CONCETTO

CONCETTO. - Etimologicamente da concipere, cum-capere, concepire, comprendere, il c. è l'espressione intellettuale della realtà nel pensiero, l'idea che la mente realizza pensando, o anche lo stesso pensiero come atto. Il valore espressivo del termine, già instabile nel comune linguaggio, si fraziona e insieme si amplifica ulteriormente nel linguaggio filosofico, in rapporto ai sistemi storici di valutazione gnoseologica e metafisica del pensiero.

Contro il relativismo dei sofisti che difendevano l'impossibilità di una scienza universale e oggettivamente valida, Socrate afferma che tale scienza è possibile per via di un elemento del sapere in cui le molteplici e relative rappresentazioni individuali si unificano in una rappresentazione universale: questo è il c., il 2.6/7.5, espressione di ciò che la cosa è, oggetto e termine della scienza, cui è possibile pervenire, particolarmente in materia morale, attraverso un metodo di analisi e segregazione, induttiva, esercitata sul fondo del pensiero naturale e comune. Platone, fermo all'affermazione antisofistica di Socrate che la scienza non può riporsi in opinioni mutevoli, e persuaso che il mondo materiale è tutto immerso nella contingenza e relatività, cerca il fondamento e l'oggetto della scienza nel mondo stabile delle idee, o forme intellegibili della realtà, a cui la nostra mente arriva mediante il c., attraverso un processo di pura reminiscenza (ἀνάγνωσις), occasionata dell'esperienza sensibile del mondo materiale (Theaet., 201 sg., Phaed., 72 sg.).

La dottrina del c., avviata da Socrate, accentuata, ma anche già dispersa nell'idealismo platonico, è da Aristotele riportata e sistemata entro le linee di un giusto realismo metafisico: è vero che oggetto della scienza è l'universale e l'intelligibile, ma questo non è da ricercarsi nel mondo delle idee separate, irreale e fantastico, bensì in seno alla stessa realtà individuale, nella sua essenza immutabile, realizzata dalla determinazione specifica della forma. Il c. è appunto la rappresentazione intellettiva della essenza o quidditas delle cose, attuata nella mente per virtù dell'intelletto attivo (νοῦς ποιητικός), ed è nel suo contenuto nostalgic universale, immutabile, eterno, come le forme e le essenze (De anima, I, 1, 402 a 6; II, 1, 412 a 1-6; Met., I, 1, 981 a 15; ibid., X, 1, 1059 b 26).

L'equilibrato spiritualismo aristotelico e l'idealismo platonico sono insieme abbandonati dalla scuola epicurea e stoica, dove il c. è abbassato al livello delle impressioni sensibili, grossolanamente DEMOCRAZIA (v.): dalle impressioni sensibili nasce il c. universale, che in fondo non è se non il perdurante delle stesse impressioni e dei loro elementi combinati (cf. Cicerone, Acad., II, 10; per Epicuro V. DIO. Laer., X, 32). Nella Scolastica medievale il c. in senso specifico apprensione (v.) dell'intelletto, il verbum mentis, e come tale contrapposto al giudizio quale suo elemento. Particolare importanza rivestono i c. o idee generali (universali), espressione della unità generica o specifica delle realtà individuali («similitudo rei intellectae quantum ad essentiam»): C. Gent., IV, 11, ed. Marietti, p. 436; Sum. Theol., 1, q. 85, a. 1, ad 1); ed è noto il fervore di dispute che s'accresce intorno al loro valore, da cui nacquero e ancora durano le interpretazioni sistematiche del nominalismo, concettualismo, realismo.

Nuove teorie del c. si presentano nella filosofia moderna in funzione delle varie gnoseologie e metafisiche. SESTO EMPIRICO (v.) il c. come rappresentazione astratta e universale della conoscenza è un derivato ulteriore della sensazione che essenzialmente non trascende: un residuo di immagini sensibili (Condillac); un prodotto della riflessione (Locke); un'associazione di immagini (Hume, Mill, Spencer). In Kant c. è in generale ciò per cui un oggetto è pensato. È pensare è percepire in unità sintetica il molteplici delle rappresentazioni sensibili, secondo le forme originarie e a priori del pensiero. Kant allora di

