SENSAZIONE. - Da sensus, sensatio, gr. αἰσθήσεις, è la manifestazione originaria e fondamentale della vita psichica, per cui si ha la prima forma di presenza delle cose - del mondo e del proprio corpo - alla coscienza del vivente. Oltre il significato biologico che la ha come mezzo di conservazione, sviluppo e difesa della vita, essa assume nell'uomo un superiore valore, come iniziale processo di conoscenza che fornisce la materia e i contenuti reali del pensiero (cf. Summ. Theol., 2a-2a, q. 67, a. 2, c.).
I. LA S. COME PROCESSO FISIO-PSICHO. - Condizione della coscienza nel mondo è il suo essere e manifestarsi in dipendenza del corpo; momento originario in cui si rivela questa «situazione» fondamentale della coscienza è la s. che si pone come fatto di coscienza, ma con rapporto intrinseco di derivazione causale da un fatto corpo-reo (dell'organismo, e, attraverso questo, dell'universo fisico). La s. presenta pertanto all'indagine una duplice direzione di approfondimento: a) la determinazione del suo condizionamento e delle sue modalità fisio-psichiche (psicofisica e psicologia sperimentale); b) l'analisi dello stato di coscienza in quanto tale e del significato ch'esso assume in rapporto ai compiti e ai fini dell'esistenza personale (gnoseologia, pedagogia, etica, ecc.). Come «reazione cosciente a una modificazione organica», la s. è processo fisio-psichico, e anzi il momento in cui si compie, con continuità di funzioni, il passaggio fra il fisico e lo psichico. Gli elementi o condizioni di tale processo sono l'organo, lo stimolo e l'energia o virtualità psichica del soggetto cosciente.
L'organo è, in certo senso, il soggetto corporeo immediato della facoltà del sentire (αἰσθήσεις) βέβαιον ἐν τῷ τοιαύτῃ (αἰσθήσεις) βέβαιον ἐν τῷ τοιαύτῃ (αἰσθήσεις). Aristotele, De an., II, 12, 424 a 24). Esso è fra le strutture più differenti dell'organismo vivente. Consta essenzialmente: a) di un apparato recettivo (le terminazioni nervose periferiche); b) del nervo afferente; c) del centro sensoriale (nozione che oggi si ritiene abbia significato non soltanto anatomico, ma anche fisiologico). Terminazioni periferiche, nervo e centro costituiscono un'unità anatomico-funzionale che ha il compito di ricevere l'impressione dello stimolo, vi reagisce elaborandola, e condiziona a questo modo la risposta cosciente. Per i diversi sensi esiste una costanza di reazione nervo-centrale espressa dalla legge di J. Müller (1801-58): a stimoli di diversa natura un determinato organo reagisce sempre secondo la sua s. specifica.
Lo stimolo è un'azione (e conseguente modificazione) prodotto sull'organo. Tale azione può derivare: a) dalla realtà esterna, e precisamente dalle modificazione dei corpi che agiscono o per contatto della propria massa (s. tattili di resistenza, pressione, ecc.), o per dissociazione chimica (s. di gusto e forse anche di odorato), o per trasmissione di movimento vibratorio (s. visive e acustiche).
b) L'azione-stimolo può derivare anche da fenomeni che hanno luogo all'interno dell'organo (p. es., processi di dissoluzione o degenerazione dei tessuti; correnti di azione-reazione intercellulari nei centri, da cui gli stati rappresentativi riproducenti elementi o complessi delle s. esterne). Non ogni attività del mondo fisico è atta a porsi come stimolo di senso: elettricità, radioattività, magnetismo non agiscono come stimoli specifici sulla sensibilità umana. Ma inoltre, anche lo stimolo specifico (tattile, visivo, uditivo ecc.) non è atto a eccitare l'organo se non raggiunge e non supera limiti minimi e massimi di intensità (soglia = minima e massima dello stimolo). La natura del processo fisiologico che interviene all'interno delle terminazioni nervose, del nervo afferente, è più ancora nella microstruttura dei centri cerebrali, o essere. Sembra certo che la corrente nervosa o onda di attività che percorre le fibre sensitive è sempre accompagnata da un effetto elettrico (cf. A. Edgar Douglas, The physical background of perception, Oxford-Londra 1952, trad. II. Torino 1952, p. 24 sgg.).
L'energia psichica è la virtualità, propria del vivente, di reagire con una rappresentazione di coscienza alla modificazione periferico-nervo-centrale. È da questa osservare virtualità - ch'è il primo potere di presenza dell'essere a sé - che la s. procede come conoscenza. Nel suo momento conclusivo e formale la s. è pertanto attuazione e perfezionamento del senziente in quanto tale, attività e spontaneità, divenire formale e rappresentativo del soggetto, che ha la sua causalità effettiva nella profondità della vita come principio di immanenza e di coscienza (cf. Aristót., De an., II, 5, 416 b 33; s. Tommaso, In De an., II, lect. 11-12, ed. Pirotta, n. 367 sgg.).
Nella s. sono da distinguere la qualità, la quantità, il tono. La qualità è il contenuto rappresentativo proprio della s.: colore, suono, freddo-caldo, ecc. (sensibili propri), movimento, figura, forma, grandezza (sensibili e comuni); cf. Aristotele, De an., II, 6 e s. Tommaso, in hunc loc.). Le qualità appartengono alla s. non in quanto attività, ma in quanto rappresentazione (rosso, freddo) non è il sentire, il vedere (αἴσθησις) ma il contenuto o termine del vedere e del sentire (sensato, αἰσθητήν), abbia o no tale contenuto realtà e consistenza in sé indipendente dalla rappresentazione. La quantità è il grado di intensità di una s.; e ha la sua ragione nella essenziale dipendenza della s. stessa dallo stimolo, fatto fisico e quindi quantitativo. La relazione fra quantità dello stimolo e intensità della s. è stata scientificamente determinata nella legge Fechner-Weber: la variazione quantitativa dello stimolo necessaria a determinare una variazione di intensità della s. è un rapporto costante dello stimolo iniziale (nelle s. di peso, e. s. ca. 1/3). Tale legge è anche espressa nella formula: a un rapporto geometrico dello stimolo corrisponde un rapporto aritmetico della s. La rispondenza soltanto parziale dell'intensità della s. alle variazioni quantitative dello stimolo è in relazione con gli scopi pratici del vivente; ma insieme essa conferma il valore appropriativo della s. che comporta una certa «riduzione», ai fini biologici, della totalità dei caratteri dello stimolo.
Il «tono» è l'elemento affettivo (di piacere o dispiacere) inerente, in varia misura, a tutte le s. Oltre le indiche proprietà fondamentali ogni s., come processo nel tempo, ha una durata, e alle s. visive è essenziale l'estensione spaziale.
