SESSUALE, EDUCAZIONE. – Parte integrale delle funzioni dell’organismo, anche quella sessuale non può essere esclusa dal piano educativo che tende a ristabilire l’equilibrio psicosomatico turbato nell’uomo dalla colpa originale. «Non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell’educazione cristiana è l’uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo, in unità di natura, in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quale ce lo fanno conoscere e la retta ragione e la Rivelazione...» (Pio XI, encicl. Divini illius Magistri, del 31 dic. 1929 [AAS, 21 (1929), p. 744]).
Se ciò non può essere negato da ogni educatore onesto e intelligente, nella sua attuazione pratica la questione dell’e. s. diviene quanto mai spinosa e controversa, particolarmente quando essa s’intreccia con quella dell’istruzione sessuale, ponendo il più forte dissenso tra la pedagogia cristiana e quella laica che fa capo al naturalismo pedagogico alla Rousseau.
In tema di e. s., le opinioni si dividono in due campi opposti: quello della iniziazione o rivelazione e quello del silenzio. Da una parte si sostiene: un certo numero di giovani cade nel vizio sessuale per ignoranza del male, arrivando a conoscere occasionalmente il piacere strumentale congiunto con l’attività della funzione in parola, imparano poi a provocarlo, convinti di compiere cosa, seppure conveniente, non peccaminosa e non di danno per la salute. Un certo numero è iniziato da parte di compagni già esperti nel vizio, cosicché una rivelazione impura sugli organi e le funzioni sessuali eccita lubricamente la fantasia indifesa e, sulla china di una malsana curiosità, fa scivolare nel peccato. Una rivelazione pura, che insegni l’ammirevole armonia di organi e funzioni, l’elevata finalità nei riguardi della procreazione, i danni dell’uso precoce e dell’abuso, sia per sé che per la discendenza, sarebbe il miglior antidoto per il peccato venere il cui determinismo, secondo tali teorie, è tutto fondato sulla fascinazione del mistero e l’attrattiva dell’ignoto, che ingigantisce senza freno nell’ignoranza della colpa e dei danni del cattivo uso.
A ciò, i seguaci del silenzio oppongono: l’insegnare, particolarmente ai ragazzi, la struttura e la funzione dell’apparato della generazione, le sue deviazioni funzionali e i vizi a queste congiunti, i danni e le malattie che possono derivare, è gravemente pericoloso, perché turba la fantasia già così esuberante nel soggetto, determina nella mente rappresentazioni oscene, sollecitata la curiosità e, piuttosto che frenare, spinge l’individuo a volerne fare esperienza. Inoltre, l’iniziazione è superflua, insegnando l’esperienza che molti giovani, pur nella più completa ignoranza delle cose del sesso, si conservano casti con i soli mezzi di un’educazione indiretta, quali una saggia direzione della sensibilità, la fuga dell’ozio e delle cattive compagnie, l’allenamento generico della volontà, l’educazione alla religiosità, e, soprattutto, valendosi della preghiera e dei mezzi della Grazia. A tali argomenti, aggiungono che il metodo diretto della rivelazione è nuovo, contrario alla tradizione delle famiglie cristiane e alla prassi della Chiesa.
Nel difficile compito di dirimere il dubbio: se dare la preferenza al metodo del silenzio o a quello della rivelazione, va subito detto come la questione non può essere posta in maniera così assoluta. Ottimi educatori e moralisti (v. citazioni riportate in Ruiz Amado [op. cit. in bibl.], p. 118 sgg. e Lanza-Palazzini [op. cit. in bibl.], p. 44 sgg) sostengono l’utilità, la convenienza, addirittura l’obbligo di un’e. s. è danno il maggior peso alla circostanza e alle condizioni individuali dei singoli casi, valendo assai più del re, il modo con cui essa viene impartita. A risolvere in modo assoluto la questione, sembra non potersi invocare una tradizione classica o la prassi di altre epoche che certamente, esaminata dal lato storico, appare essersi variabilmente adattata alle circostanze, al livello morale, alle necessità educative dei vari tempi e non può sopportare una generalizzazione assoluta. Più che alle opinioni dei singoli uomini, grande valore va dato alle decisioni del S. Uffizio e alle parole dei Sommi Pontefici, particolarmente a quelle che, per esser più recenti, meglio appaiono adattate alla nostra età, e, per il tono e le circostanze in cui furono pronunciate, appaiono rivestire un grande valore.
Il discorso del papa Pio XII, tenuto il 18 sett. 1951 a un gruppo di padri di famiglia francesi, appare di tal genere. In esso è detto che «nell’educazione morale, né la iniziazione, né l’istruzione possono di per sé recare alcun vantaggio, che essa anzi è, al contrario, gravemente malsana e pregiudizievole, se non è fortemente avvinta a una costante disciplina, a una vigorosa padronanza di sé, all’uso, dovunque, delle forze soprannaturali della preghiera e dei Sacramenti» (AAS, [1951], p. 733). In tale discorso esplicitamente Pio XII si riannoda a quanto già aveva detto Pio XII il 31 dic. 1929 (encicl. cit., ibid. [1929], p. 747): «Assai diffuso è l’errore di coloro che, con pericolosa pretensione e con brutta parola promuovono una cosiddetta e. s., falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del sesso, con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente, e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni, per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l’animo contro i pericoli... Consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto della ignoranza intellettuale quanto principalmente dell’inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia... Se, attese tutte le circostanze, qualche istruzione individuale si rende necessaria, a tempo opportuno, da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato, sono da osservare tutte le cautele notissime dell’educazione cristiana tradizionale...».
