RUSSIA

RUSSIA - Decis della scuola di Novgorod (sec. xv), copia del principe Brailowsky - Città del Vaticano, Congregazione Orientale.

I storia. Tra i principali esponenti dell'orientamento slavofilo si ricordano i fratelli Ivan e Pietro Kireevskij, J. Chomjakov, i fratelli Costantino e Ivan Aksakov, nonché J. Samarin.

Nel tracciare l'ulteriore sviluppo della letteratura russa nel suo periodo di massimo splendore, ci si deve per forza limitare ai grandissimi. Ivan Sergeevič Turgenov (1818-83) è senza dubbio considerato il più occidentista fra i grandi scrittori russi: tuttavia le sue Memorie di un cacciatore recano l'inconfondibile profumo della terra russa in tutte le sue più delicate sfumature; tratti tipicamente russi si ritrovano anche nei personaggi di numerosi suoi romanzi e racconti (p. es., in Un nido di nobili). Il desiderio un po' giornalistico di essere sempre al corrente dello stato d'animo della gioventù russa e delle sue ideologie gli fu forse qualche volta di nocumento, come in Padri e figli e Terre vergini, racconti peraltro di vivissimo interesse documentario. Ivan Aleksandrovič Gončarov (1812-91) introdusse nella letteratura il mondo pigro e all'antica della sua natia Simbirsk sul Volga. Il suo Oblomov, potente raffigurazione della vecchia R. sonnolenta e indecisa - nel secolo dell'incipiente democratizzazione e del nichilismo - appartiene ai principali capolavori letterari dell'Ottocento. Come tutti i grandi realisti (per usare un'espressione cara alla critica russa), Aleksandr Nikolaevich Ostrovskij (1823-1886) fu, con il suo teatro di costume, più propriamente un trasformatore della realtà. Nel suo teatro vive di vita robusta e intensa il rude, opaco e tradizionalistico mondo dei mercanti russi. Ci si limita a ricordare, tra le sue commedie più famose, L'uragano, La foresta, Con i propri ci si arrangia.

Fedor Michajlovič Dostoevskij (v.) fu non soltanto scopritore degli abissi più tenebrosi dell'anima umana, ma, come tutti i sommi geni, fu nello stesso tempo un classico, per la sua attitudine a rappresentare da differenti punti di vista passioni travolgenti e per la sua limpida arte che rifugge da sofferenze letterarie e artificiose. Dalle delicate pagine di Povera gente, di Notti bianche, dal superamento di Gogol e di Hoffmann celebrato nel Sosià, ai grandi capolavori (Delitto e castigo, L'idiota, Fratelli Karamazov) si può notare nell'opera di Dostoevskij una armonica evoluzione, ricca tuttavia di sorprese e di continui rinnovamenti. Dostoevskij ha avuto la capacità di risolvere in arte un mondo agitato e potente di passioni e di idee, nell'epoca dell'incipiente Rivoluzione (ancora prevalentemente limitata ai cervelli). Il suo amore (talvolta non privo di spunti messianici e panlavisti) per la R. si identifica con un cristianesimo tormentato ma intensamente vissuto. Lev Nikolaevč Tolstoj (v.) è il creatore, con Guerra e pace, di uno dei massimi capolavori di epica moderna; celebrato in tutto il mondo per il romanzo Anna Karenina, è grande artista pure in Resurrezione (in cui si sente l'appesantimento causato da un contenuto ideologico) e di vivissimo interesse anche nei suoi momenti polemici e talvolta paradossali. M. E. Saltykov-Sedrin (1826-1889) fu forse il più grande dei satirici russi: taluni suoi scritti possono apparire come vasti quadri della società russa del suo tempo. G. I. Uspenski (1840-1902) descrisse con accenti prevalentemente naturalistici un mondo di piccola borghesia. A. F. Pisenksij (1820-1881) si può in certo qual modo ricordare, sia pure in tono minore, accanto a Turgenov. N. S. Leskov (1831-1895) fu scrittore originale e vigoroso che si occupò soprattutto della vita del clero russo, ma diede anche un quadro vivo della società russa prima e dopo le grandi riforme di Alessandro II. Piuttosto avversato in un'epoca di realismo letterario, fu pienamente apprezzato nell'incipiente sec. xx.