II. CLASSIFICAZIONE DELLE S. SENSIBILI PROPRIE. La classificazione antica, movendo da una considerazione ovvia che tieni conto della differenza strutturale degli organi periferici e qualitativi degli oggetti, distingue cinque specie di s.: tattili, gustative, olfattive, uditive, visive: «sensus esse quinque audire soleo, videndi, audienti, olfacendi, gustandi atque tangendi... Partito ista antiquissima est et fere in contionibus celebrata» (s. Agostino, De quant. animae, cap. 23, n. 41: PL 32, 1058; cf. Aristotele, De sensu et de sensato, cap. 3 e De an., II, 6, 418 a 7; Platone, Theaet., 156 b). Tuttavia già Aristotele osservava che «il tanto contiene in sé molte s. diverse» (H 8 ἀγρή πέλους μὲν ἔχει διαφοράς: De an., II, 6, 418 13; cf. II, 11, 422 b 17 e Sum. Theol., 1a, q. 78, a. 3 ad 3).
La classificazione moderna, in base al triplice criterio della differenza formale delle qualità, della diversità anatomico-funzionale dell'organo, della differenza specifica dello stimolo fisico, distingue le seguenti forme principali di s.: di contatto-pressione, di temperatura, di peso, di posizione, di movimento, di dolore; s. organiche; s. di gusto, di odorato; s. uditive, visive.
1. S. di pressione-resistenza. - Stimolo è un'azione meccanica dei corpi su particolari terminazioni nervose cutanee e sottocutanee, con effetto, sembra, di modificazioni dello stato osmotico delle cellule. La s. è generalmente qualificata secondo la forma e le condizioni fisiche dell'oggetto (s. di durezza, asperità, levigatezza, ecc.). Per l'esperienza che dà di un ostacolo e di una resistenza alla propria azione, la s. di pressione-resistenza contribuisce a fondare la persuasione dell'esistenza del mondo esterno. 2) S. di temperatura. Vi corrispondono specifiche terminazioni nervose (corpuscoli di Pacini e di Messner); stimolo sono le vibrazioni molecolari del corpo ambiente (aria) o tangente. Le s. di temperatura hanno carattere soggettivo: in una s. di freddo, caldo ecc., l'oggettivazione dello stimolo è quindi nulla; dove interviene (p. es., nella s. di freddo per contatto) essa è dovuta alle s. tattili concomitanti. 3) S. di peso (barestesia). Sono s. miste di contatto e pressione, ma hanno inoltre un elemento specifico; si associano per lo più a s. muscolari e di sforzo. 4) S. di posizione (barestesia). Riferiscono la posizione delle parti del proprio corpo. Hanno probabilmente origine articolare ma vi contribuiscono il tono generale di innervazione, e principalmente associazioni rappresentative visivo-tattili. 5) S. di movimento. Dette anche s. cinetiche, riferiscono il movimento (κύκλους) passivo e attivo del proprio corpo e sue membra. Sono principalmente di origine articolare, ma sembrano anche dovute alle modificazioni che intervengono, in seguito alla contrazione motoria, nei muscoli, tendini e altri tessuti dermici e endodermici. Contribuiscono alla chiara percezione del proprio corpo come fonte di attività, e quindi al senso fondamentale della vita. 6) S. di dolore (acuto, ottuso, bruciante, puntuale, continuo, ecc.). Sono causate da alterazioni più o meno profonde nei tessuti, da parte di agenti meccanici, chimici, elettrici... Le terminazioni nervose sono specifiche, distinte da quelle rispondenti alle s. di pressione e temperatura. Le s. di dolore hanno tono affettivo più o meno ingrato (quando siano di intensità minima possono scendere a livello affettivo neutro e anche essere leggermente gradevoli); hanno inoltre significato teleologico, come segnalazioni di pericoli e offese all'integrità dell'organismo e all'esistenza stessa. Insieme con le s. di contatto le s. di dolore sono pertanto fra le più necessarie alla vita («il tatto è il senso fondamentale che si trova in tutti gli animali... e di tutti è il più necessario»: Aristotele, De an., II, 2, 413 b 4 sgg.; cf. Tommaso, De verit., q. 22, a. 5). 7) S. organiche. Manifestano, con ricca varietà di forme, le funzioni e condizioni, normali e patologiche, dell'organismo (s. di fame, sete, benessere, stanchezza, tensione, rilassatezza, s. sessuali, ecc.). Organo sono le terminazioni nervose diffuse in tutto il corpo; stimolo le modificazioni fisiologiche e microenergetiche negli organi, tessuti e cellule, determinate dal metabolismo biologico. Qualitativamente semplici, dal punto di vista fisiologico sono s. complesse, difficilmente analizzabili: vi hanno parte s. di pressione, contatto, temperatura, muscolari ecc.; ma il loro tono affettivo è specifico, originario. Esse condizionano il «comportamento» dell'anima e nell'uomo anche, in parte, gli stati affettivi superiori. Insieme con le s. di dolore valgono come base fenomenologica al concetto di felicità, bene, male ecc. 8) Con il nome di
censesti (ζουντή, αισθητήσις, s. comune) la psicologia moderna indica l'avvertimento immediato (che può anche intendersi come la forma base e indifferenziata delle s. organiche) che l'anima ha del proprio corpo e del suo stato generale: s. indistinta, alquanto oscura, che può essere descritta come una vaga e diffusa s. tattile interna, a tono leggermente ma positivamente gradevole. Per essa il soggetto o io biologico ha la prima e concreta presenza di sé, che le altre s. specifiche hanno il compito di intensificare, differenziare; la censetesi si pone pertanto come fondamento esperienziale del concetto stesso di esistenza e di vita. g) S. di gusto. Organo sono particolari terminazioni nervose sulla lingua (papiule fungori) e palato; stimolo, le sostanze corporee chimicamente disciolte. Già s. Tommaso notava l'affinità del gusto con l'odorato: «Odor enim est sapor quandam affinitatem habent» (In De sensu et de sensuato, lect. 2, n. 23; cf. lect. 9, n. 118: «utrumque eorum est fere eadem passio»). Le s. di gusto sono affezioni soggettive: non presentano quindi oggettivazione «esterna» né determinazione spaziale. 10) S. olfattive. Organo sono le terminazioni nervose della membrana pituitaria; stimolo, particelle dei corpi allo stato grosso, introdotte con la respirazione. In alcune specie animali (api. ecc.) le s. olfattive hanno una prevalenza di significato su tutte le altre. Nell'uomo sono secondarie («sensum olfactus peiorem habemus et per comparationem ad cetera animalia et per comparationem ad ceteros sensus qui in nobis sunt»: s. Tommaso, ibid., lect. 9, n. 119). Secondo il Pradines gusto e olfatto sono «sensi del bisogno» in quanto «nous font connatire les choses comme répondant à nos besoins» e cioè agli impulsi che ci spingono periodicamente verso la ricerca e appropriazione delle condizioni esterne necessarie alla conservazione e perpetuazione della nostra esistenza (Traité de psychol., I, 3ª ed., Parigi 1948, p. 498). Ma deve ammetterci che tale finalità è comune, sebbene con diverse esplicazioni, a tutte le s. (cf. s. Tommaso, In De s. et de s., lect. 2, n. 24). 11) S. uditive. Derivano dalle eccitazioni che le vibrazioni dei corpi, trasmesse attraverso l'aria o altro mezzo elastico, producono sulle terminazioni nervose (fibre di Corti) del nervo cocleare. Vibrazioni omogenee, regolari, danno «suoni» nitidi, chiari; vibrazioni irregolari, miste, danno «rumori», «strepiti». Le s. uditive hanno particolare carattere sintetico: suoni elementari (p. es., del mare, vento) riescono a fondersi in un'unica vasta s. uditiva. In rapporto al tempo, i singoli suoni, per una certa «memoria uditiva» perdurano come s. oltre la loro realtà fisica: fatto linguaggio (v.), che sarebbe impossibile se gli elementi fonici (sillabe e parole) non continuassero nella unità rappresentativa della frase e del periodo. La misura, il ritmo e la proporzione hanno inoltre conferito alle s. uditive particolare valore estetico (musica). 12) S. visive. Sono determinate dalle vibrazioni luminose che eccitano, con effetto probabilmente elettrico-vibratorio, le terminazioni nervose (coni e bastoncelli) della retina. Singole lunghezze d'onda danno «colori» elementari; l'insieme di lunghezze d'onda dello spettro dà il «bianco, la luce»; al «nero» che psichicamente ha valore positivo come ogni altra s. cromatica (lo stimolo è o il limite stesso di una s. cromatica o un'eccitazione interna del nervo) fisicamente non corrisponde che l'assenza di vibrazioni. Particolarmente nelle s. visive vanno rilevati: a) fenomeni di fusione: stimoli vibratori corrispondenti a diversi colori, se eccitano simultaneamente la retina determinano una risposta psichicamente semplice. b) Fenomeni di contrasto: s. visive vicine nello spazio o nel tempo si influenzano e modificano a vicenda. c) Immagini consecutive: una intensa s. visiva permane dopo cessato lo stimolo fisico (il fenomeno è, in varia misura, generale per tutte le s. e va riferito al permanere dell'eccitazione nervosa). d) La visione binoculare con effetto di un'unica immagine era già riferita da s. Tommaso (In De s. et de s., lect. 19, n. 284) all'unità centrale dell'organo. e) Tutte le s. visive sono spaziali. Per la loro immensa capacità sintetica (l'angolo visuale può abbracciare un'infinità di oggetti) le s. visive hanno parte principale, nei veggenti, alla manifestazione del mondo esterno.
