OCCAM (OCKHAM, OCKAM, OKAM, OCHAM), GUGLIELMO da. - Francescano inglese, n. a Occam (contea del Surrey), intorno al 1290, m. probabilmente a Monaco di Baviera nel 1349-50. Studiò a Oxford, dove intorno al 1310 iniziò lo studio della teologia, e fra il 1315 e il 1319 commentò le Sentenze e la Bibbia, come baccelliere. Non pare raggiungesse mai il titolo di «magister regens», il che spiega perché continuasse ad esser chiamato con il titolo di «inceptor».
Duns Scoto (v.) ed Enrico di Harclay avevano iniziato quel processo di revisione critica delle vecchie dottrine filosofiche e teologiche della precedente generazione di maestri e dato impulso all'aprirsi di quella

via modernorum sulla quale O. arditamente si spinse fino a diventarne il maggiore rappresentante. Questi modernisti del sec. xiv polemizzano specialmente con coloro che cercano nella metafisica aristotelica la gratificazione razionale del dogma e « qui intuntur de Aristotele heretico facere catholicum » (F. Pelster, Heinrich von Harclay, in Miscell. F. Ebrle, I, Roma 1924, p. 351). Giovanni Lutterell, un seguace della via antiqua, essendo stato destinato dalla carica di cancelliere dell'Università, interpose appello al Papa in Avignone e sul finire del 1323 denunciò una lista di errori tratti dal commento di O. al I delle Sentenze. L'accusato, recatosi l'anno seguente alla curia papale per difendersi, oppose alla copia della sua opera i suoi quaderni autografi. Tuttavia nel 1326 un'apposita commissione censurò 56 proposizioni, senza peraltro dichiararlo eretico.
Il processo non era finito, e all'O. fu ingiunto di non allontanarsi da Avignone prima che fosse concluso. Ma nel maggio 1327, giunti Michele da Cesena (v.), generale dei Francescani, e fra Bonagrazia da Bergamo, protagonista nella « Questione della povertà », l'inglese si lasciò persuadere dai confratelli a fuggire e a far lega con essi. Con questa fuga comincia un periodo nuovo nella vita e nell'attività letteraria di lui. Il 9 giugno 1328 si tre fuggitivi raggiunsero a Pisa Ludovico il Bavaro Giovanni XXII (v.). S'attribuisce a O. d'aver detto all'Imperatore : « Tu me defendas gladio, ego te defendam calamo ». Tre giorni prima il Papa con la bolla del 6 giugno aveva pronunciata contro di loro una severa condanna, rinnovata il 5 apr. successivo. Interrotto l'insegnamento della teologia, O. s'ingolfiò nella lotta che Michele da Cesena aveva ingaggiato con il Papa per la questione della povertà, recando un grande aiuto alla causa imperiale, difesa da Giovanni di Janduno (v.), Marsilio da Padova (v.), con i quali i Francescani ribelli finirono con l'allearsi. Si ritiene dettato da lui il proclama
di Francoforte dell'8 ag. 1338, con il quale si dichiaravano irrite tutte le pene canoniche fulminate dal Papa contro l'Imperatore e si sosteneva che l'autorità imperiale deriva immediatamente da Dio.
Ma dopo il 1340 volge al tramonto anche la fortuna del Bavaro che, deposto dai principi tedeschi, muore il 7 ott. 1347. Privo ormai di ogni appoggio, O. tentò di riconciliarsi con la Chiesa, rinviando al Capitolo generale dei Francescani, tenuto a Verona, il sigillo dell'Ordine che Michele da Cesena, morendo, gli aveva affidato. L'8 giugno 1349, Clemente VI autorizzava Guglielmo Farinier, generale dei Francescani, ad assolverlo a determinate condizioni non eccessivamente dure. Da questo momento non si parla più di lui nei documenti, e se ne arguisce che morisse alla fine del 1349 o nel 1350, a Monaco, se sono esatte le notizie sulla tomba di lui nella chiesa dei Francescani di quella città.
