PENSIERO. - Dal latino pensare, pesare, ponderare (il gr. νόμος, διάνοια ha altra derivazione), il termine conserva il riferimento etimologico in uno dei suoi significati oggi più propri, INTELLETTO (v.). Anche se meno frequente, non manca nella latinità classica l'uso di «pensare» nel senso di «considerare», versare animo: «vulnera laude pensabimus» (Quintil., Declam., 3, 16; cf. E. Forcellini, Lexicon totius latinitatis, III, Padova 1940, p. 625). Al nostro odierno «pensare» corrisponde però più esattamente cogitare (da cogere, contrazione di coagitare, quasi adunare e sommovere mentalmente: dove è presente un certo parallelismo semantico con «pensare» nel senso di «ponderare»; cf. op. cit., I, ibid., p. 672).
In senso molto ampio, dopo Cartesio, presso cui però non è esclusivo, p. è ogni attività cosciente dell'essere spirituale: «Che cos'è una cosa che pensa? È una cosa che dubita, che concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina anche e che sente» (Medit., II: trad. II. di A. Tilgher, I, 2ª ed., Bari 1928, pp. 98-99; cf. Princ. philos., parte 1ª, § 9). In senso più ristretto p. è talora coestensivo di attività conoscitiva: esclude pertanto gli atti delle facoltà appetitivo-voltive. In senso maggiormente proprio, comune alla neoscolastica odierna, p. è solo ogni momento della conoscenza intellettivo-razionale e cioè la percezione spirituale dei valori universali, delle cause, principi, ragioni, finalità, rapporti dell'essere e delle cose. Esso comprende pertanto, concetto (v.), gli atti fondamentali del giudicare (v. GIUDIZIO), e del ragionare (v. RAGIONE; RAGIOCINIO), ed è l'attività costitutiva della scienza, della filosofia e anche, in parte, della prassi etico-giuridico-economica, della religione e dell'arte. Preso in questo senso, si può affermare che il p. conoscenza (v.), se questa è intesa, con significato generico, come presenza di un dato qualsiasi alla coscienza. Ma p. non è senz'altro convertibile con conoscenza se s'intende per essa una effettiva percezione dell'essere e della realtà. L'attività del p. può infatti, per la sua (relativa) spontaneità, volgersi a costruzioni immanenti e soggettive che non hanno, in tutto o in parte, rispondenza nel reale: «nei concetti astratti, nei p., nelle parole entra tutto l'immaginabile, quindi anche il falso, l'impossibile, l'assurdo, l'insensato» (A. Schopenhauer, Die Welt..., Suppl., I, I, cap. 6; trad. II. di G. De Lorenzo, II, Bari 1930, p. 85). Va quindi riconosciuto fondamento all'affermazione kantiana: «pensare un oggetto e conoscere un oggetto non è la stessa cosa» (Kritik d. r. Vernunft. Transzendent. Logik, § 22). Sebbene tutt'altro che dimostrata sia l'ulteriore tesi kantiana che «le categorie non hanno alcun uso alla conoscenza delle cose se non in quanto queste sono prese come oggetti di esperienza sensibile» (ibid.), ossia, in altri termini, che il p. umano funziona a vuoto se non si riferisce a un oggetto dell'intuizione empirica (v. KANT; OGGETTIVISMO).
Nell'idealismo (v.) il p. è la struttura e il fondo essenziale della realtà la quale, per il suo intrinseco e assoluto