Con la chiara rappresentazione della distanza (v. appresso) esse si pongono in certo modo come un'amplificazione nello spazio della sfera percettiva tattile. Costituiscono quindi, dal punto di vista oggettivo, la più alta perfezione della sensibilità, e i termini e le immagini visive sono stati assunti a indicare l'attività stessa e i valori del pensiero (visione, idea, evidenza, intuizione, ecc.).
Le singole s. esterne, per la loro discriminazione oggettivo-funzionale, non consentirebbero al soggetto quella rappresentazione organica e unitaria degli oggetti ch'è necessaria per un valevole comportamento biologico nell'ambiente fisico dell'esistenza. Le s. esterne si continuano pertanto nella sensibilità interna che ha funzione di unificazione, rappresentazione, rievocazione con riferimento al tempo, valutazione dei contenuti delle s. esterne (senso comune, fantasia, memoria, reminiscenza, estimativa, cogitativa; V. a queste voci, e cf. la lucida esposizione in Sum. Theol., 1ª, q. 78, a. 4).
III. Spazio, movimento, tempo
Spazio (figura, grandezza, forma) e movimento (quiete) che la psicologia aristotelico-tomista qualifica come «sensibili comuni», poiché oggetto di più sensi, costituiscono un piano ulteriore di determinazioni oggettuali della sensibilità.1. Spazio
Le teorie empiriche (Berkeley. Spencer. Taine, Lotze, Wundt) ritengono lo spazio un dato «secondario» e cioè derivato da un processo costruttivo della percezione; le teorie nativistiche (Aristotele. s. Tommaso, gran parte della psicologia moderna) affermano, entro certi limiti, il carattere «originario» (nativo) della rappresentazione spaziale. Il nativismo non va confuso con l'«apriorismo» (Kant) che intende lo spazio come forma soggettiva condizionante a priori l'esperienza. Sembra difficile negare il carattere originario della rappresentazione spaziale. La stessa spiegazione empiristica che fa derivare lo spazio dal movimento costruttivo dell'organo, non si oppone in realtà al nativismo, in quanto il movimento dell'occhio lungo i punti limitanti l'oggetto suppone un'estensione che determina, come figura o forma, ma non crea come estensione pura (ma inoltre le copiose ricerche della Gestalt- e Ganzheitpsychologie hanno mostrato che le stesse strutture formali in molti casi sono date come stimoli globali e unitari, per cui anche l'apprensione visiva della «forma» ha sovente carattere originario). L'antecedente fisiologico della s. spaziale visiva è l'eccitazione estesa, spazialmente configurata, dello stimolo sulla retina. Che l'esteso discontinuo, qual è forse la realtà materiale, venga rappresentato dalla coscienza come continuo, è in accordo con la legge di «soglia» (già nota e discussa da Aristotele e s. Tommaso: cf. De s. et de s., cap. 6), per cui stimoli la cui distanza spaziale sia al di sotto della distanza minima discernibile dalla struttura fisiopsichica del senso, agiscono come uno stimolo unico e quindi causano una rappresentazione visiva continua (il continuo, pertanto, com'è dato nell'esperienza macroscopica, può esser riferito alla funzione sintetica della sensibilità). L'attività costruttiva della s. visiva si esplica maggiormente nella percezione della terza dimensione. Distanza e profondità non sembrano oggetto di s. elementari (un punto luminoso nell'oscurità, senza termini di riferimento, non è valutabile nella sua distanza), ma son dovute piuttosto ad un'elaborazione percettiva (vi hanno parte: la parallasse binoculare; la diversa variazione dell'angolo visuale per oggetti vicini e oggetti lontani, quando l'occhio si sposta nella loro direzione; il riferimento della grandezza apparente di un oggetto a quella reale, nota; il movimento necessario per portarsi verso l'oggetto, ecc.). La percezione spaziale tattile sembra di natura essenzialmente genetico-motoria. La pura s. di contatto, non integrata da rappresentazioni visivo-tattili (la fantasia e la memoria intervengono generalmente nella costruzione spaziale degli oggetti), non dà, almeno in forma distinta, la terza dimensione e la forma degli oggetti: entrambe sono «costruite» attraverso la rappresentazione cui dà luogo l'organo tattile (mano) percorrendo la superficie delimitante l'oggetto: tale è, com'è noto, la rappresentazione spaziale nei ciechi.2. Movimento
Il movimento, come cambiamento di posizione degli oggetti esterni nello spazio, è modalità dello stimolo visivo-tattile e quindi dato originario di s. Ma poiché, in quanto pura variazione di posizione, il moto è relativo e reversibile, la sola s. visiva originaria non riferisce per sé il movimento reale di un oggetto. Anche nelle s. di movimento può intervenire un processo di costruzione fisio-psichica: uno stimolo immobile che agisca sulla retina da due posizioni vicine succedentisi un intervallo di tempo inferiore alla soglia differenziale, è visto non come due immagini ma come una sola, movimento dalla prima alla seconda posizione (cinematografo e movimento apparente stroboscopico); il movimento in questo caso è puro dato percettivo. La s. tattile di movimento è principalmente attiva, dipendente cioè dal movimento reale dell'organo (mano) sull'oggetto. Più oscura — ove non intervenga la abituale integrazione della sensibilità rappresentativa interna — è la s. tattile del movimento passivo (dell'oggetto sull'organo).3. Tempo
