Sesto Empirico. - Filosofo scettico e medico, vissuto nella seconda metà del sec. II d. C. Appartenne alla scuola dei medici «empirici», onde il suo appellativo. Nulla si sa della sua vita: si congettura che fosse africano dal fatto che Suida elenca alcune delle sue opere sotto il nome di un «S. Libico».
Di S. E. rimangono - perduti i suoi scritti di medicina - tre opere preziosissime per la conoscenza dello scetticismo (v.) greco, del quale S. rappresenta, dopo Enesidemo e Agrippa, l’ultima fase. Nelle Παρρώνων ὑποτυπώσεις è tracciato, come dice il titolo, pirronismo (v.); il 1. I contiene una trattazione dei principi concettuali e del metodo della scuola; il 11. II e III sono dedicati alla confutazione del dogmatismo (v.). Nei cinque libri Πρὸς δογματικῶν è svolta diffusamente la stessa polemica contro i «logici», i «fisici», e gli «etici». I sei libri Contro i dotti (a cui nei manoscritti sono uniti i precedenti, sotto il comune titolo di Πρὸς μανθματικῶν) sottopongono alla critica scettica tutti i rappresentanti della scienza non propriamente filosofica, matematici, astrologi, grammatici, ecc.
S. E. non è originale, ma espone in forma chiara, sebbene alquanto prolissa, le dottrine dei suoi maestri, e può essere adoperato come fonte, se pure con molta cautela, anche per attingere informazioni sui suoi avversari dogmatici.
Sesto Giulio Africano. - È molto in- certo che questo personaggio avesse il praenomen di Sextus, che gli si attribuisce attenendosi a un testo di Suida, che per giunta è alterato. Si chiama egli stesso, in diversi punti della sua opera, ’Ιούλιος ’Αφρικανός.
Sarebbe ugualmente cauto non farlo nascere ad ogni costo a Gerusalemme, stiracchiando in modo esagerato il senso di un papiro di Ossirino. Ma, originario che sia o no di Palestina, egli si dichiara ebreo. La data di nascita e quella di morte sono ignote. Deve essere un po’ più anziano di Origene (185-254). Viaggiò, a quanto sembra, molto nel Medio Oriente, e soggiornò alla corte di Alessandro Severo, dove ebbe l’ufficio di architetto e fornì la pianta della Biblioteca imperiale che il sovrano fece edificare accanto alle sue Terme, non lontano dal Pantheon. Ma s’interessò anche alle scienze, lettere, filosofia e teologia.
Le sue opere si dividono così recisamente in due gruppi quasi contraddittori, che gli eruditi del Rinascimento si chiesero se non ci fossero stati due Africanus,
l'uno cristiano, l'altro pagano, nonostante le testimonianze
concordi e la realtà evidente. Da un lato, Africanus è il
creatore della Chronographia (frammenti in PG 10, 63-94),
il corrispondente di Origene in due lettere importanti su
punti di esegesi teologica. Questo aspetto della sua attività
merita all'autore un grande onore per la sua erudizione, l'a-
cume del suo senso critico, la fermezza della sua fede cri-
stiana. Da un altro lato, e posteriormente, scrisse un lavoro
essenzialmente pagano e curiosissimo: I Cesti (Oì Kεστό).
Il cui titolo allude al cinto magico di Afrodite, del quale
Africanus voleva imitare lo splendore e il misterioso po-
tere. Quest'opera, composta verso il 230, rappresenta una
specie di enciclopedia in 24 II., della quale sono rimasti
frammenti abbastanza numerosi e lunghi, pervenuti at-
traverso le tradizioni più varie, fra cui i papiri. Scritti
da un ebreo e destinati prevalentemente ad ebrei, i Cesti
entrano a far parte dell'abbondante produzione della
diaspora, propensa al sincretismo. Costituiscono, come
dice Suida, «una specie di trattato delle scienze, che
contiene ricette varie». La magia vi è frammischiata con
aneddoti, ma anche con costatazioni di carattere pra-
tico; il complesso è drappeggiato nello stile ampolloso,
fornente nei tempi della seconda sofistica.
Giovanni Renato Vieiliefond