LINGUAGGIO. - Nel significato proprio e comune, l. è la lingua parlata, mezzo di espressione e comunicazione del pensiero, nell'uomo. In senso derivato l. è riferito anche ai mezzi espressivi di sentimenti e passioni negli animali e, più genericamente ancora, al valore espressivo che le cose assumono con la loro stessa presenza, per la coscienza e il pensiero. L. è infine, come espressione dell'essere nella coscienza, il verbo o logo della mente: la «parola» coincide allora con il «concetto».
I. FILOSOFIA DEL L
La scienza che ha lo scopo di ricercare in quale relazione stiano tra sé le parole, i concetti, le cose; donde derivi alle parole il loro valore semantico; che cosa ci sia nel l. di personale e di universale, quale sia l'essenza del l., perché ci sia o ci debba essere il l.Elementi sparsi di filosofia del l. sono presenti in Platone (Cratylus, 387 sgg.) e anche nel primo pensiero cristiano. Teofilo d'Antiochia, usando una terminologia stoica, parla (Ad Autolycum, II, 10 e 22) di λόγος ἐνδιάθετος, il verbo della mente divina, espressione interiore di Dio a se stesso, che diviene λόγος προσοφικότος, cioè verbo manifestato, dapprima nella creazione: «Omnia per ipsum facta sunt» (Io. 1, 3), e poi nell'Incarnazione: «Et Verbum caro factum est» (ibid. 1, 14). I trattati di logica medievali, nelle questioni concernenti il valore dei termini, il loro significato, la loro «supposito», la loro relazione con le altre parti del discorso e con i concetti e le cose, contengono talora pareri e apprezzamenti che vanno al di là della semplice logica formale e appartengono alla filosofia del l. (cf. Guglielmo di Occam, Comment. in I librum Sententiarum, 2,4, M.; Summa totius logicae, I, 63-77).
Però una vera e propria filosofia del l. è sorta soltanto nel pensiero moderno, e non in forma autonoma. Nella sua breve storia, essa assume una colorazione ora idealistica, ora positivistica, a seconda della mentalità generale in cui si sviluppava. In un primo momento o periodo, verso la fine del sec. XVIII, W. Humboldt, che per primo usò il termine «Sprachphilosophie», coerentemente al suo idealismo fondamentale, fece grandi sforzi per dedurre il l. dall'attività creatrice dell'Io trascendente. Egli considerò, nel l., più l'attività del soggetto che l'effetto di questa attività, più la facoltà e il potere di esprimersi con parole che il risultato, la lingua, già esistente nel dominio della convivenza sociale. La filosofia del l. mirava a dimostrare dialetticamente come l'Io trascendente doveva possedere un mezzo di espressione della propria vita intima. L'Humblod affermò che la forza creatrice dello Spirito è la stessa capacità di produrre simboli, di simbolizzare il proprio contenuto immanente: senza parole, la realtà è caotica; creando simboli si crea la realtà: «Die Sprache ist das bildende Organ des Gedankens», op. cit. in bibl., p. 64).
In un secondo tempo la filosofia del l. assunse un carattere positivistico e il l. venne considerato come un dato, prescindendo dalle sue cause. Più che di filosofia del l. si trattò di linguistica: si costruì la storia delle parole, si stabilirono gli alberi genealogici, per rintracciare, attraverso le modificazioni, i ceppi originari. Applicando poi i metodi della psicologia sperimentale, si illustrò il meccanismo del l., si fece l'analisi della facoltà linguistica e del suo funzionamento per spiegare le anomalie e le associazioni.