Fenomenologicamente il tempo è la durata di un fenomeno (oggetto, s., dato, rappresentazione). Il «prima» e il «dopo», l'«aver inizio», il «durata», il «finire» sono modalità essenziali dell'esperienza, e pertanto, in concreto, il tempo è dato con la stessa esperienza: è tempus non sentitur quasi aliqua res permanens proposita sensui, sicut videtur color, magnitudo, sed propter hoc sentitur quod sentitur aliquid quod est in tempore (s. Tommaso, In De s. et de s., lect. 18, n. 27). Nel contenuto concreto della percezione, per una intuizione astrattiva della coscienza spirituale, è colto il carattere reale di «durata» e di «successione», che vengono così a porsi come rappresentazioni universali. Nella sua formalità, il tempo non è quindi oggetto di s., ma è tuttavia, come durata reale, carattere oggettivo di tutte le s. La dottrina kantiana del tempo e dello spazio come forme a priori della sensibilità è pertanto inesatta. Tempo e spazio, come contenuti o valori concreti appartengono agli oggetti dell'esperienza reale (il tempo, inoltre, alla stessa esperienza come divenire psichico successivo nella coscienza). L'a priori della sensibilità in rapporto alla spazio e al tempo è funzione non tetica, ma soltanto costruttiva e organizzativa; e trascendentali per il senso va intesa come rapporto percettivo-elaborativo delle strutture fisiopichiche allo stimolo reale.IV. LA S. NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA. — Il problema della s., del suo valore e significato è fondamentale in quasi tutti gli indirizzi del pensiero filosofico. senso (v.), ossia alla finale riduzione di tutta la conoscenza alla s. inclinavano i presocratici, che intendono la s., per lo più, in senso passivo e materialistico. Per Empedocle le qualità sensibili sono emanazioni fisiche delle cose: «il colore è un efflusso di fiume, proporzionale all'occhio e percettibile» (Men., 76, d.; cfr. Aristot., De s. et de s., 2, 438 a 4, e De an., 1, 2). DEMOCRAZIA (v.) sentire è accogliere passivamente immagini corporee (gli «εἰδόμετα» che entrano nell'organo: cfr. Diog. Laert., IX, 44). Ma già in Protagora la s. è intesa in senso attivo: colore, caldo, duro, ecc. «non sono niente per se stessi» (καθ'αὐτὸν μὲνδὲν) ma nascono da una mutua convenienza (dell'oggetto e del senso) e universale, mentre dal movimento (Theaet., 157 a sgg.; cfr. 154 a 156 b sgg.). In Platone s. è affezione del corpo che si fa presente all'anima reminiscenza (v.): «L'esser (le affezioni del corpo) nasconde all'anima chiamato insensibilità...; ma quando insieme corpo e anima incorrono in una medesima affezione (ἐν ἑνὶ πᾶσι) e insieme non messi, questo non male lo chiami s.» (Phil., 33 e - 34 a; cfr. 39 a). In Aristotele il problema della s. è sviluppato con ricchezza dai analisi e osservazioni. Egli supera il naturalismo materialistico dei presocratici con il concetto di s. come «reazione di forme o immagini sensibili senza la materia» (De an., II, 12, 424 a 18), formola che corrisponde, sembra, all'espressione della terminologia medievale: «recipire intentionaliter, obiectivus». La s. per Aristotele è, in qualche misura, conoscenza: ἡ δ'αἰσθήσεις γνῶσις τῷ ἐξ ἀνθρώπων (De generat. anim., I, 23, 731 a 43); se alterazione va detta, «poiché è manifesto che la s. avviene per mezzo del corpo» (De s. et de s., 1, 436 b 6), è tuttavia un'alte-razione speciale «ἀλλωὶς τις»; ἡ ἐτερογενέως ἀλλωὶς σας (De an., 11, 5, 416 b 34; 417 b 7); e se comporta un momento passivo (πᾶσις, κινεῖσθαι: ibid., 416 b 34) è tuttavia formalmente atto immanente e perfettivo del sentire (εἰς αὐτὸ ἐπὶ δόσεις καὶ εἰς ἐντελεῖς: ibid., 417 b 6). Quanto al suo significato biologico, la s. è ordinata alla salvezza e difesa dell'animale (σωτηρίας ἐνέκειν: De s. et de s., 1, 436 b 20), ma nell'uomo la conoscenza sensibile è condizione oggettiva del pensiero: «l'intelletto non conosce le cose esteriori se non mediante la s.» (ibid., 6, 445 b 16-17; cfr. De an., III, 8, 432 a 8: motivo fondamentale antipiantonico della gnoseologia aristotelica). Lo stoicismo, e più ancora l'epicureismo, risolvono nella s. ogni attività spirituale, e pongono quindi la s. stessa come norma e criterio della verità (cf. Diog. Laert., VIII, 4 sgg., e X, 31: «Epicuro pone come criterio di verità le s. le anticipazioni, le affezioni»). Plotino riafferma la s. come attività interna dell'anima: «intendiamo le s. non come qualcosa che subiamo (πᾶσις) ma come attività circa le impressioni sensibili e come giudizio» (Enn., III, 6, 1, 26). S. Agostino, con dipendenza da Platone, definisce la s. «passio corporis per seipsam non latens animam» (De quant., animae, cap. 25, n. 48: PL 32, 1063; cfr. cap. 23, n. 41; cap. 30, n. 58) e cioè un'affezione del corpo che si fa immediatamente presente alla coscienza: «Intendit se anima in tactum et eo calida, frigida, aspera, lenia, dura, mollia, levia, gravia sentit atque discernit» (ibid., cap. 33, n. 71: PL 32, 1074. Cf. De genes. ad litt., XII, 24: PL 34, 475. dove Agostino sembra riferire soltanto all'anima la s.: «Neque enim corpus sentit, sed anima per corpus, quo velut nuntio utitur ad formandum in seipsa quod extrinsecus nuntiatur»; cfr. Sum. Theol., 1a, q. 84, a. 6). L'affermazione «aliud est sentire, aliud cognoscere» (De quant., an., cap. 24, n. 45: PL 32, 1060) non significa, nel contesto, che la s. non sia conoscenza, bensì che è possibile una conoscenza che non è s.: la s. è in se stessa vera, per quel tanto che è in grado di apprendere del reale, ma non le appartiene quella scienza «quam volunt intelligenti contineri remotamque a sensibus in mente vivere» (Contra acad., III, cap. 11, n. 26; cfr. De vera relig., capp. 33 e 36). La dottrina di s. Tommaso sulla s. è un approfondimento dell'aristotelismo. La s. è il primo grado di conoscenza, intrinsecamente condizionato dall'organo corporeo: «anima nihil sentit sine corpore, quia actio sentiendi non potest procedere ab anima nisi per organum corporale». Come atto di un organo