RUTENI

RUTENI. - Nella terminologia della Curia romana e della R. Cancelleria di Polonia con il termine R. dal medioevo venivano designate le popolazioni cristiane di rito bizantino-slavo residenti all'ovest della linea che corre all'incirca dall'alto Dvina al basso Dniepr.

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RUTENG, VICARIATO APOSTOLICO di - Chiesa e residenza missionaria.
(fot. Fide)
I. INCORPORAZIONE DEI R. NELLO STATO POLACCO-LITUANO. — Nei secc. X-XII queste regioni erano in massima parte sotto il dominio dei diversi principi rurikidi raggruppati intorno al Granprincipe di Kiev (v. Storia). Dopo la conversione del granprincipe di Kiev, s. Vladimiro (980-1015), il cristianesimo di rito bizantino-slavo si propagò rapidamente in tutti i principati ruteni, e i vescovati ivi eretti facevano parte della metropolia « di Kiev e di tutta la Russia » (v. KIEV), che dipendeva dal patriarcato costantinopolitano. Perciò in seguito allo scisma bizantino anche i R. si trovarono separati dalla comunione con Roma. Nel corso del sec. XIII le guerre intestine e le invasioni dei Tatari talmente disgregarono la federazione dei principi rurikidi, che nel sec. XIV i principati ruteni — la città di Kiev compresa — furono progressivamente conquistati dalla Lituania e dalla Polonia. La unione politica tra la Polonia e la Lituania, iniziata nel 1386 con il matrimonio del granprincipe Jagellone con la regina Edvige e rinsaldata più tardi dagli accordi di Horodlo (1413) e di Lublino (1569), riunì pure i R. nell'ambito dello Stato polacco-lituano, dove essi rappresentarono un fattore importante nella vita politica.

Queste vicende politiche e il trasferimento della sede del metropolita di Kiev a Mosca compromissero anche l'unità della metropolia stessa. I patriarchi costantinopolitani seguendo la fluttuazione delle condizioni politiche ogni tanto smembravano la metropolia nominando metropoliti separati per Halić e per la Lituania, ogni tanto la riunivano nelle mani dell'unico metropolita residente a Mosca. Da ultimo la metropolia « di Kiev e di tutta la Russia » si trovò Isidoro (v.) nominato dal patriarca costantinopolitano nel 1436. Isidoro Firenze (v.), dove insieme con i Greci aderì all'unione e poi la promulgò sia in Polonia sia in Russia (nel 1441). Incarcerato per questo a Mosca dal granprincipe Basilio, riuscì a fuggire e non potendo restare neppure in Polonia, perché vi si riconosceva allora l'antipapa Felice V, Isidoro si ritirò a Roma, dove nel 1458 rinunziò alla sede di Kiev. Il suo successore Gregorio (1458-72) venne riconosciuto dal re Casimiro (1445-92), ma la sua giurisdizione effettiva era limitata al territorio dello Stato polacco-lituano. I successori di Gregorio rimasero in comunione con Roma fino al metropolita Giuseppe Soltan (1507-21), ma poi tornarono a chiedere l'investitura canonica ai patriarchi di Costantinopoli.

II. UNIONE DI BREST LITOVSK

Intanto nel comune Stato polacco-lituano cresceva sempre più il predominio dell'elemento polacco-cattolico, economicamente, socialmente e culturalmente superiore ai R.

La nobiltà rutena, che aveva continui contatti nelle frequenti diete e nell'esercito con quella polacca, subiva inevitabilmente l'influsso della cultura polacco-latina. I matrimoni misti e le scuole cattoliche frequentate anche dalla gioventù rutena dissidente, conducevano spesso al passaggio al cattolicesimo ed all'accettazione del rito latino. Dopo il 1550 aumentò la propaganda del protestantesimo anche in Polonia, dove guadagnava molte nobili famiglie cattoliche ed ancora più quelle rutene. Infatti la Chiesa dissidente, religiosamente, culturalmente e socialmente più debole di quella cattolica, non era in grado di resistere validamente da sola e dall'estero non poteva essere aiutata efficacemente, poiché la Chiesa di Costantinopoli come quella di Mosca si trovavano allora negli Stati politicamente ostili a quello polacco-lituano. Tuttavia le confraternite dissidenti, capeggiate da quelle di Leopoli e di Vilna, con le loro scuole e pubblicazioni opponevano una certa resistenza all'espansione del protestantesimo nelle città. Una analoga attività svolgeva anche il principe Costantino Ostrogskij (v.) aiutato in ciò

dal principe Andrea Kurbskij e dal monaco Artemio, profughi russi. Nella tipografia annessa alla scuola di Ostrog, allora unica scuola dei dissidenti che raggiungeva il livello di quelle cattoliche, uscì nel 1581 la prima Bibbia stampata nella lingua ecclesiastico-slava.

Intanto alcuni vescovi ruteni, da una parte considerando lo stato disastroso della propria Chiesa e dall'altra vedendo il successo della Chiesa cattolica nella lotta contro il protestantesimo, concepirono l'idea dell'unione con Roma. Essi speravano che, inserendo la loro metropolia nell'organismo della Chiesa universale, avrebbero migliorato le sue condizioni religiose, culturali e sociali e in tal modo l'avrebbero salvata dall'imminente rovina. Il progetto dell'unione fu discusso segretamente in alcune riunioni dei vescovi e trattato con il re Sigismondo III (1587-1632), favorevole all'unione anche per ragioni politiche. Però fu lasciato da parte il principe Ostrogskij e ciò creò più tardi non lievi difficoltà.

