RUSSIA. - Nella sua ormai lunga evoluzione storico-politica questo nome ha assunto significati assai diversi.
Il gran pubblico lo impiega di regola come sinonimo di U.R.S.S. (v.), ma è uso improprio: la Costituzione sovietica pone, almeno in diritto, l'elemento russo, che con la sua prevalenza numerica e politica aveva rivendicato a sé una posizione di privilegio nello Stato zarista, alla pari di tutti gli altri elementi etnici che confluiscono nella nuova costruzione federativa. La R.S.F.S.R. (Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa), che di questa costituisce l'unità sotto ogni riguardo più cospicua, è anch'essa talora indicata con il nome di R., in contrapposto alle altre 15 unità, ma si tratta di uso del pari non ufficiale ed improprio (la R.S.F.S.R. abbraccia, in Asia, molti territori che non c'è ragione di chiamare russi), com'è improprio equiparare la R. all'insieme di quelle unità amministrative che hanno la maggior parte del loro territorio ad occidente dei limiti tradizionali fra Asia ed Europa (prima di tutto perché di tali limiti quelle unità non tengono alcun conto.
e in secondo luogo perché vi si comprenderebbero anche territori non russi).
È perciò preferibile conservare al nome R. il suo valore tradizionale, cioè, in definitiva, un valore storico-geografico. R. è il territorio europeo abitato in prevalenza e politicamente organizzato dalle genti russe e rimasto il nucleo vitale dello Stato sovietico.
Giuseppe Caraci
I. STORIA CIVILE
La R., quasi fin dai primi momenti in cui esce dalle nebulosità della preistoria, si presenta ad un tempo come estremo baluardo dell'Europa contro le orde nomadi dell'Asia e come organismo antagonistico delle formazioni statali europee che confinano con essa ad occidente. Da ciò, spesso, una duplicità di interessi e di aspirazioni, di sogni e di realtà.
Rjurik, primo sovrano russo, equivale in certo qual modo al Romolo dei Latini. Gli albori della storia russa sono, come presso altri popoli, rischiarati dalla luce della leggenda (che diventerà più tardi fonte di poesia): la leggenda frammista a realtà è, in questo caso, la «chiamata dei duchi», cioè l'invio di ambasciatori russi a principi variaghi, affinché questi venissero a regnare e placare le discordie intestine. I primi duchi iniziarono infatti l'unificazione delle tribù russe e la lotta contro le tribù barbare della steppa: essi ebbero la loro sede prima a Novgorod e poi a Kiev, che divenne in breve un notevole centro commerciale e militare. Verso Bisanzio conduceva una importantissima via fluviale: il Dniepr. La guerriglia e le spedizioni contro Bisanzio, non meno che i rapporti commerciali con il mondo bizantino, furono fonti di ricchezza per la R. Gradualmente il cristianesimo filtrava tuttavia da Bisanzio verso le terre russe e, con la conversione al cristianesimo del principe Vladimir (988), il popolo russo uscì dall'indeterminatezza opaca ed anonima delle tribù primitive. Le aggressioni dei popoli nomadi della steppa ebbero momenti più o meno intensi: particolarmente minacciosi fu l'invasione della vigorosa orda del Polovcy (metà del sec. XI), di cui soffrirono città come Kiev, Černigov e Perejaslavl'. Gli storici russi hanno sottolineato come le campagne del 1095 (e degli anni seguenti) contro i Polovcy coincidessero più o meno con la prima Crociata: Vladimir il Monomaco, instancabile nel combattere le tribù della steppa, avrebbe insomma sostenuto, sul piano storico, la medesima parte di Goffredo di Buglione. Gli attacchi delle tribù asiatiche e le lotte fratricide dei principi indebolirono tuttavia grandemente la «terra russa» e portarono al pieno decadimento di Kiev. Più grave e più dura fu, nel corso del sec. XIII, l'invasione dei Tatari. Sottomessa la R., i Tatari la trasformarono in provincia del loro Impero: il popolo russo mantenne però i suoi principi, che si trasformarono in vassalli dei conquistatori, obbligati ad «assistere» in vario modo i Tatari e, soprattutto, a pagare regolari tributi.
Tra i vari ducati russi, si venne intanto sviluppando sempre più il Ducato di Mosca, favorito dalla sua posizione geografica centrale e dalla politica prudente e astuta dei suoi duchi; Giovanni I Kalita (1348-41) ottenne, durante il suo regno, dal khan tataro il diritto di raccogliere tutti i tributi che i Russi dovevano ai vincitori: siffatto
«privilegio» si rivelò molto vantaggioso; a mano a mano che i duchi di Mosca tendevano a trasformarsi in unici sovrani della R. (sia pure sotto la dominazione formale dei Tatari) e che Mosca appariva un centro sicuro e tranquillo, il clero russo — abituato secondo la tradizione bizantina a parteggiare per una salda autorità — non lesinò l'appoggio morale al Ducato (v. MOSCA, patriarcato di). Mentre Genghis-Khan muoveva con le sue orde dall'Asia, i territori russi occidentali entravano intanto in conflitto con l'Ordine Teutonico, con gli Svedesi e con i Lituani (Mindaunas e soprattutto Ghediminas, morto nel 1341, crearono la monarchia lituana, con centro a Vilna). La lotta, in grandi linee, si delineava già chiaramente per i Russi su due fronti.

Nel 1380 i Tatari subirono una disfatta a Kulikovo per opera dei Russi, guidati dal principe Demetrio Donskoj. Non fu ancora la liberazione della R., perché i Tatari si ripresero, ma fu il preludio della liberazione. L'emancipazione totale dai Tatari fu poi conseguenza della politica unificatrice dei sovrani di Mosca.
Ancora più notevoli successi e ingrandimenti del principato di Mosca vengono a coincidere, sul piano europeo, con l'epoca della conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi e con l'invasione turca in Ungheria e lungo le frontiere della Dalmazia veneziana. La posizione della R. (è già lecito usare questo termine) ne esce rafforzata e dalle più diverse parti d'Europa si volgono sguardi speranzosi verso Mosca. Con lo sposalizio tra Ivan III e Zoe (Sofia), figlia di Tommaso Paleologo, fratello di Costantino XI, difensore di Costantinopoli, nacque in certo qual modo il mito di Mosca «terra Roma», che, coloritosi di elemento nazionale, avrà ulteriori sviluppi nei secoli successivi ed infine la sua massima fioritura nel pensiero politico e letterario degli «slavofili». Le guerre contro i Tatari, i Lituani, ecc., avevano intanto trasformato la R. in una specie di fortezza, con limiti ben scarsi per la libertà individuale. Sotto Ivan III si venne sempre più delineando l'assoggettamento dei sudditi allo Stato (cioè al sovrano).
Questi aspetti — da un lato di despotismo e dall'altro di potenza militare — appaiono in piena luce sotto Ivan IV, detto il Terribile (sebbene il termine russo groznyj significhi forse più esattamente «il potente», «il severo»). Il regno di Ivan (che doveva essere il primo zar) va dal 1533 al 1584; fin da fanciullo fu abituato a vedere attorno a sé scene di crudeltà e di servilismo: egli fu effettivamente crudele e spietato, pur non andando mai esente da un drammatico, intimo desiderio di purificazione e da una sincera devozione verso lo Stato. Riorganizzò l'amministrazione civile e militare dello Stato, conquistò Kazan', Astrachan' e la Siberia, precorse Pietro il Grande nel desiderio di «aprirsi una finestra» sul Baltico, per fare uscire la R. dal «periodo asiatico» della sua storia. I Russi occuparono Narva e Dorpat, giungendo fin sotto Riga: la reazione della Svezia e della Polonia fece peraltro sì che i successi iniziali di Ivan venissero praticamente annullati. Divenuto sempre più sospettoso nel corso degli anni, sempre più geloso della sua posizione di autocrate, deliberò di schiacciare, sul piano interno, la classe dei boiari, da cui temeva manifestazioni di egoismo antistatale e tradimenti. Appoggiandosi ad una speciale guardia del corpo, la repressione compiuta da Ivan il Terribile fu tra le più spietate e barbariche.

Alla morte di Ivan, la situazione interna russa si era fatta assai grave, specialmente per la lotta tra gli opričniki (la guardia del corpo dello zar), che volevano mantenere le loro posizioni, ed i residui della vecchia classe dei boiari (nobili) che cercavano di riprendere il sopravvento. Lo Zar lasciò due figli, Demetrio, di due anni, e Teodoro, temperamento debole e addirittura infantile, per quanto maggiorenne. Il « vero sovrano » divenne Boris Godunov, fratello della moglie dello Zar semideficente. Godunov riuscì a sfruttare abilmente per la R. i dissensi tra i suoi nemici, costruì fortificazioni nella steppa contro le incursioni tatare, infine ottenne l'istituzione del patriarcato a Mosca. I riconoscimenti ufficiali dei suoi successi furono adombrati presto da gravi sospetti al suo indirizzo per l'improvvisa morte (1591) nella città di Uglič del piccolo Demetrio. Un'inchiesta del boiaro Sujskij stabilì che il bambino, durante un attacco di epilessia, era caduto su un coltello: tuttavia si continuava a bisbigliare che Boris Godunov avesse fatto uccidere il fanciullo, per dischiudersi la via al trono. Godunov, successivamente, ebbe l'abilità di farsi supplicare lungamente per accettare il trono; tuttavia ciò non fu sufficiente per mettere a tacere le insinuazioni al suo indirizzo. Una grave carestia che tormentò la R. dal 1601 al 1603 aggravò la situazione e creò nel paese uno stato di brigantaggio più o meno latente. In quel periodo si diffuse, evidentemente ad arte, la voce che il piccolo Demetrio non fosse morto. Un « falso Demetrio », forte dell'aureola derivantegli - agli occhi di chi credeva in lui - dal suo discendere dalla dinastia di Rjurik (appoggiato poi concretamente dalla Polonia e da bande di Cosacchi e servi fuggiaschi), si presentò minaccioso dinanzi a Godunov, la cui improvvisa morte (1605) tolse peraltro ogni ostacolo al trionfo dell'abile avversario. Il « falso Demetrio » regnò soltanto undici mesi (1605-1606), deludendo la Polonia in varie speranze di essa riposte in lui ed offendendo nello stesso tempo i Moscoviti per i suoi modi primitivi e per l'inosservanza delle tradizioni russe. Anima del complotto contro di lui fu quel medesimo Basilio Sujskij che aveva fatto l'inchiesta ad Uglič (e che successivamente divenne zar). Intanto l'anarchia divampava in forme sempre più tragiche in tutto il paese (si tratta dei cosiddetti « tempi torbidi »), mentre Polacchi e Svedesi cercavano di profittare di siffatta situazione. La ribellione nel paese e la lotta di tendenze e di persone in seno alla nobiltà si placarono soltanto con l'elezione a zar del giovanissimo Michele Romanov (1613) con il quale salì al trono una famiglia che doveva regnare in R. fino alla Rivoluzione del 1917.
Dal momento dell'elezione di Michele Romanov la posizione della R. si andò di nuovo rafforzando sul piano internazionale, mentre sempre nuovi elementi di tecnica e (in parte) di civiltà europea penetravano, sia pure lentamente, nel paese. Tuttavia la R. non andò esente da disordini interni. La più grave sommosa fu senza dubbio, durante il regno dello zar Alessio, quella capeggiata da Sten'ka Razin (1670-72), figura poi romanticamente esaltata nei canti popolari. Appoggiandosi a Cosacchi, contadini, servi fuggiti e, in parte, a nuclei etnici allogeni, Razin riuscì a dominare per un certo tempo nelle regioni del medio e del basso Volga.
