FIRENZE, ARCIDIORESI di. - In Toscana, Metropolitana (a. 1420). Diocesi suffraganee: Borgo S. Sepolcro, Colle Val d'Esa, Fiesole, Modigliana, Pistoia e Prato, S. Miniato. Sede del tribunale regionale etrusco.
La diocesi si estende nella valle dell'Arno dalla confluenza della Sieve fin presso la confluenza dell'Elsa: comprende parte delle valli dell'Idice e del Santerno; l'alta valle della Sieve (Mugello) e parte della sua valle inferiore; parte della regione chiantigiana, la Val di Pesa, parte delle Valli dell'Elsa e del Bisenzio. Confina con le diocesi di Fiesole, Colle Val d'Elsa, Volterra, S. Miniato, Pistoia, Prato, Bologna, Imola e Modigliana. Nel 1592 perde il piviere di Poggibonsi passato a Colle Val d'Elsa; nel 1785 acquistò alcune parrocchie sull'Appennino, tre da Bologna ed una da Imola; nel 1795 una ne ebbe per permuta da Fiesole, nel 1916 dodici ne cede alla diocesi di Prato. La diocesi ha una estensione di Imiq. 2075 e una popolazione di 785.000 ab. dei quali 775.000 cattolici. Vicarati urbani 5, comprendenti 83 parrocchie; vicariati foranei 39, comprendenti 394 parrocchie. Sacerdoti 598. Conventi e case religiose maschili 58; conventi e case religiose femminili 219 (1948). Seminario maggiore (teologia) fondato dall'arcivescovo Della Gherardessa nel 1712; Seminario minore (liceo e ginnasio) fondato dal cardinale arcivescovo Dalla Costa nel 1938; Seminario di Firenzuola (ginnasio) fondato dall'arcivescovo Martini nel 1801. Scuole Eugeniana, fondata da Eugenio IV nel 1435. L'arcivescovo ha il titolo di principe del S. Romano Impero per diploma di Carlo IV e di gran cancelliere dell'Università teologica fiorentina. Patrono della città e dell'antico dominio fiorentino: s. Giovanni Battista. Patroni della diocesi: s. Zanobi vescovo e s. Antonino arcivescovo.
I. NOTIZIE STORICHE.
I. STORIA CIVILE
F., Fiorenza, Florentia: forse così denominata dalla prosperità della regione o dei suoi abitanti. È assai incerto che alla F. romana preesistesse una città etrusca creata al piano dai Fiesolani per necessità dei loro traffici. La F. romana sorse sotto Cesare a guardia dell'Arno, dove il Mugnone allora confluiva in esso, presso l'attuale Ponte Vecchio; sorse a cavaliere della Via Cassia, più tardi restaurata, che traversando la città da sud a nord ne formava il cardo, le cui tracce sono ancora ricono-scibili nelle vie di Por Santa Maria, Calimala e Roma, mentre il decumanus è da identificare nelle vie del Corso, degli Speziali, Piazza Vittorio Emanuele e Via Strozzi. Era un modesto castello di 2000 m. di perimetro, destinato a crescere d'importanza, perché diveniva stazione quasi necessaria ad ufficiali, legati e mercanti che da Roma si dirigevano oltre l'Appennino; e perché ivi facevano capo le strade per Faenza, per Lucca, per Pisa.

Sotto i Franchi il margravio di Toscana cumulò in sé l'ufficio di conte di F. I capitula ecclesiastica dell'825, dovuti al re Lotario a conosciuti come il capitolare di Olona, crearono F. centro di studi per la circoscrizione toscana, perché ama per la sua ubicazione a favorire la frequenza alle scuole anche dei poveri. Suoi maestri celebrò furono più tardi un Guidone poi vescovo, un maestro Pietro, un legisperitus Nordilone. Nel passaggio dal dominio dei Franchi a quello dei tre Ottoni, fra i margravi più potenti vi fu Alberto di Toscana; tanto che per abbassare la potenza dei margravi si scisse da essi l'ufficio di conte di F. Ma il margravio che fra i Fiorentini rimane più popolare fu Ugo (e il gran barone dell'Alighieri), che arricchì il territorio fiorentino di più fondazioni ed il cui nome andò circonfuso di leggenda. Seguono i margravi Bonifazio e Beatrice, la cui signoria si afferma di nuovo in F., dopo che questa per qualche tempo era stata città dell'Impero. Intanto si delinea la
grande lotta per l'investiture fra il Papa e l'Imperatore.