Finalmente i vescovi Cirillo Terleckij di Luck e Ipazio Potiej di Vladimir si recarono a Roma, dove il 23 dic. 1595 prestarono l'atto di ubbidienza al papa Clemente VIII a nome di tutto l'episcopato ruteno. Il Papa con la bolla del 23 febbr. 1596 confermò tutti gli antichi diritti della metropolia di Kiev. Si dovevano conservare intatti il rito e le istituzioni canoniche orientali; i vescovi dovevano ricevere l'investitura canonica dal metropolita, il quale, eletto dai vescovi, doveva essere confermato dal papa. Il Sinodo dei vescovi ruteni, celebrato a Brest Litovsk dal 6 al 10 ott. del 1596, proclamò solennemente l'unione della metropolia di Kiev con Roma. Il re Sigismondo riconobbe ufficialmente l'unione e considerò la gerarchia unita come unica legittima gerarchia dei R. Però allora non aderirono all'unione i vescovi ruteni di Leopoli e di Peremyšl, sostenuti da una parte dei monaci e della nobiltà rutena con il principe Ostrogskij in testa e dalle numerose confraternite, specialmente da quelle di Leopoli e di Vilna. Perciò il metropolita Michele Rahoža (1588-99), fedele all'unione ma debole, dovette lottare contro questa opposizione per applicare le decisioni del Sinodo di Brest. Il suo successore Ipazio Potiej (1600-1613), oriundo dall'alta nobiltà, amministratore pratico ed energico, seppe meglio sostenere i diritti contro i dissidenti, i quali con processi giudiziari, con attacchi subdoli a mano armata cercavano di impedire alla gerarchia unita l'esercizio della giurisdizione ecclesiastica. Potiej ottenne dal Re la conferma di tutti i diritti e privilegi già concessi agli uniti in occasione dell'unione conclusa a Firenze.

III. CONSOLIDAMENTO DELL'UNIONE

A Potiej succedette il Rutskij (v.). Potiej aveva consolidato l'unione nel campo giuridico ed amministrativo, ma occorreva ancora rendere più conscia e profonda l'adesione del clero e del popolo all'unione.

Perciò Rutskij volle elevare il livello religioso-culturale del clero e del laicato ruteno, che era inferiore di fronte a quello dei cattolici latini polacchi. A questo scopo occorrevano a Rutskij le scuole come le avevano i latini. Egli ottenne da Paolo V la parificazione giuridica delle sue scuole con quelle latine, ma per mancanza di mezzi finanziari non le poté istituire. Anche la famosa scuola dissidente di Ostrog passò nel 1620 ai Gesuiti. Neppure riuscì ad aprire il Seminario di Minsk, perché l'edificio e i beni destinati a questo scopo furono restituiti dal re Ladislao IV ai dissidenti.

Più successo ebbe BASILIANE (v.), i quali fino allora dipendevano dai vescovi e menavano vita monastica. Rutskij ideò la trasformazione dei Basiliani in un grande Ordine diretto da un superiore generale distinto ed indipendente dal metropolita. I sacerdoti dovevano costituire la parte principale dell'Ordine e dedicarsi anche alla cura di anime. Però i vescovi dovevano tutti essere basiliani, come prima. Un capitolo generale dei monasteri basiliani accettò queste proposte nel 1621 e così ebbe principio la riforma, approvata poi anche da Roma. L'Ordine riformato divenne poi fulcro della vita religiosa e culturale della metropolia rutena

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RUTENI - Il Sinodo dei vescovi ruteni a Roma (1926).
(per cortesia del Pont, Istituto Orientale)
unità. Ma allora non furono ben precisate le relazioni tra il metropolita e il superiore dell'Ordine, da cui dovevano provenire tutti i vescovi ed alti dignitari ecclesiastici. Ciò causò più tardi gravi difficoltà tra l'Ordine e la gerarchia.

Il consolidamento dell'unione fu ostacolato anche dall'atteggiamento della gerarchia latina, la quale si opponeva alla piena equiparazione sociale e giuridica del clero unito con quello latino e specialmente all'ammissione dei vescovi uniti nel Senato, che ne era allora il segno più notevole.

I vescovi latini spesso consideravano gli uniti come cattolici di un grado inferiore e «veri» quelli di rito latino. Perciò la nobiltà e la borghesia rutena unita, volendo uscire da questa inferiorità sociale, passavano al rito latino, privando così la Chiesa unita dell'elemento allora economicamente, socialmente e culturalmente più importante. Rutskij e Roma compresero il grave pericolo di questa degradazione sociale della Chiesa rutena, e la Propaganda nel 1624 proibì il passaggio libero da un rito all'altro. Ma il decreto non fu pubblicato in Polonia a causa dell'opposizione dell'episcopato latino, benché il Re fosse disposto a farlo. In tal modo l'unione sembrò a molti una cosa provvisoria, che preparava i R. al passaggio al rito latino.