A cavallo del XVII e XVIII sec., con la potente figura di Pietro il Grande (v.) la R. subisce profonde trasformazioni sul piano interno e si presenta in Europa come potenza di primo piano. L'affermarsi, sotto di lui, della « vita » e dell'attivismo, in contrapposizione alle « tradizioni » ed agli « atteggiamenti contemplativi », non significa, come nel clima dell'umanesimo e del Rinascimento occidentali, un richiamo ai valori della civiltà classica, ma si concreta invece talvolta in orge brutali e in canzonature della religione. Della civiltà occidentale che vuole introdurre in R. (in nome della potenza futura del suo paese), Pietro sente quasi esclusivamente gli aspetti tecnici e materiali. Le sue grandiose riforme hanno sempre qualcosa d'improvvisato. La sua volontà industrializzatrice s'identifica in buona parte con un'economia di guerra: è, ad ogni modo, lo Stato che ordina la creazione di fabbriche, in un paese di scarsi capitali, senza intraprenditori e con pochissimi acquirenti (dato il predominio della produzione artigiana). Sorgono centri urbani, non per uno spontaneo arricchimento materiale e spirituale, ma perché lo Stato ha bisogno di nuclei amministrativi. Sorgono anche scuole da cui dovranno uscire ufficiali, costruttori di strade e ponti, medici, funzionari, ingegneri, artiglieri. Lo studente, dal momento in cui inizia i suoi studi, comincia a « prestar servizio » per lo Stato: si sviluppano così i primi caratteristici germi dell'intelligéncija. Il nuovo, dispotico Stato laico taglia le barbe e vieta i caftani: nello stesso tempo vuole dischiudere ai giovani più audaci ed abili il mondo della tecnica moderna (che molti di questi giovani scambieranno senz'altro con la civiltà). Le feroci repressioni di Pietro contro i suoi avversari non escludono peraltro nell'energico sovrano - creatore della nuova capitale sulle rive paludose del golfo di Finlandia - un profondo rispetto per l'« utilità pubblica » e gli interessi dello Stato. Tra vicende belliche non sempre ugualmente fortunate,
Pietro realizzò tuttavia grandiosi successi militari, culminati con la vittoria di Poltava contro Carlo XII che eliminò praticamente la Svezia dal numero delle grandi potenze.
Le riforme di Pietro il Grande presentavano peraltro il difetto di tutte le riforme imposte violentemente dall'alto e non maturate gradualmente da bisogni reali e da aspirazioni ideali di un popolo (o, almeno, dalla parte più colta e più cosciente di esso). Al rispetto per gli interessi dello Stato (e soprattutto per il pubblico denaro) dovevano succedere spesso i capricci e gli egoismi di despoti e di «favoriti» per lo più di origine straniera. Le rivoluzioni di palazzo erano l'indice tipico di un clima. Notevole, peraltro, fu la figura dell'imperatrice Elisabetta che spalancò le porte all'arte, al gusto ed alle eleganze francesi, pur sottolineando, d'altra parte, il suo sincero attaccamento alle tradizioni russe. Con Elisabetta, intorno alla metà del sec. XVIII, si vengono affermando in R. alcuni spunti caratteristici di «assolutismo illuminato».
La figura dominante in R. nella seconda metà del Settecento è peraltro Caterina II, che ebbe, per il suo Stato, un'importanza certo non minore di Pietro il Grande. L'utilitarismo di Pietro aveva creato, con la guerra, l'industria, la tecnica, l'arte militare, gli «uomini nuovi»: ma il «progresso» non era stato concepito da lui in funzione «umanitaria». Con Caterina II penetra invece in R. il clima dell'enciclopedismo, dell'illuminismo, delle velleità emancipatrici e riformatrici. Si vuole abolire la tortura e si vogliono prevenire i delitti. Sorgono nuove scuole, si diffondono le dottrine fisiocratiche, Voltaire, Diderot, Beccaria diventano di moda nei salotti colti ed eleganti. Ma una grande rivolta negli Urali e lungo il Volga, capeggiata da E. Pugačev (ripetizione minacciosa della precedente ribellione di Razin) convince l'Imperatrice dell'«aspetto pericoloso» di idee che le sembravano tanto attraenti nei salotti. L'Imperatrice subisce così un'involuzione nettamente conservatrice, che viene ancor più sottolineata in seguito allo scoppio della Rivoluzione Francese. Notevoli successi furono realizzati, sotto il suo regno, dalla R. contro i Turchi. In seguito alle successive spartizioni della Polonia, la R. si annesse gran parte del territorio di quello Stato, rafforzando ancora più la sua posizione di grande potenza.
Agli albori dell'Ottocento la R. è ancora scarsamente conosciuta in Occidente, ma sempre più si comincia ad intuirne, da parte della diplomazia, l'importanza politica ed il peso militare. Sotto il regno di Alessandro I, durato dal 1801 al 1825, la R. passa nuovamente attraverso un interessante periodo di riforme: ma molte riforme resteranno allo stato di progetto e dall'insoddisfazione che questo fatto produce, sorgerà il primo tentativo rivoluzionario. Anno di decisiva importanza sarà il 1812: gli eserciti napoleonici invadono la R. e Mosca viene data alle fiamme perché l'invasore non trovi un ricovero. Dopo la vittoria delle armi russe comincerà a svilupparsi tra le classi colte un nuovo e più «moderno» nazionalismo: il patriottismo russo si identificava fino allora con un sentimento religioso («ortodosso») e dinastico; di più in più, sotto l'influsso di idee provenienti dalla Francia e dalla Germania, si vorrà assegnare alla R. una grande «missione» nel mondo. Appena salito al trono, Alessandro I cercò di imprimere al suo regno un tono genericamente liberale: residui illuministici della sua educazione si mescolavano curiosamente in lui con sogni romantici; ideali di libertà nati dalle letture dei classici greci e latini s'intrecciavano alle abitudini di una corte semidispotica. Molti giovani ufficiali che a lungo avevano creduto di «collaborare» con lo Zar in un'attività ed in una propaganda riformatrice (soprattutto per quel che riguardava l'abolizione della servitù della gleba), si trovarono quasi inavvertitamente a diventare cospiratori e rivoluzionari, a mano a mano che Alessandro I si veniva scostando dalle sue giovanili tendenze liberali. Si giunge così (dic. 1825) alla cosiddetta insurrezione dei «decabristi» (da dehabr, che in russo significa dicembre). Fra i congiurati si delineavano in grandi linee due tendenze: quelli che miravano ad una monarchia costituzionale di tipo più o meno inglese e quelli che si richiamavano a ideali genericamente giacobini, con inserimento di spunti pre-socialistici. L'insurrezione venne abbastanza facilmente repressa, ma essa doveva essere il preludio di intensi e profondi movimenti rivoluzionari. La debolezza e l'astrattismo fantastico di Alessandro I si rivelarono particolarmente in occasione del sorgere della «Santa Alleanza» e dei suoi sviluppi, non sempre consoni ai sogni contraddittori del misticheggiante Imperatore.

(da T. Espenski), L'art byzantin chez les slaves, Parigi 1925, Ier. M. n. 2.
Il regno di Nicola I (1825-55) comincia con lo stroncamento dell'insurrezione decabristi. Da un lato il nuovo Imperatore vuole combattere a fondo ogni germe rivoluzionario, dall'altro, con lo sviluppo in R. del moderno capitalismo, con il diffondersi dell'industria e delle ferrovie, si gettano le basi di inevitabili trasformazioni sociali e di future agitazioni. La R. sembra, sotto il suo regno, inaccessibile alla rivoluzione: d'altro lato la guerra di Crimea mostra numerose, gravi debolezze tecniche e materiali, mentre l'agitazione politica e sociale, per quanto tenuta in sordina, dilaga sempre più, specie verso la fine del suo regno. Lo spirito di solidarietà antirivoluzionaria è più forte in Nicola I che l'immediata voce degli interessi nazionali e statali della R. (lo si vide nei rapporti con l'Austria nel 1849). Uomo, in certo modo, tutto d'un pezzo, egli non capì però la necessità di iniziare per tempo riforme politiche ed una trasformazione e redistribuzione dei rapporti sociali. L'insurrezione della nazione polacca (1830-31) e la dura repressione attirarono contro la R. profonde inimicizie nei più diversi e opposti settori dell'opinione pubblica europea (cattolici, liberali e democratici di sinistra).
Ad una grandiosa opera di riforme volle invece dedicarsi Alessandro II, che regnò dal 1855 al 1881. L'infelice esito della guerra di Crimea e l'orientamento sempre più esplicito di influenti settori della società russa rendevano non più dilazionabili le grandi riforme. Opera fondamentale fu l'emancipazione dei contadini (1861).

mediante l'abolizione della servitù della gleba. Non meno importanti la riforma giudiziaria e quelle militare e scolastica, tutte quante improntate a spirito « europeo » e genericamente democratico. L'autocrazia non veniva abolita, ma in essa venivano in certo qual modo inseriti spunti decisamente liberali e trasformazioni di carattere sociale. Il fallimento di queste grandi riforme è dovuto in parte alle esitazioni dello stesso Zar, fermatosi spesso a pericolose soluzioni intermedie: ma il caotico e brusco sorgere di un ceto medio, privo di tradizioni, di equilibrio e di cultura e dominato, specie nei suoi elementi giovani, da idee estremiste, fece il resto. Come freno alle riforme democratiche agì pure la grande ribellione polacca del 1863, la quale, in pratica, non approdò che a nuove, dure repressioni. Durante il regno di Alessandro II prese sempre più piede in R. il movimento rivoluzionario (che in Occidente si conosceva sotto il termine alquanto generico ed impreciso di « nichilismo »). Idee radicali del Settecento francese si intrecciavano nel « nichilismo » alle più spinte idee materialistiche e democratiche dell'Ottocento, con preannunci ben chiari in senso scolastico e collettivistico. Non solo un'arte « avulsa dalla vita », non solo una filosofia « spiritualista », ma l'arte e la filosofia stesse venivano respinte da questi giovani rivoluzionari, ai quali apparivano un'inutile « perdita di tempo », di fronte ai « concreti problemi rivoluzionari » ed ai quesiti posti dalla scienza. C'era anche nei loro animi ingenui e generosi un sentimento di vergogna nel godere di ciò che il « popolo » non poteva godere.
Gli attentati politici divenivano sempre più numerosi e vittima di un attentato cadde lo stesso zar Alessandro II nel marzo 1881. Il suo successore Alessandro III, che regnò dal 1881 al 1894, volle imprimere alla politica interna russa un tono più energico, nella speranza di estirpare, con un atteggiamento fermo, la « piaga del terrorismo ». Anche il regime di Alessandro III conobbe tuttavia oscillazioni, tra la politica rigidamente autoritaria e antiliberale del Pobedonoscev (Pobedonoscev) ed il vago liberalismo di Loris-Melikov, che mirava ad « isolare » i rivoluzionari, con graduali concessioni in senso costituzionale alle correnti moderate e riformiste. Del resto, l'ulteriore industrializzazione del paese (specialmente in alcuni grossi centri) e lo sviluppo notevole delle ferrovie contribuirono ad aumentare le masse proletarie, istintivamente e primitivamente rivoluzionarie. In grandi linee, la politica di Alessandro III ebbe un carattere decisamente antiliberale, in contrasto con quella del suo predecessore: tuttavia, sul piano della politica estera, Alessandro III alleò la R. alla Repubblica francese, facendo cioè prevalere gli interessi nazionali alla tradizionale amicizia fra gli Imperi a tendenza conservatrice (R., Austria, Germania). L'alleanza con la Francia significava per la R. una garanzia di aiuto contro eventuali velleità espansionistiche tedesche ed austriache e dischiudeva alla R. il mercato finanziario francese.
Con Nicola II, che regnò dal 1894 al 1917, le grandi agitazioni rivoluzionarie entrarono nella loro fase decisiva. Il nuovo Imperatore, pur essendo convinto fautore dell'autocrazia, era un uomo debole. Di fronte alle agitazioni rivoluzionarie, faceva concessioni, che poi cercava di ritirare (del tutto o in parte), quando il momento dell'estremo pericolo sembrava superato. Di tutte le possibili linee politiche, questa era probabilmente la più infelice. La corruzione e l'intrigo, tra le sfere dirigenti, avevano assunto aspetti allarmanti. A corte, a mano a mano, si erano affermati uomini servili ed avventurieri, come il famigerato Rasputin. Tuttavia non mancarono, durante il suo regno, tentativi seri di arginare le agitazioni e di risollevere le finanze: da citare, p. es., la riforma monetaria legata al nome del ministro Witte e il successivo tentativo di riforma agraria fatto, con sistemi forse discutibili, da Stolypin. La grandiosa costruzione della ferrovia transibertana contribuì a sviluppare l'emigrazione interna. Gli attentati terroristici contro membri della famiglia imperiale, governatori, esponenti della polizia, si succedevano tuttavia con un ritmo impressionante.