Dal contesto delle parole dei due Pontefici appare come la condanna voglia in realtà colpire i metodi a base naturalistica, fatti di sola iniziazione e istruzione disgiunte, se non addirittura opposte, «a una costante disciplina, a una vigorosa padronanza di sé, all’uso, dovunque, delle forze soprannaturali della preghiera e dei Sacramenti»; già in altre occasioni Pio XII aveva chiarito il suo pensiero, ammettendo che, in particolari circostanze opportune, possa sorgere la convenienza o la necessità di istruzioni individuali. Infatti egli, nel discorso tenuto il 26 ott. 1941 alle donne di Azione Cattolica adunate in Roma dalle diocesi italiane, aveva pronunziate parole che chiaramente
inculcavano ai genitori la convenienza di un’e. s., sia pure con tutte quelle più scrupolose cautele richieste dall’argomento: «Con la vostra perspicacia di madri e di educatrici, grazie alla fiduciosa apertura di cuore che avrete saputo infondere nei vostri figli, non mancherete di scrutare e discernere l’occasione e il momento, in cui certe ascese questioni presentatesi al loro spirito avranno presentato nei loro sensi speciali turbamenti. Toccherà a voi per le vostre figlie, al padre per i vostri figli, in quanto apparsa necessario, di sollevare cautamente, delicatamente il velo della verità, e dare loro risposta prudente, giusta e cristiana a quelle questioni e a quelle inquietudini. Ricevute dalle vostre labbra di genitori cristiani, all’ora opportuna, nell’opportuna misura, con tutte le debite cautele, le rivelazioni sulle misteriose e mirabili leggi della vita saranno ascoltate con rilevanza mista a gratitudine, illumineranno le loro anime con assai minor pericolo che se le apprenderanno alla ventura, da torbidi incontri, da conversazioni clandestine, alla scuola di compagni malefici e già troppo saputi, per via di occulte letture, tanto più pericolose e pernicieose, quanto più il segreto infiamma l’immaginazione ed eccita i sensi. Le vostre parole, se assennate e discrete, potranno divenire una salvaguardia e un avviso in mezzo alle tentazioni della corruzione che li circonda...» (AAS, 33 [1941], pp. 455-56).
Appare quindi chiaramente come non voglia il Pontefice escludere incondizionatamente ogni forma di e. s. per qualsiasi circostanza, e per ogni tipo di persona; ma solo condannare, proclamando pericolosa e fallace, una forma assolutamente laica e naturalistica ridotta soltanto a «temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente».
Sembra che alla stessa conclusione possa giungersi nei riguardi di un decreto e di un’istruzione, entrambi della Congregazione del S. Uffizio. Il decreto, in data 11 marzo 1931 (AAS, 23 [1931], pp. 118-19), al quesito se si possa approvare il metodo cosiddetto dell’e. s. o anche dell’iniziazione sessuale, risponde negativamente, affermando che nell’educazione dei giovani va interamente conservato il metodo usato fino a questo momento dalla Chiesa e dagli uomini santi e raccomandato dal Pontefice nell’encicli. Divini illius Magistri. La condanna va però interpretata in rapporto al particolare indirizzo informativo dell’e. s. proprio dell’epoca, indirizzo rispondente al fatto che «i fautori del metodo biologico o fisiologico disconoscono nell’uomo il peccato originale, e sostengono che al di fuori della sola ignoranza non esiste alcun altro difetto cui si debba riparare» (Lanza-Pa-lazzini, op. cit. in bibl., p. 42). L’istruzione del S. Uffizio riguarda le norme cui debbono prudentemente attenersi i confessori nel compiere il loro ufficio (norme del 16 maggio 1943, riportate in Monitore ecclesiastico, 68 [1943], pp. 76-79). Esplicitamente, in essa è detto «I tidem ne audeat confessarius, seu sponte seu rogatus de natura vel atque ad id nullo unquam praetextu adducatur». Se tali norme appaiono chiaramente proibire al sacerdote di dare al penitente un’istruzione «sessuale (docere), sulle caratteristiche e il meccanismo della funzione sessuale, lasciano impregiudicata la questione di una vera e. s.» dalla quale il sacerdote, che in coscienza la ritenesse necessaria nel caso particolare, non potrà essere impedito.