Segui una reviviscenza dell'interpretazione idealistica. Il Cassirer (Philosophie der symbolischen Formen, Berlino 1923, pp. 3-51) elaborò ampiamente la concezione simbolica del l. già ideata dall'Humboldt. Da una parte gli antichi filosofi presocratici e Socrate, Platone, Aristotele, avrebbero ritenuto che le sensazioni e le idee fossero simboli intellettuali di oggetti esterni, senza preoccuparsi di controllare se il simbolo avesse una corrispondenza con la realtà simboleggiata; dall'altra i fisici moderni, p.es., Enrico Herzt, riterrebbero che spazio, tempo, massa, forza, materia, energia, ecc. non siano che simboli, abboccati dalla mente umana, per dominare il mondo dell'esperienza sensibile. Arti, scienze, miti, religioni sarebbero forme dello spirito, creati, ciascuna per suo conto, i propri simboli, diversi nel modo della derivazione, ma tutti procedenti da un'unica origine; e indicherebbero le vie che segue lo spirito nella sua oggettivazione. Lo spirito trasforma il mondo passivo delle nule impressioni nel mondo della pura espressione spirituale, mediante l'elevazione delle particolarità dell'esperienza a una superiore unità. Gli dèi della Grecia devono la loro formazione a Esiodo e a Omero: fu l'inizio estetico del pensiero religioso. Il segno o simbolo non è un involucro casuale del pensiero, ma un suo organo essenziale e necessario. Il l. non solo comunica il contenuto del pensiero, ma raffigura lo stesso contenuto, lo fa essere distinto. Ogni pensiero è definito in quanto viene espresso con una parola. L'acquisto del segno o simbolo rappresenta nello sviluppo dello spirito il passaggio all'oggettivazione. Il l. la scienza, l'arte e la religione offrono le pietre per edificare il mondo della «realtà» e il mondo dell'io».
Nel tentativo di fondere insieme le due tendenze idealistica e positivistica, Carlo Bühler (Sprachtheorie: Die Darstellungsfunktion der Sprache, Jena 1934) si accinse, nel 1934 a Vienna, a uno studio complessivo intorno al l., considerando nel suo funzionamento e nei suoi rapporti con la vita integrale dello spirito. Egli vi riconosce una triplice funzione: quella espressiva, che manifesta all'esterno sentimenti e gli affetti del soggetto, e che può esercitarsi anche senza articolazione distinta di parola, comune agli uomini, ai bambini e agli animali; la funzione appellativa, che provoca cioè la reazione nei soggetti a cui è indirizzato il l. e che suscita in chi ascolta i concetti di chi parla; e una funzione rappresentativa, che manifesta all'esterno complessa vita razionale e spirituale esclusiva dell'uomo. Secondo questi punti di vista, il l. rappresenterebbe la sintesi di tutto l'uomo, nella sua vita affettiva (funzione espressiva), sociale (funzione appellativa) e spirituale (funzione rappresentativa): la filosofia del l. potrebbe condurre a una filosofia generale della vita e dell'essere.
In Italia, Giulio Bertoni, in polemica con gli «scienziati» del l., affermava che l'origine del l. non è problema
linguistico, ma problema filosofico e teologico. La comparazione delle lingue non può valere che a scoprire affinità e somiglianze, e qualora anche giungesse a provare l'unità di tutte le lingue attualmente parlate sulla terra, resterebbe sempre il dubbio che al di là di questa unità siano esistite condizioni linguistiche, che nessuna indagine potrebbe chiarire per mancanza di dati. D'altronde l'espressione umana non è soltanto articolata o uditiva. È lì, il pianto, è lì, il riso, il dolore e la gioia. Percepire è parlare, pensare è parlare. La ricerca dell'origine del l. s'identifica con la ricerca dell'origine dell'uomo. Il l. è l'anima della lingua, è la lingua ravvivata dal sentimento, dalla fantasia, dall'anima. Il l. si svela nell'accento, nel timbro, nella musica della lingua. Sempre la parola è accompagnata da un moto dell'anima. Chi parla rivela sé a se stesso e agli altri. La lingua è pensiero, esperienza, storia. Tanto pensiero quanto lingua, tanto sentimento quanto l. Quando l'animo è turbato, quando ci si dibatte nello sforzo di chiarire l'indistinto, allora il l. si fa lingua, e si viene liberati dal nostro tormento. Il pensiero costruisce se stesso, costruendo la lingua... Il l. è attività creatrice..., è un fluido arcano che penetra e prende della sua magia le parole e trae lo spirito a configurarsi in esse (Lingua e pensiero, Firenze 1932, pp. 6, 9, 243). Il Cantoni non fa che sviluppare l'interpretazione rigidamente idealistica che del l. aveva già dato B. Croce, attribuendo al l. soltanto un valore estetico e un significato meramente espressivo e oggettivo. La scienza dell'arte e la scienza del l. non sono, per il Croce, due scienze distinte ma una sola; filosofia dell'arte e filosofia del l. sono la stessa cosa; il l. è suono organato allo scopo dell'espressione; la linguistica, in ciò che ha di riducibile a filosofia, non è se non estetica (Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale, Bari 1928, pp. 153-166).