La guerra contro il Giappone (1904-1905) accelerò il ritmo rivoluzionario. Grande potenza che andava dal Mare Artico al Mar Nero, dal Mar Baltico all'Oceano Pacifico, la R. era portata a guardare verso l'Asia, tutte le volte che la sua espansione in Europa subiva punti d'arresto. Gli scarsi successi diplomatici ottenuti da Alessandro II dopo la sue vittorie contro la Turchia nella Penisola balcanica (Trattato di Berlino, 1878) spinsero infatti la R. (dove vasti strati di opinione pubblica si sentivano « delusi ») ad un accentuato espansionismo nell'Asia centrale ed in Estremo Oriente. Una « piccola » guerra con il Giappone (da cui ci si aspettava un brillante successo) poteva inoltre apparire come un utile diversivo contro le ormai croniche agitazioni politiche e sociali. La disastrosa sconfitta della R. ad opera del Giappone doveva invece, in breve tempo, esasperare l'agitazione rivoluzionaria.
Gli uomini che rappresentavano l'indirizzo più marcatamente « autocratico » non si rendevano conto che profonde trasformazioni d'ogni genere erano necessarie, specie sul piano sociale, per togliere l'acqua al muline della rivoluzione. I liberali vivevano su un piano di semilegalità e non disponevano di un ceto medio maturo e conscio del senso del limite: deboli e travagliati da lotte interne, in parte monarchici e in parte repubblicani, essi assecondavano talvolta l'agitazione rivoluzionaria, facendo poi bruscamente macchina indietro. Nebulosa, debole, demagogica era la via tracciata da vaghe e indeterminate correnti che cercavano di conciliare la tradizione religiosa « ortodossa » col « progresso ». Sempre più decisi si dimostravano invece i partiti apertamente antimonarchici e più o meno rivoluzionari. I cosiddetti « socialisti-rivoluzionari » avevano i loro aderenti in quasi tutte le classi sociali ed esercitavano un forte fascino sugli studenti con le loro formazioni terroriste clandestine: romantici ed eclettici, essi tendevano alla repubblica democratica, a formole vagamente quarantottesche (nel senso europeo del termine), ad un socialismo non marxista, esaltando la « personalità umana » e simpatizzando con i contadini. I bolscevichi (v. BOLSCEVISMO) erano una minoranza attiva, autoritaria, centralisticamente organizzata e, nei momenti di punta, avevano generalmente un peso ben maggiore del loro apporto numerico. I menschevichi corrispondevano, in grandi linee, al socialismo democratico europeo, ma mancavano di seguito per la mancanza in R. di operai qualificati e bene retribuiti, per l'estremismo che, specie nei giovani, era diventato quasi un istinto, per la lentezza e la contraddittorietà delle riforme e delle misure governative.
Il ministro dell'interno Plehve fu assassinato nel luglio del 1904, senza che il fatto causasse deplorazioni nell'opinione pubblica: ciò costituiva un fatto davvero sintomatico. Tutto il paese era ormai scosso da una violenta febbre rivoluzionaria. Vaghe speranze che lo zar concedesse la Costituzione non si realizzarono. Il 9 genn. 1905 si ebbe a Pietroburgo una tragica « domenica di sangue », quando la polizia sparì contro una imponente folla che voleva recarsi al Palazzo d'inverno per recare allo zar una petizione. La rivoluzione sembrò prendere davvero il sopravvento: particolarmente attivi si mostravano gli studenti e gli operai. Mentre i contadini (aspiranti a diventare piccoli proprietari) bruciavano molte ville signorili, Mosca e Pietroburgo erano scosse da sanguinose agitazioni rivoluzionarie e da scioperi totali. Nel Mar Nero si ebbe una grave ribellione nella flotta militare. Tra gli operai si costituirono i primi soveti (« consigli »). Il 17 ott. 1905 lo zar si decise a concedere al popolo russo una parziale costituzione (la parola « costituzione » era tuttavia evitata). L'ondata rivoluzionaria si placò affine alquanto, anche per esaurimento interno. Si ebbero, anzi, violente manifestazioni controrivoluzionarie, specie nella R. sud-occidentale, accompagnate da eccessi contro gli ebrei. Si distinsero nelle violenze le cosiddette « centurie nere ».
La prima « Duma » (parlamento) era dominata da elementi di sinistra e di estrema sinistra: il governo si decise perciò a scioglieria (luglio 1906); la seconda « Duma » ebbe la stessa sorte (giugno 1907). La terza Duma, eletta sotto svariate pressioni, si mostrò più docile. Nel paese l'ondata rivoluzionaria poteva apparire in regresso; il mondo della cultura si veniva alquanto allontanando dalla « mistica materialista » e dalle soluzioni rivoluzionarie. Era forse lecito pensare ad un graduale « europeizzarsi » della R., sia pure tra alti e bassi di ulteriori ribellioni e repressioni.
Lo scoppio della prima guerra mondiale doveva in breve riaccendere la fiamma della rivoluzione. Nell'estate del 1914 una vigorosa ondata patriottica si diffuse sulla R., facendo anche presa su numerosi elementi popolari. Dopo le prime vittorie sugli Austriaci, gli eserciti russi subirono peraltro una clamorosa serie di disfatte; vasti territori furono abbandonati ai Tedeschi. Le comunicazioni ferroviarie erano insufficienti, l'esercito male rifornito, nelle grandi città scarseggiavano i viveri; tra i circoli vicini a corte si ventilavano più o meno vagamente propositi di pace separata con gli Imperi centrali. Tra i diplomatici dell'« Intesa » c'era chi sperava da una rivoluzione democratica un'intensificazione dello sforzo bellico. Nel febbr. del 1917 la polizia si mostrò incapace di reprimere sul nascere agitazioni di donne e di operai, causate dalla mancanza dei viveri e dalla stanchezza per una guerra che si prolungava. Le agitazioni assunsero presto un carattere minaccioso. Costretto lo zar ad abdicare, dopo pochi giorni non era ormai più psicologicamente possibile neppure l'ascesa al trono del granduca Michele, fratello dell'ex-sovrano. La R. che non aveva ancora conosciuto un regime costituzionale di tipo europeo, era improvvisamente divenuta una repubblica. Il « governo provvisorio » si trovò immediatamente dinanzi alle massime difficoltà: tutte le categorie sociali del paese entravano in violenta agitazione, i partiti mancavano di tradizioni politiche, le minoranze etniche tendevano più o meno palesemente a staccarsi dalla R., l'esercito era in pieno sfacelo, essendo stata abolita praticamente ogni effettiva disciplina. Il capo dei liberali Miljukov, deciso a continuare la guerra accanto agli Alleati e sempre più sospettoso verso gli estremisti, fu gradualmente sostituito dal debole e demagogico Kerenskij, il quale voleva anche lui che la guerra continuasse a fianco dell'Intesa, ma non era in grado con le sue astratte formole politiche di ristabilire l'ordine nel paese ed al fronte
(singoli, tardivi provvedimenti da lui presi contro sabotaggi e tradimenti non facevano che esasperare momentaneamente gli estremisti, senza approdare a nessun effettivo risultato). Lenin (v.), capo della frazione bolscevica, energico e deciso nei suoi mezzi di lotta e nei suoi scopi, ottimo tattico e stratega della politica, era intanto rientrato in R., servendosi del famoso « vagone piombato » messogli a disposizione dalla Germania (che, stanca anch'essa della guerra, sperava in un crollo militare della R.). Poco dopo raggiunse la R. Trockij (Trotzki [v.]), brillante ed energico rivoluzionario che, dopo qualche dissidio ideologico, si era schierato con i bolscevichi. Menscevichi e socialisti-rivoluzionari erano divisi in « frazioni » e mostravano spesso marcati complessi d'inferiorità di fronte al partito di Lenin. Il regime fiacco ed impotente di Kerenskij fu spazzato via, dopo pochi mesi, dalla Rivoluzione bolscevica (7 nov. 1917, secondo il calendario europeo). Un precedente tentativo insurrezionale di destra era fallito. Invano Kerenskij si era illuso di disporre di « forze più che sufficienti » per soffocare il colpo di mano bolscevico. I bolscevichi, giunti al potere in condizioni molto difficili, dovettero firmare con la Germania imperiale la pace di Brest Litowsk. Poco dopo, la guerra civile divampava in tutto il paese, con gli orrori che una guerra civile porta sempre con sé. La famiglia imperiale venne uccisa nel 1918. Le masse contadine che avevano appoggiato la Rivoluzione, nella speranza di impadronirsi della terra, erano di più in più irritate dalle requisizioni. Ma anche i cosiddetti eserciti « bianchi » mancavano di unità e i capi delle forze controrivoluzionarie mostravano scarse capacità diplomatiche e propagandistiche. Il caos causato dal cosiddetto « comunismo di guerra » nella R. sovietica fu in parte attenuato dalla Neb (« Nuova politica economica »): con abile mossa, infatti, Lenin aveva dato una decisa sterzata all'economia, ammettendo provvisoriamente certi settori « capitalistici » ed un margine per l'iniziativa privata. Alla morte di Lenin (genn. 1924), si profilò sempre più sul primo piano il georgiano Stalin. Con l'inizio dell'« èra staliniana » la R. (divenuta dopo la rivoluzione « Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ») iniziò una serie di graninoltre in Occidente la cosiddetta politica dei «fronti popolari» anche in difesa dei «rossi» in Spagna. Trattative si svolsero successivamente tra l'U.R.S.S., la Francia e l'Inghilterra in funzione di un comune fronte antigermanico. Le potenze occidentali ebbero peraltro significative esitazioni di fronte ai desideri sovietici di rafforzare preliminarmente, a rischio della Polonia e dei Paesi Baltici, le posizioni dell'U.R.S.S. nell'Europa orientale. Si giunse così nell'ag. 1939, alla vigilia dell'attacco tedesco alla Polonia, ad un accordo germano-sovietico, che sorprese gran parte dell'opinione pubblica mondiale. Nel sett. dello stesso anno Tedeschi e Russi si spartirono la Polonia, mentre la stampa sovietica dal 1939 al 1941 si mostrava particolarmente polemica all'indirizzo della Francia e dell'Inghilterra. L'avvicinamento tra Germania e R. non poggiava peraltro su valori stabili. Nel giugno del 1941, Hitler, temendo il persistere dell'incognita russa in caso di uno sbarco tedesco in Inghilterra, passò d'improvviso all'offensiva contro l'U.R.S.S. In poche settimane gli eserciti germanici giunsero in vicinanza di Leningrado e di Mosca, distruggendo gran parte dell'esercito sovietico. L'inverno, le grandi distanze, le masse umane russe, gli aiuti sempre più abbondanti da parte degli Anglosassoni all'U.R.S.S., resero peraltro la situazione dei Tedeschi abbastanza difficile; la loro posizione peggiorò ancora nel corso del 1942 e si fece catastrofica nei due anni successivi. Nella primavera del 1945 i Russi entravano vittoriosi a Berlino ed a Vienna. In seguito alla vittoria la R. occupò vastissime regioni dell'Europa centro-orientale, instaurandovi dovunque, in breve, regimi di suo gradimento. Alcuni anni dopo, con l'aiuto di abili mosse militari e diplomatiche, la R. riusciva a far trionfare i comunisti in Manciuria. Fu il preludio della vittoria comunista in tutta la Cina e del conseguimento di un successo di vastissima portata. La politica occidentale, colta in parte di sorpresa e in parte ancora assai ben disposta, inizialmente, verso l'U.R.S.S., si venne sempre più irrigidendo.


Ebbero così inizio il Patto Atlantico, il riarmo parziale dell'Europa occidentale, infine, in Asia, l'inserimento incipiente del Giappone in un fronte delle nazioni del Pacifico.
Bibliografia2 opere
Wolf Giusti
II. STORIA RELIGIOSA
Per la maggioranza preponderante della popolazione russa che apparteneva alla Chiesa dissidente russa, v. KIEV, metropolia di; MOSCA, patriarcato di; RASKOL.
