SORDOMUTI. - Quanti mancano di facoltà uditiva e vocale. Nella forma congenita, o che si sviluppa nei primissimi anni della vita, pur potendo dipendere da difetti degli apparati periferici, il sor-domutismo spesso è legato a «sordità verbale» per lesioni corticali e sottocorticali del lobo temporale (audimutismo sensorio).
Il danno di tali regioni encefaliche può esser prodotto attraverso un meccanismo germinale, in rapporto a fattori ereditari (alterazioni genotipiche o idiotipiche), o a traumi subiti durante la gestazione e il parto, o a malattie infettive (meningo-encefaliti) che colpirono l'individuo nel periodo della vita intrauterina o nei primi anni dopo la nascita. Molti ritengono che i s. frequentemente sono figli di consanguinei (particolarmente cugini); non raramente il sordomutismo è legato al cretinismo. Il difetto può essere completo o soltanto parziale per cui rimangono conservati residui più o meno abbondanti di capacità uditiva. Il sordomutismo vero va distinto dal mutismo per ritardo di sviluppo (S. De Sanctis), che non si protrae di solito oltre il terzo anno di vita ed è d'origine familiare; né va confuso con l'audimutismo motorio in cui, pur essendo integro l'apparato uditivo e conservata l'audizione verbale, l'individuo è incapace di parlare spontaneamente.
Il sordomutismo, se non suscettibile di educazione
o abbandonato a se stesso, conduce a un arresto delle facoltà psichiche e a grave deficienza del patrimonio intellettivo.
I. EDUCAZIONE
Pedagogicamente i s. possono considerarsi come anormali sensoriali; possiedono, infatti, la capacità di esprimere i loro pensieri e desideri in altri modi, che non siano, almeno sugli inizi, la parola parlata, p. es., con la mimica dei gesti, il diverso collocamento e intreccio delle dita, la scrittura. Donde, favorito dallo sviluppo delle scienze sperimentali, lo studio di ritrovare e man mano perfezionare i metodi e i mezzi per superare il più perfettamente possibile l'anomalia del sordomutismo.1. Storia L'occasione dell'intenso movimento moderno, così am

Sordomuti - Una suora insegna ad una piccola sordomuta. Istituto nazionale s., diretto dalle Sorelle dei Poveri di S. Caterina - Genova.
pio ed efficace, in pro dei s. risale soltanto agli inizi del sec. XVI. Il distinto umanista Rodolfo Agricola (1443-85) aveva accennato di aver veduto, con grande sua sorpresa, un s. scambiare discorsi e ragionamenti con gli altri per mezzo della scrittura (De inventione dialectica, 1. III, cap. 16); a questa meraviglia rispose il medico Girolamo Cardano (1501-76) osservando che la scrittura è associata alla parola, la parola al pensiero; ma che i caratteri scritti possono associarsi insieme anche senza l'intervento di suoni, per cui un s. può sentire leggendo e parlare scrivendo (Paralipomena, III, cap. 8; De surdo et muito litteras edocto). Di qui la conseguenza che la parola non è affatto necessaria allo sviluppo della intelligenza, quantunque ne sia il mezzo più efficace e adeguato e che per mezzo di una sostituzione di stimoli sensoriali si può portare il s. alla espressione visibile del suo pensiero per mezzo di segni che fanno appello alla vista, posto che gli appelli per altre vie restano impervi e insuperabili.
Rimaneva, ora, il compito di trovare praticamente il modo di attuare questa constatata possibilità di istruire il s. Il primo tentativo fu intrapreso dal monaco benedetto Pedro Ponce de León (1520-84) del monastero di S. Salvador di Oña. Partendo dal principio che la parola parlata non è soltanto un fenomeno uditivo, ma anche visivo, egli pensò di indurre il s. a imitare i movimenti che compie l'organo vocale nell'atto stesso di pronunciare una determinata lettera alfabetica o sillaba o parola; così, imitando l'elemento visibile si poteva arrivare ad ottenere la produzione, da parte del s., anche dell'elemento udibile. Adottata come mezzo iniziale la scrittura, riuscì a far pronunciare al s. tutte le lettere dell'alfabeto, poi le varie sillabe e infine le varie parole; i nomi dei vari oggetti da esse rappresentati, a fare calcoli, recitare con senso le preghiere, confessarsi oralmente. Non lasciò nulla di scritto intorno al suo metodo; ma non molto dopo il sacerdote aragonese Juan Pablo Bonet, che ne seguì i procedimenti, li espose anche in un trattato teorico-pratico: Reducción de las letras y arte para enseñar a hablar los nudos (Madrid 1620), primo trattato di didattica speciale per i s. Egli si servì di un alfabeto manuale, inventò un sistema di segni visibili, rappresentanti il suono delle parole e diede anche una descrizione della posizione degli organi vocali nella pronuncia delle singole lettere, aggiungendo suggerimenti efficaci, ancora in uso presso i moderni cultori dell'articolazione vocale e della lettura labiale.
