SINDONE

SINDONE. - Drappo funebre che avvolse il Corpo di Gesù Cristo. Parcocchi tele, conservate in varie località, hanno aspirato a questo onore (Compiègne, Besançon, Cadouin, Bitonto, ecc.); un'analisi accurata ha dimostrato che l'unica S. che ha probabilità seria di essere autentica è quella attualmente conservata nella cattedrale di Torino e che proviene da Lirey e Chambéry.

I. STORIA

I primi documenti storici intorno alla S. sono ovviamente i Vangeli; più tardi si hanno cenni intorno alle tele funerarie della sepoltura di Cristo nel sec. VII; più chiara la menzione che ne fa Roberto di Clary nel 1204; egli attesta la presenza della S. nella cappella imperiale di S. Maria delle Blacherne, in Costantinopoli, e dice che la S. veniva esposta, per diritto, tutti i venerdì, in modo che vi si poteva ben vedere la figura di Cristo. Dal 1204 al 1350 i documenti tacciono. Si deve notare che anche per molte altre insigni reliquie non si ha una sequela continua di documenti; il caso della S. non è quindi isolato. Vi sono però notizie storiche che permettono, per induzione, di ricostruire con seria probabilità la storia della S. anche in questo periodo.

Quando i Latini conquistarono Costantinopoli (1205) era ivi presente il vescovo di Troyes, Garnier de Trainel, il quale appunto fu incaricato di custodire le reliquie della Cappella imperiale. Egli morì a Costantinopoli. Era presente alla sua morte uno dei due familiari, Guglielmo di Chample, che sposò poi nella famiglia dei conti di Charny, famiglia nella quale appunto, verso il 1350, appare la S. Goffredo I di Charny costruì una chiesa collegata a Lirey ed ivi, con l'autorizzazione del legato pontificio card. Pietro di S. Susanna, espose alla pubblica venerazione il sacro lino. È ovvio pensare che il legato pontificio avrà avuto da Goffredo di Charny tali notizie da poter considerare la S. come una reliquia autentica; però non si hanno documenti scritti intorno a tali notizie. Invece è rimasta la minuta di una lettera inviata successivamente dal vescovo di Troyes, Pietro d'Arcy, al papa Clemente VII in Avignone. Il tono della lettera è molto polemico; il vescovo attesta che il suo predecessore, Enrico di Poitiers, aveva esaminato la questione e che aveva trovato anche il pittore che aveva dipinto la S.; inoltre egli afferma che la tela veniva esposta non ad finem devocionis, sed questus, fingendo anche falsi miracoli. Clemente VII decise la questione in modo prudenziale, permettendo l'esposizione della S., ma ingiungendo ai Canonici di Lirey di non affermare ufficialmente l'autenticità della reliquia, e insieme concedendo un'indulgenza ai fedeli (1390). In sostanza la Sindone di Lirey uscì intatta dalle discus-

sioni del 1389-90; l'azione del vescovo di Troyes per incolpare i Canonici di Lirey di falso, di cupidigia, di lucro, rapidamente fu messa in tacere» (Cognasso). Recentemente mons. Pietro Savio, dell'Archivio Segreto Vaticano, ha presentato al Convegno internazionale di studi sindonologici (Roma 1950) documenti dai quali le figure di Goffredo di Charny e dei Canonici di Lirey appaiono in una luce moralmente assai favorevole.

Da Lirey, dopo varie peregrinazioni per cause belliche, la S. passò a Chambéry e divenne proprietà dei ducati di Savoia (1453); qui subì un incendio nel 1532 e dovette essere riparata dalle Clarisse di Chambéry (sono anche oggi ben visibili sulla S. le pezze bianche allora cucite); nel 1535 la S. peregrinò a Torino, Vercelli, Nizza (durante la guerra fra Carlo V e Francesco IV); poi tornò a Chambéry per breve tempo; nel 1578 Emanuele Filiberto la trasportò a Torino affinché s. Carlo Borromeo potesse vivere nella sua città; a Torino la S. si trovò tuttora nella monumentale Cappella disegnata dal Guarini. Durante la guerra mondiale la S. venne trasportata, per breve tempo, al santuario di Montevergine, dove poté essere osservata dal Gedda.