Fine scrittore, incline al stoltoanesimo ed al «populismo» fu V. G. Korolenko (1853-1921), noto specialmente per il Sogno di Makar. Al Korolenko può in qualche modo avvicinarsi A. I. Ertel' (1853-1908). V. M. Garšin (1853-88) si rivelò, pur nella sua breve vita, un notevole artista: una malattia nervosa lo condusse al suicidio e tratti morbosi si rivelano del resto anche nei suoi racconti delicati e fini, nei quali spunti realistici tendono ad assumere un significato simbolico. S. J. Nadson (1862-87) dedicò tutta la sua breve vita alla poesia: dai suoi primi ed alquanto vaghi entusiasmi a sfondo sociale passò poi a note preannuncianti gusti decadenti e precusolari: la sua grande fama fu piuttosto effimera.

Anton Pavlovič Čechov (1860-1904) fu forse l'ultimo grande rappresentante del «secolo d'oro» della letteratura russa: i suoi amici ed ammiratori, portandolo alla tomba, intuivano vagamente che con il suo funerale veniva a chiudersi un'epoca. Il suo sfondo «scientifico» e positivistico lo conduce ad esperienze diverse e addirittura opposte da quelle dell'arte zoliana: il suo è un positivismo tragico. Egli è il creatore del «dramma di stati d'animo», di atmosfere grigie inconfondibili rischiarate da «miraggi». Si ricordano qui, soltanto di sfuggita, le sue mirabili novelle, nonché i principali lavori drammatici Il gabbiano, Zio Vanja, Le tre sorelle, Il giardino dei ciliegi. Massimo Gorkij, pseudonimo di A. M. Peškov (1868-1936), divenne celebre con i suoi lavori giovanili ispirati alla vita dei vagabondi russi. Oscillò in certo qual modo fra un socialismo rivoluzionario (non privo di tratti romantici e individualistici) ed il bolscevismo, per finire come classico della letteratura sovietica. A. I. Kupin (1870-1938), noto per le sue opere di largo respiro La fossa e Il duello, non va tuttavia esente da taluni caratteristici difetti di una tradizione crudamente realista e naturalista. Ivan Alekseevič Bunin, divenuto famoso per i suoi capolavori Il villaggio e Valsecca, è scrittore di aristocratica finezza e dotato di acuto spirito di osservazione. Boris Konstantinovič Zajcev, che trovò in Italia come una seconda patria, si è rivelato originale scrittore specie nei piccoli racconti. Figura drammatica

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(propr. Enc. Catt.)
Russia - Decsis della scuola di Novgorod (sec. xv), copia del principe Brailowsky - Città del Vaticano, Congregazione Orientale.

e umanamente interessante fu L. N. Andreev (1871-1919). Nella sua persona e nella sua opera si riflette il dramma della intelligencia russa: esaltatore della Rivoluzione, finché questa gli sembrava anarchica ribellione contro ogni oppressione e tirannia (Il riso rosso; Il governatore; Il racconto dei sette impiccati), scagliò poi il più violento anatema contro la Rivoluzione, quando questa gli apparve come tirannia, come negazione di una grande tradizione letteraria russa di cui egli era stato, nonostante certi aspetti innovatori della sua arte, uno degli ultimi notevoli epigoni.

Nei primi anni del sec. XX la poesia russa ebbe una grandiosa fioritura spiritualista e simbolista. Tutta quanta la cultura tendeva a sciogliersi da vecchie formole; al realismo, al naturalismo, al positivismo si contrapponevano tendenze vagamente idealiste, mentre si riflettevano valori religiosi, ora come ritorno a tradizioni russi-bizantine, ora come religiosità colta e raffinata, e lecita ed equivoca. Precursore della generazione simbolista può sotto vari riguardi considerarsi Dmitrij Sergeevič Merežkockij (1866-1941), anima profondamente tormentata da problemi religiosi, autore di romanzi che ebbero larga eco, come Giuliano l'Apostata e Leonardo da Vinci, ecc., appesantiti forse dalle troppo rigide e schiastiche «parti» che l'autore assegna ai suoi personaggi.