Seguono invece l'indirizzo del positivismo tutte quelle odierne interpretazioni della natura del l. derivanti dal movimento che ebbe nome dal Circolo di Vienna e che costituiscono i diversi centri di metodologia sorti nel vecchio e nel nuovo mondo: Milano, Torino, Londra, Chicago. Questi centri, e gli studiosi che ne fanno parte, mirano a un'analisi positiva del l. che lo purifichi da ogni scoria, e lo renda atto a descrivere e a trasmettere obiettivamente e imparzialmente le osservazioni fatte e le deduzioni rigorosamente logiche che se ne possono ricavare. Le parole sono spesso false divinità, che riducono a schiavitù la stessa ragione; il l. esercita spesso una funzione lirica, è spesso coniugato da un ingenuo antropomorfismo (S. Ceccato, Programma per un corso di metodologia, Milano 1946, pp. 3-8). C. Morris negli Stati Uniti e A. G. Ayer in Inghilterra riducono l'attività della filosofia alla determinazione della significanza degli assenti, all'esclusione delle pseudoprosissioni, e all'analisi delle proposizioni significanti: sono significanti quelle proposizioni che sono veri-ficabili da una esperienza, sia realizzabile di fatto, sia almeno logicamente concepibile (v. BIBLICA).
Appare chiaramente che in una concezione positivistica o neopositivistica del l., conforme alla posizione antimetafisica fondamentale, non si sospetta nemmeno un'eventuale problematica filosofica del l. Se quindi è da concedersi un'analisi del l., che lo purifichi da significati surrettizi e gli impedisca infusosi alogici e acritici; se è da approvare lo sforzo di creare un l. filosofico e scientifico, che sia aderente alle condizioni concrete che definiscono la conoscenza, tutto ciò però rimane ai margini di un'autentica filosofia del l. Questa si domanda che cos'è il l., secondo i vari significati del termine. Se s'intenda con esso la facoltà di esprimersi dello spirito, e innanzi tutto la facoltà di esprimersi a se medesimo, il dirsi intimo dello spirito a se stesso; se il l. sia quella fase dell'espressione che precede la stessa concettualizzazione del pensiero, o lo stesso frammentarsi del pensiero nei vari modi di espressione con cui realizza il suo atto; se sia lirica, poesia, arte, prima ancora che concetto, logica, parole. Oltre la questione del l. in genere, c'è quella del l. umano; quale sia il suo con
tenuto, di quale spirito esso sia espressione; se sia semplice espressione estetica del momento fuggevole d'uno spirito in divenire, o, accanto all'espressione estetica, inviscerato in essa, ci sia un contenuto di valore universale e necessario, riflesso di un valore assoluto. Il problema del l. coincide allora con quello fondamentale di tutta la filosofia: che cos'è l'uomo, e quale sia il suo rapporto con l'assoluto.