Il. La S. e la scienza. - Intorno alla S. di Torino si accese una polemica vivace particolare mente tra il 1898 e il 1902. Per consiglio del Nogueir de Malijai, dotto sacerdote salesiano, il re Umberto I fece eseguire dal Pia una fotografia della S.; un fatto inaspettato colpì subito il fotografo, durante lo sviluppo della lastra: su di essa non si vedeva il consueto negativo, ma invece un meraviglioso positivo, bellissimo, sfumato, quale nessun artista mai sarebbe eseguitore. Si deve anzi dire che alcuni pittori, tra i quali il Reffo, si provarono a risalire dalla fotografia alla costruzione di un negativo, ma con esito infelicitissimo.

Il Nogueir e il Vignon, a Parigi, eseguirono ricerche e studi, con l'ausilio di esperienze chimiche, per cercare di spiegare il procedimento con cui la mirabile impronta poteva essersi prodotta. Il Vignon emise allora una teoria detta «vaporografica»: l'area del sudore si sarebbe trasformata in ammoniaca e questa avrebbe ossidato e abbrunito una soluzione di aloe che si sarebbe trovata sulla tela. Quasi contemporaneamente il canonico Chevalier pubblicava la minuta della lettera di Pietro d'Arcy, di cui s'è fatto cenno, sostenendo essere la S. opera di mistificazione e di soperchieria (come del resto proprio recentemente sostiene anche il Leclercq, Suaire, in DACL, XV, coll. 1718-24). Si può dire, in linea generale e salvo un certo numero di eccezioni, che a favore dell'autenticità della S. si sono schierati particolarmente gli studiosi di scienze sperimentali (chimici, medici, tecnici), mentre contro di essa più comunemente stanno gli storici e alcuni eseguiti.

In un problema delicato come questo, conviene anzitutto affermare che qui la Fede non è propriamente in causa; la Chiesa ufficialmente non ha definito nulla; ciascuno è libero di formarsi la sua convinzione in base alle sue e alle altrui ricerche. Sembra però che in un problema di archeologia i «documenti esteriori» (tanto più se sono evidentemente polemici, come nel caso nostro) debbano essere completati con l'«esame interno» dell'oggetto. E, trattandosi di un oggetto molto particolare, è ragionevole che si ricorra a persone tecniche competenti. Una tela come quella della S. non si può studiare solo con dizionari e con criteri di filologia linguistica.

Uno studioso che certo conosceva bene la critica storica e tutte le esigenze della filologia, ma che in pari tempo sapeva comprendere le esigenze degli studi scientifici sperimentali, S. S. Pio XI, in una conversazione con il card. Fossati, arcivescovo di Torino, pronunciò parole molto gravi e piene di ponderazione: «Abbiamo seguito personalmente gli studi sulla S. Sindone e ci siamo persuasi dell'autenticità. Si sono fatte delle opposizioni, ma non reggono».

Lo studio della S. soprattutto dopo il 1931, dopo cioè che una nuova fotografia, con perfezione tecnica, alla presenza di prelati e di scienziati, venne eseguita dall'Enrico, è entrato in una nuova fase, particolarmente per operare di chimici (Scotti), Hynek,

Article illustration

Judica, Roma, e restituì del tessuto (Timossi). La S. appare così un documento come tanti altri, di carattere medico-legale, documento da cui cioè si può partire per ricostruire il delitto, che fu in questo caso il delitto. L'esame paziente della tela ha rivelato tali fiziologie, fisiologiche, patologiche, quali nessuno mai poteva immaginare. Bisogna aggiungere che, per altre presunte sindoni, gli esami analitici hanno portato a conclusioni negative; tipico è il caso della tela di Cadouin, che si rivelò per un tessuto fattimato.

Quanto al procedimento con cui si formarono le impronte sulla S., è meno facile pronunciarsi in modo definitivo. La teoria del Vignon venne criticata dal Dezani e dallo scrivente (1931-33); il Romanese e il Judica con eleganti esperienze hanno ottenuto parziali riproduzioni da cadavere con vari procedimenti, per una specie di contatto, usando varie sostanze chimiche. La difficoltà, incontrata da questi studiosi in queste parziali riproduzioni di impronte, li spinge però a dichiarare che nella formazione delle impronte della S. debbono aver concesso indubbiamente circostanze provvidenziali. La circostanza essenziale fu certo la Risurrezione di Cristo; se Cristo non fosse risorto ovviamente la S. si sarebbe alterata, come sempre avviene delle tele che avvolgono salme inumate.