vide i c. in puri e empirici: c. puri sono le forme a priori della spontaneità percettiva dell'intelletto, secondo cui esso pensa ogni oggetto (categorie); c. empirici, le forme del pensiero includenti un contenuto della sensazione, e che perciò sono possibili soltanto a posteriori. I c. puri, fuori delle intuizioni della sensibilità, sono per sé vuoti; ed essendo le intuizioni puramente fenomeniche, ne segue che i c., elementi formali della sintesi a priori in cui consiste ogni nostro pensiero e giudizio, investono soltanto i fenomeni e non possano riferirsi alla cosa in sé (noumeno), impenetrabile alla conoscenza umana intellettiva (Critica della ragion pura, trad. II. di G. Gentile e G. Lombardo-Radic, 12. a. 1, 1940, p. 91 sg.). In Hegel, identificata la realtà con lo sviluppo logico dello spirito, il c. viene elevato alla suprema dignità di assoluta posizione metafisica, come realizzazione dell'essere e della sostanza nel suo divenire dialettico. Infatti unicamente attraverso il c. nel suo perenne ciclo triadicco di tesi, antitesi e sintesi, l'essere si pone in sé e per sé, nell'assoluta universabilità e unità dell'io, che appunto nelle espressioni logiche di se stesso dà consistenza alla realtà universale (Scienza della logica, III, trad. II. di A. Moni, Bari 1925, p. 9 sg.; Enciclopedia, §§ 160 sg., trad. II. di B. Croce, Bari 1923, p. 143 sg.). Per questo Hegel chiama il c. «la verità della sostanza», «l'essenza stessa della cosa», «non altro che l'io, ossia la pura coscienza di sé». Concezione ripresa e sviluppata nel neo-hegelianismo italiano di Croce e Gentile. In Gentile, identificata la realtà col pensiero in atto, «in guisa che la sfera reale combacia con la sfera del concetto», si arriva alla posizione della realtà come autocontatto, o conceptus sui: la molteplicità dei c. sotto cui ci appare la realtà, non è che esteriore ed apparente, e pura oggettivazione astratta dello spirito; il vero e concreto c. è uno solo: quello del Soggetto, centro di tutte le cose, che si svolge nella molteplicità dei suoi momenti positivi, e concependo se stesso concepisce tutto, ponendo il reale (Sistema di logica, 3. ed., I, Firenze 1940, cap. 7; II, cap. 6; Teoria gen. dello spirito, 5. ed., Firenze 1938, cap. 16).

È chiaro che queste valutazioni, grandiose, se si vuole, del c., valgono quanto i sistemi metafisici che le comandano. E tanto l'hegelianismo che l'attaulismo, come sistemi filosofici assoluti, non hanno consistenza sicura. Una teoria del c. che pretenda all'oggettività, deve costruirsi in armonia con i dati dell'esperienza, e svolgersi nella direzione da essi suggerita, anzi comandata. Ora l'esperienza, mentre afferma da una parte la purezza del pensiero concettuale che trascende in una sfera di validità assoluta la relatività della conoscenza empirica, attesta dall'altro lato la sua dipendenza dalla stessa conoscenza sensibile in cui, direttamente o indirettamente, affonda le radici ogni nostro sapere intellettuale. Il divenire della conoscenza umana non si rivela certo alla coscienza individuale (l'unica che sia data nell'esperienza) come una libera espansione dell'unità creatrice trascendente, comunque intesa, ma invece come un adeguamento graduale e faticoso del pensiero alla realtà con cui deve misurarsi e di cui si sforza di penetrare i contenuti di valore. Il c. è appunto l'espressione intellettuale di questi contenuti. I quali nemmeno si chiamerebbero tali se non fossero in certo modo immanenti al reale datoci nell'esperienza sensibile, di cui costituiscono la radicale struttura intelligibile e dove il pensiero li intuisce o, che è lo stesso, donde la strade con lo sguardo della sua spiritualità. E siccome questi contenuti sono molteplici e di graduale purezza intelligibile, si può ritenere, ma in tutt'altro senso, la divisione kantiana, chiamando puri quei c. che esprimono un valore intelligibile universale (ente, causa, sostanza, ecc.), empirici i c. che esprimono, generalizzati, gli aspetti essenziali o quidditativi, tanto sostanziali che accidentali, della realtà empirica (sensibilità, animale, pianta, colore, ecc.).

La teoria del c. che si è indicata, oltre che all'idea-lismo e all'empirismo, viene così ad opporsi, nelle sue linee essenziali, anche ad altre concezioni che abbassano ad un livello di pura occasionalità la funzione della conoscenza sensibile nella genesi del c. : all'animismo per cui le idee, almeno in parte, sono date a priori con lo spirito; all'anto-logismo che fa derivare i nostri c. da una prima intuizione della intelligibilità pura, Dio; ed infine anche al misticismo e intuizionismo bergsoniano, per cui la conoscenza della interiore struttura del reale non è propria del pensiero concettuale, ma si realizza attraverso un vitale contatto intuitivo dell'anima con le cose.

Quanto alla posizione logica del c. prevale oggi la ten-denza ad assorbirlo nel giudizio. Considerando il c. nel suo nascere psicologico è vero ch'esso non si forma nel pensiero che per un giudizio implicito : il c. infatti esprime, in un grado più o meno alto di interiorità metafisica, ciò che la cosa è ; e il pensiero non pensa ciò che una cosa è, se non per un giudizio. Ma il c. può anche considerarsi nella sua astratta oggettività (conceptus obiectivus secondo la scolastica), e allora esso è un'unità rappresentativa che può ben considerarsi distinta dal giudizio di cui è elemento e termine (v. CONOSCENZA; LOGICA; UNIVERSALISTI).

BIBL.: Oltre le opere cit., v.: A. Marucci, Di alcune moderne teorie del c., in Riv. di filo., 6 (1914), pp. 274-309; E. Ringano, Psicologia del ragionamento, Bologna 1920, cap. 5; J. De Ton-quedec, La critique de la connaissance, Parigi 1929, p. 133-78; J. Froebes, Logica formalis, Roma 1940, p. 15 seg.; U. Vignola, Logica, ecc., 1914, p. 85 seg.; B. Croce, Logica come scienza del c., puro, parte 1, 1° sez., 6° ed., Bari 1942; A. Brunner, La connaissance humaine, Parigi 1943, pp. 221-70; A. Guzzo, L'io e la ragione, Brescia 1947, pp. 310-28.