Generalmente il l. non è studiato come punto di partenza di un sistema filosofico; piuttosto la sua interpretazione viene inserita e inquadrata in un sistema già costruito e formulato, e diversi dal l. sono i motivi che determinano una concezione immanente. La conoscenza della realtà oppure una concezione trascendentistica, o storicistica o esistenzialistica. In ogni concezione però può essere accettato il duplice aspetto della natura del l., l'aspetto espressivo e l'aspetto comunicativo. Se il secondo è più ovvio, si che già Aristotele deduceva dall'esistenza negli uomini del l. la loro naturale socioevoluzione, è innegabile tuttavia che il l. non sarebbe comunicazione se non fosse prima espressione, e innanzi tutto espressione del pensiero a se stesso, il frutto ineliminabile e insostituibile della stessa attività pensante, ciò che essa concepisce, genera, crea, anche se non dovesse comunicare con nessuno, anche se fosse soltanto autocoscienza. In questo senso il l. precede anche il concetto, è la capacità stessa della concettualizzazione; la parola poi, parlata o scritta, non è altro che il corrispettivo estetico della concettualizzazione avvenuta, onde unico specificamente è per tutti gli uomini il l., come uniche specificamente sono in essi l'intelligenza e la ragione, per cui i concetti di ente, di sostanza, di causa, ecc. sono identici in tutti gli uomini, e molteplici nella loro diversità sono le lingue. Può dirsi che il l. sia frutto della spontaneità dello spirito e della tendenza dello spirito a oggettivarsi; e se la spontaneità è liricità, poesia, intuizione, in opposizione alla riflessione, alla logicità, al ragionamento, il l. è arte e non scienza.
Tutto ciò può valere per il l. in generale. Il l. umano, come lo spirito di cui è espressione, ha però qualificazioni e caratteristiche proprie. Posto di fronte al concetto di assoluto, lo spirito umano, con i suoi limiti, processi, involuzioni, non può attribuire a sé le caratteristiche. L'unica soluzione del problema della sua essenza è pertanto di natura trascendentistica. Le caratteristiche del l. umano, sin nel suo aspetto espressivo, sin in quello comunicativo, confermano questa concezione metafisica. Il l. umano non può rivendicare per sé, nella fase espressiva, un'assoluta spontaneità. Come l'intelligenza umana non è la norma assoluta e ultima della verità, della bontà, della bellezza, e i valori che essa può attuare non sono valori primi e assoluti, così l'espressività dello spirito umano è di carattere secondario, è di natura partecipativa, è misurata e normatizzata da una misura e da una norma ad essa superiore. L'aspetto poi comunicativo del l., la possibilità e il fatto del dialogo, l'universalità dell'oggetto comunicato e compreso pone il problema delle relazioni del molteplice e dell'uno. E questo va risolto con il ricorso a una superiore unità, che non può essere della stessa natura dei molteplici. Il duplice aspetto del l. umano conferma la testimonianza dello spirito, che si apprende come riflesso espressivo di una oggettività che lo trascende. Lo spirito e il l. umano si inseriscono in una realtà e in un valore universale.
Il l. umano è espressivo e comunicativo soltanto nella proposizione. Già il Croce aveva notato che l'espressione è un tutto indivisibile; il nome e il verbo non esistono in essa, ma sono astrazioni foggiate dall'uomo con il distruggere la sola realtà linguistica, che è la proposizione
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(Estetica, p. 158). Non si comunicano le parole se non dentro a un'affermazione o a una negazione. L'affermazione poi è espressione dell'essere, che lo spirito umano non crea ma apprende, secondo il suo particolare modo di conoscere, e in accordo con le fondamentali esigenze dell'oggettività razionale, i primi principi, condizione della stessa possibilità del dialogo e del l.
Il 1. articolato ha pure, in quanto tale, un suo valore particolare. Se la scelta delle parole parlate e scritte è arbitraria e convenzionale (il caso delle voci onomato-picche è un'eccezione), una volta fissate certe parole per indicare determinati oggetti, il 1. assume un suo proprio carattere di stabilità. L'accettazione delle parole da parte di molti costituisce la stessa possibilità del 1. parlato e scritto. Stabilità e accettazione del significato delle parole costituiscono quello che si suole chiamare il valore giuridico del l., da cui non può prescindere nessuno che intenda comunicare le proprie idee con gli altri soggetti pensanti. Esso racchiude in sé un grande significato: le parole hanno acquistato il loro valore attraverso il vaglio dei secoli, nel crogiuolo del pensiero umano collettivo, e solo allora sono state accettate definitivamente, quando al loro significato esteriore corrisponde il concetto che si intendeva esprimere.