1. Cattolici di rito latino
Nel sec. IX penetrava il cristianesimo in R. anche nella veste di rito latino, ma con la conversione del gran principe s. Vladimiro (980-1015) vi prevalse il rito bizantino-slavo.
Però nelle grandi città come Kiev e Novgorod continuavano a vivere i cattolici di rito latino, specialmente i commercianti stranieri. Più tardi tra gli artisti, attigiani e commercianti stranieri al servizio dei grandi principi di Mosca, specialmente da Giovanni III (1462-1505) in poi, vi erano anche cattolici latini, i quali popolavano (insieme con i protestanti) il sobborgo di Mosca detto «Nemeckaja sloboda». Non mancarono allora i tentativi da parte dei latini di guadagnare la R. alla Chiesa cattolica. Nel 1586 il gesuita Antonio Possevino, negoziando la tregua tra la Polonia e la R., ebbe dispute religiose con lo zar Giovanni IV, ma senza alcun successo. Pure le speranze riposte nello Pseudo-Demetrio (1605-1606), appoggiato dalla Polonia, fallirono. Nel 1658 si recò a Mosca, con lo stesso intento, il sacerdote croato Giorgio Krizanic (v.), che però finì per essere relegato in Siberia (1661-76). Nel 1702, lo zar Pietro I concedeva la libertà di culto, ma non di propaganda religiosa. L'imperatore d'Austria Leopoldo I (1657-1705) ottenne dallo Zar, che due gesuiti potessero risiedere a Mosca per prestare l'assistenza spirituale ai membri della sua ambasciata ed ai cattolici stranieri dispersi in R. Ma la scuola annessa alla loro chiesa attirava troppo i figli della nobiltà russa, si ebbero alcune conversioni e perciò i Gesuiti furono espulsi nel 1719. Per un certo tempo li sostituirono i Cappuccini e i Francescani.
Con la prima spartizione della Polonia (1772), oltre i Ruteni (v.) si trovarono in R. anche ca. 100.000 cattolici latini appartenenti alle tre diocesi (Vilna, Livonia, Smolensk). Caterina II nel 1772 li riunì in una sola diocesi con sede a Mohilev. Il vescovo ausiliare di Vilna, Stanislao Siestrzenciewicz-Bolusz, servile e ligio all'Imperatrice, accettò delle sue mani la diocesi con titolo di metropolita. Solo nel 1783 il nunzio Lorenzo Litta diede l'investitura canonica a Siestrzenciewicz. Caterina II proibì nei suoi domini la pubblicazione del breve [di abolizione della Compagnia di Gesù (1773), la quale in tal modo sopravvissesse in R. Con le seguenti spartizioni della Polonia (1793-95), la R. acquistò altri territori abitati dai cattolici latini, ma questi avevano la loro propria gerarchia (v. POLONIA). L'influsso dei Gesuiti e degli emigrati cattolici francesi causò la conversione di alcune personalità dell'alta società russa, p. es., il principe Demetrio Golicyn (1792), le principesse Alessandra (1800) e Caterina (1810) Golicyn, Sofia Svecina (1815). Ciò suscitò la reazione e nel 1826 furono espulsi i Gesuiti dalla R. ed inasprite le misure contro il proselitismo. Il Concordato concluso nel 1847 tra Nicola I (1825-55) e Pio IX non mutò la situazione; soltanto fu eretta la nuova diocesi di Tiraspol (1848) per le regioni meridionali dell'Impero. Anche nel sec. XIX si ebbero conversioni individuali al rito latino tra le personalità eminenti russe; alcuni convertiti sono divenuti anche religiosi e sacerdoti (Vladimir Pecorin, m. nel 1885; Gregorio Suvalov, m. nel 1859; i gesuiti: Ivan Gagarin, m. nel 1882, Ivan Martynov, m. nel 1894, Eugenio Balabin, m. nel 1893, Paolo Pierling, m. nel 1922; laici: Agostino Golicyn, m. nel 1875, Natalia Naryškina, m. nel 1874 ecc.). Ma essi dovevano vivere e lavorare all'estero a causa delle leggi russe contro il proselitismo, che furono abolite soltanto nel 1905. Ma la Rivoluzione bolscevica del 1917 segnò l'inizio della nuova persecuzione anche per i cattolici latini, i quali allora conservano in R. ca. 1.600.000 fedeli con 8 vescovi, 810 sacerdoti e 410 chiese. Nel 1923 fu arrestato e processato mons. Giovanni Cieplak (v.), amministratore della metropolia di Mohilev, insieme con 14 sacerdoti. Seguirono arresti, deportazioni ed esili di altri sacerdoti, la chiusura delle chiese e la confisca dei beni ecclesiastici. Malgrado che nel 1926 mons. Michele D'Herbigny avesse ordinato segretamente 4 vescovi in R., nel 1937 rimanevano nell'Unione Sovietica solo 10 sacerdoti e 11 chiese aperte al culto. Oggi l'organizzazione della Chiesa cattolica latina in R. è praticamente annientata ed i fedeli dispersi sono privi dell'assistenza religiosa.
I mutamenti territoriali avvenuti nell'Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale (1939-45) portarono di nuovo nell'ambito dell'Unione Sovietica ca. 4.000.000 di cattolici latini. Per le loro vicende v. ESTONIA; LETONIA; LITUANIA; POLONIA.
Etnicamente i cattolici latini in R. erano prevalentemente di origine non russa. La maggioranza proveniva dalle regioni occidentali dell'Impero russo ed erano in parte deportati o esiliati nell'interno della R. europea ed asiatica, in parte vi si trasferirono in cerca di terra o di lavoro (Polacchi, Lituani, Lettoni, Estoni, Tedeschi del Baltico). Dall'estero immigrarono Tedeschi, Cechi, Francesi, ecc. Numericamente prevalevano i cattolici di origine polacca. L'identificazione pratica della nazionalità con la religione diffusa tra i polacchi e tra i russi fu il principale ostacolo che impedì ai cattolici, benché numerosi, di influire efficacemente sulla vita religiosa della popolazione propriamente russa.
2. Cattolici di rito bizantino-slavo
Nel sec. XV il metropolita Isidoro, che partecipò al Concilio di Firenze (v.), tentò di introdurre in R. l'unione con Roma, conservando il rito orientale, ma senza successo. Le diocesi rutene unite annesse nella R. con la spartizione della Polonia (1772-95) sono state soppresse (v. RUTENI). Nel secc. XVIII-XIX i singoli convertiti russi abbracciavano il rito latino e con ciò, agli occhi dell'opinione pubblica russa, rinnegavano la propria nazione.
Però verso la fine del sec. XIX alcuni intellettuali russi pervennero all'unione con la Chiesa cattolica studiando le tradizioni genuine della Chiesa orientale e desideravano, anche come cattolici, conservare il rito bizantino-slavo, così come era allora praticato dalla Chiesa dissidente russa. Tra i primi furono la principessa Elisabetta Volkonskaja (m. nel 1897), il filosofo Vladimiro Soloviev (v.), i sacerdoti Alessio Zierčaninov (m. nel 1933) e Nicola Tolstoj (m. nel 1926). Il movimento guadagnò altri sacerdoti e laici, che formarono a Pietroburgo, Mosca e Saratov le prime comunità di cattolici russi di rito bizantino-slavo. Nel 1917 il metropolita di Halič, Szeptický (v.), passando per Pietroburgo al ritorno dalla sua prigionia, in virtù dei poteri speciali ricevuti dalla S. Sede, istituì per la R. l'Esarcato apostolico di rito bizantino-slavo e nominò il primo esarca nella persona del sac. Leonida Fedorov (1879-1935). Ma la sopravvenuta persecuzione bolscevica stroncò lo sviluppo dell'Esarcato. Nel 1923 fu arrestato e deportato l'esarca Fedorov, m. poi a Vjatka nel 1935. I seguenti arresti e secolare fu nel 1929 aperto a Roma il Pontificio Collegio Russo, dove risiede anche mons. Alessandro Evreinov (n. nel 1877), vescovo ordinante per il rito bizantino-slavo. Le parrocchie russe di rito bizantino-slavo, eccetto l'Esarcato apostolico di Harbin (v.) in Manciuria, dipendono tuttora dagli Ordinari latini, però sotto l'alta direzione della S. Congregazione per la Chiesa orientale.

- sigillo di stato con le insegne imperiali, usato nella cerimonia della incoronazione
- c. 4) medaglia d'oro dello zar Ivan IV (ecc. e verso)
- c. 11) sigillo di campagna di Pietro il Grande (acciaio)
- sigillo di stato di Pietro il Grande
- sigillo di Carlo Federico, duca dello Schleswig Holstein, e di sua moglie la granduchessa Anna Petrovna
- sigillo di stato di Nicola I (argento)
- grande sigillo di Stato del tempo di Alessandro III (acciaio)
- c. 10) sigillo della « Cour des Vives » (sec. XVII) aperto e chiuso
Bibliografia8 opere
Giuseppe Olšr
III. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA (fino alla Rivoluzione)
L'Impero russo regolava i suoi rapporti con la Chiesa cattolica in base al « Codice degli Affari ecclesiastici per le confessioni estere » (Svod zakonov, vol. XI/1 con supplementi fino al 1916). Secondo l'art. 66 della legge fondamentale dello Stato e dell'art. 1 del Codice, alle confessioni straniere viene concessa piena libertà: « La religione principale e dominante nello Stato russo è l'ortodossa cristiana cattolica orientale. Però tutti i sudditi dello Stato e gli stranieri, non appartenenti a questa Chiesa e viventi nello Stato russo, godono dappertutto del libero esercizio della fede e del culto secondo i loro riti ».
Ciò non di meno la Chiesa cattolica nella R. imperiale (diocesi: Mohilev con la Siberia e Vladivostok, Tiraspol, Minsk, Kamenetz, Zytomir) ha sempre condotto una vita di diaspora. La libertà solennemente riconosciuta venne spesse volte ristretta o sospesa con disposizioni particolari. Secondo l'art. 13 del Codice predetto la Chiesa dipendeva dal Ministero dell'interno. L'art. 17 disciplinava i rapporti della gerarchia con la S. Sede: «Tutti i cristiani di confessione romano-cattolica, ecclesiastici e laici, sudditi dello Stato, per le questioni relative alla loro confessione, sono in rapporto con la Curia romana non altrimenti che attraverso il Ministero dell'interno. Nessuna bolla, lettera ed istruzione può essere pubblicata nell'Impero e nel Granducato di Finlandia senza il permesso di S. M. Imperiale, chiesto dal Ministero dell'interno, dopo preventivo accertamento che questi atti non contengano alcunché di contrario alle decisioni, sacri diritti e privilegi della suprema autorità autocratica».
Alla Chiesa cattolica venne permesso l'insegnamento religioso nelle scuole, l'istituzione di seminari diocesani e la fondazione del Accademia ecclesiastica di Pietroburgo. L'attività sociale (cura dei poveri, malati, assistenza agli orfani e ai vecchi, come anche altre organizzazioni di conforto e beneficenza) veniva realizzata mediante confraternite, circoli (Circolo Vincenziano), congregazioni religiose. Per la costituzione di tali sodalizi, in base alla circolare del Ministero dell'interno (1910, n. 1016), il vescovo doveva munirsi del consenso del potere civile. Alla Chiesa era anche riconosciuto il diritto di proprietà in via di principio; numerose però erano in tal materia le intromissioni del potere civile. Senza speciale permesso era vietato: l'invio di somme all'estero; il possesso di beni mobili ed immobili; l'accettazione di legati e donazioni. L'amministrazione dei beni ecclesiastici veniva controllata dai concitori vescovili, ma anche dalle cancellerie laiche.
Bibliografia2 opere
Giuseppe M. Schweigl
IV. RITO
È il rito bizantino secondo l'uso della Chiesa russa e delle sue ramificazioni.
