RAGIONAMENTO

RAGIONAMENTO. - Da ratio (v. RAGIONE), è l'atto per cui il pensiero, in virtù di date proposizioni, fatti, giudizi, passa a un'affermazione nuova. R. è pertanto, nel suo significato più ampio, sinonimo di inferenza, e indica il discorso o movimento della ragione da conoscere in atto (premesse, prototàtes, tà prototàtes) a ulteriori giudizi (conclusioni), aventi con quelle nesso di derivazione causale. Il nesso logico di derivazione (consequenti a nella terminologia scolastica) è essenziale, per cui non può dirsi r. ogni processo del pensiero che si compia per discepterla casuale o per semplice successione nel tempo.

Nella logica tradizionale il r. è, accanto al concetto (v. GIUDIZIO), la terza attività fondamentale della ragione. S. Tommaso ravvisa in esso il carattere distintivo dell'intendere umano, essenzialmente analitico e progressivo nel tempo: «homines ad intelligibilem veritatem scis non est, et ideo rationales dicuntur» (Sum. Theol., 1°, q. 79, 8, c.; cf. De verit., q. 15, a. 1). Tuttavia, identico è il principio conoscitivo che intende (intellectus) e che ragiona (ratio); la diversità e molteplicità è soltanto funzionale: mentre l'intelletto denota «pura apprensione della verità», è proprio invece della ragione «discursum», e non è un alibi, un per il quale non può essere introdotto in cognizione (in anal. post., I, lect. 1, n. 4; cf. Sum. Theol., loc. cit., e q. 85, a. 4). Il r. è quindi, per rapporto all'intelletto, come «acquisizione» a «conseguimento», «divenire» a «essere», «moto» a «quale». Analizzando questo rapporto, S. Tommaso osserva che, come non è possibile il movimento senza un punto fermo di partenza, così anche il r. presuppone alcune verità o principi di immediata intuizione («intellectus principiorum») da cui parte e a cui ritorna nel processo risolutivo e dimostrativo delle conclusioni. La «ratio» pertanto trova nell'intellectus il suo principio e il suo termine: «intellectus invenitur rationis principium quantum ad viam inveniendi, terminus vero quantum ad viam iudicandi» (De verit., q. 15 a. 1).

Come inferenza, il r. è funzione essenzialmente attiva del pensiero: non pura intuizione di un dato, ma processo di ricerca («a certis ad incertorum indagationem nitens cogitatio»; s. Agostino, De immort. anim., cap. 1; PL 32, 1021 A). È chiaro tuttavia che il momento intuitivo non è assente dal r. e anzi vi assume forme più complesse che non nel puro concetto. Il r. infatti si compie per un preciso atto notetico in cui una certa proposizione B è vista dipendere e derivare da una precedente proposizione o serie di proposizioni A. Il r. è quindi intuizione-affermazione di giudizi (rapporti fra concetti) e di nessi causali fra giudizi: esso coinvolge pertanto momenti intuitivi molteplici che fanno del r. quasi una sintesi degli altri atti mentali, e per cui si attenua ulteriormente l'indicata distinzione fra «intellectus» e «ratio».

Il r. come inferenza non implica necessariamente scoperta di nuove verità, come nel caso di una proposizione già nota, derivata (provata) da un principio che la giustifica o la conferma (p. es.: il furto è un male perché inconciliabile con il vivere sociale, e la società è un bene per l'uomo). La novità del r. (che in realtà c'è sempre, altrimenti non sarebbe possibile parlare di vera inferenza o processo razionale) consiste sovente appunto nella prova: B si conosceva come problematico: ora è visto nella sua connessione con A, certo: il r. determina qui il rapporto di derivazione di B da A e pertanto perviene a una nuova certezza ed evidenza di B (anche se già eventualmente nota per altra via).

In merito alle varie forme di inferenza (per cui V. SILLOGISMO) va qui notata la divisione generale del r. DE DUZIONE (v.) induzione (v.). Mentre la deduzione verifica il tipo di inferenza formale, logicamente necessaria (cui principalmente si riferisce la norma «ex vero non sequitur nisi verum»: cf. Aristotele, Anal. pr., II, cap. 2, 53 b 7), nell'induzione invece l'inferenza da verità particolari a principi universali, più che sulla struttura logica del r., si fonda sull'intuizione intellettiva del rapporto dei fatti particolari alla determinazione ontologica della natura universale. Ma sarebbe arbitraria restrizione intende il r. unicamente come inferenza formale (cf. A. Lalande, op. cit. in bibl., p. 868), verificando anche l'induzione un effettivo processo e dialettica del pensiero. Altrattanto ingiustificata è, d'altronde, l'asserenza contraria (cf. J. Stuart Mill, A system of logic, II, cap. 3) che vede soltanto nell'induzione una vera inferenza, nel senso di ampliamento ed estensione della conoscenza.

Il r. come processo nel tempo (e pertanto aperto a un vero «progresso» del sapere; per il Bosanquet la negazione della durata temporale dell'inferenza «is the first and fatal error» [op. cit. in bibl., p. 41]) e svolgimento dialettico, è forma essenziale del pensiero razionale. Esso è in funzione, da una parte, della frammentarietà e analiticità del conoscere umano, dall'altra, degli indefiniti rapporti che stringono in unità l'oggetto e i contenuti del pensiero. Movimento della conoscenza verso l'unità, analisi verso la sintesi, il r. è l'espressione logica dell'organicità ontologica del reale. Perfezione quindi e potenza del pensiero che, mentre estende in ampiezza il dominio della verità, lo chiarisce insieme in profondità, determinandone le molteplici relazioni interne di struttura, di necessità e di causa.

BIBL.: v., per indicazioni generali, A. Lalande, Raimonnement, in Vocab. techn. et crit. de la philos., 5a ed., Parigi 1947, pp. 867-68; E. Rignano, Psicologia del r., Bologna 1920 (ed. franc. Parigi 1920); W. Leibnitz, Nov. ess., 1. IV, cap. 17, trad. II. di E. Cecchi, II, Bari 1926, pp. 244-69; A. Rosmini, Logica, I, II, sez. 2, § 531 seg., ed. nazion., XXII, Roma 1942, p. 207 seg.; A. Guzzo, L'io e la ragione, parte 3, cap. 6, Brescia 1947, pp. 167-80; V. BIBLICA. della voce LOGICA: cf., fra altri, B. Bosanquet, Logic, I, II, 2a ed., rist., Oxford-Londra 1931; U. Viglino, Logica, Roma 1941, pp. 249-61; F. H. Bradley, The principles of logic, vol. I, I, II, parte 1, 2a ed., rist., Oxford-Londra 1950, pp. 243-98.