I suoi scritti possono dividersi in due gruppi distinti : le opere filosofico-teologiche e quelle politico-sociali. Le prime appartengono, per la massima parte, e forse tutte, come ritiene l'Iserlofa contro il parere del p. F. Böhner, al periodo anteriore alla fuga da Avignone. Le seconde invece sono sicuramente posteriori. Al periodo di Oxford appartengono l'Expositio aurea super ortem veterem (Bologna 1496 : trascrizione con brevi commenti dell'Isagoge di Porfirio, delle Categoriæ e del Peribermeneias), il Tract. super. lib. Elenchorum, l'Expos. super Physicum, le Summulae in libros Physicorum (Bologna 1491), le Quaestiones in IV libros super Sent. (Lione 1495), i Quodlibeta septem (Parigi 1487), la Summa totius logicae (ivi 1488), il De sacram. altaris (ove espone le sue particolari dottrine intorno alla sostanza e alla quantità). C'è controversia su altri scritti minori e sul Centiloquium theologicum (elenco di cento proposizioni, in parte paradossali, derivate dalle dottrine dei teologi).
Il pensiero filosofico e teologico di O. si può dire fosse completamente svolto negli scritti composti prima del viaggio ad Avignone. Tutto il sistema metafisico di O. poggia sulla nuova base gnoseologica, che la conoscenza intuitiva precede la conoscenza astrattiva, e che solo la prima coglie le proprietà individuali e infinitamente varie del reale, senza peraltro raggiungere l'intima sostanza delle cose, che resta inconoscibile. La conoscenza astrattiva ha per oggetto soltanto rappresentazioni e concetti universali, elaborati dal nostro spirito per ordinare il contenuto della conoscenza intuitiva (cf. Prol. in I Sent., Lione 1495, q. 1). L'universale non ha quindi alcun fondamento nella realtà (nominalismo [v.]) che è tutta individuale (ibid., dist. 2, q. 6; q. 8). Da siffatta dottrina gnoseologica, oltre la negazione di importanti tesi tradizionali : intelletto agente, specie conoscitive, essenze universali, INDIVIDUALISMO (v.), distinzione fra essenza ed esistenza, si deduce l'impossibilità di conoscere la struttura interna di una realtà posta fuori della nostra coscienza, e lo stesso principio di causalità ne resta infirmato (ibid., dist. 35, q. 2; q. 4). Anzi O., come altri francescani contemporanei, ritiene che Dio, almeno de potentia absoluta, potrebbe darci l'intuizione di una realtà inesistente. Quindi l'esistenza stessa di Dio, la sua unicità, e gli altri attributi non possono essere rigorosamente dimostrati con gli argomenti tratti dalla fisica e dalla metafisica aristotelica (Quodl., I, q. 1; cf. ibid., VII, 17-23). Il Dio di Aristotele non è quello della Fede, la cui onnipotenza è al centro della realtà, al cui libero volere è sospesa la catena di tutti gli esseri, e che avrebbe potuto creare altri mondi diversi da quello d'Aristotele. Analogamente non è possibile una vera dimostrazione della spiritualità, libertà e immortalità dell'anima (Quodl., I, 10).
Nei corpi la quantità e l'estensione s'identificano con l'essenza stessa della cosa estesa (In IV Sent., 4 e 7; De sacr. Altaris, prol., c. 16, 26 e 28; Exp. aurea; Lib. praedic., de quantit.; Quodl., IV, 25, 30 e 32). Questa dottrina, sostenuta più tardi anche da Cartesio (Oeuvres, ed. Adam et Tannery, III, pp. 295-96; IV, pp. 165-70; IX, p. 192 sgg.), sollevo delicati problemi per ciò che concerne la transustanziazione ([v.]; V. EUCARISTIA).
Da questi principi O. stesso e i suoi seguaci, che talora si dissero impropriamente nominales, trassero im-
portanti conseguenze per il rinnovamento della fisica, eliminando le qualità occulte, dando impulso all'osservazione e studiando i fenomeni naturali dal punto di vista quantitativo e matematico.
Sebbene gli scritti politici di O. traggiano motivo dello sciama in seno all'Ordine francescano per la questione della povertà e del conflitto fra l'Impero e il Papato in un particolare momento storico, tuttavia egli non si limita a ripetere i soliti argomenti tratti dalla pubblicistica del tempo, ma affiorano in essi, come già nell'opera di Marsilio da Padova, motivi che vanno ben oltre gli avvenimenti contingenti dai quali traggiano occasione.