1. Estensione
Il rito russo ebbe un primo periodo comune con il rito ruteno che si può chiamare periodo kioviano. Durò fino a quando il metropolita andò a stabilirsi a Mosca, dopo il 1300, e i principi di quel Granducato presero il sopravvento nella Russia. Alcuni usi cominciarono a differenziarsi da quelli delle regioni meridionali; ma verso la fine del sec. XVII, quando Kiev entrò politicamente ed ecclesiasticamente nell'orbita di Mosca e del suo patriarca, il rito di Mosca cominciò a imporsi anche a Kiev. Alla stessa epoca i suoi libri liturgici furono copiati dai Serbi viventi in Turchia o mandati a quelli esuli nell'Impero austro-ungarico. Dopo la terza spartizione della Polonia fu imposto ai Ruteni della R. Bianca dove l'unione con Roma fu estinta (1839 e 1875). I Russi, occupando oggi anche la Galizia, dove hanno abolito la gerarchia cattolica dei Ruteni, è probabile che abbiano importato o stiano imponendo il loro rito lì come in tutta la regione fino al Bug.
2. Sviluppo interno
A quanto si sa, il primo Typicon introdotto a Kiev fu quello del patriarca Alessio Studites di Costantinopoli. Anche nel monastero delle Grotte di Kiev si osservava il Typicon studita; contemporaneamente o poco dopo si fece sentire l'influsso delle versioni slave di libri liturgici già compiute dai Bulgari e dai Serbi, ma verso il 1400 il metropolita Cipriano si sforzò di ritornare all'uso dei Greci di allora, introducendo la Diataxis di Filoteo (patriarca di Costantinopoli, 1354-55, 1364-76) e seguendo il Typicon di s. Saba, tradotto dall'igumeno Atanasio nel 1401. Il culto dei santi russi, un nuovo influsso serbo dopo la caduta di Costantinopoli (1453), la mancanza di autorità centrale, permisero molte diversità liturgiche che il Sinodo, conosciuto sotto il nome di Stoglav (1551), non potè allontanare.
Quella diversità fu ancora più palese quando i libri liturgici furono dati alla stampa in diverse città: Cracovia, Vilna, Ostrog, Mosca. Ma con l'avvento dei Romanov e sotto l'impulso del patriarca Filarete (1619-1633) si iniziò la vera riforma, che ebbe il suo culmine nello sforzo così imprudente del patriarca Nicone (1562-1667), che seguì il grande scisma dei Raskol, cioè dei vetero-ritualisti. La riforma prese come modello i libri greci contemporanei, fu favorita dal patriarca di Gerusalemme, Paisio, ed elaborata da Andrea il Greco (Sukhanov), aiutato da alcuni monaci oriundi di Kiev. Negli anni seguenti il rito russo per opera dei Kioviani subì un certo influsso latino; p. es., il Trebnik di Mosca (1677) ammise la formula indicativa dell'assoluzione e nel Matrimonio le domande sul libero consenso degli sposi; il Typicon di Mosca (1682) prescrive a chi celebra la s. liturgia di inchinarsi alle parole di Cristo. Dopo una parziale reazione l'evoluzione del rito russo si fermò. Anche i libri stampati a Kiev dovettero sottomettersi alla censura di Mosca e il S. Sinodo continuò con grande diligenza a pubblicare libri liturgici in edizioni numerose, spesso molto belle, talvolta lussuose.

(do E. Lo Gatto, L'opera del genio italiano all'estero. Gli artisti in R., II. Roma 1935, lat. 83.)
Bibliografia7 opere
Alfonso Raes
V. LETTERATURA
L'inizio, in R., di una scrittura e di una letteratura coincide con l'accettazione del cristianesimo da parte del principe Vladimir (988). Da quel momento il popolo russo partecipa, sia pure in circostanze e modi particolari, alla vita dell'Europa, di un'Europa che per secoli s'identificherà più o meno con Bisanzio, su un vasto territorio che è geograficamente la continuazione dell'Asia, aperto sempre all'invasione di tribù barbariche e primitive. Il cristianesimo portò con sé i libri religiosi: questi erano scritti nel dialetto slavo-nacedone usato da Costantino (Cirillo) e Metodio, dialetto che fu successivamente chiamato vetero-bulgar o slavo-ecclesiastico. Il linguaggio slavo-ecclesiastico penetrò in R., influenzando la lingua parlata ed a sua volta subendo l'influsso di questa. Volgar russo e slavo-ecclesiastico si fusero pienamente in qualcosa di armonico – cioè il moderno linguaggio letterario russo – soltanto verso la fine del sec. XVIII e più ancora agli inizi del sec. XIX, attraverso l'opera di grandi scrittori quali furono Karamzin, Krylov e Puškin. Primi documenti scritti della letteratura russa sono da considerarsi le traduzioni di libri sacri. Da ricordare anzitutto il Vangelo di Ostromir, opera del diacono Grigorij (1056-57). Le vite dei santi sono contenute nei cosiddetti Čet's Minej e nei Pateriki. Da ricordare anche, tra altri testi, l'Ammaestramento ai figli del principe Vladimir Monomaco, che regnò a Kiev dal 1113 al 1125, ammaestramento permeato da precetti morali e religiosi. Nella vasta pianura russa, coperta di foreste e di steppe, battuta dai venti e dalle burrasche di neve, i monasteri rappresentarono a lungo gli unici centri culturali degni di rilievo: furono infatti i monaci che raccolsero con zelo gli avvenimenti più notevoli della «terra russa», riunendoli in cronache (opera tenace e meticolosa che doveva, in parte, resistere alle guerre, ai cataclismi e alle invasioni delle tribù asiatiche, opera di civiltà che entusiasmava Puškin nell'incipiente Ottocento, quando la letteratura russa, superando rapidamente i modelli del romanticismo europeo, si affermò in pieno con valori originali tra le grandi letterature). Particolarmente importante la Cronaca di Nestore, cosiddetta dal suo probabile autore del sec. XI.
Al primo piano fra i documenti letterari di quest'epoca si trova il Canto della schiera di Igor, scoperto nel 1795, in un tempo di vivo interesse per il folklore e per il clima del medioevo (nell'incendio di Mosca del 1812 il manoscritto andò tuttavia perduto). Il canto si richiama ad un avvenimento storico, cioè ad una battaglia combattuta fra Russi e la tribù primitiva dei Polovcy (1183) e si caratterizza per momenti di alta epicità e di autentico lirismo. La scoperta di questo «canto» destò alcuni sospetti fin dal suo apparire e ci si richiamò infatti a Ossian; lo slavista francese A. Mazon ha ripreso e sviluppato recentemente i vecchi dubbi, giungendo alla conclusione che il Canto della schiera di Igor non è che un rifacimento romantico della cosiddetta Zadoničina (un poema alquanto posteriore al Canto e di più modesto valore artistico). La critica russa ne sostiene invece oggi l'assoluta autenticità.
La dominazione dei Tatari fu senza dubbio una sciagura per la cultura russa. Ripresasi, dopo la sconfitta dei Tatari, la vita nazionale, spostatasi la cultura da Kiev verso il nord, nel clima politico della Moscovia si delineò una stretta fusione tra il potere statale e quello religioso: lo Stoglav, o Libro dei cento capitoli fu appunto il protocollo di un Concilio (1551) voluto da Ivan il Terribile per decidere da arbitro su questioni controverse di disciplina ecclesiastica. Nel Domostroj, opera trattante dell'organizzazione della casa e della famiglia, si rispecchiava il clima duro, rigido e autoritario caratterizzante la Moscovia di allora. Tuttavia, fra siffatte immagini di vita primitiva e di tirannia, si sente un accento di delicatezza e di umanità nella Vita di Juliana Lazarevskaja, scritta dal di lei figlio, Giorgio Osorgin.
Il sorgere ed il diffondersi di sette religiose doveva rispecchiarsi anche nella letteratura, tanto attraverso libri più o meno «scientifici» di settari, richiamanti talvolta all'arte divinatoria e all'astrologia, quanto attraverso l'opera di Gennadij, arcivescovo di Novgorod, fedele a Mosca. Particolarmente degna di nota l'Autobiografia del «protopop» Avvakum, predicatore vigoroso, il quale narra non senza una certa efficacia artistica la sua prigionia e le persecuzioni subite dai suoi settari. Dall'imitazione di modelli stranieri e dalle semplici traduzioni si tende inoltre a passare sempre più a composizioni che presentano caratteri originali. Accanto ad argomenti sacri si notano argomenti profani in crescente misura.
Il quadro, sia pure breve e sintetico, della più antica letteratura russa non sarebbe tuttavia completo se non si accennasse alla letteratura orale, tramandatasi per parecchi secoli di generazione in generazione. Le antiche byline, canti di carattere epico, si possono, in grandi linee, ricollegare ai centri di Kiev e di Novgorod. I bogatyri (eroi) di Kiev sono soprattutto fedeli guerrieri a servizio di un ideale patrio, quelli di Novgorod (città di fiorenti commerci), sono specialmente attratti dalle ricchezze. Questa poesia ricca di colorito locale e di vigore epico si richiama ad antichissime figure di eroi dai lineamenti pagani ed a noti personaggi leggendari: Ilja Muromec, Dobrynja Nikitič e Alëša Popovič (denotanti influisti del cristianesimo).
L'ambiente di Kiev, nel primo medioevo, aveva volenterosamente accettato la prima ondata di civiltà cristiana e bizantina: nel corso dei sec. XVI e XVII un'ondata di civiltà occidentale giunse nella R. moscovita attraverso Kiev. Simeon Polockij (1629-80) fu il più insigne propugnatore di una cultura prevalentemente latineggiante.
Intanto, con l'avvento al trono di Pietro il Grande, la vecchia R. era stata profondamente scossa, almeno nella sua superficie, da una rivoluzione utilitaristica e tecnicistica. Ivan Posoškov (1652-1726), intelligente economista dilettante, esprime nel suo trattato Della povertà e della ricchezza molte caratteristiche aspirazioni dell'epoca. V. N. Tatiščev (1686-1750), autore di una Storia russa e del Dialogo sull'utilità delle scienze e delle scuole, esprime in maniera un po' ingenua le sue tendenze razionaliste e utilitariste. Il passaggio della capitale da Mosca alla nuova metropoli Pietroburgo sembra sintetizzare il predominante gusto per la modernità e per l'europeismo.
Una letteratura russa «moderna» comincia in realtà soltanto con la penetrazione del classicismo francese (sia direttamente, sia attraverso la Germania). Il Settecento illuministico e scettico porta in R. gusti, mode ed eleganze francesi, la simpatia per i «lumi», le tendenze cosmopolite, l'umanitarismo; ma per effetto della sempre accresciuta potenza russa e dei primi accenni preromantici, il tardo Settecento reca anche una maggiore coscienza della forza materiale e spirituale russa, un desiderio di originalità, vaghe aspirazioni che matureranno nel secolo successivo. Ci si limita a ricordare qui A. Kantemir (1709-44) autore di una satira intitolata Ai dispregiatori della scienza, riecheggiante lo spirito riformatore di Pietro il Grande; M. V. Lomonosov (n. tra il 1708 e il 1715 e m. nel 1765), studioso e scienziato veramente enciclopedico e di fama mondiale; D. I. Fonvizin (1745-92), autore di due felici commedie Il brigadiere e Il minorenne, esprimenti in modo caratteristico il contrasto fra la vecchia e la nuova generazione; V. V. Kapnist (1757-1823), autore di La calunnia. Anche Caterina II aveva scritto commedie con intendimenti moralizzatori. La vivace, alquanto superficiale, ma intelligente imperatrice aveva fomentato lo sviluppo del giornalismo e delle scuole: ma nel suo periodo conservatore aveva duramente represso quei giornalisti e quegli scrittori che come N. I. Novikov (1744-1816) e A. N. Radiščev (1749-1802) esprimevano in modo caratteristico le idee «francesi» del Settecento e protestavano contro le durezze della servitù della gleba.