Altre difficoltà per l'unione provenivano da parte della gerarchia dissidente, ristabilita nel 1620 dal patriarca di Gerusalemme, Teofane. I vescovi dissidenti, benché non riconosciuti ufficialmente dal Re, ma appoggiati dalla nobiltà dissidente, rivendicavano chiese, monasteri e beni degli uniti, ricorrendo anche alle violenze, le quali culminarono nel 1622 con l'uccisione dell'arcivescovo unito di Polock, s. Giosafat Kuncevič. Quando il re Ladislao IV (1632-48) nel 1635 riconobbe la nuova gerarchia dissidente, Rutskij intavolò le trattative per la nuova unione con il metropolita dissidente Pietro Mogila (1633-47); ma a causa del disinteresse del Re e della ostilità dei cosacchi le trattative fallirono. Rutskij morì nel 1637 lasciando l'unione solidamente radicata ed organizzata, cosicché poté superare i pericoli che la minacciavano.

IV. L'UNIONE IN PERICOLO

I successori di Rutskij, Rafaele Korsak (1637-40) e Antonio Sielava (1640-51), dovettero sostenere gravi lotte coi dissidenti. Nel 1641 anche la Dieta ratificò la parificazione dei vescovi dissidenti con quelli uniti, malgrado le proteste del clero unito e latino e del nunzio, che dovette lasciare la Polonia. Vescovi uniti di nuovo trattarono coi vescovi dissidenti per la nuova unione, ma invano. Il re Giovanni Casimiro (1648-68), implicato in guerra con la Svezia, con la Russia e coi

cosacchi, concluse nel 1658 con questi ultimi a Hadiač un Trattato, che ammetteva l'Ucraina come il terzo membro dello Stato polacco-lituano e vi riconosceva soltanto la gerarchia latina e dissidente, sopprimendo così tacitamente l'unione. Invano protestarono i vescovi uniti, i quali non si arresero, anzi trattarono di nuovo coi dissidenti per l'unione. Quando col Trattato di Andrusov (a. 1667) la Russia guadagnò la riva sinistra del Dniepr e la città di Kiev, sede del metropolita dissidente, il re Casimiro nel 1668, prima di abdicare, ritirò le concessioni ai dissidenti e riconfermò i privilegi concessi alla metropolia unita, la quale sotto la guida del metropolita Gabriele Kolenda (1666-74) si consolidava e riparava i danni arrecati dal pericolo mortale testé felicemente superato.

V. VITTORIA DELL'UNIONE

Il prospero sviluppo e il crescente prestigio della Chiesa unita, appoggiata anche dal re Giovanni Sobieski (1676-96), influiva favorevolmente pure sui tre vescovi dissidenti, che ancora rimanevano in Polonia dopo le ultime concessioni territoriali fatte alla Russia. Nel 1691 promulgò l'unione il vescovo di Peremyšl Innocenzo Winnickij, nel 1700 quello di Leopoli Giuseppe Šumljanskij e nel 1702 anche il vescovo di Luck Dionigi Žabokrickij. Il clero e i fedeli prudentemente preparati accettarono l'unione senza difficoltà. Nel 1708 aderì all'unione anche l'importante confraternità stauropighiale di Leopoli, fino allora roccaforte dello scisma. In tal modo sotto il metropolita unito erano riuniti quasi tutti i R. dello Stato polacco-lituano e non vi rimanevano che le insignificanti comunità dissidenti nelle regioni limitrofe alla Russia.

Superate le difficoltà esterne, la Chiesa unita rutena poteva impiegare tutte le forze nello sviluppo interno della propria vita religioso-culturale. Serie difficoltà provenivano dalle contese tra la gerarchia e l'Ordine basiliano. I monaci, pur occupando le importanti cariche nell'amministrazione ecclesiastica e nella cura d'anime, dipendevano dal superiore dell'Ordine, indipendente dal metropolita. Dovendo essere tutti i vescovi monaci basiliani, la loro scelta dipendeva praticamente più dal superiore religioso che dal metropolita. Un accordo (nexus) concluso nel 1686 tra l'Ordine ed il metropolita non cambiò sostanzialmente lo stato di cose, riservando al metropolita praticamente solo il diritto di ricevere appellazioni dei monaci senza concedergli mezzi efficaci per ottenere l'esecuzione delle proprie decisioni. Non avendo i R. alcun seminario proprio, essi usufruivano di borse di studio riservate loro nelle scuole latine, anche all'estero (Praga, Olomouc, Roma). Il clero secolare, generalmente sposato, non amava inviare i propri figli così lontano e perciò il livello culturale rimaneva sempre molto basso. Però i sacerdoti, specialmente i monaci, formati nelle scuole latine, subivano il forte influsso della spiritualità e della cultura polacco-latina e ciò non tardò a manifestarsi nella vita religioso-culturale dei R., specialmente nella liturgia, nella quale progressivamente si introducevano molte forme ed usanze latine (ostensorio, processioni eucaristiche, altari laterali, messa letta ecc.). Questi mutamenti arbitrari causarono una grande incertezza nella prassi liturgica, e per rimediarvi il metropolita Leone Kiška (1714-29) convocò un Sinodo, riunitosi nel 1720 a Žamošč. Il Sinodo introdusse il Filioque nel Credo, stabilì le norme per la nuova edizione di libri liturgici approvando varie usanze prese dal rito latino. Il Sinodo insistette sulla necessità di scuole e di seminari, emanò decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica

inspirandosi in ciò ai decreti del Concilio di Trento. Il Sinodo di Zamošč rappresenta nel campo religioso il riflesso del compromesso tra la tradizionale cultura bizantino-slava e quella polacco-lituana e costituisce una svolta decisiva nella vita culturale e religiosa della metropolia rutena. Il metropolita Atanasio Szeptickij (1728-46) preparò una nuova edizione di libri liturgici (1730-32), ma anche così non si ottenne l'uniformità nella pratica. In quel tempo si inasprirono particolarmente le contese tra la gerarchia e l'Ordine basiliano. Finalmente il papa Benedetto XIV nel 1733 invitò i vescovi a creare i seminari e a chiamare anche il clero secolare alle dignità ecclesiastiche. I monaci basiliani da allora in poi dovevano dipendere nella disciplina religiosa dai propri superiori e nella cura d'anime dai vescovi, come i religiosi latini.

VI. SMEMBRAMENTO DELLA METROPOLIA

Lo sviluppo ulteriore della Chiesa unita rutena fu interrotto dalla prima spartizione della Polonia (a. 1772), che mutilò anche la metropolia rutena. I R. della Russia Bianca coll'arcivescovato di Polock furono annessi alla Russia, le diocesi di Peremyšl e di Leopoli all'Austria. La Dieta di «Quattro anni» (1788-92) tentò di riorganizzare il resto dello Stato polacco e progettò pure di pareggiare il clero unito giuridicamente e socialmente con quello latino. Fra i Basiliani intanto si formarono numerosi professori, così che dopo la soppressione dei Gesuiti (1773) presero una parte delle loro scuole. Però le due seguenti spartizioni della Polonia (1793-95) divisero completamente anche la metropolia tra la Russia, Prussia ed Austria. Ciascuna delle sue parti poi seguì la propria sorte.

1. R. in Prussia. - Nel 1795 toccò alla Prussia anche la regione di Bialystok abitata dai R. Pio VI eresse per essi nel 1799 una nuova diocesi con sede nel monastero di Suprasl. Con la Pace di Tilsitt (1807) la regione passò alla Russia e da allora seguì la sorte dei R. nei domini russi.

2. R. in Russia. - Nel primo decennio dopo la prima spartizione della Polonia i R. non ebbero difficoltà speciali. Ma nel 1779 Caterina II (1762-96) tolse la cittadinanza russa all'arcivescovo di Polock Giasone Junoša-Smogoševskij, quando fu eletto metropolita. Nel 1785 gli succedette nella diocesi di Polock Eraclio Lisovskij, fedele all'unione, ma debole per affrontare le crescenti difficoltà. Quando nel 1793 e 1795 furono annessi alla Russia nuovi territori abitati dai R. uniti, il governo aumentò le pressioni per indurli a passare alla Chiesa dissidente.

Il metropolita Teodosio Rostockij (1787-1805), recatosi a Pietroburgo per intervenire presso l'Imperatrice in favore degli uniti, vi fu trattenuto fino alla morte. Caterina II nel 1795 soppresse la metropolia unita e tutte le diocesi ad eccezione dell'arcivescovato di Polock, al quale sottomise tutti i R. uniti della Russia. Il breve regno di Paolo I (1796-1801) alleggerì la posizione degli uniti. Alessandro I (1801-25) sottomise nel 1801 gli uniti al «Collegio ecclesiastico cattolico», supremo organo amministrativo e giudiziario per i cattolici in Russia presieduto dall'arcivescovo latino di Mogilev Stanislao Siestrzenciewicz-Bohusz (1783-1826), prelato servile ed in tutto ligio al governo, senza alcun riguardo alle disposizioni della S. Sede. Nel 1805 il Collegio fu diviso in sezione latina ed unita, questa ultima presieduta da E. Lisovskij. L'imperatore Alessandro ristabilì pure la metropolia unita erigendo nel 1809 quattro vescovati (Vilna, Polock, Luck, Brest). Gregorio Kochanovič (1809-14) succeduto a Lisovskij (m. nel 1809) con gli altri vescovi uniti fecero una dichiarazione di fedeltà al Papa e decisero di chiedere alla S. Sede appena possibile la ratifica della nuova provincia ecclesiastica. Il metropolita Giuseppe Bulhak (1817-38) ottenne da Roma i poteri metropolitani delegati. Ma l'imperatore Nicola I (1825-55), uomo autocratico e rigidamente attaccato alla Chiesa dissidente nazionale, era ostile alla Chiesa unita. Il giovane assessore

del Collegio degli Uniti, Giuseppe Siemaško, educato nel Seminario latino di Vilna secondo le idee antivenone del giuseppinismo, presentò allo Zar un piano per la sottomissione dei R. uniti alla Chiesa dissidente russa. Nominato vescovo ausiliare del metropolita Bulhak, Siemaško, aiutato dagli amici A. Zubko e G. Lužinskij nominati pure vescovi, preparò il terreno sostituendo molti sacerdoti fedeli con altri, che erano pronti a passare allo scisma. Morto il metropolita Bulhak, sempre rimasto fedele all'unione, Siemaško, Zubko e Lužinskij con 21 sacerdoti il 12 febbr. 1839 proclamarono a Polock la riunione con la Chiesa dissidente russa. I sacerdoti resistenti furono deportati. Giacché la nobiltà rutena era stata quasi tutta latinizzata, la massa dei fedeli uniti, composta di contadini servi della gleba, non era protetta da nessuno e facilmente fu stroncato con la violenza ogni tentativo di resistenza. Così fu soffocata in Russia la Chiesa unita, che nel 1825 contava 6 vescovi, 1476 parrocchie con 1985 sacerdoti secolari, 47 monasteri con 507 religiosi e 1.427.579 fedeli.