Le parole sono segno e simbolo, ma del pensiero. Per quanto diverse siano le molte lingue parlate dal genere umano, l'unità del l. è in esse manifesta. I tratti comuni esistenti tra esse non dipendono sempre, ma ha mostrato il Schuchardt, da mutua parentela; bensì sono dovuti a quell'elemento, comune a tutto il genere umano, che è il pensiero (H. Delacroix, Le langage et la pensée, Parigi 1930, p. 5).
Il pensiero è principio di oggettività e universalità. Pertanto, il passaggio dalla realtà al pensiero e dal pensiero al l., assicura a quest'ultimo il valore oggettivo, che diviene giuridico per l'accettazione comune. Non sembrerebbe, di conseguenza, impossibile alla filosofia iniziasi con un esame del l. per raggiungere la verità, compiendo il cammino inverso di quello con il quale lo spirito perviene alle parole. È sempre di non poca importanza l'analisi del significato contenuto nel l. La filosofia, indagando questo significato, indirizza le proprie ricerche nel più intimo e profondo lavoro del pensiero che, pur avendo avuto carattere di spontaneità, non fu meno riflessivo e penetrante nel tradurre in parole il reale.
Il 1., pur nella sua compiutezza e stabilizzazione, importa, come lo stesso pensiero, margini di incertezze e indeterminazioni, ed evoluzione progressiva di forme. Al pensiero umano non è possibile una conoscenza totale della realtà, né vi sarà quindi un'espressione perfettamente adeguata a tutta l'intelligibilità del suo oggetto. Ciò non avvalora tuttavia un passaggio a forme di assoluto antintellettualismo e irrazionalismo. Se il pensiero umano non può pretendere a un'essattiva conoscenza del reale - e in ciò è la riprova del valore trascendente dell'essere - ne esprime tuttavia, nel tessuto dei suoi concetti e delle sue forme, la struttura fondamentale.
Una concezione del l. basata sugli esposti principi permette un processo del l. stesso verso una filosofia del reale. In ogni lingua vi sono parole che esprimono il medesimo concetto, ad es., quello di sostanza, di trasformazione, di obbligazione, e indicano pertanto una derivazione universale che non può aver fondamento se non nell'oggettività del concetto stesso. Nelle parole inoltre è chiaramente espressa la diversità con cui il pensiero traduce in concetti la realtà. La distinzione tra parole astratte e parole concrete è piena di significato. «Umanità» e «uomo» non indicano la medesima cosa. L'umanità è ciò che fa essere «uomo» chi è uomo, ma non è l'uomo. Il termine astratto rappresenta il frutto di una elaborazione del pensiero; il termine concreto si riferisce direttamente alla realtà esistente. Così dall'analisi del contenuto espressivo delle parole, appunto perché stanno insieme parole, pensiero e realtà, si possono trarre, sull'esempio di Aristotele, e, già prima, di Socrate, le linee generali di una logica e di una metafisica.
È di Aristotele la definizione delle parole come «passionum animae signa», segni dei concetti dell'anima (Peri
gli stati propri dell'io; ma a poco a poco si disimpegna dall'aspetto puramente emotivo-volitivo per giungere a quello di constatazione intellettuale. Il l., dapprima volontario, diviene rapidamente automatico, nel senso che il pensiero e il verbo sembrano legati intimamente tra loro, trapassando senza sforzo l'uno nell'altro.