Il Settecento, che aveva veduto i trionfi militari della R. e le prime affermazioni di una moderna letteratura, doveva in certo qual modo congiungersi all'Ottocento – il grande «secolo d'oro» della R. – nei nomi di Deržavin, Karamzin e Krylov. G. R. Deržavin (1743-1816), discendente da un'antica famiglia tatara, vigoroso e rude nella sua espressione artistica, ha ottenuto fama europea con le odi a sfondo filosofico Dio e La cascata. N. M. Karamzin (1766-1826) è il tipico esponente del «sentimentalismo» nella letteratura russa, eco di gusti letterari inglesi e di atteggiamenti umanitari francesi. Da ricordare a questo riguardo le sue Lettere di un viaggiatore russo e racconti quali La povera Lisa e Natalia figlia di boiero. Ma il clima storicistico e « nazionale » dell'incipiente Ottocento (dopo l'invasione napoleonica e la grande riscossa russa), allontana Karamzin dai suoi settecenteschi ideali giovanili: egli diverrà infatti l'autore della monumentale Storia dello Stato russo, ispirata a spirito monarchico ed a vigoroso sentimento nazionale. I. A. Krylov (1768-1844) è l'autore di famose favole che sono ancora lette oggi come quando furono scritte: i suoi « animali parlanti » hanno un inconfondibile accento russo ed il suo vocabolario si richiama ad un vivace e ricchissimo linguaggio popolare, adoperato sempre al momento opportuno e con il freno del buon gusto.
La tradizione del « sentimentalismo » si fonde con nuovi e più vivi accenti romantici nella poesia di V. A. Žukovskij (1783-1852), noto soprattutto per il rifacimento del Cimitero del villaggio di Gray e per un canto, intitolato Il bardo nel campo russo.
Il classicismo trova, a sua volta, accenti freschi e nuovi nella poesia di K. N. Batjuškov (1787-1855), cui diede specialmente fama l'elegia Tasso morente. Spunti drammaticamente felici e l'insofferenza per l'ambiente rozzo e arretrato della R. si ritrovano nella commedia Che disgrazia l'ingegno! di A. S. Griboedov (1795-1829).
La letteratura russa doveva affermarsi tra le grandi letterature europee con l'opera di Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837). La sua natura armonica seppe fondere la leggerezza briosa del Settecento con il gusto più tormentato, più filosofico, più « nazionale » dell'incipiente romanticismo. Gli influssi europei si congiunsero insomma artisticamente ed in modo originalissimo alla scoperta ed alla rivelazione dell'anima russa, del paesaggio russo, della voce ingenua e profonda del canto popolare. Cedendo solo apparentemente alle predilezioni « sentimentali » del grosso pubblico, egli creava invece un nuovo tipo di arte. La R. aveva trovato con Puškin non soltanto il suo poeta universale, ma anche il suo grande poeta nazionale: e ciò non soltanto perché nel Boris Godunov aveva cantato le lotte, le sofferenze e le glorie di secoli passati, ma anche perché nei Racconti di Belkin, nell'Eugenio Onegin e nelle liriche aveva destato a vita valori che sembravano sonnechiare nel secolare torpore del paese. K. F. Ryleev (1795-1825), poeta che partecipò all'attività rivoluzionaria dei « decabristi », volle imprimere ai suoi versi un ideale di civismo e di libertà. E. A. Boratynskij (1800-44) occupa artisticamente un posto notevole accanto a Puškin; del Boratynskij si ricordano le poesie L'ultima morte e L'ultimo poeta: visione sconsolata, quest'ultima, di un « mondo futuro », nel quale la scienza e la tecnica ucciderebbero la poesia. A. V. Kol'cov (1808-42) esaltò la campagna e il duro lavoro dei contadini russi, creando talvolta una felice armonia di elementi tipicamente folcloristici e di sensibilità poetica viva e originale. Emulo di Puškin fu tuttavia soltanto Michail Jurevič Lermontov (1814-41), morto come Puškin in duello, ma ancor troppo giovane per poter pienamente sviluppare le doti straordinarie del suo genio. Pur soggiacendo talvolta al byronismo, cioè alla deteriore moda romantica, egli seppe nel Novizio, nell'Eroe del nostro tempo, nonché in parte della sua lirica trovare accenti vivi, originali, tormentati, superando gli schemi e le formole di un romanticismo di maniera e lo stesso cinismo scettico, allora in voga tra giovani intellettuali. In qualche suo frammento (Principessa Ligovskaja) preannuncia forse vagamente Dostoevskij.
Con Lermontov si chiuse un'era della letteratura russa che non si esita a chiamare, in certo modo, signorile ed aristocratica, sia per l'origine nobilare dei suoi esponenti, sia per il tono della sua creazione. Nuove forze di origine borghese e piccolo-borghese si affacciano nella letteratura. Al romanticismo, ad un vago idealismo e ad un ancora più vago liberalismo subentrato tendenze e gusti democratici; sul piano filosofico si afferma il positivismo, presto sopraffatto dal più battagliero e rivoluzionario materialismo, che in R. tenderà ad erigersi in dogma, con un accento appassionato, forse non del tutto a torto chiamato « ascetico ».
Nikolaj Vasilevič Gogol' (1809-52) è ancora estraneo a questo ribollore di passioni politiche e sociali, ma un suo ultimo scritto (Prvni scelti della corrispondenza con gli amici) doveva già scatenare le proteste più accese della « giovane generazione ». Attraverso la sua molteplice opera letteraria, Gogol' offre già lo spunto ad alcuni capolavori giovanili del Dostoevskij (ci si riferisce soprattutto al Gogol' di racconti come Il naso e Il cappotto): d'altro lato nelle Anime morte egli presenta un potente, affascinante ed angoscioso quadro della R., che trova in certo qual modo un suo equivalente, in amara forma ironica, nell'Ispettore generale, lavoro nel quale si volle vedere soltanto una canzonatura allegra di costumi corrotti.

RUSSIA - Progetti autografi di B. Rastrelli per il Palazzo d'Inverno a Leningrado (1750-60).
V. V. Belinskij (1811-48) è il capo della nuova scuola critica, per la quale la letteratura ha soprattutto il compito di lottare per ideali sociali e razionali: da un'incipiente posizione idealista, passò ben presto al razionalismo e ad un atteggiamento socialista o almeno presocialista. Non mancano nell'opera di Belinskij intuizioni letterarie acute: in forme talvolta più ingenue si manifestano invece le tendenze razionaliste e materialiste presso i critici Černysěvkij, Dobroljubov e Pisarev, che ebbero notevole importanza nella formazione del pensiero rivoluzionario. Grandi poeti che si tennero, in complesso, fuori da ogni contenutismo a sfondo sociale (sempre più divenuto di moda) furono F. I. Tjutčev (1803-73), A. A. Fet-Senšin (1820-92), A. N. Majkov (1821-97), J. Polonskij (1820-98), A. K. Tolstoj (1817-75). Specialmente il Tjutčev ed il Fet occupano un posto di primo piano nella poesia russa: rimasti piuttosto incompresi al loro tempo, furono poi « riscoperti » agli albori del Novecento dai grandi poeti simbolisti. Invece nella poesia di N. A. Nekrasov (1821-77) si rispecchia una marcata tendenza sociale, richiamantesi a certi ideali del Belinskij, che non esclude momenti di finissima poesia: basta pensare al poemetto Vlas, rigorosa narrazione di un peccatore che, per espiare le sue colpe, percorre la Russia, raccogliendo elemosine che devono servire alla costruzione di una chiesa.
In contrapposizione alle correnti « occidentali», da cui erano man mano sorti i materialisti ed i rivoluzionari, si era venuta sviluppando anche in letteratura la corrente « slavofila », ispirantesi al culto delle tradizioni russe e slave, con una predilezione per il folklorismo (v. sopra,

I. storia). Tra i principali esponenti dell'orientamento slavofilo si ricordano i fratelli Ivan e Pietro Kireevskij, J. Chomjakov, i fratelli Costantino e Ivan Aksakov, nonché J. Samarin.
Nel tracciare l'ulteriore sviluppo della letteratura russa nel suo periodo di massimo splendore, ci si deve per forza limitare ai grandissimi. Ivan Sergeevič Turgenev (1818-83) è senza dubbio considerato il più occidentalista fra i grandi scrittori russi: tuttavia le sue Memorie di un cacciatore recano l'inconfondibile profumo della terra russa in tutte le sue più delicate sfumature; tratti tipicamente russi si ritrovano anche nei personaggi di numerosi suoi romanzi e racconti (p. es., in Un nido di nobili). Il desiderio un po' giornalistico di essere sempre al corrente dello stato d'animo della gioventù russa e delle sue ideologie gli fu forse qualche volta di nocumento, come in Padri e figli e Terre vergini, racconti peraltro di vivissimo interesse documentario. Ivan Aleksandrevič Gončarov (1812-91) introdusse nella letteratura il mondo pigro e «all'antica» della sua natia Simbirsk sul Volga. Il suo Oblomov, potente raffigurazione della vecchia R. sonnolenta e indecisa — nel secolo dell'incipiente democratizzazione e del nichilismo — appartiene ai principali capolavori letterari dell'Ottocento. Come tutti i grandi «realisti» (per usare un'espressione cara alla critica russa), Aleksandr Nikolaevic Ostrovskij (1823-1886) fu, con il suo «teatro di costume», più propriamente un trasformatore della realtà. Nel suo teatro vive di vita robusta e intensa il rude, opaco e tradizionalistico mondo dei mercanti russi. Ci si limita a ricordare, tra le sue commedie più famose, L'uragano, La foresta, Con i propri ci si arrangia.
Fedor Michajlovič Dostoevskij (v.) fu non soltanto scopritore degli abissi più tenebrosi dell'anima umana, ma, come tutti i sommi geni, fu nello stesso tempo un classico, per la sua attitudine a rappresentare da differenti punti di vista passioni travolgenti e per la sua limpida arte che rifugge da sofferenze letterarie e artificioze. Dalle delicate pagine di Povera gente, di Notti bianche, dal superamento di Gogol' e di Hoffmann celebrato nel Sosia, ai grandi capolavori (Delitto e castigo, L'idiota, Fratelli Karamazov) si può notare nell'opera di Dostoevskij una armonica evoluzione, ricca tuttavia di soprese e di continui rinnovamenti. Dostoevskij ha avuto la capacità di risolvere in arte un mondo agitato e potente di passioni e di idee, nell'epoca dell'incipiente Rivoluzione (ancora prevalentemente limitata ai cervelli). Il suo amore (talvolta non privo di spunti messianici e panslavisti) per la R. si identifica con un cristianesimo tormentato ma intensamente vissuto. Lev Nikolaevič Tolstoj (v.) è il creatore, con Guerra e pace, di uno dei massimi capolavori di epica moderna; celebrato in tutto il mondo per il romanzo Anna Karenina, è grande artista pure in Resurrezione (in cui si sente l'appesantimento causato da un contenuto ideologico) e di vivissimo interesse anche nei suoi momenti polemici e talvolta paradossali. M. E. Saltykov-Ščedrin (1826-1889) fu forse il più grande dei satirici russi: taluni suoi scritti possono apparire come vasti quadri della società russa del suo tempo. G. I. Uspenskij (1840-1902) descrisse con accenti prevalentemente naturalistici un mondo di piccola borghesia. A. F. Pisenskij (1820-1881) si può in certo qual modo ricordare, sia pure in tono minore, accanto a Turgeniev. N. S. Leskov (1831-1895) fu scrittore originale e vigoroso che si occupò soprattutto della vita del clero russo, ma diede anche un quadro vivo della società russa prima e dopo le grandi riforme di Alessandro II. Piuttosto avversato in un'epoca di realismo letterario, fu pienamente apprezzato nell'incipiente sec. XX.
Fine scrittore, incline al tolstoianesimo ed al «populismo» fu V. G. Korolenko (1853-1921), noto specialmente per il Sogno di Makar. Al Korolenko può in qualche modo avvicinarsi A. I. Ertel' (1855-1908). V. M. Garšin (1855-88) si rivelò, pur nella sua breve vita, un notevole artista: una malattia nervosa lo condusse al suicidio e tratti morbosi si rivelano del resto anche nei suoi racconti delicati e fini, nei quali spunti realistici tendono ad assumere un significato simbolico. S. J. Nadson (1862-87) dedicò tutta la sua breve vita alla poesia: dai suoi primi ed alquanto vaghi entusiasmi a sfondo sociale passò poi a note preannuncianti gusti decadenti e crepuscolari: la sua grande fama fu piuttosto effimera.