Il fisico gesuita Francesco Lana Terzi (1631-87), dopo aver accennato ad alcuni esempi di ottima riuscita del metodo orale, si indugia a descriverne l'arte «veramente mirabile», la stessa del Ponce e del Bonet, osservando che «ognuno di noi, anche prima che avesse l'uso di ragione, imparò a proferire le parole con meravigliosa industria della natura che, stimolata dalla necessità, si affaticava di imitare l'altrui parola con dare alle labbra diversi moti, fin tanto che ritrovasse quello che articolava la ricercata parola» (Pro-dromo overo Saggio di alcune invenzioni nuove, Brescia 1670, p. 48). Anche il celebre filologo Lorenzo Hervas y Panduro (1735-1809), missionario in America, pubblicò: Escuela
española de surdo-mutos (2 voll., Madrid 1795), in cui insiste specialmente sul metodo di insegnare al sordo il significato delle parole astratte, dei termini della filosofia, teologia, sociologia, ecc.
Frattanto il metodo del Bonet si diffondeva nell'Inghilterra e nella Scozia per opera di Kenelm Digby (1603-65) seguito da alcuni membri della Società fonosofica di Londra, soprattutto da John Bulwer (1600-69), il quale con le sue opere: Chirologia e chironomia (Londra 1644) e Psilocophus (ivi 1648) si propose di dimostrare che il fenomeno acustico della parola si trasforma per il sordo in fenomeno visivo, in cui è riposta l'essenza della lettura labiale, che rende utilizzabile nella vita sociale la parola articolata con o senza fonesi, nelle reciproche relazioni fra s., e fra s. e utenti parlanti. In questo modo completava la teoria del Bonet, che aveva trascurata la lettura labiale per fermarsi sulla comunicazione con l'allevo mediante un alfabeto manuale. Lo seguirono altri membri: John Wallis (1616-1703), William Holder (1616-1698). Tutti costoro trattarono l'argomento in opere a parte, riconoscendo agli istruttori dei s. un posto eminente nella storia della fonetica. Sulla stessa linea sono da ricordare per la Scozia Giorgio Delgarno (1626-87) di Aberdeen, che pubblicò nel 1661 Ars signorum e nel 1680 Didascalocophus or Deaf and dumb man's tutor, inventando un duplice alfabeto manuale; per l'Olanda, G. B. von Helmont (1618-99) con la sua dissertazione pubblicata nel 1682: Surdos loquens, e Giovanni Corrado Amman (1669-1724), originario svizzero, che nel 1700 pubblicò Dissertatio de loquela, lavoro che occupa uno dei primi posti nella letteratura didattica del sordomutismo.
La Germania, in questo campo, non creò nulla di originale, ma tradusse parecchie delle opere accennate e le pose efficacemente in pratica. Vi si distinse soprattutto Samuele Heinicke (1729-90), chiamato il grande paladino del metodo orale (contro il metodo dei segni dell'abate de L'Epée), che fondò a Lipsia nel 1778 il primo istituto pubblico per i s. in Germania e diede una più logica applicazione ai principi fissati dal Bonet, dal
Wallis e dall’Amman. In questo arringo l’avevano preceduto Guglielmo Kerger (1620-85), Giorgio Raphel (1673-1740) e Ferdinando Arnoldi (1737-83). Lo seguì, invece, Federico Maurizio Hill (1805-74), considerato come il vero fondatore del cosiddetto « metodo tedesco », in contrapposizione al « metodo francese ».
Il quale venne proclamato e divulgato dall’ab. Carlo Michele de l’Epée (1712-89). Preso da compassione per la triste condizione dei s., volle rimediare e avendo osservato come essi, prima ancora di ricevere qualsiasi istruzione, comunicavano tra di loro nel gioco e in altre occupazioni con una specie di pantomima e usavano gesti naturali significativi di oggetti e delle loro qualità e poteri, si fissò sull’idea di servirsi, come mezzo di istruzione, di linguaggio dei segni. Se le parole sono segni convenzionali delle idee, perché non lo possono essere anche i gesti naturali? Si rese perciò familiari i non molti gesti osservati, altri ne aggiunse di propria inventiva e nel 1760 aprì a Parigi la prima scuola per s., che resse fino alla morte, lasciandovi, come successore, l’ab. Ambrogio Scard (1742-1822), che introdusse importanti perfezioni, e la quale l’opera lacerò dal suo predecessore.
