SOGNO. - Il s. è il regno del subcosciente; infatti in esso l'attività psichica elabora un materiale non familiare alla coscienza dello stato di veglia; però anche la realtà empirica entra a far parte dei s. sebbene vissuta in maniera diversa dallo stato di veglia, essa acquista come un altro valore o sapore, sicché P. Janet considera il s. come un diverso orientamento della personalità psichica, come uno stato allottato della coscienza.
Considerando i due aspetti dell'attività psichica normale: quello della veglia e quella del s., e volendo denominare coscienza il modo specifico di attività della veglia, può essere qualificata con il nome di coscienza onirica il modo specifico di attività durante il s. Le due coscienze sono collegate fra loro da una tenue passerella che è la memoria; ma esse, come modi di attività psichica sono diverse; e così avviene che l'una coscienza non sia bene informata dell'altra e che molto meno l'una resti garante dell'altra; precisamente come avviene nel caso di sdoppiamento patologico della personalità (S. De Sanctis).
I. GENESI DEI S
Il problema del s. ha interessato l'uomo fin dall'antichità; sono noti i s. di Faraone che trovarono in Giuseppe un famoso interprete (*Gen. 40, 5 seg.*; 41, 1-37). Tuttavia la Bibbia (*Deut. 13, 2 seg.*; 18, 10-12) avverte il popolo eletto di non dare credito agli auguri, agli indovini ed agli interpreti di s. Nei tempi più recenti Descartes è stato spinto alle sue meditazioni proprio dal problema dei s. Tra gli autori che si sono occupati dell'origine dei s. va ricordato Scherner, che ha studiato i s. di origine cenestetica. Hildebrant nel 1875 ha richiamato l'attenzione sui s. promossi da stimoli uditivi: suono della veglia, ad es., che si trasforma nel suono di una campana, nel fracasso di una fila di piatti che precipitano sul pavimento. In questi casi lo stimolo sensoriale provoca almeno una parte del s., la quale si soggetto sembra anteriore al momento in cui lo stimolo entra a far parte dell'episodio onirico.Tra i tentativi di studiare sperimentalmente il s. sono da ricordare gli studi di Foucault (1906), di Stepanow (1915) e più recentemente di S. De Sanctis, che riuscirono a provocare s. con parole pronunziate a voce bassa all'orecchio, in modo da non far destare il dormire; con fasci di luce proiettati improvvisamente sulle palpebre; con odori, fasciature di arti, ecc. Le deduzioni che possono essere tratte sono le seguenti: rimane conforme che stimoli sensoriali di vario genere possono promuovere s. ad essi collegati; uno stesso stimolo può suscitare s. a tema diverso.
In tal modo trovano spiegazione gli equivalenti onirici degli accessi nervosi e i s. premonitori di malattie; Pascal, p. es., sognò di essere strangolato da un nastro e due giorni dopo fu colto da un violento accesso di angina pectoris; Arnaldo da Villanova sognò di essere stato mostrato ad un piede e il giorno dopo vide svilupparsi un ascesso. Il fatto che nei s. prevalgono di gran lunga le rappresentazioni visive, ha fatto ritenere che in esso si produce la visualizzazione delle sensazioni uditive, tattili, olfattive, gustative, muscolari, viscerali, che si possono avere durante il sonno. Nel sonno la parte più importante sembra dovuta allo spontaneo ridestarsi dei ricordi degli avvenimenti più interessanti sia prossimi che remoti; gli stimoli sensoriali avrebbero importanza accessoria, potrebbero cioè introdurre nella corrente onirica una idea estranea che la fa deviare. Il De Sanctis prospetta la possibilità che la carica affettiva, legata a una rappresentazione, possa, nel s., staccarsi e dislocarsi su altre rappresentazioni: si tratta di un vero transfert della emozione da uno ad un altro quadro fantastico.