Dopo l'insuccesso della insurrezione polacca del 1863, simile sorte toccò alla diocesi unita di Chelm, facente parte dal 1815 del restituito Regno di Polonia governato dagli zar russi. La parte di Siemaško fu svolta qui dal sacerdote Marcello Popiel, amministratore della diocesi, il quale, aiutato da alcuni sacerdoti apostati provenienti dalla Galizia austriaca, proclamò nel 1875 in un Sinodo diocesano la riunione con la Chiesa dissidente russa. La diocesi di Chelm contava allora ca. 300 parrocchie con 250.000 fedeli. La resistenza del clero e dei fedeli fu repressa violentemente. Dal 1878 al 1905, con approvazione della S. Sede, sacerdoti cattolici, specialmente gesuiti, provenienti dalla Galizia austriaca, si recavano di nascosto in Russia per l'assistenza spirituale di questi uniti clandestini. Ca. 200.000 di essi, approfittando dell'Editto di tolleranza concesso nel 1905, si dichiararono di nuovo pubblicamente cattolici, ma di rito latino, allora unico riconosciuto in Russia.

3. R. in Austria. - Le diocesi rutene di Leopoli, Peremyšl e Chelm, che si trovarono sotto il dominio austriaco, continuavano a riconoscere la giurisdizione del metropolita Teodosio Rostockij, trattenuto a Pietroburgo, benché non riuscissero a comunicare con lui. Dopo la morte di Rostockij (1805) l'imperatore Francesco I ottenne nel 1807 dalla S. Sede l'erezione della metropolia rutena di Halič, con la sede a Leopoli, elevata ad arcivescovato. Il metropolita doveva essere presentato dall'Imperatore e confermato dal Papa; i vescovi, nominati dall'Imperatore, ricevevano l'investitura canonica dal metropolita. La Cancelleria imperiale poi foggì per questi R. il nome di «greco-cattolici».

Il primo metropolita fu Antonio Anhelovič di Peremyšl (m. nel 1814), allora unico vescovo ruteno superstite in Galizia. Egli nel 1806 prese sotto la sua esclusiva direzione il Seminario centrale di Leopoli, fondato da Giuseppe II, rivendicò i beni ecclesiastici usurpati e confiscati e nel 1813 istituì a Leopoli il Capitolo metropolitano. Il suo successore Michele Levickij (1816-58) nella metropolia diminuita della diocesi di Chelm, passata alla Russia, si adoperò a migliorare le condizioni economiche e sociali del clero ruteno. Il Concordato del 1855 garantiva la perfetta uguaglianza del clero ruteno con quello latino e Levickij fu elevato alla porpora, primo cardinale ruteno dopo l'unione di Brest. L'abolizione della servitù della gleba (1848) rese possibile ai R. la formazione della nuova classe colta in luogo della nobiltà latinizzata e polonizzata. Alla Università di Leopoli furono erette anche cattedre rutene. Il tranquillo sviluppo della vita ecclesiastica fu turbato dalle lotte politiche interne tra i partiti russofilo ed ucraino, che avevano i propri aderenti tra il clero. Le lotte si inasprirono sotto il metropolita Giuseppe Sembratovič (1870-82), il quale prima appoggiava il partito russofilo, ma dopo l'apostasia allo scisma di alcuni sacerdoti russofili (Ivan Naumovič, Marcello Popiel, ecc.) lo abbandonò. Sospetto al governo e combattuto dal partito ucraino radicale di Michele Dra-

homaniv, Sembratovič rassegnò le dimissioni. Gli succedette il suo vescovo ausiliario e nipote Silvestro Sembratovič (1885-1898). Intanto nel 1882 fu iniziata, sotto la guida dei Gesuiti, la riforma dei Basiliani, che li trasformò in un Ordine moderno di attività apostolica. Nel 1885 una parte della vasta arcidiocesi di Leopoli fu eretta in diocesi con la sede a Stanislaviv. Per ristabilire l'ordine e per distogliere il clero dalla eccessiva attività politica, il metropolita convocò nel 1891 un Sinodo a Leopoli, che completò la legislazione disciplinare e liturgica di quello di Zamošč, adottando quasi tutte le decisioni tridentine. La questione del celibato del clero secolare fu dibattuta, ma non risolta. Nel 1895 i decreti del Sinodo furono approvati dalla S. Sede e il metropolita Sembratovič fu creato cardinale. Dopo il breve governo del metropolita Giuliano Kuilovskij (1899-1900) succedette Andrea Szeptickij (1900-44), vescovo di Stanislaviv. Oriundo dall'illustre famiglia della passata nobiltà rutena, uomo di vasta cultura e di intelligente energia, egli, evitando gli estremismi radicali, rivendicava fermamente i diritti del suo popolo al pieno sviluppo sociale e culturale ed all'uso della propria lingua. Per la sua iniziativa o almeno col suo aiuto sorgevano numerose opere religiose, sociali e culturali. Nel 1906 egli istituì l'Ordine monastico degli Studiti. Nel 1907 fu aperto il seminario a Stanislaviv e il Museo nazionale ucraino a Leopoli. Accanto all'Ordine dei Basiliani si stabilì in Galizia nel 1913 anche il ramo orientale dei Redentoristi. Il livello culturale del clero, che studiava anche all'estero (a Vienna, Innsbruck e nel Collegio Rutena aperto nel 1897 a Roma) si elevò rapidamente e nelle sue file già si distinguevano valenti professori e scrittori di livello europeo. Si sviluppavano anche le congregazioni religiose femminili, le quali con la loro attività educativa ed assistenziale completavano l'apostolato del clero. Oltre i monasteri femminili delle Basiliane, furono fondate nel 1892 le Ancelle della B. V. IMMACOLATA CONCEZIONE, nel 1910 le Suore Mirofore, nel 1911 le Suore di S. Giosafat e nel 1912 le Suore della S. Famiglia. Crebbe anche la stampa religiosa, specialmente popolare.