Matilde, la grande marchesa di Tuscia, fu valida soste-
nitrice della riforma e fedele alleata a Gregorio VII nella
lotta non facile per la libertà della Chiesa. A Matilde F.
rimase fedele sempre; anche quando Enrico IV entrava
da vittorioso in Toscana, toccava le mura di F. senza
espugarla e la potenza di Matilde sembrava sommersa.
Nel 1076, quando Gregorio VII muoveva contro l'Im-
peratore, che doveva poi incontrarlo a Canossa, il Pon-
tefice era stato ospite di F.
Intanto le prime
forme dell'autono-
mia comunale sono
riconosciute a F. da
Matilde stessa. La
società feudale inca-
stellata nelle terre
vicine alla città al-
lenta i suoi vincoli
dall'autorità impe-
riale, di cui era
espressione. Il po-
polo si è modificato
nei suoi strati più
profondi ed aspira
ad una libertà prima
non sentita. F. lotta
contro i feudatari,
che ostacolano la sua
autonomia: contro
gli Alberti della Val
Bisenzio, contro gli
Adimari di M. Gua-
landi, contro gli
Uheldini del Mu-
gello, contro i Ca-
dolingi di Mangona
a di Settimo, contro
i conti Guidi, gli

consoli risalgono al 1138. F., che si è estesa, dopo la prima
metà del sec. XI, s'era cinta di un primo cerchio di mura (=la
cerchia antica e di Dante); al chiudersi del secolo succes-
sivo erige la seconda cerchia; nel 1333 anche l'ultima cer-
chia sarà ultimata. Frattanto, nella lotta dei Comuni
contro l'Impero, aderisce alla lega guelfa fra i municipi
toscani promossa da Celestino III contro Arrigo VII. Ma la divisione della cittadinanza in Guelfi e Ghibellini
si ha nel 1215 per una lite insorta, in occasione di un pa-
rentado, fra i Buondelmonti a gli Amidei. Questi a gli
Uberti seguirono la parte ghibellina, i Buondelmonti la
parte guelfa. Quando con Federico II le sorti ghibelline
sormontarono, i Guelfi esularono in massa de F.; ciò fu
nel febbr. del 1248. Tornata a fiorire la potenza guelfa
con la morte di Federico II e rientrati i Guelfi, esularono
i Ghibellini, che in unione con i Senesi combatterono
contro le milizie fiorentine a Monte Aperti (1260). Ten-
tativi di pacificazione fra le due parti fece Gregorio X
e poi Niccolò III, inviando paciere il card. Latino (1278).
Contro gli Aretini ghibellini si combatteva dai Fiorentini
guelfi a Campaldino. Ma F. non aveva pace. L'esperi-
mento democratico tentato da Giano della Bella con i
suoi ordinamenti di giustizia non ebbe esito fortunato.
La città guelfa si scinde ancora nelle fazioni dei Bianchi e
dei Neri, quelli capitanati dai Cerchi, questi dai Donati.
Matteo d'Acquasparta venuto paupre fra loro fallisce alla
sua missione. Fallisce ugualmente il tentativo di Carlo
di Valois apertamente favorevole ai Neri. Ed ecco che le
forze di Arrigo VII si accampano presso la città (1312);
ma l'Imperatore deve ritirarsi da essa senza avere ottenuto
l'obbedienza dei Fiorentini.
Nel sec. XIV continuano e s'inaspriarono le contese
interne fra grandi e popolo; fra popolo grasso e popolo
minuto. Di tali dissidi approfitta il duca di Atene per
istaurarvi la dittatura, ma è cacciato a furia di po-
polo.