Si deve ricordare la teoria del Freud secondo cui tutti i s. avrebbero un senso, e sarebbero rivelatori di stati di complessi affettivi e di istinti, che impediti dalla censura di affiorare alla coscienza durante la veglia, si manifesterebbero mascherati, durante il sonno, per l'indebolimento dei poteri inibitori. Secondo l'autore il contenuto onirico, anche quando sembra indecifrabile, traduce idee latenti che nel s. affiorano come in una lingua diversa, di cui si deve solo imparare a conoscere i segni, per comprendere il significato. Se guardo, per esempio, un rebus: esso rappresenta una casa, sul tetto della quale si trova un canotto, poi una lettera isolata, un personaggio senza testa che corre. Lo potrei dichiarare che nel insieme né le sue diverse parti hanno un senso, perché un canotto non deve trovarsi sul tetto di una casa e una persona senza testa non può correre; inoltre la persona è più grande della casa e supponendo che il tutto debba rappresentare un paesaggio, non conviene introdurvi lettere isolate che non si trovano nella natura. Io non giudicherei esattamente il rebus, se non quando rinunziassi a considerare in questo modo il tutto e le sue parti, e mi sforzassi invece di sostituire ogni immagine con una sillaba o con una parola, che per un motivo qualunque può essere rappresentata da questa immagine. Così riunite le parole non saranno più provviste di senso ma potranno formare qualche bella e profonda frase. Il s. è un rebus. Il Freud ricorda che anche nel s. vige la censura per cui la scena si interrompe proprio al momento in cui sta per esprimersi con maggiore intensità la tendenza repressa.
Le leggi secondo cui si tradurrebbero nel s. le idee latenti sono la condensazione, la dislocazione, la drammatizzazione, la simbolizzazione. Con la condensazione sono riassunte in poche immagini parecchie idee latenti. La dislocazione consiste nel fatto che nel s. si concentra sopra una immagine la causa affettiva che durante la veglia era concentrata su altro oggetto. La drammatizzazione consiste nel fatto che nel s. le idee latenti sono espresse con figurazioni concrete, sceniche come nel linguaggio; p. es., per indicare che una persona sta nella incertezza, si dice che essa si trova in un bivio; ebbene, nel s. il dubbio può trovare espressione in due vie che conducono a destinazione diversa. La simbolizzazione: nel s. uno dei simboli più costanti è la casa e significa corpo umano, specialmente femminile; il legno è simbolo di madre; la nascita è simboleggiata dall'acqua, ecc. La teoria del Freud sui s. ha un fondamento di attendibilità, ma non tiene conto, come di dovere, degli stimoli sensoriali che possono guidare la corrente onirica; inoltre non tutti i s. possono essere rapportati a complessi repressi e neppure la simbolizzazione può essere accolta senza riserve. Si è discusso se il sonno si accompagna sempre a s. È noto che accanto a individui che affermano di sognare tutte le notti, ve ne sono altri che dichiarano di sognare raramente. Forse quelli che dicono di non sognare dimenticano ciò che hanno sognato. I s. di cui più comunemente ci si ricorda sono quelli del mattino prima del risveglio, che sono in relazione con le allucinazioni ipnopompiche, e quelli della sera, nell'atto di assopirsi, che sono in relazione con le allucinazioni ipnagogiche.
II. CONSIDERAZIONI MORALI
Da quanto si è esposto risulta che quasi tutti coloro che hanno cercato di interpretare naturalmente i s. vengono a concludere che i s. sono spesso l'effetto di cose realmente esistenti entro o fuori della persona che sogna: c'è quindi un rapporto di causalità. Ora la scienza può dall'effetto risalire alla causa: quindi non ogni interpretazione dei s. è condannabile, essendo la scienza umana nella possibilità di dedurre dai s. dati utili da usarsi, p. es., per la cura di alcune nevrosi: occorre però che si sia certi trattarsi di scienza umana e ci si affidi a persona seria anche dal punto di vista morale.Conoscendo le cause naturali del s., si può ragionevolmente concludere qualche cosa circa il futuro: il che è anche moralmente lecito, se si tratta di s. che hanno origine naturale. Prendere però i s. come indicatori del futuro, senza nessun nesso di causalità naturale, ma solo in base ad interpretazioni divinatorie proprie o altrui, è peccato di superstizione, a meno che non si sia certi che il s. viene da Dio, il che è rarissimo. Circa i s. a contenuto peccaminoso (i più frequenti s. erotici), va osservato che per sé tutto si svolge senza intervento delle facoltà intellettuali (ragione e volontà): non può esservi quindi imputabilità e responsabilità, se non in causa, come potrebbe essere il tenere una condotta non sufficientemente castigata durante lo stato di veglia.
BIML.: E. MORSELI, La psicoanalisi, Torino 1926; S. De Sanctis, Psicol. speriment., Roma 1929; E. Bonaventura, La psicoanalisi, Milano 1938; H. B. Merkelbach, Summa theol. mor., II, Parigi 1947, n. 782; P. Guillaume, Manuel de psychol., 1948; E. Bognanelli, Corpo e spirito, Roma 1951, p. 166 segr. Eleuterio Bognanelli