In un clima di relativa libertà, alla nuova lirica russa si dischiuse il libero volo della fantasia. Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, Verhaeren conobbero in R. il momento del loro trionfo. Nell'«artificiale», raffinata e splendida Pietroburgo, ai margini della steppa e sull'orlo della rivoluzione, fioriva il gusto per spettacoli sontuosi e per «fiori di serra», per tutto quello che poteva apparire esotico e stravagante. Ad un secolo di distanza dal grande romanticismo europeo, si sviluppava in R. un nuovo romanticismo: antiche aspirazioni di poeti di mistici rifioriranno infatti nei canti alla «bellissima dama» di Blok, sullo sfondo «dostoevskiano» e allucinato dei canali della Neva. Sulle orme di Novalis, la nuova poesia tendeva a fondere l'elemento lirico con quello religioso (con vaghe velleità di vaticinio). Gusti e immagini dell'arte preraffaellita rifiorivano in nuove inattese modulazioni.

K. D. Balmont volle essere, con i suoi canti ostentatamente solari e sonori, il «sacerdote della bellezza»; e se oggi parte della sua poesia appare precocemente invecchiata, gli resta il merito di essere stato un instancabile traduttore (come altre volte è stato il caso di poeti di secondo piano). V. J. Brjusov fu, tra i giovani del primissimo Novecento, forse il più colto e il più instancabile ricercatore di forme nuove. V. S. Solov'ev (Solov'ev) fu poeta e filosofo e segna in certo qual modo il legame tra Dostoevskij ed il più grande dei poeti simbolisti russi-Blok. Di Solov'ev, che seppe esprimere nelle delicatissime sfumature della sua poesia spunti travagliati e complessi del suo pensiero filosofico, si ricordano Tre incenni, Ex oriente lux e Panumogolismo. V. I. Ivanov, nella sua famosa «torre» si riunivano letterati e pensatori, fu ad vortici della Rivoluzione condotto a Roma, per un cammino ad un tempo artistico e spirituale: figura di proporzioni davvero eccezionali, egli fu poeta, filosofo e filologo. A. Belyj (pseudonimo di B. N. Bugaev), poeta di tendenze mistiche, espresse negli anni della Rivoluzione, insieme a Blok (dell'ultimo periodo) ed al pensatore Ivanov-Razumnik, un curioso messianismo «sciito», in cui confluivano motivi «ortodossi» e slavofili con spunti rivoluzionari bolscevichi. Il più grande, il più puro ed il più virgineo di questi poeti del primo Novecento russo fu senza dubbio Aleksandròvij Blek (1880-1921) di cui si ricordano, tra altre raccolte liriche, I versi della bellissima dama. I suoi poemetti I dodici e Gli Setti ebbero larga fama per il loro stravagante contenuto ad un tempo mistico e rivoluzionario, per un'ideologia classista e nazionalista, infine per l'attraente equilibrio di antiche e quasi arcaiche reminiscenze e di audace avanguardiste.

Nell'impossibilità di citare tutti i nomi degni di rilievo, si ricorda la grande poetessa A. A. Achmatova, la cui poesia, pervasa di delicate note amorose, assume spesso il tono della confessione e la cui modernità espressione trova un controllo ed un freno nel suo innato gusto classico, nella sua semplicità, nel suo tono inconfondibile, mentre femminile; da ricordare ancora N. S. Gumilev, fucilato dai bolscevichi agli inizi della Rivoluzione, temperamento di vagabondo, poeta di complessa e interessante avanguardia, S. M. Gorodeckij, V. F. Chodasevič, M. A. Kuzmin, nonché F. Sologub (1863-1927), pseudonimo di F. K. Teternikov, noto soprattutto come narratore, specialmente per il suo romanzo Il demone meschino. Da ricordare poi un notevole poeta: O. E. Mandelstam che, partito dal simbolismo, subì interessanti sviluppi, e V. V. Chlebnikov, il quale introdusse il futurismo in R.

La letteratura sovietica accentuò in un primo momento le tendenze avanguardiste ed in particolare futuriste. La rivoluzione politico-sociale e la rivoluzione artistica erano infatti sgorgate, almeno in certi loro aspetti caratteristici, da un comune fondo materialistico, dall'esaltazione delle fabbriche e delle masse in movimento, in una parola da «stracciatà». Ma ben presto, per influsso di Lenin che non gradiva l'ermetismo (inaccessibile secondo lui alle masse operaie) e ancor più per effetto di una evoluzione (in nome della quale si rivalorizzarono antiche glorie sul campo militare e politico), si tornò alla rivalutazione di molti classici (interpretati però rigidamente secondo le direttive del partito) ed alla riscossa in tutti i campi del «realismo». Non solo in letteratura, ma anche in pittura, in architettura, ecc., l'avanguardia era ormai battuta. Sempre più la letteratura sovietica è venuta a svilupparsi quale esempio - in certo modo - di «letteratura manovrata». La funzione della critica era, in un congresso letterario del 1932, identificata ufficialmente con il compito di determinare se lo scrittore si adeguasse alle nuove direttive politiche. Le direttive di Zdanov venivano sempre più a rappresentare, per gli scrittori, la direttiva di seguire fedelmente le direttive del partito. Il regime sovietico inquadrava la produzione letteraria tra le altre «produzioni», assegnando determinati compiti e argomenti agli scrittori: atteggiamento certamente del tutto nuovo nella storia delle moderne letterature, ma sgorgante in modo logico dalle premesse del marxismo-leninismo.

