CONCETTUALISMO. - È la dottrina che nega alle idee generali (universali) una corrispondenza oggettiva nella realtà, affermandole come puri concetti o forme dello spirito.
Gli inizi del c. si possono individuare già nella dottrina della Stoa, dove il concetto universale (χουγή ευγουλία), di indubbia importanza pratica, è un puro derivato delle impresioni sensibili, quasi condensazione di esse nella memoria, cui non corrisponde nella realtà un contenuto proprio, al di là delle cose individuali.
Nella filosofia medievale si attribuisce ad Abelardo (v.) la esplicita difesa del c. Ma in realtà Abelardo intese piuttosto combattere le soluzioni estreme date al problema degli universali da Roscellino e Guglielmo di Champeaux : contro il nominalismo per cui le idee generali in fondo non sono niente più che parole, e il realismo che dà loro una consistenza propria nella realtà, Abelardo afferma l'universale esistente essenzialmente nel concetto, senza peraltro negare nella natura delle cose individuali ciò che l'idea generale esprime. Per questo si tende oggi a interpretare la posizione di Abelardo nel senso di un moderato realismo, almeno di un avviamento ad esso (cf. W. Windelband, Storia della filosofia, 1, trad. II. di C. Dentice D'Accadia, Palermo-Milano 1937, p. 347).
Rigido c., che anzi nelle sue ulteriori determinazioni degrada in nominalismo, è la posizione di Occam (v.): il concetto universale non è che una intentio o concetto animae; nulla di reale ad esso corrisponde nelle cose; l'unità generica e specifica del concetto è una pura unità rappresentativa creata dal pensiero (fictions chiama Occam i concetti universali) per comodità di riferimento ai molti, ossia agli individui, unica realtà esistente (In I Sent., 2, 8) : più o meno come il modello che si crea l'architetto nella fantasia come guida alla realizzazione esteriore.
Nella filosofia moderna in vero c. si risolve la concezione kantiana, pur movendosi su una base gnoseologico-metafisica nuova. L'universalità e la necessità, doti essenziali del concetto, non sono in alcun modo ricavabili dalla esperienza, ma provengono unicamente dal pensiero. Le categorie, ossia i modi generali secondo cui pensiamo gli oggetti, sono pure forme originarie della mente che valgono soltanto per l'ordinamento e la sistemazione soggettiva dell'esperienza, e nulla ci dicono della realtà in sé. Al c. si possono avvicinare le varie forme moderne di grammatico e anti-intellettualismo, particolarmente la posizione bergsoniana che, per la sua particolare concezione della realtà dinamica, nega al concetto, stabile nella rappresentazione della essenza, la possibilità di un adeguamento alla struttura fluida del reale. C. assoluto, ma in senso metafisico, può dirsi l'idealismo trascendentale hegeliano e neo-hegeliano che nel concetto concetto risolve tutta la realtà. Un'ultima forma di c. ESISTENZIALISMO (v.) per cui ciò che ha valore è soltanto il singolo, l'esistente in quanto tale, che non vuole essere livellato e perdersi in qualsiasi sistema di concetti o modelli universali.
Senza pretendere di ridurre alle idee generali ogni conoscenza scientifica (ricca e feconda e assolutamente necessaria è infatti la conoscenza concreta e analizzatrice della realtà individuale, tanto materiale, cioè il mondo, che spirituale, cioè l'anima) è tuttavia indubbiamente positivo il valore della conoscenza concettuale. Che le idee generali non siano pure creazioni del pensiero, ma ad esse corrisponda un fondamento di oggettività negli esseri individuali cui si riferiscono, è provato non solo dal fatto che esse nascono nell'intelletto in stretta continuità e dipendenza con i caratteri che del reale ci sono dati dalla conoscenza sensibile e di cui esprimono i valori trascendentali o essenziali, ma anche dalla funzione altamente positiva che esercitano nella conoscenza umana, e principalmente nel sapere scientifico. Di concetti universali vive non solo la filosofia, ogni filosofia che non riunca a se stessa, ma anche la scienza, che se ne serve, e con successo, nelle sue deduzioni, previsioni e applicazioni concrete, e che non può certo, in tutto il suo grandioso sviluppo sistematico, ridursi a una semplice conoscenza del pensiero e delle sue forme logiche (v. UNIVERSALISTI).