In campo scientifico-sperimentale, recentemente solo due autori hanno portato elementi contro l'autenticità, il P. Braun, in modo indiretto, citando cioè esperienze

di un pittore parigino, e il dott. Eskenazi di Istanbul; ambedue gli autori affermano che la S. deve essere stata formata per decalco su un modello creato da un artista medievale. Così dalla pittura (invocata da Pietro d'Arcy) si passa alla scultura. Ma è noto che nessun scultore avrebbe potuto creare, nel 1350, una simile figura; l'antologia del tempo era infinitamente distante da figure come quelle della S.

L'unica ipotesi scientifica che si può formulare per spiegare la S. è questa: che un ignoto nel medioevo abbia ucciso un uomo, in un modo ben determinato, e cioè in modo disforme dalla comune tradizione iconografica, allo scopo di fabbricare un'unica reliquia. Si deve notare che le impronte della S. escludono il caso di un cadavere comune; è infatti possibile riscontrare sulla tela impronte diverse, di sangue vivo e di sangue postmortale (Caselli).

L'esame interno della S. risulta pertanto favorevole, oggettivamente, alla autenticità.

BIBL.: L. Piano, Commentarii critico-archeol. sopra la S. S., Torino 1833; A. Battandier, La photogr. du St. Suaire de Turin, in Cosmos, Parigi 2 luglio 1898; U. Chevalier, Etude critique sur l'origine du St. Suaire de Lirey-Chambéry-Turin, Parigi 1900; id., Le St. Suaire de Turin est'il l'original ou une copie?, Chambéry 1899; A. Loft, Le portrait du S. Yves-Charlot, d'après le St. Suaire de Turin, Parigi 1900; G. Sanna Solaro, La d'après le St. Suaire de Turin, Parigi 1900; O. Chevalier, La St. Suaire et les défenseurs de son authenticité, Parigi 1902; N. Noguier de Maljai, Le St. Suaire de Turin, Parigi 1902; P. Vignon, Le linceul du Christ, 1902; A. L. Donnadieu, Le St. Suaire de Turin devant la science, 1903; R. Colson, Le St. Suaire de Turin, 1914; E. Faure, Le portrait authentique du Christ, 1918; V. RUSSIA, La S. S., Arcerale 1928; A. Tonelli, La S. S. Esame oggettivo, Torino 1931; S. Dezani, La genesi della S. di Torino, in Gazzetta sanitaria, Milano nov. 1933; G. Enrie, La S. S. rivela dalla fotogr., Torino 1931; A. Barnes, The Holy Shroud of Turin, Londra 1934; G. Cordoni, Le Christ dans sa Passion, révélé par le St. Suaire de Turin, Parigi 1935; P. Barbet, Les cinq plaies du Christ, 1935; trad. II. di P. Scotti con appendice e bibliografia critica, Torino 1941; R. W. Hynek, La Passione di Cristo studiata dalla scienza medica moderna, Milano 1937 (1. ed., in ceco, Praga 1938); P. Vignon, Le St. Suaire de Turin, Parigi 1938; M. Eskenazi, Le St. Suaire de Turin, 1938; G. Caselli, Note medico-legali sulla S. S., Torino, in Le forze sanitarie, Roma 10 apr. 1939; F.-M. Brault, Le linceul de Turin et l'évangile de St. Jean, in Nouve. R. théol., Lovanio 1939 e 1940; P. Scotti, Una nuova ipotesi sulla S. S., in L'Osservatore Romano, 5 maggio 1940; vari autori: La S. S. nelle ricerche moderne. Atti del Convegno nazionale di studi sulla S. S., Torino 1941; 2. ed. con aggiornamento a cura di P. Scotti, 1950; G. Judica, L'uomo della S. è il Cristo?, Milano 1941; G. Colli, Storia e scienza di fronte alla S., Torino 1942; (con bibl.); V. Timossi, La S. nella sua costituzione tessile, 1942; H. Verbiest, Où en est le problème du Suaire de Turin?, in Mél. hist. A. De Meyer, Losanna 1946, pp. 710-724; G. Judica, La S. contro Pilato?, J. L. Cameron, Surgical and other Aspects of the Crucifixion, in Atti del III Congr. int. (Volg. medici cattolici, Lisbona 1947, ed. 1948, p. 881; R. W. Hynek, Constatations médicales concernant la sépulture de Jésus, ibid., p. 863; id., La riabilitazione della S. S. di Torino, ibid., p. 868; P. Scotti, Les études italiennes sur le St. Suaire, ibid., p. 877; L. Lovera, Maria, La S. S., Torino 1949; P. Barbet, La Passion de N. Yves-Christ selon le chirurgien, Parigi 1950; trad. it., Torino nov. 1950; L. Gedda, Sintesi degli studi medico-legali sulla S., Torino 1950, pp. 513-524; N. Rodinò, Di alcuni fenomeni fisici chimici del sangue rilevanti sulla S. di Torino, in Gior. di medici. milit., Roma 1950; J. Volckringer, Le problème des empreintes devant la science, Parigi 1950; vari autori, La S. S. e le ricerche moderne. Primo Convegno internazionale di Studio (Roma-Torino 1950), Torino 1951 (è una sintesi delle relazioni e comunicazioni); P. Scotti, Il Convegno internazionale di studiolo, in Salesianum, Torino 1951, pp. 136-148. Una bibl. abbastanza recente delle pubblicazioni sindonologiche è stata curata in due fascicoli da: Dervieux (Chieri 1929, 1936); una Rubrica sindonologica esce ora in Salesianum di Torino; presso il Centro di Parigi escono Les Dossiers du St. Suaire de Turin. La sede centrale dei Cultores S. Sindonis è in Torino. Pietro Scotti)