Questo tranquillo sviluppo fu turbato dalla prima guerra mondiale (1914-18). La Galizia fu in gran parte occupata dalle armate russe. Nel 1914 il metropolita con numerosi ecclesiastici fu deportato in Russia e le autorità occupanti appoggiarono il movimento dissidente, ma con scarso successo. Nel 1917 Szeptickij tornò dalla Russia nella sua metropolia, che ebbe ancora molto a soffrire a causa della guerra civile polacco-ucraina. Terminata la guerra la metropolia di Halič rimase inquadrata nella restaurata Polonia. Non ostante molte difficoltà create dalla tensione politica tra Polacchi e Ucraini, il metropolita, sempre cristianamente conciliativo e restò agli estremismi radicali, seppe guidare la sua metropolia verso il continuo sviluppo della vita religiosa e culturale. Nel 1923 si iniziò la pubblicazione della rivista teologica Bohoslovia e nel 1928 fu aperta a Leopoli l'Accademia di Teologia. Aumentava il numero del clero e di religiosi di ambedue i sessi. I periodici religioso-culturali erano una treintina. La metropolia di Halič contava nelle sue tre diocesi 3.576.237 fedeli in 2226 parrocchie con 2275 sacerdoti secolari.

Con la nuova spartizione della Polonia tra la Russia e la Germania (1939) la metropolia si trovò per breve tempo quasi intera sotto il dominio sovietico, ma nel 1941 fu occupata dalle truppe tedesche. La guerra paralizzava il normale sviluppo della vita religiosa e culturale. Con la vittoria definitiva dell'Unione Sovietica il territorio della metropolia di Halič - ad eccezione di Peremyšl con dintorni che rimase in Polonia - fu incorporato nella Repubblica Ucraina Sovietica. Da principio le autorità sovietiche dimostravano una certa tolleranza verso la Chiesa unita. Dopo la morte del metropolita Szeptickij (1944) succedette Giuseppe Slipyj. Nel 1945

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RUTENI - Sacerdoti novelli ruteni a Roma, con il vescovo ordinante S. Ecc. mons. Isaia Papadopoulos.
(per cortesia del Pont. Istituto Orientale)
incominciò la lotta aperta contro gli uniti ruteni. Tutti i vescovi e i sacerdoti più eminenti furono deportati e sugli altri si esercitava una forte pressione per indurli a passare alla Chiesa dissidente. Tre sacerdoti - G. Kostelnik, G. Melnik e A. Pelveckij - appoggiati dal governo sovietico, fondarono un «Comitato per la riunione con la Chiesa ortodossa», che l'8 marzo 1946 proclamò ufficialmente la riunione con la Chiesa patriarcale di Mosca. Il governo sovietico riconobbe questo atto come l'abolizione ufficiale dell'unione. Il patriarca di Mosca nominò nuovi vescovi dissidenti ed a tutti i sacerdoti fu imposta la scelta tra l'apostasia e la deportazione. Non pochi di essi cedettero, ma il loro numero esatto è sconosciuto.

VII. R. IN SUBCARPAZIA. - I pendii meridionali dei Carpazi scendenti fino alla pianura ungherese erano abitati dai R., cristiani di rito bizantino-slavo da un'epoca non precisabile esattamente, con centro religioso nel monastero di S. Nicola presso Mukačevo, residenza del vescovo, che dipendeva dal patriarca costantinopolitano. I R. subcarpatici tornarono all'unione con Roma nel sec. XVII ad opera dei loro vescovi Basilio Tarasovič (m. nel 1648), Partenio Rostošinskij (m. nel 1668) e specialmente del greco Giovanni De Camillis (1689-1706). I vescovi uniti ebbero a superare gravi difficoltà a causa delle guerre turche e dell'ostilità della famiglia calvinista dei principi Rakoczy. Nel 1775 il vescovo Andrea Bačinskij trasferì la sua sede a Užhorod, città più importante, e vi aprì nel 1778 anche il Seminario. Nel 1818 fu eretta un'altra diocesi con la sede a Prjašev. Come reazione contro la crescente magiarizzazione del clero e la latinizzazione del rito si sviluppò un movimento politico-religioso filorusso. Quando dopo la guerra del 1914-18 i R. subcarpatici si trovarono nell'ambito della Repubblica Cecolovacca, scoppiò violenta la reazione contro la magiarizzazione subita portando negli aa. 1920-23 una parte degli uniti fino allo scisma. Per arginare il movimento la S. Sede affidò le diocesi ai vescovi ruteni di origine e di sentimento, che godevano la stima e la fiducia del proprio popolo: Mukačevo a Pietro Gebej (1924-32) e poi ad Alessandro Stojka (1932-43), Prjašev a Dionigi Njaradi (1922-27) e poi a Pietro Gojdič (dal 1927).