Vladimir Majakovskij (1893-1930) fu il massimo esponente del futurismo russo (di lui si cita il poema 150.000.000): non privo di spunti geniali, resta peraltro talvolta sopraffatto da una certa sonorità, attraverso la quale si manifestò come divulgatore delle parole d'ordine del partito. Poeta veramente grande - anche se disuguale - fu Sergej Esenin (1895-1925). Poetò negli anni della bufera rivoluzionaria, della fame, della guerra civile. La poesia di Esenin oscilla tra echi idillici, campagnoli, quasi folkloristici, ed una tormentosa ricerca di forme nuove e di paradisi artificiali nei locali notturni della metropoli. Tra i principali scrittori sovietici sono Boris Pilnjak, L. Sejfullina, V. Ivanov, E. Zamjatina, N. Nikitin, Lunc, Babel', Leonov, Gladkov, M. Zosčenko (poi violentemente criticato per «deviazionismo»), l'aristocratico A. N. Tolstoj (1883-1945), prima avversario del comunismo e poi rientrato nell'U.R.S.S., scrittore diseguale e talvolta interessante, I. Erenburg, oscillante in gioventù fra un atteggiamento anarcoide ed evasioni mistico-religiose, poi divenuto in certo qual modo l'ufficioso dell'«era staliniana». In tutti questi scrittori ed in altri, forse meno noti all'estero, c'è qualcosa di effimero e di polemico, ma ci sono anche momenti di autentica arte: basta, ad es. ricordare L'armata a cavallo del già citato I. Babel'. Romanziere di grande talento si rivelò J. K. Oleša, nel suo felice equilibrio di capacità costruttiva e di sensibilità moderna. Notevole poeta si è rilevato Boris Pasternak, felice traduttore di Goethe, Verlaine e Rilke: pur avendo esordito su posizioni futuristeggiani, si è poi ispirato ad un mondo di ricordi, di stati d'animo, di echi romantici. Scrittore di ampio respiro e di colorito epico si è rilevato - nonostante una certa prolissità - M. Šolochov, l'autore del Placido Don. Non si possono inoltre dimenticare, tra parecchi altri, i nomi di Fadeev e di Simonov.

Anche nell'emigrazione si è creata, tra difficoltà non lievi, una vita letteraria e culturale, ma nel corso dei

decemni, gli scrittori già maturati verso il 1917 si sono venuti spegnendo, mentre molti giovani sono stati assorbiti - come era ovvio - dai nuovi ambienti in cui erano nati o si erano venuti sviluppando.

BIBL.: A. Brückner, Geschichte der russischen Literatur, 2a ed., Lipsia 1909; V. Pozner, Litterature russe, Parigi 1929; E. Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Roma 1950 (opera continuamente aggiornata e contenente una ricchissima bibl.). Si consulti pure: G. L. Messina, La letteratura sovietica, Firenze 1950.

VI. ARTE

L'arte assunse in R. sin dai suoi primi albori carattere prevalentemente religioso e coincise con l'introduzione ufficiale del cristianesimo nel 988. Assieme ai primi sacerdoti giunsero da Bisanzio architetti, pittori, musicisti.

Il primo avamposto del bizantinismo verso la R. fu la città di Chersoneso Taurica, la cui Cattedrale sembra sia stata riprodotta nella famosa S. Sofia di Kiev. L'arte bizantina penetrò in R. anche attraverso l'Armenia e la Georgia, per la via del Volga e dei suoi affluenti, fino a Vladimir e Suzdal. Questa seconda fonte, indiretta, di penetrazione, suscitò variazioni nello stile originario bizantino che fecero assomigliare alcune chiese di Kiev, di T'ernigov, di Novgorod e di Vladimir alla basilica di Ani in Armenia ed a quella di Mokvi in Georgia.