III. LA S. E LA S. SCRITTURA. - Nelle discussioni intorno all'autenticità della S. si fece ricorso, com'è ovvio, ai Vangeli e, in genere, ai passi biblici che potrebbero gettare qualche luce sul modo con cui Cristo fu sepolto; ma tra gli esegiti si nota una poco edificante discordia. A quattro si riducono in sostanza i punti nevralgici della discussione: a) la distinzione fra acconciatura e tumulazione del cadavere, per il vero e proprio senso del verbo évstasézev, che adoperano gli Evangelisti (Io. 19, 40; Mt. 26, 12); b) il numero e la natura dei profumi che vi si impiegano; c) il numero e la distinzione dei pannolini in cui fu avvolto il cadavere di Gesù; d) quanti e quali di essi furono in contatto immeditato con la sacra salma. Su ognuno di questi punti ecco quanto il più oculato esame dei termini e delle circostanze, a giudizio dello scrivente, permette di sicuramente affermare.

a) Non si può dubitare che Giuseppe e Nicodemo abbiano seguito i costumi giudaici, quanto lo permettevano le circostanze di tempo e di luogo. Però le parole dell'evangelista (Io. 19, 40) tradotte nella Volgata: «sicut mos est Iudaeis sepelire», per il costante significato del verbo greco évstasézev («accorciare per la sepoltura, imbalsamare») e per la struttura del periodo, vanno riferite solo all'impiego di aromi nel trattamento del cadavere. Prima di applicarvi gli aromi era uno generale lavare il cadavere, ma di tale lavatura mai fanno menzione i Vangeli a proposito di Gesù; non è probabile che si sia praticata, per la mancanza d'acqua sul colle del Calvario, e per il troppo tempo che avrebbero richiesto le speciali condizioni del corpo di Gesù, lacerato da piaghe e incrostato da grumi di sangue, mentre un'opera far presto e compiere la sepoltura prima del tramonto per l'imminente riposo del sabato. Lo stesso deve dirsi del taglio o rasura dei capelli, che non si ometteva nelle condizioni normali. Nonostante tali mancanze nei precedenti, la sepoltura propriamente detta o tumulazione poté ben essere e di fatto fu, nell'intenzione degli operanti, completa e definitiva.

b) Per l'unzione della sacra spoglia del Crocifisso Giovanni fa i nomi specifici delle droghe impiegatevi, mirra ed aloe (aloe), di fatto usate da Nicodemo; Luca parla genericamente di unguenti oleosi (myra) e di aromi (déodata), comprati dalle pie donne, ma resi inutili dalla sopraggiunta resurrezione. Le due terminologie si completano a vicenda; con la mirra si faceva una gomma liquida come olio (déodav); l'aloe, sia una resina, come il comune aloe medicinale, sia un legno, come l'aquilaria agalloca (questo pare il senso dell'aloe biblico), forniva un profumo solido (déodata) in polvere; la loro mistura (déodata) secondo la comune lezione in Io. 19, 39) formava un unguento acconcio ad essere spalmato sulla pelle e non privo di effetto sui tessuti avvolgenti la salma.