Il ventennio seguente segnò per i R. subcarpatici un grande progresso economico, sociale, culturale ed anche religioso, promosso dal clero secolare, dai Basiliani e dai Redentoristi orientali. Istituti ecclesiastici, scuole e stampa religiosa erano in pieno sviluppo. Dopo lo

smembramento della Cecoslovacchia negli aa. 1938-39 il vescovato di Mukačevo si trovò in Ungheria e quello di Prjašev rimase in Slovacchia. Nel 1945 quasi l'intero territorio della diocesi di Mukačevo fu annesso all'Unione Sovietica. Le autorità sovietiche, dopo la violenta soppressione del vescovo Teodoro Romža (1947), procedettero alla liquidizione dell'unione secondo i metodi già sperimentati nella metropolia di Halič e la diocesi di Mukačevo fu ufficialmente incorporata nel patriarcato di Mosca il 28 ag. 1949.

Invece la diocesi di Prjašev, rimasta nella ristabilita Cecoslovacchia, stava allora riprendendo la vita normale e contava 305.000 fedeli con 500 sacerdoti. Ma nel 1948 anche in Cecoslovacchia si instaurò il regime comunista, il quale nel quadro della lotta generale contro la Chiesa cattolica procedette alla soppressione dell'unione avvenuta ufficialmente il 28 apr. 1950 con la sottomissione della diocesi di Prjašev al patriarca di Mosca. Il vescovo Pietro Gojdič col suo ausiliare Basilio Hopko e numerosi sacerdoti resistenti allo sciama furono incarcerati.

VIII. R. NELL'EMIGRAZIONE. - Nel sec. XIX le difficili condizioni economiche e sociali spinsero numerosi r. sia dalla Galizia sia dalla Subcarpazia ad emigrare in altre regioni dell'Europa e dell'America. Per dare l'assistenza religiosa agli emigrati li raggiunsero sacerdoti ruteni, secolari e religiosi; ai gruppi più numerosi la S. Sede diede anche propri vescovi.

I R. in Jugoslavia Krizevci (v.) fondato nel 1777. Negli Stati Uniti l'esarcato apostolico per i R. oriundi dalla Galizia (con la sede a Filadelfia) conta 302.775 fedeli e quello per i R. oriundi dalla Subcarpazia (con la sede a Pittsburg) ha 299.305 fedeli. Nel Canadà vi sono l'esarcato apostolico del Canadà occidentale (sede a Edmonton) con 310.355 fedeli; l'esarcato del Canadà centrale con 107.355 fu diviso nel 1951 in esarcato di Manitoba (sede Winnipeg) ed in quello di Sakatchevan (sede Saskatoon). I R. nel Brasile (ca. 100.000) e in Argentina (ca. 120.000) dipendono dai vescovi latini. Gli emigrati e i recenti profughi ruteni nei paesi dell'Europa occidentale (ca. 150.000) sono amministrati dal visitatore apostolico residente a Roma.

IX. VALUTAZIONI

I R. uniti - in tutto 5.182.285 - costituiscono il più numeroso gruppo dei cattolici di rito orientale. Essi, coltivando le antiche tradizioni canoniche, liturgiche e spirituali dell'Oriente cristiano, pur rimanendo in comunione con la Sede Apostolica, erano la prova palpabile che la Chiesa cattolica è universale non soltanto de iure ma anche de facto. Superando le difficili vicende storiche i R. hanno dimostrato la loro vitalità vigorosa e feconda. In questo momento solo i R. in emigrazione possono liberamente continuare queste tradizioni orientali e cattoliche. Le antiche sedi vescovili rutene in Halič e in Subcarpazia sono usurpate da vescovi dissidenti, mentre i vescovi, sacerdoti e laici, fedeli all'unione con Roma, sono perseguitati, esiliati, incarcerati. Ma proprio questi perseguitati sono il pegno della futura rinascita della Chiesa rutena.
BIBL.: A. Theiner, Die neueste Zustände der katholischen Kirche beider Ritus in Polen und Russland seit Katherina II. bis auf unsere Tage, Augusta 1841; M. Harasiewicz, Annales Ecclesiae Ruthenae, Leopoli 1862; M. Malinowski, Die Kirchen- und Staatsstaxungen bezügl. des Griechischhath. Ritus der Ruthenen in Galizien, ivi 1864; J. Pelesz, Geschichte der Union der Ruthenischen Kirche mit Rom, 2 voll., Würzburg 1881; E. Likowski, Geschichte des allmäßigen Verfalles der unierten ruthenischen Kirche im XVIII. und XIX. Jahrhundert unter polnischen und russischen Scepter, 2 voll., Posania 1885-87; N. Guépin, Du apôtre de l'union des Églises au XVIIe siècle: St Josaphat et l'Église gréco-slave en Pologne et en Russie, 2 voll., Parigi 1897-1898; L. Lescouer, L'Église catholique et le gouvernement russe, ivi 1903; E. Likowski, Die ruthenische-römische Kirchenvereinigung, genannt Union zu Brest, Friburgo 1904; A. Korczok, Die griechisch-hatholische Kirche in Galizien, Lipsia-Berlino 1921; A. Boudou, Le St-Siège et la Russie, 2 voll., 2e ed., Parigi 1922-1925; R. Völker, Kirchengeschichte Polens, Berlino 1930; J. Slipyj,