La scuola di Parigi assunse ben presto a fama europea e mondiale, sia perché il metodo dei segni era più facile ed estensibile ad un numero maggiore di s., sia perché vi furono invitati educatori di ogni nazione, che seppero poi muovere i rispettivi governi o gruppi di persone necessarie a istituire altre scuole nelle varie nazioni, in cui fossero applicati i metodi appresi alla scuola del d’Epée e del Scard. Così da Roma vi giunse il sac. Tommaso Silvestri, il quale poi nel 1784, per l’interessamento dell’avvocato, con la sua conoscenza, la sua conoscenza, la sua conoscenza, la sua conoscenza, la sua conoscenza, la sua conoscenza, la sua conoscenza.
Parigi, fondò a Roma il primo istituto italiano per s.; dall’Austria il sac. F. Stork e G. May, che aprirono poi un istituto a Vienna nel 1779; dalla Svizzera il parroco Keller (1728-1802). Né l’America rimase indietro nel movimento ormai avviato. Già l’istituto dei s. sorto ad Edimburgo nel 1760 per opera di Tommaso Braidwood aveva tentato di stabilire nel 1812 altre scuole in Virginia, Nuova-York e Baltimore, ma con esito negativo. Però venne inviato in Europa il sac. Tommaso Hokins Gallaud, il quale, incontratosi con l’ab. Sicard, ne visitò la scuola a Parigi, ne studiò i metodi e ne ottenne, come aiuto per la sua futura impresa, il migliore degli alunni, Lorenzo Clerc. Tornato in patria fondò ad Hartwood (Connecticut) il primo istituto americano per s. nel 1817.
Si entra così, dopo un cammino abbastanza lento ed aspro, nel sec. XIX, che a ragione può chiamarsi per tutte le nazioni civili il secolo d’oro dell’assistenza ai minorati dell’udito e della parola, sia per il numero di istituzioni sorte, sia per le decisioni prese in vari congressi in favore del metodo orale e dell’inserzione dei s. nella vita sociale comune.
Né si deve tacere che questo è dovuto in maniera tutta particolare alle iniziative e agli sforzi del clero secolare e regolare e delle numerose Congregazioni religiose femminili, le quali abbracciarono tra le loro attività anche l’educazione integrale dei s. avviandoli sia alla conquista della favella con metodi scientifici e apparecchi sempre più perfezionati, sia all’apprendimento d’un mestiere per la vita mediante le scuole artigiane.
In Italia, la fioritura fu veramente meravigliosa. Seguendo, a prova, la Guida D. Ammario della Scuola e della cultura, edito dal Centro Didattico Nazionale di Firenze (Firenze-Roma 1951, pp. 788-97) si hanno i seguenti Istituti:
a) Statali – Roma, Istituto statale per s., fondato nel 1841 dal governo pontificio; Milano, Istituto nazionale di Stato per i s., sorto nel 1805 come scuola privata ad opera del lionese Antonio Eyraud e dichiarato istituto governativo con decreto imperiale del 1818; Palermo, Istituto statale per s. di Sicilia, fondato nel 1834 da Federico Dinando II di Borbone.
tuto s. «Lorenzo Prinotti», sorto nel 1881 per iniziativa del sac. L. Prinotti; Trento, Istituto s., fondato nel 1853 dal vescovo Giovanni de Tschiderer; Trieste, Scuola provinciale per s., istituita nel 1882 dal maestro Federico Camus; Verona, Istituto «Provolo», fondato nel 1829 dal sac. Antonio Provolo, il quale tra le materie d'insegnamento introdusse, e con esito soddisfacente, anche il canto.
c) Istituti privati, non riconosciuti dallo Stato – Chiavari (Genova), Istituto «Ottavio Assarotti», fondato nel 1878 dallo scolopio G. B. Ottavio Assarotti; Piacenza, Istituto s. «Madonna della bomba», sorto nel 1903 per iniziativa del canonico Francesco Torta; Istituto sordomute «Scalabrini», fondato nel 1880 dal vescovo mons. G. B. Scalabrini; Salerno, Istituto «Filippo Smaldone», aperto nel 1908 dalle Suore Salesiane dei SS. Cuori, fondate dal sac. F. Smaldone.