corporeo, il senso è potenza passiva: «quae nata est immutari ab exteriori sensibili» (ibid., q. 78, a. 3 c.): immutazione non soltanto materiale-fisica, ma anche spirituale-intenzionale: «ad operationem autem sensus requiritur immutatio spiritualis per quam intentio formae sensibilis fiat in organo sensus» (ibid.; cfr. In De an., II, lect. 2a, ed. Pirotta, n. 553). Tale immutazione «intenzionale» (la «species impressa» della terminologia tradizionale) è lo stesso stimolo in quanto determinazione oggettiva e principio formale della rappresentazione (cf. In De an., loc. cit., dove s. Tommaso svolge il concetto aristotelico della s. come «receptio formae sine materia»). S. non è tuttavia puro momento passivo: «sentire, quantum ad ipsam receptionem speciei sensibilis nominat passionem; sed quantum ad actum consequentem ipsum sensum perfectum per speciem, nominat operationem» (In I Sent., dist. 40, q. 1, a. 1). Termine della rappresentazione sensitiva non può essere che una «forma» corporea individuata nel tempo e nello spazio: «obiectum cuiuslibet sensitivae potentiae est forma prout in materia corporali existens» (Sum. Theol., 1a, q. 85, a. 1, c.: cf. ibid., q. 75, a. 6, c.); «sensus autem non cognoscit esse nisi sub hic et nunc» (ibid., 1a-2a, q. 15, a. 1). Nella s. non va quindi cercato né l'universale né la verità in senso formale (ibid., 1a, q. 17, a. 2, c.; cf. De verit., q. 1, a. 11, c.). Tuttavia è fondamentale il valore della s. per la conoscenza umana poiché per essa si attua la presenza del reale alla coscienza, e nelle rappresentazioni sensibili – che attingono la più alta ricchezza e consistenza oggettiva nella sensibilità interna, particolarmente
nella cogitativa – l’intelletto trova il contenuto concreto per la intuizione e astrazione dei valori universali (cf. specialmente, per questo punto fondamentale della gnoseologia tomista, *Sum. Theol.*, 1ª, q. 84, a. 6-7, q. 85, a. 1; V. CONOSCENZA; INDUZIONE). Nel Rinascimento la s. ha CAMPANELLO (v.). Il sentire (che non è semplice «passione» ma atto giudicante: *Metaph.*, I, Parigi 1638, p. 42) è sapere concreto e immediato, fondamento quindi del vero filosofare: «sentire est praesentis obiecti notitia» (Theol., X, cap. 3, a. 5); «due sensu philosophandum esse existimamus. Eius enim cognitio omnium certissima est, quia fit obiecto praesente» (*Prodromus*, François 1617, p. 27). Nella filosofia moderna Cartesio, ridotta l’essenza del soggetto a pura «cosa pensante» (Med., VI), intende la s. come «facoltà passiva di... ricevere e riconoscere le idee sensibili» (ibid.). Le s. organiche «ne sont autre chose que de certaines façons confuses de penser», dipendenti dalla unione «messo» della «dello spirito con il corpo», e alle s. del mondo esterno corrispondono nei corpi determinate proprietà, anche se dissimili dalle s. stesse (ibid.; cf. *Passiones an.*, I, 23, e *Princ. philos.*, IV, 189). Per Spinoza «le idee che abbiamo dei corpi esterni indicano piuttosto la costituzione del nostro corpo che la natura dei corpi esterni» (Eth., II, prop. 16, coroll. 2). Secondo Malebranche la s. è «une modification de notre âme par rapport à ce qui se passe dans le corps auquel elle est unie». Le s. quindi «ne sont que dans l’âme» (De la recherche de la vérité, I, cap. 13, § 1-2). Nell’empirismo (v.) la s. è fonte prima del sapere e i suoi contenuti ottengono il valore principale di realtà. Per il Locke «la prima capacità dell’intelligenza umana consiste in ciò che l’anima è atta a ricevere le impressioni che sono fatte sopra di essa o dagli oggetti esterni mediante i sensi o delle sue proprie operazioni... Su questo fondamento son stabile tutte le nozioni» (Essay, II, cap. 1, § 24). Berkeley, negata l’esistenza della materia come cosa in sé, intende le s. come rappresentazioni o «idee» prodotte nel nostro spirito da Dio stesso. Le cose materiali si risolvono nelle s.: «luce e colore, caldo e freddo, estensione e figure, in una parola le cose che vediamo e sentiamo, non sono se non diverse s., nozioni, idee o impressioni dei sensi» (Principles, § 5). Per Hume s. sono le percezioni originarie dello spirito, ossia le impressioni (Treatise, I, parte 1ª, sez. 1ª, § 1). Le s. insieme con le «idee», che ne sono come il residuo nella mente, sono in fondo l’unica cosa di cui abbiamo assoluta certezza («niente è realmente presente allo spirito fuori delle sue proprie percezioni»: ibid., parte 4ª, sez. 2ª, § 5). I sensi «non presentano le loro impressioni come immagini di qualcosa di distinto o indipendente o esteriore» (ibid., § 3), e «sarà sempre impossibile decidere con certezza se [le impressioni] provengono immediatamente dall’oggetto o sono prodotte dal potere creatore dello spirito, oppure le abbiamo dall’Autore del nostro essere» (ibid., parte 3ª, sez. 5ª, § 1). Nel criticismo kantiano, sensibilità è «la capacità di ricevere rappresentazioni per il modo in cui siamo modificati dagli oggetti», e s. è «l’azione di un oggetto sulla capacità rappresentativa, in quanto noi ne siamo affetti» (Kritik d. r. Vernunft, I, parte 1ª, § 1). La rappresentazione di ciò che è dato nella s. è detta da Kant intuizione «empirica»: essa suppone un elemento formale (spazio che è a priori nello spirito): per il senso esterno, lo spazio, per il senso interno (e per tutte le s. in quanto soggettiva esperienza) il tempo: spazio e tempo sono quindi intuizioni «pure», condizioni trascendentali per la possibilità della rappresentazione degli oggetti nella s. (ibid., § 2 sgg.). Con la dottrina kantiana è affermata l’attività creatrice del soggetto per rapporto alla realtà in quanto oggetto della nostra esperienza (fenomeno).