Disturbi dell'evoluzione del l. sono: a) l'audimutismo, assenza o insufficienza della parola articolata, in fanciulli con intelligenza e udito normali; l'evoluzione è favorevole, sia spontaneamente, sia con l'influsso della rieducazione. Esso può dipendere da agnosia uditiva o congenita aludito, per impedirne, forma molto rara; il disturbo essenziale consiste nell'incomprensione del l. parlato, benché gli organi della fonazione e dell'articolazione siano normali; la parola articolata è assente e viene rimpiazzata da gesti o da una lingua formata da suoni semplici senza regole grammaticali (idioglossia). Oppure può dipendere da ritardo di sviluppo delle funzioni prassiche (v. NERVOSO, SISTEMA (DELL'UOMO)); in tal caso, mentre la comprensione verbale è perfetta, nella parola articolata c'è impossibilità a mettere insieme sillabe; non esiste l. individuale, come nell'agnosia uditiva, ma viene parlato il l. dell'ambiente, poveramente e in maniera assai deformata. b) Il sordomutismo per lesione periferica (v. SORDOMUTI). c) L'anormale pronuncia nel l. parlato, sotto forma di «blesti» e, dovuta alla persistenza di un comportamento fonetico appartenente ad un periodo meno evoluto dell'integrazione del l.; o di «babuzie», prodotta da incondizionamento motoria dei differenti organi partecipanti alla fonazione, così da sembrare che il balbuziente non sappia più respirare mentre parla. L'inizio di tale difetto è in genere lento, verso i 5 anni, a volte però può esser brusco (in tal caso si fa dipendere, almeno dai famigliari, da uno choc emotivo). Una volta instaurata, la balbuzie presenta fenomeni «clonici» (ripetizione di sillabe o fonemi, iniziali della parola o suoni parassiti) e fenomeni «tonici» (incapacità temporanea di emettere il benché minimo suono). Il difetto è in genere intermittente, le emozioni l'accentuano; è eccezionale nella parola cantata. Fattori eziologici diversi sono stati invocati di volta in volta: l'isteria, la costituzione neuropatica, una compromissione dei nuclei grigi centrali. La balbuzie in genere non guarisce spontaneamente; una accurata rieducazione è necessaria. Il l., già acquisito, AFASIA (v.), disturbo dell'espressione o della comprensione dei simboli verbali, con indiscutibile partecipazione intellettiva, al di fuori di ogni compromissione degli strumenti (se invece la causa è quest'ultima, si parla di disartria).
Di particolare interesse sono i problemi psico-neuro-logici legati agli eventuali rapporti tra l'attività psichica del linguaggio e le condizioni di determinate zone della corteccia cerebrale. Nel 1861 Broca localizzò il centro del l. articolato nel piede della terza circonvoluzione frontale dell'emisfero cerebrale sinistro. Wernicke (1847) descrisse un altro tipo di afasia (afasia sensoriale) per lesione della prima circonvoluzione temporale, manifestata con incomprensione del linguaggio, mentre la parola, pur piena di errori, era libera e abbondante. Con Bastian e con Wernicke si apre l'èra dei diagram-makers (Head), cioè di coloro che descrivevano molteplici centri-deposito di immagini in relazione con un ipotetico «centro ideogeno» superiore; s'illustravano così numerose varietà di afasie (Kleist) che si inquadravano in schemi, tutti più o meno artificiosi: quelli proposti da Kussmaul, Lichtheim, Char- cot, Grasset furono i più noti. Nel 1906, data memorabile nella storia dell'afasia, Pierre Marie, l'«iconoclasta», abbatteva la teoria classica dei centri d'immagini verbosacistiche e verbo-artriche; i disturbi della comprensione del l. nell'afasia sensoriale di Wernicke sono puramente semplicemente disturbi dell'intelligenza, generale e speciale. Con Head, che nega l'esistenza delle immagini verbali e considera l'afasia come un disturbo del «l. interno», cioè della formulazione simbolica del pensiero, si passa chiaramente dalla neurologia alla psicologia. Negli ultimi anni si è venuta delineando, sempre più marcata, l'opposizione tra noetisti ed antinoetisti; da una parte, cioè, si ammette che una modificazione generale del pensiero stia alla base dei disturbi afasici, mentre dall'altra
si considera come primario il disturbo del l., con mera ripercussione secondaria sul pensiero.