Come si rileva da questo rapido elenco, dei 54 istituti accennati la massima parte è stata fondata ed è retta dal clero o dalle suore.
d) Scuole di metodo – Per la preparazione degli insegnanti specializzati per l'istruzione dei s. Milano, Scuola di metodo «Girolamo Cardano», annessa all'Istituto statale dei s. Roma, Scuola di metodo «Tommaso Silvestri»; Siena, Scuola di metodo «Tommaso Pendola».
2. Metodi e congressi
Il sec. XIX non vide soltanto il rapido fiorire di istituti per i minorati dell'udito e della parola, ma anche il ragionevole trionfo del metodo orale su quello dei segni, cioè della cosiddetta scuola tedesca su quella francese. E ciò in conseguenza delle accese controversie sorta fin dal principio fra S. Heinicke, propagatore del metodo antico della parola parlata e l'abate de l'Epée, ideatore del metodo mimico o dei segni, diffuso quasi dappertutto fuori della Germania. Questo, infatti, se era più semplice e più rapido nell'insegnare un maggior numero di segni rappresentativi di cose e di azioni (in grammatica: nomi e verbi), tendeva però ad una specie di agrammatismo, perché trascurava le parti del discorso che rappresentano i nessi logici del pensiero. Privo dell'insegnamento accurato mediante l'esercizio discorsivo e conversativo, il s. tendeva al minor sforzo, cioè all'espressione più accelerata del pensiero, per la quale erano sufficienti i nomi e i verbi. L'altro metodo, invece, abituava il s. a percepire la parola parlata e scritta e letta dal labbro con tale rapidità da seguire con l'occhio tutto il discorso, come se la udisse. Si risvegliò, pertanto, un'azione comune per la revisione dei metodi, fomentata da Davide Hirsch, direttore dell'Istituto di Rotterdam, e in seguito da Maurizio Hill e in Italia dal prof. Pasquale Fornari del R. Istituto di Milano e più ancora dal sac. Giulio Tarra, tutti favorevoli al ritorno del metodo orale. Fra i tanti congressi nazionali e internazionali radunati per discutere i problemi del nuovo indirizzo, quello che riveste importanza storica è il Congresso internazionale tenuto a Milano nel 1880, presieduto dal Tarra, dove fu appunto deciso il ritorno al metodo della parola parlata e la decisione fu accolta favorevolmente da tutte la nazioni. Da allora non si mirò che a dare al metodo una pratica sempre più semplice, ma anche sempre più aggiornata alle conquiste scientifiche. Non solo, ma si presero a studiare i mezzi per risolvere i vecchi e nuovi problemi che riguardano l'assistenza medica, pedagogica e sociale dei s. e la loro condizione civile e giuridica di fronte alla legislazione dei singoli Stati, la loro entrata nel diritto comune a tutti i cittadini.3. Il nuovo metodo vibratorio
Constatata la gioia dei s. nell'avvertire in se stessi vibrazioni e la maggior facilità che hanno di leggere dalle labbra dei maestri, quando simultaneamente captano vibrazioni attraverso un mezzo conduttore, il prof. T. Rutten, dell'Università di Nimega, introdusse nelle sue scuole dei s. la musica e la danza accompagnata dall'organo. Con questo ottenne che i s. giungessero a riferire diverse vibrazioni colte in sé dalle diverse note e da vari toni e anche dalle minime sfumature ai diversi colori e alle diverse posizioni delle membra e del corpo per intrecciare le danze più armoniose (cf. U. Piazza, Musica per ricostruire la vita, in Ecclesia, 10 [1951], pp. 94-96).4. S. ciechi. – La teoria della vicarietà degli stimoli di percezione della parola, ha reso possibile la ricerca di un metodo anche per l'educazione dei s. ciechi. L'iniziativa di questi procedimenti si deve al fondatore dell'Istituto per i ciechi di Boston, S. G. Howe (1801-76), il quale ottenne pieno successo nell'assistenza alla s. Laura Bridgman. La tecnica e la pratica dell'Howe condusse ad analoghi risultati in Elena A. Keller, educata da Anna Sullivan, cieca ed educata a sua volta a Boston; Keller riuscì a frequentare i corsi universitari e ad imparare le lingue straniere; come pure in Clarence Selby, poetessa e scrittrice, educata da suor Dositea della Congregazione di S. Maria; in Lottie Sullivan, educata dalla signora G. W. Veditz, ecc. (cf. American annals of deaf, a cura di E. A. Fay, Washington giugno 1900). Fondamentalmente il metodo si serve del tatto nelle sue due immagini di senso-percezione, cioè contatto-pressione e forma-movimento. In questi procedimenti il tatto si affina tanto, che, come nel caso di E. Keller, può rilevare la parola del labbro di chi la pronuncia, posandogli, leggermente sulla faccia le tre dita della mano destra.