Nell’idealismo hegeliano s. indica la prima determinazione dello spirito, ancora immediata e senza svolgimento secondo l’antitesi di un oggettivo contro il soggetto. Essa è «la forma dell’agitarsi ottuso dello spirito nella sua individualità priva di coscienza e d’intelletto» (Encycl., § 400). Tutto quello che ha luogo nella coscienza spirituale e nella ragione – afferma Hegel – ha in certo modo «la sua fonte e origine nella s.», ma solo nel senso che la s. è la prima e più immediata maniera secondo cui appariscono i contenuti dello spirito. Per la s. l’io della coscienza (ch’è ciò che appartiene all’essere per sé) viene determinato come corporeità spirituale; per cui il sentire «è la sana convivenza dello spirito individuale nella sua corporeità» (ibid., § 401). Assoluta interiorità quindi e immanenza di tutte le determinazioni che son date mediante la s.: «Le s. sono... mutazioni nella sostanzialità dell’anima, poste nel suo essere per sé, che è identico con la sostanzialità» (ibid., § 402). ROSMINIANI (v.) distingue due modi della percezione sensitiva: a) c’è il «sentimento fondamentale» e universale «per il quale noi sentiamo la vita essere in noi» (Nuovo saggio, sez. 2ª, parte 3ª, cap. 1, a. 1): esso è attività permanente e una «sempre vigile e attuata a sentire lo stato, qualunque egli sia, del nostro corpo sensitivo» (ibid., a. 3) e risulta immediatamente «dal primo congiungersi individualmente dello spirito con un corpo animale» (ibid.). Del sentimento fondamentale sono modificazioni le diverse s. con cui sentiamo soggettivamente il nostro corpo e le sue parti. L’anima senziente, presente in tutto il corpo, avverte inoltre le mutazioni prodotte «sulle parti sensitive per forza di un corpo esterno»: «la percezione di questa passività che fa l’anima sensitiva in un dato modo determinato dalla qualità della s. è la percezione sensitiva dei corpi» (ibid., a. 4). Significato immanentistico ha la s. nell’attualismo (v.) GENTILI (v.). Essa è il momento iniziale e oscuro da cui l’io inizia il processo verso la sua piena realtà spirituale come unità di soggetto e oggetto ossia come pensiero, autocoscienza: «Il puro sentire, il sentimento, è dunque il principio, in cui il pensiero, al suo primo albore, e la realtà, nella sua più profonda radice, coincidono» (Introd. alla filos., cap. 4, n. 20, Milano-Roma 1923, p. 87). «Quel fondo per sé oscuro ma che egli (l’io) illumina col suo eterno farsi, quel primo punto, da cui egli prende le mosse nel suo eterno cammino, la base solida e incrollabile su cui egli con la sua immanente attività edifica se stesso, e in se stesso tutto quel mondo determinato che egli in se stesso viene ad ora ad ora determinando, quello è il senso, che, visto dall’esterno, è il corpo, lo stesso mondo fisico» (ibid., cap. 5, n. 20, pp. 107-108).
V. SIGNIFICATO GNOSEOLOGICO DELLA S
La concezione idealistica, che intende la s. come la prima forma della immanente spontaneità dello spirito, coglie uno dei significati autentici del sentire e cioè il suo carattere di attività e trascendentabilità soggettiva. La s., per cui si pongono le prime forme della coscienza in atto, è perduta nella sua essenzialità se vien ridotta a pura passività, con lo stesso significato delle azioni-reazioni del mondo fisico. Contro la riduzione materialistica del sentire a puro processo cosmico (non superata dal cosiddetto «parallelismo psico-fisico» del Wundt e altri, che fa del fatto di coscienza un semplice «epifenomeno» [v.] del fatto fisiologico) è esatta la interpretazione della s. come momento della soggettività spirituale. In realtà, le graduali determinazioni che il sentire assume nello svolgersi e affermarsi della vita nel mondo (dalla oscurissima sensibilità «protopatica» degli animali unicellulari, ch’è appena un barlume di «presenza» e di «avvertenza», alle complesse differenziazioni critiche che essa assume al vertice della sua perfezione, nell’uomo), hanno la loro prima sorgente nella trascendentabilità del soggetto senziente che si dispiega in molteplici «forme» nei viventi, e si pone, nell’uomo, come principio spirituale, sintesi ontologica di sentire e pensare, di esperienza e di autocoscienza. La s. è, a questo modo, la manifestazione immediata della presenza del principio sentiente in un corpo individuato nel tempo e nello spazio, e si determina nelle forme particolari secondole strutture degli organi di senso e l'azione su di essi del mondo fisico. Di conseguenza, mentre si pone come forma immanente di essere della coscienza, la s. è insieme, in vario modo, secondo il grado crescente della sua differenziazione qualitativa, rivelazione del mondo, nei rapporti oggettivi che il mondo stesso assume con il soggetto. La s. - come ogni forma intenzionale della coscienza - non è quindi pura soggettività né pure oggettività: essa esprime al contrario (e in questa direzione sembrano conciliarsi l'interpretazione e il percezionismo, [v.]) il determinarsi del mondo fisico in «qualità» e «modi di rappresentazione» che hanno il loro principio formale nella virtualità espressiva del principio sentiente, ma sono condizioni oggettivamente - nel loro significato spazio-temporale di «oggetti» e «cose» - dalla realtà che si fa stimolo fisico dell'organo. Ciò dà ragione, da una parte, dei caratteri di relatività del sentire (dipendenti principalmente dalla «fluidità» delle condizioni degli organi di senso, e già rilevati con chiarezza dalla scesi greca: cf. i «dieci tropi» di Enesidemo in Sesto Empirico, Pyrrh. hypoth., I, § 14 sgg.; V. CRITICISMO), dall'altra, della insuperabile persuasione di realtà oggettiva e di «trascendenza» con cui la s. si pone nella coscienza spirituale umana.
Volendo pertanto precisare il significato gnoseologico della s., sembrano potersi accogliere le seguenti conclusioni:
a) Il puro sentire, pur ponendosi come forma di presenza conoscitiva, è forma di conoscenza iniziale e oscura che non realizza una piena opposizione fra oggetto e soggetto, io e non io.
b) Il mondo della s. non risolve in sé, fenomenismo (v.), interamente e senza residuo ontologico, il mondo della realtà; e nemmeno è semplice riflesso di una superiore realtà ideale (Platone). Non tutti gli aspetti del reale sono dati nella s., ch'è rappresentazione soltanto parziale del mondo, in alcuni dei suoi caratteri dinamici fisici. Il significato realistico della s. sta nel suo valore come trascrizione in termini di coscienza di reali fenomeni e attività della materia, e nel suo condizionarsi e proporzionarsi ad essi.
c) Come primo contatto della coscienza con la realtà, le s. sono momenti in cui è dato, per quanto in modo inapprezzato, l'essere (non in quanto essere, ma nelle sue concrete manifestazioni e attività fisiche). Da questo darsi oscuro dell'essere nella s., l'intelligenza può procedere alla determinazione del fondo ontologico su cui emerge e consiste l'oggetto sensibile: movendo in questa direzione essa ricerca i principi e le cause dell'essere corporeo (metafisica). Dalla s. l'intelletto procede inoltre alla determinazione degli oggetti sensibili e delle stesse s. nel loro significato per il soggetto sentiente: in questa altra direzione le s. rivelano il loro carattere biologico, esistenziale, estetico, sociale, morale (un sistema etico l'edonismo, risolve nel tono affettivo delle s. - piacere dolore - i valori stessi morali, bene-male), e quindi anche la loro funzione essenziale per l'uomo, spirito incarnato in un corpo sensibile, in rapporto al conseguimento dei fini particolari e dello stesso fine ultimo dell'esistenza.