Anton Pavlovic Čechov (1860-1904) fu forse l'ultimo grande rappresentante del «secolo d'oro» della letteratura russa: i suoi amici ed ammiratori, portandolo alla tomba, intuivano vagamente che con il suo funerale veniva a chiudersi un'epoca. Il suo sfondo «scientifico» e positivistico lo conduce ad esperienze diverse e addirittura opposte da quelle dell'arte zolana: il suo è un positivismo tragico. Egli è il creatore del «dramma di stati d'animo», di atmosfere grigie inconfondibili rischiare da «miraggi». Si ricordano qui, soltanto di sfuggita, le sue mirabili novelle, nonché i principali lavori drammatici Il gabbiano, Zio Vanja, Le tre sorelle, Il giardino dei ciliegi. Massimo Gorkij, pseudonimo di A. M. Peškov (1868-1936), divenne celebre con i suoi lavori giovanili ispirati alla vita dei vagabondi russi. Oscillò in certo qual modo fra un socialismo rivoluzionario (non privo di tratti romantici e individualistici) ed il bolscevismo, per finire come classico della letteratura sovietica. A. I. Kuprin (1870-1938), noto per le sue opere di largo respiro La fossa e Il duello, non va tuttavia esente da taluni caratteristici difetti di una tradizione crudamente realista e naturalista. Ivan Alekseevic Bunin, divenuto famoso per i suoi capolavori Il villaggio e Valsecca, è scrittore di aristocratica finezza e dotato di acuto spirito di osservazione. Boris Konstantinovič Zajcev, che trovò in Italia come una seconda patria, si è rivelato originale scrittore specie nei piccoli racconti. Figura drammatica e umanamente interessante fu L. N. Andreev (1871-1919). Nella sua persona e nella sua opera si riflette il dramma della intelligencija russa: esaltatore della Rivoluzione, finché questa gli sembrava anarchica ribellione contro ogni oppressione e tirannia (Il rito rosso; Il governatore; Il racconto dei sette impiccati), scagliò poi il più violento antemo contro la Rivoluzione, quando questa gli apparve come tirannia, come negazione di una grande tradizione letteraria russa di cui egli era stato, nonostante certi aspetti innovatori della sua arte, uno degli ultimi notevoli epigoni.
Nei primi anni del sec. XX la poesia russa ebbe una grandiosa fioritura spiritualista e simbolista. Tutta quanta la cultura tendeva a sciogliersi da vecchie formole; al realismo, al naturalismo, al positivismo si contrapponevano tendenze vagamente idealiste, mentre si riaffermavano valori religiosi, ora come ritorno a tradizioni russo-bizantine, ora come religiosità colta e raffinata, eclettica ed equivoca. Precursore della generazione simbolista può sotto vari riguardi considerarsi Dmitrij Sergeičić Merežkovskij (1866-1941), anima profondamente tormentata da problemi religiosi, autore di romanzi che ebbero larga eco, come Ginliano l'Apostata e Leonardo da Vinci, ecc., appesantiti forse dalle troppo rigide e schematiche «parti» che l'autore assegna ai suoi personaggi.
In un clima di relativa libertà, alla nuova lirica russa si dischiuse il libero volo della fantasia. Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, Verhaeren conobbero in R. il momento del loro trionfo. Nell'«artificiale», raffinata e splendida Pietroburgo, ai margini della steppa e sull'orlo della rivoluzione, fioriva il gusto per spettacoli sontuosi e per «fiori di serra», per tutto quello che poteva apparire esotico e stravagante. Ad un secolo di distanza dal grande romanticismo europeo, si sviluppava in R. un nuovo romanticismo: antiche aspirazioni di poeti e di mistici rifioriranno infatti nei canti alla «bellissima dama» di Blok, sullo sfondo «dostoevskiano» e allucinato dei canali della Neva. Sulle orme di Novalis, la nuova poesia tendeva a fondere l'elemento lirico con quello religioso (con vaghe velleità di vaticinio). Gusti e immagini dell'arte prerraffialità rifiorivano in nuove inattese modulazioni.
K. D. Balmont volle essere, con i suoi canti ostentatamente solari e sonori, il «sacerdote della bellezza»; e se oggi parte della sua poesia appare precocemente invecchiata, gli resta il merito di essere stato un instancabile traduttore (come altre volte è stato il caso di poeti di secondo piano). V. J. Brjusov fu, tra i giovani del primissimo Novecento, forse il più colto e il più instancabile ricercatore di forme nuove. V. S. Solov'ev (Solovjov) fu poeta e filosofo e segna in certo qual modo il legame tra Dostoevskij ed il più grande dei poeti simbolisti russi: Blok. Di Solov'ev, che seppe esprimere nelle delicatiissime sfumature della sua poesia spunti travagliati e complessi del suo pensiero filosofico, si ricordano Tre incontri, Ex oriente lux e Pamongolismo. V. I. Ivanov, nella cui famosa «torre» si riunivano letterati e pensatori, fu dai vortici della Rivoluzione condotto a Roma, per un cammino ad un tempo artistico e spirituale: figura di proporzioni davvero eccezionali, egli fu poeta, filosofo e filologo. A. Belyj (pseudonimo di B. N. Buguev), poeta di tendenze mistiche, espresse negli anni della Rivoluzione, insieme a Blok (dell'ultimo periodo) ed al pensatore Ivanov-Razumnik, un curioso messianismo «scitico», in cui confluivano motivi «ortodossi» e slavofili con spunti rivoluzionari bolscevichi. Il più grande, il più puro ed il più virgineo di questi poeti del primo Novecento russo fu senza dubbio Aleksandr Aleksandrovič Blok (1886-1941) di cui si ricordano, tra altre raccolte liriche, I versi della bellissima dama. I suoi poemetti I dodici e Gli Sciti ebbero larga fama per il loro stravagante contenuto ad un tempo mistico e rivoluzionario, per un'ideologia classista e nazionalista, infine per l'attraente equilibrio di antiche e quasi arcaiche reminiscenze e di audacie avanguardiste.
Nell'impossibilità di citare tutti i nomi degni di rilievo, si ricorda la grande poetessa A. A. Achmatova, la cui poesia, pervasa di delicate note amorose, assume spesso il tono della confessione e la cui modernità espressiva siva trova un controllo ed un freno nel suo innato gusto classico, nella sua semplicità, nel suo tono inconfondibilmente femminile; da ricordare ancora N. S. Gumilev, fucilato dai bolscevichi agli inizi della Rivoluzione, temperamento di vagabondo, poeta di complessa e interessante avanguardia, S. M. Gorodeckij, V. F. Chodasevič, M. A. Kuzmin, nonché F. Sologub (1863-1927), pseudonimo di F. K. Teterenkov, noto soprattutto come narratore, specialmente per il suo romanzo Il demone meschino. Da ricordare poi un notevole poeta: O. E. Mandelstam che, partito dal simbolismo, subì interessanti sviluppi, e V. V. Chlebnikov, il quale introdusse il futurismo in R.
La letteratura sovietica accentuò in un primo momento le tendenze avanguardiste ed in particolare futuriste. La rivoluzione politico-sociale e la rivoluzione artistica erano infatti sgorgate, almeno in certi loro aspetti caratteristici, da un comune fondo materialistico, dall'esaltazione delle fabbriche e delle masse in movimento, in una parola da «stracità». Ma ben presto, per influsso di Lenin che non gradiva l'ermitismo (inaccessibile secondo lui alle masse operaie) e ancor più per effetto di una evoluzione (in nome della quale si rivalorizzarono antiche glorie sul campo militare e politico), si tornò alla rivalutazione di molti classici (interpretati però rigidamente secondo le direttive del partito) ed alla riscossa in tutti i campi del «realismo». Non solo in letteratura, ma anche in pittura, in architettura, ecc., l'avanguardia era ormai battuta. Sempre più la letteratura sovietica è venuta a svilupparsi quale esempio — in certo modo — di «letteratura manovrata». La funzione della critica era, in un congresso letterario del 1933, identificata ufficialmente con il compito di determinare se lo scrittore si adeguasse alle nuove direttive politiche. Le direttive di Zdanov venivano sempre più a rappresentare, per gli scrittori, la direttiva di seguire fedelmente le direttive del partito. Il regime sovietico inquadrava la produzione letteraria tra le altre «produzioni», assegnando determinati compiti e argomenti agli scrittori: atteggiamento certamente del tutto nuovo nella storia delle moderne letterature, ma sgorgante in modo logico dalle premesse del marxismo-leninismo.
Vladimir Majakovskij (1893-1930) fu il massimo esponente del futurismo russo (di lui si cita il poema 150.000.000): non privo di spunti geniali, resta peraltro talvolta sopraffatto da una certa sonorità, attraverso la quale si manifestò come divulgatore delle parole d'ordine del partito. Poeta veramente grande — anche se disuguale — fu Sergej Esenin (1895-1925). Poeto negli anni della bufera rivoluzionaria, della fame, della guerra civile. La poesia di Esenin oscilla tra echi idillici, campagnoli, quasi folkloristici, ed una tormentosa ricerca di forme nuove e di paradisi artificiali nei locali notturni della metropoli. Tra i principali scrittori sovietici sono Boris Pilnjak, L. Sejfullina, V. Ivanov, E. Zamjatin, N. Nikitin, Lunc, Babel', Leonov, Gladkov, M. Zoščenko (poi violentemente criticato per «devizionismo»), l'aristocratico A. N. Tolstoj (1883-1945), prima avversario del comunismo e poi rientrato nell'U.R.S.S., scrittore diseguale e talvolta interessante, I. Erenburg, oscillante in gioventù fra un atteggiamento anarcoide ed evasioni mistico-religiose, poi divenuto in certo qual modo l'ufficio dell'«era staliniana». In tutti questi scrittori ed in altri, forse meno noti all'estero, c'è qualcosa di effimero e di polemico, ma ci sono anche momenti di autentica arte: basta, ad es., ricordare L'armata a cavallo del già citato I. Babel'. Romanziere di grande talento si rivelò J. K. Oleša, nel suo felice equilibrio di capacità costruttiva e di sensibilità moderna. Notevole poeta si è rilevato Boris Pasternak, felice traduttore di Goethe, Verlaine e Rilke: pur avendo esordito su posizioni futuristeggianti, si è poi ispirato ad un mondo di ricordi, di stati d'animo, di echi romantici. Scrittore di ampio respiro e di colorito epico si è rilevato — nonostante una certa prolissità — M. Solovchov, l'autore del Placido Don. Non si possono inoltre dimenticare, tra parecchi altri, i nomi di Fadeev e di Simonov.
Anche nell'emigrazione si è creata, tra difficoltà non lievi, una vita letteraria e culturale, ma nel corso dei decenni, gli scrittori già maturati verso il 1917 si son venuti spegnendo, mentre molti giovani sono stati assorbiti — come era ovvio — dai nuovi ambienti in cui erano nati o si erano venuti sviluppando.
Bibliografia3 opere
VI. ARTE
L'arte assunse in R. sin dai suoi primi albori carattere prevalentemente religioso e coincise con l'introduzione ufficiale del cristianesimo nel 988. Assieme ai primi sacerdoti giunsero da Bisanzio architetti, pittori, musaicisti.
Il primo avamposto del bizantinismo verso la R. fu la città di Chersoneso Tsurica, la cui Cattedrale sembra sia stata riprodotta nella famosa S. Sofia di Kiev. L'arte bizantina penetrò in R. anche attraverso l'Armenia e la Georgia, per la via del Volga e dei suoi affluenti, fino a Vladimir e Suzdal. Questa seconda fonte, indiretta, di penetrazione, suscitò variazioni nello stile originario bizantino che fecero assomigliare alcune chiese di Kiev, di Ternigov, di Novgorod e di Vladimir alla basilica di Ani in Armenia ed a quella di Mokvi in Georgia.