In genere, per le chiese furono adottati i principi fondamentali dell'architettura bizantina: la forma a cubo con una cupola e quattro piloni, risultato dell'unione della forma basilicale con quella centrale; anche la spartizione interna s'ispirò a quella delle chiese bizantine, introducendo solo alcune variazioni. Le decorazioni murali seguirono, logicamente, la disposizione architettonica, adattando i soggetti iconografici alla destinazione dei vari ambienti. Al sommo della cupola si effugiò il Cristo. Giudice eterno, dagli occhi severi e dai lineamenti ascetici e duri, la S.ma Trinità con il coro degli arcangeli e degli Evangelisti. Nell'abside dominò la Vergine, dalle proporzioni gigantesche; in basso si raffigurò l'Eucaristia, sotto la forma della Comunione degli Apostoli. Nella navata centrale si raffigurarono i principali avvenimenti del Vecchio e del Nuovo Testamento; sul muro occidentale dirimpetto al santuario, grandioso e terrificante, il Giudizio Universale. Tali elementi si concretarono in R. nei secc. XI e XII nella chiesa di Kiev, di T'ernigov, di Kanev, di Oster, di Periaslavl e di Vladimir Voljinski, nelle quali si fuggì il bizantinismo attraverso le forme dell'arte orientale, assimilando l'ornato persiano e con variazioni inerenti alla potente individualità del popolo russo.

Nell'anno 989 Vladimir fondò la più antica chiesa di Kiev, la chiesa della Deciama. Iaroslav il Saggiò costruì a Kiev nel 1037 la cattedrale di S. Sofia. Isiaslav edificò nel 1073 il monastero Petcerskij e successivamente la chiesa di S. Michele e quelle di S. Cirillo e di S. Alessio. Di esse la più famosa è quella di S. Sofia, su pianta rettangolare, sormontata da 13 cupole, cinta da gallerie esterne. La chiesa si avvicinò alla basilica giustinianea solo nello schema generale, derivando nei suoi pilastri a fascio e nelle arcate cecche dalle cattedrali di Chersoneso, dell'Armenia e della Georgia. Nella prima metà del sec. XVII S. Sofia subì restauri che cambiarono tutto il suo aspetto esterno ed interno. Nelle decorazioni murali gli artisti bizantini si ispirarono ai canoni bizantini. I musicai di S. Sofia, pur conservati solo in parte, costituiscono un vero tesoro artistico. A T'ernigov sono pure conservati monumenti religiosi del periodo granducale, tra i quali la chiesa della Trasfigurazione.

Nel periodo oscuro determinato dall'invasione mongolica, che soffocò la brillante civiltà di Kiev e di T'ernigov, e prima ancora che sorgesse il nuovo astro di Mosca, ebbero in R. notevole sviluppo la città di Novgorod e di Pskov, le quali divennero nei secc. XIII-XVI veri avamposti della cultura russa. Anche a Novgorod, che ebbero rapporti commerciali pure con i centri del Mar Baltico e particolarmente con la famosa Unione commerciale dell'Irkana, le prime manifestazioni artistiche si ebbero con monumenti religiosi; le chiese sorsero severe e semplici e l'influenza bizantina vi fu temperata dalle esigenze del clima, dalle tradizioni e dai gusti locali, oltre che dal con

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RUSSIA - I ss. principi Boris e Gleb. Icone della scuola di Novgorod (fine sec. XV) - Novgorod, chiesa omonima.

tanto con l'arte dei paesi occidentali, particolarmente con l'arte romanica. Gli architetti di Novgorod si trovarono di fronte al problema della copertura a travalice di legno e adottarono la stessa soluzione dei loro colleghi occidentali ossia la copertura con vòtte a botte e pilastri a fascio; le pareti esterne furono spartite da lesene, da arcate cecche e ornate da eleganti archetto pensili. Le chiese di Novgorod e di Pskov mostrarono la tendenza al gotico solo verso il sec. XV. La più antica chiesa di Novgorod è la cattedrale di S. Sofia (1045-52). Opera dei maestri bizantini, era nota per le sue tre porte in bronzo, di cui la «Korsunskaja» è opera di un maestro di Magdeburgo, come risulta dalle iscrizioni. Si distinsero anche molti maestri-architetti locali, tra i quali Pietro, Mironzev ed altri. Si parla pure di un Andrea Romano che avrebbe eretto la chiesa della Natività della Vergine.