Graecocatholica decadens theologica eiusque status et constitutiones, 2e ed., Leopoli 1933; A. Martel, La langue polonaise dans les pays ruthènes, Ukraine et Russie-Blanche, 1569-1667, Lilla 1938; C. Gatti-C. Korolevskij, I Riti e le Chiese orientali, Roma 1942, pp. 600-771; N. Andrusiak, Ruthène (Église), in DThC, XIV, coll. 382-407; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1947 (con bibl. abbondante in lingue occidentali e slave). Giuseppe Olär

X. RITO RUTENO

È il rito bizantino come era praticato prima del 1945 nelle eparchie cattoliche di Leopoli, Przemysł, Stanislaviv in Polonia, di Munkacs e Prešov in Cecoslovacchia, di Krizevci in Jugoslavia, e come è in uso oggi negli ordinariati per i R. in Canadà e negli Stati Uniti, tra i numerosi gruppi di R. nell'America meridionale e tra i dispersi in Europa centrale e occidentale. Fra i cattolici di rito orientale è il gruppo più numeroso.

Il rito ruteno ebbe origine a Kiev quando questo paese accettò nel sec. X il cristianesimo da Costantinopoli e cominciò a celebrare la liturgia nella lingua antico-slava. Le versioni vennero dai Bulgari e dai Serbi, il rito però si sviluppò con caratteri particolari e senza stretta uniformità. Le divergenze si vedono chiare nei codici manoscritti e non sparirono quando si iniziò la stampa dei libri liturgici nel sec. XVII, a Strjatin, Ostrog, Vilna, Kiev, Leopoli. Il vero padre del rito ruteno fu il metropolita dissidente di Kiev, Pietro Moghila (1633-47), specialmente con le sue edizioni del Liturgicon (1629-39) e dell'Enciclopedia o Trebnik (1646). Kiev, in quel tempo sotto il dominio della Polonia, subì fortemente l'influsso occidentale nelle scuole, nelle accademie, nelle dottrine teologiche e anche nella liturgia, p. es., sul valore consacratorio delle parole di Cristo, sulla forma di tutti i Sacramenti. La mancanza di comprensione e talvolta il disprezzo dei Latini per il rito orientale fecero omettere, cambiare o amplificare alcune cerimonie. Quando, verso il 1685, Kiev passò sotto il dominio di Mosca, la riforma moghiliana fu continuata in Galizia dove le eparchie non avevano ancora aderito all'Unione di Brest-Litovsk. Invece nella parte settentrionale (Polotsk, Vilna, Suprasl), dove l'Unione si era ben stabilita, il contatto con i Latini provocò seri cambiamenti nel campo liturgico, che si manifestarono, p. es., nella prima edizione del Liturgicon, fatta a Vilna nel 1692. Quando però i vescovi di Leopoli e di Przemysł accettarono l'unione, fu necessario riunire un sinodo per cercare di stabilire una più grande uniformità fra nord e sud; il Sinodo di Zamošč (1720) confermò alcuni mutamenti rituali introdotti al nord, ma rimandò altre decisioni a un tempo ulteriore. Cominciò allora una latinizzazione più sfrenata, malgrado l'opposizione costante ma debole della parte conservatrice, e senza l'approvazione della S. Sede. Perpetuandosi quel dualismo fino ai presenti giorni, la S. Sede, su domanda della gerarchia rutena, ha intrapreso l'edizione di libri liturgici con l'intento di salvaguardare il rito autentico e genuino. Sono apparsi la Liturgia di s. Giovanni Crisostomo (1940), il Liturgicon con il calendario (1942), l'Evangeliorio, Vangeli scelti (1943), Epistole scelte (1944), l'Ufficio di Pasqua (1944), il Moli Trebnik (1947), il Casoslov (1950) e, in latino, un Cerimoniale per vespri, mattutino e divina liturgia (1945). - Vedi tavv. XCIII-XCIV.

BIBL.: I. Peleš, Pastryskoe Bogoslovie, Vienna 1885, pp. 265-877; I. Dolnitskii, Tipih tserkve rusko-hotelichskaja, Leopoli 1899; J. Bocian, De modificationibus in textu Slavico liturgiae s. Ioannis Chrisostomi apud Ruthenus introductis, in Chrysostomica, Roma 1908, pp. 929-60; A. Rees, Le rituel ruthène depuis l'Union de Brest, in Or. Christ. periodica, 1 (1935), pp. 361-92; id., Le Liturgicon ruthène depuis l'Union de Brest, ibid., 8 (1942), pp. 95-143. Alfonso Rees
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“RUTENI.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 877. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/ruteni.