl Lueger und der christliche Sozialismus, Vienna 1923; A. Lesowsky, Karl von Vogelsang. Zeitschrift des Gedenkens aus seinen Schriften, ivi 1927; R. Kuppe, Dr. Karl Lueger. Persönlichkeit und Wirken, ivi 1947. – Belgio: H. J. Elias, Printer Daens en de christene vollstparité, 1893-1907, Aioss 1940; G. Guyot de Mishagen, Le parti catholique belge de 1830 à 1834, Bruxelles 1946. – Inghilterra: E.S. Purcell, Life of cardinal Manning, Londra 1896; C. P. Mc Entee, The social Catholic movement in Great Britain, Nuova York 1927; H. Sommerville, The Catholic social movement, Londra 1932. – America: A. Sinclair-Will, Vie du card. Gibbons, archevêque de Baltimore, Parigi 1925; T. Maynard, The story of american catholicism, Nuova York 1941; R. Pattee, El catolicismo en Estados Unidos, Città del Messico 1945; C. J. Nuesse, The social thought of american catholicism, 1831-1839, Westminster 1945; A. J. Abell, The reception of Leo XIII's labor encyclical in America, 1891-1919, in The Review of politics, 7 (1945), pp. 464-95; id., Origins of Catholic Social Reform in the United States. Ideological Aspects, ibid., 11 (1949) pp. 294-309; H. J. Browne, The Catholic Church and the knights of labor, Washington 1949. – Francia: G. Weill, Histoire du catholicisme libéral en France, 1828-1908, Parigi 1909; C. Calippe, Les tendances sociales des catholiques libéraux, ivi 1911; id., L'attitude sociale des catholiques français au XIXᵉ siècle, ivi 1912; A. Rastoul, Histoire de la démocratie catholique en France, ivi 1913; W. Gurian, Die politischen und sozialen Ideen des französischen Katholizismus: 1789-1914, Gladbach 1919; G. Weill, Histoire du mouvement social en France (1851-1911), Parigi 1924, pp. 409-20; E. Barbier, Histoire du catholicisme libéral et du catholicisme social, 5 voll., Bordeaux 1925; C. Jaspar (A. De Gasperi), Un maestro del corporativismo cristiano: René de la Tour du Pin, Milano 1928; E. Lecanuet, L'Église de France sous la troisième république, 4 voll., Parigi 1931; J. Zirmelid, Cinquante années de syndacalisme chrétien, ivi 1937; G. Jarlot, Le régime corporatif et les catholiques sociaux. Histoire d'une doctrine, ivi 1938; G. Hoog, Histoire du catholicisme social en France: 1871-1931, ivi 1946; H. Guillemin, Histoire des catholiques français au XIXᵉ siècle (1813-1905), Ginevra 1947; A. Cuvillier, Ph. J. – B. Bucher et les origines du socialisme chrétien, Parigi 1948; J. B. Duroselle, Les catholiques de France et la question sociale en 1848, in Atti e memorie del XXVII Congresso nazionale dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Milano 1948, pp. 191-95; R. Havard de la Montagne, Histoire de la démocratie chrétienne de Lamennais à Georges Bidault, Parigi 1948; H. Rollet, L'action sociale des catholiques en France (1871-1901), Lilla 1948. – Italia: Conservatori: G. Bonomelli, Proprietà e socialismo. Che devesi fare?, Cremona 1886; G. Scalabrini, Il socialismo e l'azione del clero, Piacenza 1899; A. Capecelatro, La questione sociale e il cristianesimo, Capua 1901; F. Fonzi, I cattolici transigenti italiani dell'ultimo Ottocento, in Convivium, nuova raccolta, 3 (1949), pp. 995-972. – Movimento sociale: V. DEMOCRAZIA CRISTIANA, e inoltre: A. Sassoli Tomba, La questione sociale nella nostra campagne, Bologna 1879; C. M. Curci, Di un socialismo cristiano nella questione operaia e nel concerto selvaggio di moderni stati civili, Firenze 1885; G. Avolio, I cattolici di fronte ai mali sociali, Napoli 1895; A. Pavissich, La questione sociale, Treviso 1902; B. Alati, Dall'inerzia socialista all'attività clericale, Milano 1910; L. De Gobbi, Il pensiero sociale di Giuseppe Toniolo, Alba 1922; F. Marconcini, Profilo di Giuseppe Toniolo economista, Milano 1930; F. Arcà, Il movimento operaio cattolico, in V. E. Orlando, Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano, VI, 1, ivi 1930, pp. 248-64; V. Mangano, L'opera scientifica di Giuseppe Toniolo. Una concezione cristiana della sociologia e della economia sociale, Roma 1940; G. Anichini, Amico del popolo e servo di Dio. Vita del professor Giuseppe Toniolo, Firenze 1945; G. Internimone, Vincenzo Mangano, L'uomo e il pensatore, Roma 1945; G. Toniolo, Opera Omnia, Città del Vaticano 1947. Fausto Fonzi
Cite this article

“DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 1109. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/dottrina-sociale-cristiana.