SESTO GIULIO AFRICANO. - È molto incerto che questo personaggio avesse il praenomen di Sextus, che gli si attribuisce attenendosi a un testo di Suida, che per giunta è alterato. Si chiama egli stesso, in diversi punti della sua opera, Ἰούλιος Ἀφρικανός.
Sarebbe ugualmente cauto non farlo nascere ad ogni costo a Gerusalemme, stiracchiando in modo esagerato il senso di un papiro di Ossirico. Ma, originario che sia o no di Palestina, egli si dichiara ebreo. La data di nascita e quella di morte sono ignote. Deve essere un po' più anziano di Origene (285-254). Viaggiò, a quanto sembra, molto nel Medio Oriente, e soggiornò alla corte di Alessandro Severo, dove ebbe l'ufficio di architetto e fornì la pianta della Biblioteca imperiale che il sovrano fece edificare accanto alle sue Terme, non lontano dal Pantheon. Ma s'interessò anche alle scienze, lettere, filosofia e teologia.
Le sue opere si dividono così recisamente in due gruppi quasi contraddittori, che gli eruditi del Rinascimento si chiesero se non ci fossero stati due Africanus,
l'uno cristiano, l'altro pagano, nonostante le testimonianze concordi e la realtà evidente. Da un lato, Africanus è il creatore della Chronographia (frammenti in PG 10, 63-94), il corrispondente di Origene in due lettere importanti su punti di esegesi teologica. Questo aspetto della sua attività merita all'autore un grande onore per la sua erudizione, l'acume del suo senso critico, la fermezza della sua fede cristiana. Da un altro lato, e posteriormente, scrisse un lavoro essenzialmente pagano e curiosissimo: I Cesti (Öi Keo-tui), il cui titolo allude al cinto magico di Afrodite, del quale Africanus voleva imitare lo splendore e il misterioso potere. Quest'opera, composta verso il 230, rappresenta una specie di enciclopedia in 24 ll., della quale sono rimasti frammenti abbastanza numerosi e lunghi, pervenuti attraverso le tradizioni più varie, fra cui i papiri. Scritti da un ebreo e destinati prevalentemente ad ebrei, i Cesti entrano a far parte dell'abbondante produzione della diaspora, propensa al sincretismo. Costituiscono, come dice Suida, «una specie di trattato delle scienze, che contiene ricette varie». La magia vi è frammischiata con aneddoti, ma anche con costatazioni di carattere pratico; il complesso è drappeggiato nello stile ampolloso, fiorente nei tempi della seconda sofistica.
Giovanni Renato Vieillefond