Tra i principali noetisti, successivamente a P. Marie, vanno ricordati soprattutto Gelb e Goldstein; questi, applicando alla psicopatologia dell'afasia i principi della Gestalttheorie, hanno sostenuto la più importante teoria noetica attuale, secondo la quale l'afasico non è semplice mente «un uomo il cui l. è modificato», ma «un uomo modificato» nel suo insieme, regredito verso un comportamento più primitivo. Presso gli afasici mancano soprattutto le parole con significato generico, mentre residuano solo i nomi propri, cioè quei nomi che servono a designare le singolarità delle cose, non le categorie; l'alterazione di questa funzione fondamentale, che si chiama comportamento categoriale (Gelb e Goldstein), potere di espressione simbolica (Head), funzione di mediatizzazione (Van Worckom), determinare un'alterazione della funzione rappresentativa del l.
Secondo Goldstein, nel l. usuale sono fuse insieme tre diverse modalità: il l. rappresentativo (l. intellettuale di Jackson), primo ad essere alterato da lesioni cerebrali; il l. espressivo (l. emotivo di Jackson), il meglio conservato in caso di lesione cerebrale; il sapere verbale, dalle molto varie forme di memoria motoria e sensoriale, linguaggio interno, ecc. Mosse dalle intenzioni volontarie, le operazioni che ne dipendono si continuano poi in modo automatico, o quasi, perché «comandate dalla situazione psichica globale». Questa ultima porzione, cioè il sapere verbale, sembra essere in rapporto con una localizzazione cerebrale precisa, la zona del linguaggio, e rappresenta un mezzo di soccorso quando è perduta l'attitudine categoriale; in tal modo la parola può essere evocata o direttamente e in maniera tutta estetrice dalla presenza dell'oggetto, o mediante un «giro», attraverso i ricordi che si ricollocano alle percezioni grazie al sapere verbale. Quando la parola ha perduto il suo valore di segno, un sapere verbale esteriore può, presso alcuni individui particolarmente dotati dal punto di vista della parola, compensare in parte la perdita del linguaggio rappresentativo. Nella afasia motoria, la nettezza dei disturbi del sapere verbale permette di vedere in questo il risultato di un apprendimento motorio. In questi ultimi anni si è verificata una certa reazione antinoetista, sebbene non si possa dire che si siano elaborate teorie vere e proprie; l'importanza del deficit linguistico è stata efficacemente sottolineata da Isserlin, von Kuenburg, Lotmar. Anzi la recente critica di Lotmar (1937) alla concezione di Goldstein mostra con grande evidenza come sia difficile, se non impossibile, considerare l'afasia quale risultante dalla perdita del comportamento categoriale.
Per quanto riguarda l'inquadramento nosografico, per Marie l'afasia è una sola ed è l'afasia di Wernicke; i disturbi del l. articolato rientrano nell'«anartria», disturbo puramente articolatorio; l'afasia di Broca non è che l'afasia totale, cioè afasia di Wernicke più anartria. Dejérine e la sua scuola, invece, mantengono un'afasia a predominanza motoria, l'afasia di Broca, e un'afasia di comprensione sensoriale, l'afasia di Wernicke; l'afasia totale rappresenta l'associazione dei due tipi. Mingazzini cerca di conciliare le concezioni classiche con quelle di Marie.
