RAGIONE

RAGIONE. - Termine filosofico che, facoltà (v.), ha avuto nella storia del pensiero occidentale una molteplicità di significati, che spesso hanno generato equivoci e malintesi. Probabilmente il termine ratio deriva da ratus,

participation di reor (credere, pensare), e prima dell'uso propriamente filosofico significò calcolo, rapporto. La ratio corrisponde sia a vuòs (Platone) che a λόγος, con questa differenza: il vuòs è propriamente la facoltà o l'attività, il λόγος è il contenuto del vuòs (la verità) o ciò che la r. costruisce (il discorso, l'insieme dei rapporti, ecc.). È opportuno distinguere i due significati fondamentali del termine: la r. come facoltà (Vernunft) e la r. come oggetto di conoscenza (Grund).

I. La r. come facoltà. — I due termini vuòs e λόγος insieme esprimono adeguatamente il senso di r. come facoltà discorsiva o razionativa, capace di formulare prove, di combinare concetti e proposizioni, di dare dimostrazioni. In questa funzione è considerata come propria dell'uomo (che, secondo la celebre espressione aristotelica, è ζωον λογικόν), come dice s. Tommaso (In III Sent., dist. 25, q. 1, a. 1), «et Deo non convenit nec Angelis». In INTELLETTO (v.), che è attività intuitiva, apprensiva dell'essere e capace di cogliere i principi primi e le verità primarie necessarie del pensiero e della vita. Non si tratta di due facoltà, come dicono concordemente s. Agostino e s. Tommaso. Infatti, per s. Agostino, ratio e intelletto (o intelligenti) ineriscono naturaliter alla mens (De civ. Dei, XI, cap. 2); l'intelletto è superiore alla ratio (In Joann. Evang., tract. XV, 4, 19; e s. Tommaso, Sum. Theol., 2, 2, 2, q. 45, 5 ad 3), in quanto esso è veduta interiore (con cui la mens percepisce la verità, che le scopre la luce divina), principio del comprendere e vero occhio dell'anima (De ordine, II, cap. 2, n. 5; cap. 9, n. 26).

La r. invece è aspectus animi, organo di ricerca che discerne (analisi) e connette (sintesi), cioè la facoltà discorsiva che si applica al senso che le è inferiore e ai sensibili per giudicarsi (De vera relig., cap. 29, n. 30). Spinoza (v.) la r. è inferiore alla scienza intuitiva: la prima ci fa vedere le cose sub quadam aeternitatis specie, l'altra sub specie aeternitatis. Kant (v.) distingue tra r. (Vernunft) — la facoltà che ci fa conoscere i principi della conoscenza a priori — e r. pura, la facoltà che contiene i principi che ci consentono di conoscere qualcosa esclusivamente a priori (Crit. della r. pura, Introduz., § VII); tra r. teoretica o speculativa, quella che si applica al puro conoscere e che fonda e costruisce la scienza, e r. pratica, quella che contiene il principio a priori dell'agire o la regola della morale. Inoltre Kant intende il termine r. nel senso speciale di facoltà superiore delle tre idee metafisiche dell'anima, del mondo e di Dio (Cr. d. r. pura. Dialett. trascendentale, I, 1, sez. 1). In questo senso la r. (Vernunft) non si oppone all'esperienza (come nel caso di prima), ma si distingue e si oppone all'intelletto (Verstand). ROSMINIANI (v.), rifacendosi a s. Agostino e per combattere la trascendentabilità kantiana, distingue anch'egli tra r. e intelletto o lume della r.: la prima è «la facoltà di applicare l'idea dell'essere» che è intuita dall'intelletto (Principi di sc. morale, cap. 1, art. 1). I post-kantiani fecero della r. l'assoluto, intuitiva di tutto il reale che s'indentifica con essa: GIACOBBI (v.) è la facoltà di cogliere il soprassensibile; per Schelling (v.) è l'assoluto» (Darstellung meines Syst. der Philos., in Sämtl. Werke, VI, p. 113); per Hegel (v.) è la certezza di essere tutta la realtà; l'universalità e oggettività in sé e per sé dell'Autocoscienza (Encicl., § 437).

Sempre nel senso di facoltà, r. significa giudicare bene o rettamente, cioè facendo logica (v.), come pure indica, nel razionalismo moderno e in Kant, il sistema dei principi a priori, non dipendenti dall'esperienza; e infine fede (v.) e alla verità rivelata e soprarrazionale (per questi tre ultimi sensi V. RAZIONALISMO).

II. La r. come oggetto di conoscenza. — È ciò che spiega qualche cosa in un duplice senso: ontologico, come p. es., «ragion d'essere», il «perché» che spiega e dimostra la r. di una cosa, la causa finale e la causa formale; e gnoseologico, cioè l'argomento con cui si sostiene e si giustifica un'affermazione. Nel linguaggio degli scolastici la ratio di una cosa è la sua essenza (ratio intellecta è lo stesso concetto considerato oggettivamente). Si può anche usare in senso normativo di giustificazione: p. es., nell'espressione «ho le mie r. per fare o per pensare così», cioè i motivi legittimi per agire e affermare così e non diversamente. In questo senso la r. di una proposizione o di una tesi è ciò che la giustifica e la dimostra valida oggettivamente. Infine, l'espressione «ente di r.» è ciò che ha un'esistenza oggettiva solo nella mente (senza che ciò escluda che possa avere un fondamento reale), come, p. es., le relazioni, le negazioni ecc.

La filosofia contemporanea ha criticato fortemente la r. come oggetto di conoscenza sia nel senso ontologico (negoziare della causa finale o formale), sia nel senso gnoseologico: non vi sono argomenti per dimostrare necessariamente un'affermazione, in quanto esistono solo «ipotesi» che si accettano (l'una o l'altra) secondo che risultano più o meno idonee a una determinata situazione storica o pratica (v. IRRAZIONALISMO; POSITIVISMO; PRAGMATISMO).

Bibl.: per l'idea generale di r. cf. H. Bergson, in Bulletin de la Société Franc. de philos., apr. 1907, p. 140 seg.; R. Adib, La r., Padova 1894; C. F. Keans, The pursuit of reason, Londra 1910. Ampi riferimenti storici in R. Eisler, Vernunft, in Wörterb. d. philos. Begriffe, III, 4. ed. Berlino 1930, pp. 395-406; I. Peghaire, Intellectus et ratio selon st Thomas d'A. Parigi 1936; A. Lalande, Vocab. tech. et crit. de la philosophie, 1938, pp. 669-78; M. F. Sciacca, S. Agostino, I. Brescia 1949, pp. 100-92 e passim. V. RAGIONAMENTO; SILLO-CISMO. Michele Federico Sciacca