c) Di tali tessuti i Sinottici fanno un solo nome, évadov, s. o lenzuolo; s. Giovanni ha due termini, évadov (Volg. linteamina, pannilini) e évadov, voce latina passata in greco e nelle lingue orientali. Un terzo termine usa ancora lo stesso Evangelista (Io. 11, 44), ma a proposito della sepoltura di Lazzaro, zeigia, bende o fasce. Molti autori modernamente hanno preso il termine évadov appunto nel senso di bende; altri invece identificarono questo con la s. dei Sinottici o ritennero come equivalente i tre termini. Taluni infine sostennero l'equivalenza di sudario e s. In questo confuso turbinio di voci diverse viene opportunamente a portare una parola chiarificatrice un documento dell'a. 320 ca., pubblicato soltanto nel 1952 nel Catalogue of the Greek and Latin Papyri della J. Rylands Library in Manchester (vol. IV). Il papiro greco 627 è una lunga lista (άναγκαφή) di oggetti personali d'un agente del governo romano in Egitto. Sotto il titolo generico évadov (lin. 9) registra due specie di φανασφου (latino fasciale, sinonimo di sudarium), quattro évadov (lin. 13-17) e una quantità indeterminata di bende o fasce (φανασφα, lin. 41). Qui si hanno tutti i quattro termini dei Vangeli, due con il medesimo vocabolo greco, due con l'equivalente latino; il primo, évadov, indica un genere, i pannilini, i tre altri importano tre distinte specie di quel genere: lenzuolo (s.), sudario e bende. Tale è pure il senso che deve darsi a quei vocaboli nei Vangeli; tale del resto era già l'interpretazione che ne davano i Padri, p. es., s. Agostino (De consentu Evang., III, 23 fine). In conclusione, i racconti evangelici specificano due pezze

impiegante nella sepoltura di Gesù: la s. che avvolgeva il corpo e il sudario che ne copriva la testa. Le bende o fasce, non nominate, si devono supporre, sia per l'uso generale e per la menzione di esse nel caso di Lazzaro, sia per il bisogno di far aderire la s. o lenzuolo al corpo del defunto.

d) Resta ora a determinare l'esatta posizione delle tele sulla salma di Gesù. Può concepirsi in due modi: che la s. circondasse il corpo dai piedi al collo soltanto e la testa fosse avvolta nel solo sudario, ovvero che la s. avvolgesse tutto il corpo, testa compresa. L'esempio di innumerevoli mummie egiziane venute alla luce nei tempi presenti mostra come l'uso generale, se non proprio esclusivo, fu il secondo. Per tenere la s. o lenzuolo esterno aderente alla testa gli Egiziani, che non usavano il sudario, facevano passare una benda o fascia attorno al collo, come con altre legavano il tronco e gli arti inferiori. Per l'uso giudicato può farsi questione se il sudario fosse applicato immediatamente sulla testa sotto la s., ovvero fosse posto al di fuori, sopra la s., facendo così l'ufficio della benda egiziana. La scena della resurrezione di Lazzaro, che apparve ai presenti con le mani e i piedi legati da fasce e la faccia ravvolta nel sudario (Io. 11, 44), fa intendere che il sudario solleva essere posto al di fuori, visibile ai riguardanti.

e) Non va trascurata, per la questione della s. torinese, la voce di un Vangelo sorto alla periferia dei Vangeli canonici. S. Girolamo ebbe infatti tra mano un Vangelo scritto in aramaco e tanto conto ne fece (non era alieno dal credere l'originale di s. Matteo) che lo tradusse egli stesso in greco e in latino. L'una e l'altra versione andarono perdute, ma ne giunsero a noi frammenti, parte in margine a manoscritti greci del Vangelo canonico di Matteo, parte in citazioni del medesimo s. Girolamo. Al cap. 2 del suo libro De viris illustribus (PL 23, col. 641, n. 831) il s. Dottore ne cita un brano, dove è detto che Gesù risorto apparve a Giacomo il minore «dopo aver dato la s. al servo del sacerdote». Le circostanze di tempo e di persona non permettono di dubitare che qui si debba intendere la s. con la quale fu sepolto Gesù medesimo. Qualunque autorità storica si voglia dare o negare a quel Vangelo apocrifo e al suo racconto, è certo in ogni caso che nel sec. II, età in cui già circolava quello scritto, c'era gente, fra i cristiani, che si interessava alla sorte della s. sepolcrale del Salvatore e credeva sapere presso chi si conservava. Non è dunque del tutto muta l'antichità cristiana, come tante volte fu detto e ripetuto, sulla reliquia della santa s. - Vedi tav. XLII. Alberto Vaccari