L'architettura di Novgorod raggiunse il suo massimo sviluppo nel sec. XIV, con l'erezione delle celebri chiese di S. Teodoro (1360) e della Trasfigurazione (1374), affrescate dal maestro bizantino detto Teofano il Greco. Pskov introdusse alcune varianti: la costruzione diffusa delle gallerie coperte, attorno al corpo centrale della chiesa, e la maggiore organicità e pesantezza della forme.

Lo sviluppo architettonico fu accompagnato da un vero risorgere della pittura e dell'arte decorativa. I dipinti russi presentarono per secoli le caratteristiche stilistiche e iconografiche dell'arte bizantina, solo più tardi attinsero alla feconda fonte dell'arte italiana, in occasione cioè della IV Crociata, quando europei raggiunsero la R. meridionale. L'arte italiana si diffuse nella R. attraverso la Dalmazia, la Serbia e la Polonia particolarmente nel sec. XVI. Teofano il Greco creò a Novgorod una vasta scuola pittorica dalla quale uscì un astro della pittura religiosa russa: Andrea Rublev, che influenzò il nord della Russia ed anche l'arte di Vladimir-Suzdal. Gli affreschi del convento di Ferapont (1500), eseguiti dal maestro Dionigi e figli, rievocano, con il loro ricco cielo iconografico le opere insigni dei trecentisti italiani ed in specie quelle di Giotto, di Duccio Boninsegna e di Simone Martini. Alla fine del sec. XVI, l'arte moscovita detronizzò la scuola pittorica di Novgorod, diventandone nello stesso tempo erede.

Le prime costruzioni religiose sorsero a Moscà sin dalla fine del sec. XIV e si perfezionarono durante il regno di Ivan III (1462-1505), il quale cercò di dare omogeneità alle fabbriche religiose e controllò quelle civili. Il suo matrimonio con Zoë Paleologa, educata a Roma sotto la protezione di papa Sisto IV, diede occasione alla chiamata a Mosca di architetti ed artisti italiani. Essi adorarono la città di stupendi monumenti architettonici, i migliori del periodo fra la seconda metà del sec. XV e la prima metà del sec. XVI, fra i quali il famoso Cremlino. Però gli artisti italiani dovettero piegare la loro genialità alle pretese dei committenti, che nella costruzione della chiese si seguisse il prototipo della cattedrale di Viladimir, a pianta rettangolare, con molte absidi e sormontata da cinque o più cupole. Sotto questa ispirazione, infatti, Ridolfo Fioravanti, soprannominato in R. «Ariostele», costruì a Mosca (tra il 1475 ed il 1479) la famosa cattedrale dell'Assunzione, introducendovi però importanti innovazioni nei portali e nelle decorazioni esterne e profondando ovunque il ricco ornato italiano. Fuorò i maestri italiani ad insegnare ai Russi a conoscere i mattoni, a preparare la calce e a servirsi di travi di ferro nel collegamento delle mura. L'impiego dei mattoni intensificò il gusto dell'orato. Alvisio Novi, detto il «maestro di mura», nel costruire a Mosca la cattedrale dell'Arcangelo Michele introdusse pienamente la tendenza artistica del Rinascimento. Egli costruì anche il famoso Palazzo «Terem», che servì di residenza al principe. Le chiese costruite in legno, nei più svariati tipi architettonici, rimase sero però sempre una caratteristica dell'arte sacra russa.

Riguardo alla pittura, l'arte moscovita ereditò la tradizione della scuola di Novgorod; più tardi cercò nuovi elementi e creò il cosiddetto «stile Stroganov», dal nome dei grandi mecenati di origine settentrionale. Si formò una specie di «bottega» di artisti e di artigiani, che si prefissero di raggiungere la ricchezza dei dettagli e dell'ornamento azione. Il lato formale divenne esclusivo. Scomparvero la potenza e la forza, proprie dei primitivi dipinti di Novgorod e di Pskov, come pure l'unità e l'organicità dell'insieme, prevalse il contenuto illustrativo e narrativo. Più tardi il governo volle direttamente regolare le manifestazioni, incaricando il clero di compilare i manuali tecnici, obbligando gli artisti all'osservanza dei relativi canoni.