In genere, per le chiese furono adottati i principi fondamentali dell'architettura bizantina: la forma a cubo con una cupola e quattro piloni, risultato dell'unione della forma basilicale con quella centrale; anche la spartizione interna s'ispirò a quella delle chiese bizantine, introducendovi solo alcune variazioni. Le decorazioni murali seguirono, logicamente, la disposizione architettonica, adattando i soggetti iconografici alla destinazione dei vari ambienti. Al sommo della cupola si effigì il Cristo, Giudice eterno, dagli occhi severi e dai lineamenti ascetici e duri, la S.ma Trinità con il coro degli arcangeli e degli Evangelisti. Nell'abside dominò la Vergine, dalle proporzioni gigantesche; in basso si raffigurò l'Eucaristia, sotto la forma della Comunione degli Apostoli. Nella navata centrale si raffigurarono i principali avvenimenti del Vecchio e del Nuovo Testamento; sul muro occidentale dirimpetto al santuario, grandioso e terrificante, il Giudizio Universale. Tali elementi si concretarono in R. nel secc. XI e XII nella chiesa di Kiev, di Ternigov, di Kanev, di Oster, di Periaslavl e di Vladimir Voljinskij, nelle quali si foggì il bizantinismo attraverso le forme dell'arte orientale, assimilando l'ornato persiano e con variazioni inerenti alla potente individualità del popolo russo.
Nell'anno 989 Vladimir fondò la più antica chiesa di Kiev, la chiesa della «Decima», Iaroslav il Saggio costruì a Kiev nel 1037 la cattedrale di S. Sofia. Isiaslav edificò nel 1073 il monastero Peterskij e successivamente la chiesa di S. Michele e quelle di S. Cirillo e di S. Alessio. Di esse la più famosa è quella di S. Sofia, su pianta rettangolare, sormontata da 13 cupole, cinta da gallerie esterne. La chiesa si avvicinò alla basilica giustiniana solo nello schema generale, derivando nei suoi pilastri a fascio e nelle arcate cieche dalle cattedrali di Chersoneso, dell'Armenia e della Georgia. Nella prima metà del sec. XVII S. Sofia subì restauri che cambiarono tutto il suo aspetto esterno ed interno. Nelle decorazioni murali gli artisti bizantini si ispirarono ai canoni bizantini. I musaici di S. Sofia, pur conservati solo in parte, costituiscono un vero tesoro artistico. A Ternigov sono pure conservati monumenti religiosi del periodo granducale, tra i quali la chiesa della Trasfigurazione.
Nel periodo oscuro determinato dall'invasione mongolica, che soffocò la brillante civiltà di Kiev e di Ternigov, e prima ancora che sorgesse il nuovo astro di Mosca, ebbero in R. notevole sviluppo la città di Novgorod e di Pskov, le quali divennero nel secc. XIII-XVI veri avamposti della cultura russa. Anche a Novgorod, che ebbe rapporti commerciali pure con i centri del Mar Baltico e particolarmente con la famosa Unione commerciale dell'Hansa, le prime manifestazioni artistiche si ebbero con monumenti religiosi; le chiese sorsero severe e semplici e l'influenza bizantina vi fu temperata dalle esigenze del clima, dalle tradizioni e dai gusti locali, oltre che dal contatto con l'arte dei paesi occidentali, particolarmente con l'arte romanica. Gli architetti di Novgorod si trovarono di fronte al problema della copertura a travature di legno e adottarono la stessa soluzione dei loro colleghi occidentali ossia la copertura con volte a botte e pilastri a fascio; le pareti esterne furono spartite da lesene, da arcate cieche e ornate da eleganti archetti pensili. Le chiese di Novgorod e di Pskov mostrarono la tendenza al gotico solo verso il sec. XV. La più antica chiesa di Novgorod è la cattedrale di S. Sofia (1045-52). Opera dei maestri bizantini, era nota per le sue tre porte in bronzo, di cui la «Korsunskaja» è opera di un maestro di Magdeburgo, come risulta dalle iscrizioni. Si distinsero anche molti maestri-architetti locali, tra i quali Pietro, Mironez ed altri. Si parla pure di un Andrea Romano che avrebbe eretto la chiesa della Natività della Vergine.

L'architettura di Novgorod raggiunse il suo massimo sviluppo nel sec. XIV, con l'erezione delle celebri chiese di S. Teodoro (1360) e della Trasfigurazione (1374), affrescate dal maestro bizantino detto Teofano il Greco. Pskov introdusse alcune varianti: la costruzione diffusa delle gallerie coperte, attorno al corpo centrale della chiesa, e la maggiore organicità e pesantezza della forma.
Lo sviluppo architettonico fu accompagnato da un vero risorgere della pittura e dell'arte decorativa. I dipinti russi presentarono per secoli le caratteristiche stilistiche e iconografiche dell'arte bizantina, solo più tardi attinsero alla feconda fonte dell'arte italiana, in occasione cioè della IV Crociata, quando europei raggiunsero la R. meridionale. L'arte italiana si diffuse nella R. attraverso la Dalmazia, la Serbia e la Polonia particolarmente nel sec. XVI. Teofano il Greco creò a Novgorod una vasta scuola pittorica dalla quale uscì un astro della pittura religiosa russa: Andrea Rublev, che influenzò il nord della Russia ed anche l'arte di Vladimir-Suzdal. Gli affreschi del convento di Ferapont (1500), eseguiti dal maestro Dionigi e figli, rievocano, con il loro ricco ciclo iconografico le opere insigni dei trecentisti italiani ed in specie quelle di Giotto, di Duccio Boninsegna e di Simone Martini. Alla fine del sec. XVI, l'arte moscovita detronizzò la scuola pittorica di Novgorod, diventandone nello stesso tempo erede.
Le prime costruzioni religiose sorsero a Mosca sin dalla fine del sec. XIV e si perfezionarono durante il regno di Ivan III (1462-1505), il quale cercò di ridare omogeneità alle fabbriche religiose e controllò quelle civili. Il suo matrimonio con Zoë Paleologa, educata a Roma sotto la protezione di papa Sisto IV, diede occasione alla chiamata a Mosca di architetti ed artisti italiani. Essi adornarono la città di stupendi monumenti architettonici, i migliori del periodo fra la seconda metà del sec. XV e la prima metà del sec. XVI, fra i quali il famoso Cremlino. Però gli artisti italiani dovettero piegare la loro genialità alle pretese dei committenti, che nella costruzione della chiese si seguisse il prototipo della cattedrale di Vladimir, a pianta rettangolare, con molte absidi e sormontata da cinque o più cupole. Sotto questa ispirazione, infatti, Ridolfo Fioravanti, soprannominato in R. « Aristotele », costruì a Mosca (tra il 1475 ed il 1479) la famosa cattedrale dell'Assunzione, introducendovi però importanti innovazioni nei portali e nelle decorazioni esterne e profondendo ovunque il ricco ornato italiano. Furono i maestri italiani ad insegnare ai Russi a conoscere i mattoni, a preparare la calce e a servirsi di travi di ferro nel collegamento delle mura. L'impiego dei mattoni intensificò il gusto dell'ornato. Alvisio Novi, detto il « maestro di mura », nel costruire a Mosca la cattedrale dell'arcangelo Michele introdusse pienamente la tendenza artistica del Rinascimento. Egli costruì anche il famoso Palazzo « Terem », che servì di residenza al principe. Le chiese costruite in legno, nei più svariati tipi architettonici, rimasero però sempre una caratteristica dell'arte sacra russa.
Riguardo alla pittura, l'arte moscovita ereditò la tradizione della scuola di Novgorod; più tardi cercò nuovi elementi e creò il cosiddetto « stile Stroganov », dal nome dei grandi mecenati di origine settentrionale. Si formò una specie di « bottega » di artisti e di artigiani, che si prefisse di raggiungere la ricchezza dei dettagli e dell'ornamentazione. Il lato formale divenne esclusivo. Scomparvero la potenza e la forza, proprie dei primitivi dipinti di Novgorod e di Pskov, come pure l'unità e l'organicità dell'insieme, prevalse il contenuto illustrativo e narrativo. Più tardi il governo volle direttamente regolarne le manifestazioni, incaricando il clero di compilare i manuali tecnici, obbligando gli artisti all'osservanza dei relativi canoni.
Mentre la pittura religiosa nazionale di Mosca era in piena decadenza e prima del sorgere di Pietro il Grande, che lasciò libertà alla cultura occidentale di penetrare in R., vi fu una breve ma brillante parentesi di rifornimento dell'arte nazionale russa, a Rostov ed a Jaroslavl. A partire dal 1620 in poi a Jaroslavl furono costruite ben quaranta chiese in pietra, le quali formarono gruppo a sé, pur conservando la solita pianta rettangolare. Però le loro dimensioni aumentarono, l'interno fu reso più gaio dalla maggiore luminosità ottenuta, come nelle primitive basiliche paleocristiane, con larghe finestre e con la ricca fioritura degli affreschi nelle navate e nelle absidi. La produzione artistica assunse il carattere collettivo. I pittori lavorarono a squadre, dirette da capomastri obbligati ad attenersi ai canoni prescritti dalle autorità ecclesiastiche. Una delle fonti dell'ispirazione dei pittori di Jaroslavl furono le raccolte delle stampe tedesche ed olandesi, le quali cedettero alla pittura russa gli elementi iconografici occidentali. Fra le chiese sorte a Jaroslavl si distinsero quella del profeta Elia (1647-50), quella di S. Giovanni Crisostomo in Korovniki (1649-54), quella di S. Giovanni Battista di Tolchkovo (1671-81). Nei pressi di Jaroslavl, a Romanov Borisoglebsk fu eretta la chiesa della Resurrezione, potente esempio del bizantinismo con reminiscenze del romanico occidentale nelle sue gallerie intorno al corpo centrale dell'edificio, negli archetti pensili e nella decorazione a carattere geometrico.
Rostov, sino dal principio del sec. XIII, godeva la fama di una Montecassino russa, per la grandiosità delle sue chiese, dei suoi monasteri e per la ricchezza delle sue biblioteche. Perduta nel sec. XIV l'indipendenza politica, rimase ancora focolare culturale e religioso di tutta la R. nord-orientale; i suoi vescovi ebbero potenza di veri sovrani. Il famoso metropolita Jona Sisoith, che governò Rostov per quasi quarant'anni (1652-90), diede grande impulso in ogni campo, compreso quello delle belle arti; fece costruire il Cremlino di Rostov, fortezza monastica e testimonianza dei tempi in cui l'autorità religiosa era investita anche dei poteri civili. Delle cinque chiese nell'interno del Cremlino, tutte affiancate da due torrioni laterali, la più antica è quella della Resurrezione (1670), riccamente adorna all'esterno di maioliche e mattoni messi a coltello. La chiesa di S. Giovanni Evangelista dà esempio di maggiore maturità nella tecnica. Nella chiesa del Salvatore predomina la decorazione interna ad affresco, ispirata a soggetti di storia sacra; detti affreschi sono chiusi entro l'ornato floreale di origine orientale. Il periodo aureo di Rostov fu di breve durata; le riforme di Pietro il Grande privarono Rostov di molte sue risorse, e, nel 1788, il trasferimento a Jaroslavl del seggio del metropolita fu inizio della decadenza. L'arte di Jaroslavl e di Rostov chiusero degnamente il periodo veramente nazionale dell'arte religiosa russa. L'influenza straniera, già forte a Mosca dopo il 1650, divenne potente con la fondazione della nuova capitale, Pietroburgo, che segnò l'era nuova ed il sorgere dei nuovi problemi di un'arte a carattere prevalentemente laico. - Vedi tavv. LXXXIX-XCII.
BIBL: Archimandrita Makarij, Descriz. archeol. delle antichità religiose di Novgorod (in russo), Mosca 1860; E. Viollet-Le Duc, L'art russe, Parigi 1877; N. P. Kondakov - I. Tolstoi, Antichità russe nei monum. dell'arte (in russo), Pietroburgo 1889-99; I. Gabar, Stor. dell'arte russa (in russo), 6 voll., Mosca 1909; D. W. Ainalov, La pittura bizantina del sec. XIV (in russo), Pietroburgo 1918; P. Mouratov, L'ancienne peinture russe, Praga-Roma 1925; N. P. Kondakov, L'icône russe, Praga 1931; T. Uspenskij, L'art byzantin chez les slaves, Parigi 1932; M. Krasceninnicowa-Gibellino, Storia dell'arte russa, I, Roma 1935; M. de Taube, Rome et la Russie avant l'invasion des Tatars, Parigi 1948.
Maria Krasceninnicowa Gibellino