d) La pura s. come tale, non avendo valore concettuale, non ha nemmeno significato di «certezza», ne sono gnoseologico del termine. S. non è pertanto evidente che la pura s. è essente, di esistenza, ma avvertenza di «modi», «affezioni», «qualità». Tuttavia, nell'uomo, per l'unità del principio sentiente e intelligente (la s. nell'uomo non si presenta quasi mai allo stato «puro»), è data con la s., nella coscienza giudicante, la presenza dell'ente concreto esistente (in alcuni modi e forme della sua attività spazio-temporale). Agli oggetti della s. appartiene quindi un valore di esistenza che ha tuttavia gradi diversi: 1) C'è un valore di realtà fenomenico-rappresentativa: esso è proprio di ogni oggetto di s., ma solo in quanto «dato», «rappresentato»: realtà de
bole, di primo grado che appartiene anche ai sogni, alle illusioni, allucinazioni, e a tutte le «false» rappresentazioni dei sensi. 2) Un valore di realtà soggettivo-psichico: esso è proprio di ogni s. in quanto fatto psichico del soggetto: realtà ontologica ma «soggettiva» e «accidentale». 3) Un valore di realtà transgressiva, trascendente, secondo cui l'oggetto della s. si rivela come avente una esistenza a sé nel mondo fisico. Tale realtà, globalmente, è il riferimento intenzionale di tutta la sensibilità: per essa si spiega e si chiarisce la reale «situazione» del sentiente (animale-uomo) nel mondo; il suo esistere con molteplici relazioni di bisogni biologici, necessità, dipendenza, dalla realtà fisica. Ma in rapporto ai singoli oggetti delle s. la realtà trascendente (e il grado di essa) non sono determinati universalmente e vanno stabiliti con il criterio della «convergenza critica» dei vari piani sensoriali, e insieme dalla funzione più o meno positiva e effettiva che un oggetto di s. assolve in rapporto alle necessità esistenziali del vivente.
e) Nella pura s., come non c'è evidenza formale, così non c'è formale verità o errore: la s. è determinata sempre dall'incontro di uno stimolo oggettivo (esterno o interno) con le condizioni soggettive del senso e in quanto tale non è né vera né falsa. Ma, per la contingenza delle condizioni dell'oggetto e del soggetto, la rappresentazione sensitiva può, in varia misura, non corrispondere alle condizioni della realtà in sé (casi limiti le allucinazioni, e in genere le rappresentazioni da affezioni patologiche dell'organo): «sensum affici est ipsum sentire. Unde per hoc quod sensus ita nuntiant sicut afficiuntur, sequitur quod non decipiamur in iudicio quo iudicamus nos sentire aliquid. Sed ex hoc quod sensus aliter afficitur quam res sit, sequitur quod nobis nuntient aliquid quod rem aliter quam sit» (Sum. Theol., 1a, q. 17, a. 2, c.). Tale intrinseca condizione della sensibilità non comporta un giudizio negativo sul suo valore e positività. Poiché, come afferma ancora s. Tommaso, «natura... sensibilium qualitatum intelligere non est sensus sed intellectus» (ibid., 1a, q. 78, a. 3, c.) determinare il significato positivo e insieme i limiti della s. come rivalezione dell'essere, appartiene al pensiero, in cui infine la s. si chiarisce e si definisce come conoscenza.
testo, o la cosa espressa in detta frase nel piano simbolico-reale. Lo studio dei s. b. biblica (v.) detta noematica (da vóhma « pensiero »).
SOMMARIO:
I. Classificazione
II. Senso letterale
III. Senso tipico.I. CLASSIFICAZIONE
Dopo molti secoli di proposte e di discussioni, non è unanime la distinzione dei s. b. Una delle questioni più oscure attualmente in discussione è quella della classificazione dei s. b. (J. Daniélou, Les divers sens de l'Ecriture dans la Tradition chrétienne primitive, in Ephemerides theologica Louvainenses, 24 [1948], p. 119). Tutti deplorano una confusione di termini, i molteplici malintesi e le accese polemiche per quanto concerne i « sensi » della S. Scrittura. Gli studiosi di ogni tempo, non esclusi i moderni, spesso non si comprendono e conseguentemente si combattono e ciò appunto per l'uso dei termini, di cui alcuni hanno una storia lunga ed intricata, come accade oggi, p. es., per certe questioni maritologiche (Gen. 3,15 e Apoc. 12, 1-18). Non di rado è piuttosto questione di parole. Una esuberanza di simili espressioni tecniche, suddivisioni filosofiche-scolastiche coniate qua e là, avrebbe dovuto caratterizzare tutte le sfumature di significato dei singoli testi biblici e dei vari s. b. Così i termini: letterale e reale, storico e spirituale, mistico, tipico; dogmatico (allegorico, messianico), morale (tropologico), anagogico (escatologico); proprio ed improprio (tropico, metaforico); figurato e figurativo; esplicito ed implicito; filologico, logico, teologico; conseguente, pieno, eminente, accomodatizio, ecc. Si è oggi d'accordo che occorre urgentemente ridurre questa terminologia, a scopo di equivoci: una semplificazione basata sull'essenza del « senso » e non su punti di vista secondari o accidentali. Eliminata una terminologia impropria che ingenera confusione, « abituiamo a chiamare le cose coi loro propri nomi e saremo sempre facilmente intesi » (G. M. Perrella, Introduzione generale [V. BIBLICA.] p. 253, nota). Anzitutto, quando si tratta d'interpretare i termini ermeneutici degli antichi (s. Paolo, i Padri, gli Scolastici), p. es., « spirituale, allegorico, tipico », non si deve mai supporre senz'altro il significato che oggi è loro attribuito. Va, infine, da sé che l'ermeneutica biblica, e la noematica in specie, richiede pure chiari concetti sull'Ispirazione biblica, sulla sua natura e la sua estensione.La definizione surriferita del s. b. accenna già alla sua duplice specie, letterale e reale, giacché il concetto della mente può manifestarsi solo nella parola o nella res (cosa, azione, fatto, persona, istituzione), può esprimersi immediatamente o mediamente. Il primo, il senso letterale o verbale, grammaticale, storico (comune a tutti i libri umani) esiste necessariamente anche nei libri della Bibbia, dovuti ad autori umani, autori veri sebbene strumentali soltanto. Invece il senso reale « tipico » è una prerogativa esclusiva della S. Scrittura, intimamente connessa con la prerogativa dell'Ispirazione, senso questo inteso dal solo autore principale Dio, agli uomini conoscibile solo mediante la Rivelazione.
« In nulla scientia, humana industria inventa, proprio loquendo, potest inventari nisi litteralis sensus; sed solum in ista Scriptura, cuius Spiritus Sanctus est auctor, homo vero instrumentum (invenitur sensus spiritualis) » (s. Tommaso, Quodlibetum 7, q. 6, a. 16); « Cum in omnibus scientiis voces significent, hoc habet proprium ista scientia (sacra), quod ipsae res significata per voces, etiam significant aliquid » (id., Sum. Theol., 1a, q. 1, a. 10).
Conseguenza immediata di questo carattere unico del Libro dei Libri sono i due metodi, completanti a vicenda, per trovare il senso scritturistico: l'euristica letteraria e l'euristica autentica, ossia le regole d'interpretazione biblica comuni o razionali e quelle proprie o cattoliche.
II. SENSO LETTERALE
Il papa Pio XII addita all'esegge cattolico « fra tutti i suoi compiti il più alto, cioè di trovare ed esporre il genuino pensiero dei Sacri Libri... Perciò essi devono con ogni diligenza rintracciare il significato letterale delle parole...» (encicl. Divino afflante Spiritu, in AAS, 35 [1943], p. 338). I problemi più interessanti e più discussi intorno al senso letterale sono tre: 1) le sue sottospecie, per così dire, specialmente il senso pieno, conseguente ed accomodatizio; 2) la sua universalità: ogni affermazione biblica contiene un senso letterale; 3) la sua unicità: nessuna affermazione della S. Scrittura contiene due o più sensi letterali disparati.4. Sottospecie del senso letterale
Le parole possono venir prese o «secundum proprietatem locutionis» (s. Tommaso, Expos. in Gal., 4, lectio 7), nel loro senso proprio, ovvio, nativo, o «secundum similitudinem seu metaphoram» (ibid.), nel loro senso improprio, metaforico, traslato, figurato (p. es., Cristo è paragonato a un leone, a un agnello, a una vite).sensu conseguente è importante nella teologia e utile per la vita cristiana, se vien adibito con la dovuta moderazione e cautela.