Mentre la pittura religiosa nazionale di Mosca era in piena decadenza e prima del sorgere di Pietro il Grande, che lasciò libertà alla cultura occidentale di penetrare in R., vi fu una breve ma brillante parentesi di rifiorimento dell'arte nazionale russa, a Rostov ed a Jaroslavl. A partire dal 1620 in poi a Jaroslavl furono costruite ben quaranta chiese in pietra, le quali formarono gruppo a sé, pur conservando la solita pianta rettangolare. Però le loro dimensioni aumentarono, l'interno fu reso più giallo dalla maggiore luminosità ottenuta, come nelle primitive affacciate paleocristiane, con larghe finestre e con la ricca fioritura degli affreschi nelle navate e nelle absidi. La produzione artistica assunse il carattere collettivo. I pittori lavorarono a squadre, dirette da capomastri obbligati ad attenersi ai canoni prescritti dalle autorità ecclesiastiche. Una delle fonti dell'ispirazione dei pittori di Jaroslavl furono le raccolte delle stampe tedesche ed olandesi, le quali cedettero alla pittura russa gli elementi iconografici occidentali. Fra le chiese sorte a Jaroslavl si distinse quella del profeta Elia (1647-50), quella di S. Giovanni Crisostomo in Korovniki (1649-54), quella di S. Giovanni Battista di Toltchkovo (1671-81). Nei pressi di Jaroslavl, a Romanov Borissoglebsk fu eretta la chiesa della Resurrectione, potente esempio del bizantinismo con reminiscenze del romanico occidentale nelle sue gallerie intorno al corpo centrale dell'edificio, negli archetipi pentiti e nella decorazione a carattere geometrico.

Rostov, sino dal principio del sec. XIII, godeva fama di una Montecassino russa, per la grandiosità delle sue chiese, dei suoi monasteri e per la ricchezza delle sue biblioteche. Perduta nel sec. XIV l'indipendenza politica, rimase ancora focolare culturale e religioso di tutta la R. nord-orientale; i suoi vescovi ebbero potenza di veri sovrani. Il famoso metropolitano Jona Sisoith, che governò Rostov per quasi quarant'anni (1652-90), diede grande impulso in ogni campo, compreso quello delle belle arti; fece costruire il Cremlino di Rostov, fortezza monastica e testimonianza dei tempi in cui l'autorità religiosa era investita anche dei poteri civili. Delle cinque chiese nell'interno del Cremlino, tutte affiancate da due torriatori laterali, la più antica è quella della Resurrezione (1670), riccamente adorna all'esterno di maioliche e mattoni messi a coltello. La chiesa di S. Giovanni Evangelista dà esempio di maggiore maturità nella tecnica. Nella chiesa del Salvatore predomina la decorazione interna ad affresco, ispirata a soggetti di storia sacra; detti affreschi sono chiusi entro l'orario floreale di origine orientale. Il periodo aureo di Rostov fu di breve durata; le riforme di Pietro il Grande privarono Rostov di molte sue risorse, e, nel 1788, il trasferimento a Jaroslavl del seggio del metropolità fu inizio della decadenza. L'arte di Jaroslavl e di Rostov chiusero degnamente il periodo veramente nazionale dell'arte religiosa russa. L'influenza straniera, già forte a Mosca dopo il 1650, divenne potente con la fondazione della nuova capitale, Pietroburgo, che segnò l'era nuova ed il sorgere dei nuovi problemi di un'arte a carattere prevalentemente laico. «Vedi tav. LXXXIX-XCII.

BIBL: Archimandrita Makarji, Descriz. archeol. delle antichità religiose di Novgorod (in russo). Mosca: 1860; E. Viollet-Le Duc, L'art russe, Parigi: 1877; N. P. Kondakov - I. Tolstoi, Antichità russe nei monum. dell'arte (in russo). Pietroburgo: 1889-90; I. Giacobart, Stor. dell'arte russa (in russo). 6 voll., Mosca: 1909; D. W. Ainalov, La pittura bizantina del sec. XIV (in russo). Pietroburgo: 1918; P. Mouratov, L'ancienne peinture russe, Praga-Roma: 1925; N. P. Kondakov, L'icone russe, Praga: 1931; T. Uspenskij, L'art byzantin chez les slaves, Parigi: 1932; M. Kraseninincowa-Gibelino, Storia dell'arte russa, I. Roma: 1935; M. de Taube, Rome et la Russie avant l'invasion des Tatars, Parigi: 1948. Maria Kraseninincowa Gibellino