Su tale concetto di non abbandonare a se stesso il campo dell’e. s. e tanto meno vietarlo positivamente a chi ha obbligo di educazione, sembra insistere Pio XII nel discorso ai Docenti dei Carmelitani Scalzi in occasione del XXV del loro Collegio Internazionale, il 25 sett. 1951: «Quid vero dicamus de castitate?... de rebus agitur, quae reverenti modo rationeque tractari debent. Quocirca huiusmodi verecundia non ita accipienda est, ut hac super causa perpetuo aequi pareretur silentio utque in impertienda disciplina morum ne sobrius quidem cautusque sermo de iis umquam fiat. His super rebus adulescentes consiliis idoneis instruantur eisque liceat aperire animum, sine haesitatione quaerere, responsum accipere, quod securum, perspicuum, satis explicatum ipsis lumen et fiduciam iniciat» (AAS [1951], pp. 736).
Le parole dell’attuale Pontefice, in cui si tocca il problema dell’e. s., rivolte ogni volta a educatori madri, donne di Azione Cattolica, padri di famiglia, educatori di religiosi, mettono a punto un particolare aspetto e un ben determinato settore dell’e. s., quello della preparazione degli educatori a tale dovere.
Bisogna convenire che spesso esiste, e particolarmente là dove maggiormente dovrebbe essere il contrario, una grande ignoranza e un grande disinteresse in alcune categorie di educatori nei riguardi del problema dell’e. s. In particolare, i genitori spesso si disinteressano della questione, e per pigrizia o per malinteso pudore quasi mostrano d’ignorare che i loro figli hanno una vita sessuale e che l’educazione di questa rappresenta per loro un preciso dovere, non meno importante e grave della formazione di ogni altra facoltà. Molti genitori trovano una facile scappatoia a tale dovere, rifugiandosi nel mito della indiscussa purezza dei loro figli. Altri accettano volentieri, quale alibi del disinteresse educativo, il principio della inevitabilità o per lo meno dell’irresistibilità della licenza sessuale o quello del presunto danno che la castità possa produrre alla salute.
Siano quindi illuminati, su alcuni particolari punti riguardanti i problemi dell’e. s., coloro cui sono affidati i giovani e in specie i genitori, perché possano ben rendersi conto dei termini della questione e con vera cognizione di causa possano svolgere al momento opportuno la loro missione. I punti su cui far concentrare la loro attenzione sono i seguenti: 1) quanto grande sia la diffusione dell’abuso sessuale; 2) essere un pregiudizio che la castità sia di danno alla salute dei giovani e la licenza sessuale inevitabile anzi necessaria, particolarmente ai maschi; 3) esser assai più utile, dal lato puramente pedagogico, a parte l’uso dei mezzi di valore soprannaturale (preghiera, Sacramenti) da porsi in primissimo piano, che l’e. s., piuttosto che per opera di proibizioni autoritarie e assolute, si svolga, a partire dalla fanciullezza e progressivamente con il crescere dell’età, razionalmente e persuasivamente a formare nei giovani la coscienza della funzione sessuale, nettamente rivolta a un fine, legittima solo nel matrimonio, in cui i fini primari (procreazione ed educazione della prole) e secondari (scambievole aiuto e rimedio della concupiscenza) possono trovare un sicuro e armonico sviluppo.
Nei riguardi del primo punto, vanno posti in guardia gli educatori dagli eccessivi ottimismi. Pur non volendo accettare senz’altro risultati statistici, secondo cui la licenza sessuale, e nelle forme anche più innaturali o pervertite, sarebbe la normalità di quasi tutti gli individui, rimanendo a quanto l’esperienza dei sacerdoti al confessionale, dei nostri migliori educatori, degli autori più seri e prudenti insegna (v. BIBLICA), si deve ammettere la larghissima diffusione dell’abuso sessuale in ogni sesso, età e condizione sociale. Da ciò indirettamente si può arguire quanto grande sia nei giovani la probabilità del contagio immorale e della rivelazione impura da parte di coetanei e quanto sia pericoloso e irragionevole il sistema del negativismo educativo a oltranza. Nei riguardi del presunto danno della castità, V. questa voce (Enc. Catt., vol. III, col. 1050). Nei riguardi della necessità che l’e. s., nei casi in cui appaia conveniente o addirittura doverosa particolarmente nel periodo inter-nubilo-pubertario, sia impartita in forma razionale e persuasiva, è chiaro che soltanto attraverso tale strada può togliersi alla licenza sessuale quella forza che può venirle dal pregiudizio, dall’ignoranza, dallo scatenarsi incontrollato della vita vegetativa, e vale assai bene a dare alla volontà efficaci motivi di sostegno razionale a lato dell’azione soprannaturale dei Sacramenti e della Grazia. Va, inoltre, tenuto presente come sempre, in ogni manifestazione educativa, la natura nostra razionale e libera, in special modo dall’adolescenza in poi, più facilmente si piega e si lascia guidare dalla persuasione e dal precetto motivato che non dal comando autoritario e assoluto.
In conclusione, lontani da ogni assolutismo aprioristico, si pensa che il problema dell’e. s. non possa sopportare una soluzione unica in un senso o nell’altro, perché nei singoli casi pratici molti elementi possono determinare di