Trattando del senso letterale scritturistico, a modo di appendice si può parlare anche del «senso accomodato» o «accomodatizio», in quanto, per qualche rassomiglianza verbale o reale, parole dei Libri Sacri vengono adattate a persone o cose del tutto diverse da quelle che intese significare l'autore umano-divino. Tale accomodazione, specialmente quella per extensionem, come si ha spesso nella liturgia (altri pensano che la si tratti piuttosto del senso pieno), è lecita e utile, «purché si faccia con modesto razione e sobrietà; ma non bisogna mai dimenticare che un tal uso delle parole della S. Scrittura è ad essa quasi estrinseco ed avventizio, e che soprattutto ai giorni nostri non va senza pericolo...» (Pio XII, Divino affl. spiritus, loc. cit., p. 339). Se invece quella rassomiglianza si trova solo nelle parole, siffatta accomodazione per allusione è piuttosto abusiva ed un gioco di parole bisimulevole.
5. Universalità del senso letterale
Principio fondamentale di ogni sana esegesi biblica è che non c'è testo della S. Scrittura che non abbia un senso letterale, proprio o improprio. Chi abbandona, almeno in pratica, questa norma, svalutando il senso letterale, costruisce sulla sabbia e facilmente soccombe al soggettivismo, o pietismo, o pneumaticismo: «Egli rigetta in tal modo la regola d'oro dei dottori della Chiesa, così chiaramente formulata dall'Aquinate: 'Omnes sensus fundantur super unum, scilicet litteralem, ex quo solo potest trahi argumentum'; regola che i Sommi Pontefici sancirono e consacraron quando prescrisero che, prima di tutto, si cerchi con ogni cura il senso letterale...» (Lettera della Pontificia Commissione Biblica all'episcopato italiano, AAS, 33 [1941], p. 467). «In questo modo, con la nuova esegesi, chiamata simbolica e spirituale – essi affermano secondo le loro false opinioni – svaniscono tutte le difficoltà cui vanno incontro soltanto coloro che si attengono (quanto al Vecchio Testamento) al senso letterale delle Scritture» (Pio XII, encicl. Humani generis, in AAS, 42 [1950], p. 500; Civ. Catt., 1950, III, p. 465).stimoli sensoriali»; in quest’ultimo senso si parla di s. visiva, uditiva, tattile, ecc., per indicare la capacità di uno stimolo sensoriale, quantitativamente variabile, di arrivare alla soglia della coscienza, capacità esattamente misurabile.
Si dirà, p. es., che il limite massimo della s. uditiva dell’uomo, cioè della capacità di avvertire come sensazione acustica le vibrazioni sonore, è inferiore a quella del cane, perché l’uomo non avverte più come sensazione acustica vibrazioni di frequenza superiore a 20.000 al secondo, mentre il cane riesce ad avvertire acusticamente ancora vibrazioni che giungono a frequenze di 38.000.
Su tale concetto di s. si è costruito uno dei capitoli più interessanti e fertili della psicofisiologia. È bene ricordare che la s., così intesa, va tenuta distinta dall’eccitabilità, propria delle forme viventi in genere, unicellulari comprese, che costituisce un vasto e complesso capitolo di biologia generale.
Si può parlare di s. solo là dove esistono strutture nervose differenziate che sottendono specificamente tale funzione; quanto maggiormente integrate e differenziate le strutture anatomiche, tanto più varie e complesse le forme di s.
Si usa genericamente distinguere, da un punto di vista neurobiologico e clinico, la s. protopatica (Head) da quella epicritica, a seconda del maggiore o minore contenuto intellettuale delle varie forme di s. Tali concetti sono biologicamente molto importanti, ricollegandosi al significato di «coscienza» come «vigilanza» (v. SENSAZIONE).
I disturbi della s. importantissimi dal lato della semiotica neurologica, riguardano le forme di s. subitive e obiettive. Subitivamente: le parestesie (formicolio, intromettimento, solletico, sensazione di «carne morta»), ecc.), le causalgie (dolori a tipo urente, prodotti dall’irritazione della rete nervosa simpatica che avvolge il nervo e i vasi sanguigni satelliti), i dolori (p. es., le «neuralgie»). Obiettivamente si distingueranno: disturbi della s. tattile, dolorifica, termica, della localizzazione tattile, della discriminazione tattile, della s. alla pressione o al peso (barestesia), della s. dolorifica da pressione esagerata, di quella vibratoria (pallestesia), di quella localizzazione della pressione, del riconoscimento della posizione dei diversi segmenti di un arto, di un arto in toto, e dei movimenti passivi (battestesia, s. artrocinetica). In genere vengono considerati a parte i disturbi della stereognosi, cioè della capacità di riconoscere la forma, la consistenza, il volume di un oggetto; si tratta infatti di un processo sintetico delle varie forme di s. elementare.
In clinica si osservano — in conseguenza dell’organizzazione in strutture anatomo-topografiche delle varie vie della s. — le cosiddette dissociazioni della s.: di tipo periferico (sono conservate le s. profonde e abolute quelle superficiali); di tipo tabetico (indenne la termodolorifica, la barestesia e la tattile superficiale, abolita la pallestesia, la battestesia, la discriminazione tattile); di tipo siringomielico (si verifica, grosso modo, il quadro opposto della forma precedente).
Le vie della s. arrivano nel talamo ottico (parte posteriore del nucleo esterno), da cui partono i fasci sensitivi che si recano alla corteccia cerebrale. Importanti stima la funzione del talamo: sembra infatti che ad esso compete l’elaborazione dell’aspetto emozionale, affettivo di ogni forma di s., lasciando alla corteccia il compito più delicato di discriminare, identificare, valutare i vari stimoli. È evidente che non deve esistere, a questo proposito, un eguale comportamento per tutte le forme di s.; gli impulsi dolorifici, che sono quelli più carichi di contenuto emotivo, vengono per la maggior parte elaborati intratalmicamente; per il tatto, invece, il contenuto emozionale è assai più scarso e quindi la corrente talamo-corticale è molto più ricca. Sembra che questa organizzazione anatomo-funzionale sia la vera base della s. protopatica e di quella epicritica, e su questa base l’aspetto protopatico della s. presenta intimi tratti d’cenestesia (v.). Le lesioni talamiche possono determinare dolori assai intensi, parossistici, persistenti, intollerabili, non influenzati da alcun mezzo curativo; essi sono da considerarsi, forse, come sintomi di «liberazione» talamica dall’influenza inibitorie della corteccia.
Da quanto è stato detto, può comprendersi come possano esistere profonde alterazioni delle varie s., senza che per questo lo stato psichico abbia a soffrirne nella sua integrità, e, viceversa, possano esistere profonde alterazioni psichiche, senza compromissione alcuna, o assai scarsa, delle s.