Fra gli scritti politici vanno ricordati l'Opus nonaginta dierum (composto in tre mesi nel corso del 1333; discute alcune bolle di Giovanni XXII e difende la dottrina di Michele da Cesena sulla povertà di Cristo); gli altri scritti polemici: De dogmatibus papae Johannis XXII (1334); Contra Johannem XXII (1335); Compendium errorum Papae (1338); Breviloquium de potestate papae (ed. L. Baudry, Parigi 1937); e principalmente il Dialogus inter magistruum et discipulum de imperatorum et pontificum potestate (composto tra il 1333-34, giustifica la deposizione di Giovanni XXII da parte di Ludovico il Bavaro e discute l'infallibilità della Chiesa, le relazioni fra Papa e Concilio, l'autorità del Papa e dell'Impero ecc.); Allegationes de potestate imperiali (1338); Octo quaestiones super dignitate et potestate papali (1340-42; entrambi contro la dottrina dell'autorità del Papa sull'Imperatore). Le istituzioni ecclesiastiche come le istituzioni politiche, munite le une e le altre dalle decretali e dalle leggi civili, secondo O., hanno nella vita pratica lo stesso valore che nella vita speculativa hanno i concetti universali. E come questi servono a unificare e a ordinare l'esperienza sempre nuova nella sua inesauribilità, così gli istituti ecclesiastici non hanno altra funzione che quella di raccogliere in unità visibile i credenti e di istruirli e avvicinarli alle fonti della Rivoluzione e della Grazia (Sacramenti). Ma la vita religiosa del cristianesimo sgorge dal fervore del credente nello sforzo di attuare in sé il regno di Dio, ossia dall'assistenza promessa da Cristo alla «communitas fidelium» (Dial. inter mag. et disc., I, I, 5, capp. 4-5; III, tr. 1, l. 1, cap. 17, tr. 2, l. 1, cap. 23, l. 3, cap. 7; Brevil. de pot. papae, II, capp. 17-19).
Da questo punto di vista, facendo sue le dottrine degli «spirituali» con i quali O. si era incontrato ad Avignone, egli combatte la duplice tesi della supremazia del Papato sull'Impero e della pienezza della potestà del capo della Chiesa che, a suo avviso, avrebbe trasformato la legge evangelica, che è legge di libertà, in legge di servitù, qual era, secondo s. Paolo, la legge antica (Dial., III, tr. 1, 1, 5-7, e 12). Con quest'ultima teoria il suo dissenso dalla dottrina della Chiesa si approfondiva e rischiava di diventare irreparabile, quale diventò più tardi quando i riformatori del sec. XVI ebbero tratto dalle teorie occamistiche le estreme conseguenze da O. forse non previste.
V. O., Innsbruck 1932; E. Moody, The logic of W. of O., Londra 1935. Per ulteriore bibl., cf. op. cit. del Baudry, pp. 295-306; G. A. De Brie, Bibl. philosophica, 1934-45, I, Bruxelles 1950, pp. 218-19. In particolare: per l'interpretazione del pensiero di O., cf. Abbagnano, op. cit.; C. Gacon, G. d'O., 2 voll., Milano 1941; R. Gualluy, Philos. et théol. chez G. d'O., Lovanio-Parigi 1947 (molto notevole); G. N. Buescher, The eucharistic teaching of W. O., Washington 1950; B. Nardi, G. di O., in Annuario dei Centenari, Milano 1950, pp. 549-56; id., Il problema della verità, Roma 1951, p. 37 seg. Per il pensiero scientifico, fondamentali: A. Maier, An der Grenze von Scholastik u. Naturwissenschaft, Essen 1943; id., Die Vorläufer Galileis im 14. Jahrh., Roma 1949; id., Zwei Grundprobleme der scholast. Naturphilos. ivi 1951. Le predette opere non concernono solo O. ma altresì l'influsso esercitato da lui sul pensiero posteriore. Bruno Nardi