Oggi la sistemazione più importante dei disturbi del l. è quella di Head, la cui classificazione è puramente fenomenologica. Egli parla di: a) afasia verbale, corrispondente a quella motoria dei classici, data dall'impossibilità di difficoltà di formare le parole o di descriverle; l'evocazione della parola è difficile, il vocabolario limitato, il l. interno è colpito; esiste disturbo nella comprensione del contenuto delle frasi lette silenziosamente; l'espressione verbale è deficiente, ma non si tratta d'una semplice anartria (o afasia motoria pura, sottocorticale); b) afasia sintattica, corrispondente clinicamente all'grammatismo di Pick; è un disturbo della distribuzione delle parole nella formazione delle frasi; la parola non è impacciata; mancano le parole di relazione (articoli, congiunzioni, ecc.); è chiara la rassomiglianza con il l. infantile; la lettura in silenzio e la scrittura sono poco colpite; la com-
prensione è variabile; gli ordini complessi possono non esser compresi; c) afasia nominum o amnestica, disturbo della comprensione del valore nominale delle parole, parlare e scritte; il malato è incapace di nominare oggetti familiari, pur potendo descrivere il loro uso o la loro composizione; d) afasia semantica, difetto di riconoscimento completo delle parole e delle frasi; non c'è difficoltà a formare o ripetere le parole, ma, nel corso della conversazione, le frasi sono incomplete, come se si fosse dimenticato quel che doveva essere detto; si comprendono delle parole o delle frasi, ma sfugge il significato dell'insieme; la lettura è possibile, ma il senso delle parole lette non viene completamente afferrato; la scrittura è spesso alterata.
Riguardo ai problemi anatomici, oggi si è raggiunto l'accordo su due punti: importanza dell'emisfero sinistro, le cui lesioni sono quelle che determinano più spesso disturbi del 1.; esistenza di due «zone del 1.»: una anteriore (regione di Broca), le cui lesioni determinano disturbi della funzione espressiva del 1., l'altra posteriore (regione di Wernicke e regione della plica curva), la cui compromissione produce disturbi prevalenti della comprensione.
I classici, seguendo Charcot, dividevano la zona anteriore in due centri: il «centro di Broca» (centro dell'immaginario motorio d'articolazione) e il «centro di Exner» (centro delle immagini motorie grafiche); nella zona posteriore si distingueva il «centro delle immagini uditive» e il «centro delle immagini visive»; tali centri sarebbero uniti tra loro mediante fibre di associazione. Mentre le afasie sottocorticali o afasie pure si avrebbero per lesioni delle fibre di proiezione, le afasie transcorticali sarebbero dovute a lesioni delle fibre di associazione tra i centri o di quelle fibre che collegano tali centri con gli ipotetici «centri ideogeni».
A questa concezione classica sono state apportate modificazioni, sia per la terminologia sia per quel che riguarda la sede anatomica dei centri; la nozione stessa di centro (v. LOCALIZZAZIONI CEREBRALI), in seguito, è stata respinta, perché implica un carattere statico preformativo, e si è preferito parlare di «zone d'afasia». Comunque, sia Head che i «gestaltisti» (Goldstein) ammettono l'importanza della sede anatomica nel determinismo delle caratteristiche del processo morboso.
Nei riguardi delle cause, le afasie possono esser dipendenti da fatti vascolari, da neoplasie, da traumi cranici, da ascessi; nelle demenze organiche può insorgere afasia, come anche nella paralisia progressiva (v. DE MENZA) specie nella forma di Lissauer; nelle demenze presenili (morbo di Pick e morbo di Alzheimer-Perusini) l'afasia rappresenta uno dei sintomi tipici e fondamentali, insieme con sintomi agnosco-aprassici (sindrome alogica di Reich).
A un esame superficiale, un afasico, specie se sensoriale, può venir scambiato per un demente; ma basterà osservare con un po' d'attenzione il comportamento del soggetto, sia spontaneo che dietro stimolo, per evitare l'errore diagnostico.
Bintl.: G. Mingazzini, Le afasie, Roma 1923; H. Head, Afasia and kindred disorders of speech, Cambridge 1926; A. Feyeuux, L'acquisition du langage et ses retards, Parigi 1932; A. Gelb-K. Goldstein, Psycologie du langage, 1933; E. Pichon-M. Borel, Le bégayement, sa nature, son traitement, Parigi 1937; J. M. Nielsen, Afasia, apraxia, afasia, Nuova York 1946.