Dopo la guerra degli « Otto Santi » combattuta con-
tro il legato di Gregorio XI, che minacciava F., più fiera
divampa la lotta fra i partiti cittadini: si giunge così al
tumulto dei Ciampi e all'esperimento democratico di
Michele di Lando, che poi finisce in esilio. Ma in questo
travaglio di alterne vicende, nelle quali sembra per sempre
negata la pace alla Repubblica fiorentina, comincia fra le
altre a primeggiare e distinguersi una famiglia di origine
popolana, che si è fatta grande e ricca nei traffici. Inviva
ed osteggata da molti è colpita anche di esilio; ma presto
è richiamata in patria e il suo capo, Cosimo dei Medici,
è, dopo morte, proclamato pater patriae. Lorenzo il Ma-
gnifico è di fatto si-
gnore di F. senza le
forme istituzionali
del principato. Ne
vale ad abbattere la
supremazia medicea
la congiura dei Pa-
zi. Il movimento re-
ligioso e sociale del
Savonarola, conclu-
sosi con la condan-
na del domenicano,
percuote la potenza
medicea, ma essa più
tardi rinasce con
Leone X. Sotto Cle-
mente VII la città
è assediata dall'eser-
cito imperiale di
Carlo V e costretta
ad arrendersi (1530).
La Repubblica fio-
rentina cessa per
sempre e sorge il
principato. Primo
duca di F. è Ales-
sandro dei Medici,
trucidato da Loren-
zina dei Medici. Se-
gue Cosimo dei Medici, che con rigore estremo an-
nienta i suoi nemici e con politica accorta consolida la
potenza della sua casa; per lui Pio V eleva a granducato
la Toscana, non senza le proteste di potentati emuli a
Cosimo. La dinastia medicea, così costituitasi, signoreggia
in Toscana per più di due secoli, fino a che con la morte
di Giovan Gastone, nel 1737, la sovranità del granducato
passava nella famiglia di Lorena con Francesco II. A
questo, dopo un breve periodo di governo tenuto da una
reggenza, succedeva Pietro Leopoldo I, principe asso-
lutista, autore di benefiche riforme nel campo civile,
mentre altre ne tentò assai meno felici nel campo reli-
gioso. La città subì l'occupazione francese nel 1801 e
nel 1807-14. Nel 1801, per volontà di Napoleone, il
granducato veniva trasformato in Regno di Etruria a be-
neficio di Lodovico di Borbone, a cui succedeva l'infaute
Carlo Lodovico. Quindi passava di nuovo con il titolo di
granducato ad Elisa Baciocchi. La restaurazione dei Lo-
renesi con Ferdinando III fu bene accolta dai Fiorentini
e dai Toscani. Ma quando la coscienza popolare parve
matura per l'unità nazionale, la dinastia lorenese dovè
cedere, e Leopoldo II fu espulso di Toscana, con ri-
voluzione pacifica, il 27 apr. 1850. F., insieme con la
Toscana, divenne allora parte del Regno d'Italia, del quale
dal 1865 al 1871 fu capitale.
II. STORIA RELIGIOSA
Nel rintracciare notizie si- cure circa la diffusione del cristianesimo in F. non è dato risalire oltre il sec. III. Il primo nome che s'in- contra è quello di un martire; durante la persecu- zione di Decio, a quanto si ripete, il 25 ott. 250, a Mi- niato fu decapitato sulla collina a specchio dell'Arno, dove poi sorse la basilica omonima. Al principio del sec. IV la comunità cristiana di F. si trova raccolta attorno ad un suo proprio vescovo; infatti nel 313 il vescovo Felice partecipa in Roma sotto papa Mil- ziade al Sinodo contro i donatisti. Ma la popolazione era ancora in gran parte pagana, quando dalle Pasqua.393 all'ag. 394 Ambrogio di Milano soggiornava in F., e vi consacrava la basilica di S. Lorenzo, allora extra moenia, fatta costruire da una pia donna Giuliana. Fu quella la prima cattedrale di F., sostituita più tardi da S. Reparata.
L'orazione tenuta da S. Ambrogio in quella circostanza si legge ancora nelle sue opere. Né è improbabile che fosse proprio per consiglio di Ambrogio che i Fiorentini, orbati del loro pastore, eleggessero a questo ufficio s. Zanobi, che fu presente alla vittoria contro le orde di Radagaiso, ed è il più insigne vescovo della comunità fiorentina nel periodo romano. A detta vittoria, secondo l'annalistica fiorentina, dovrebbe ricondursi l'introduzione del culto di S. Reparata in F., mentre storici recenti lo considerano importato dal numeroso elemento greco presente nella città in epoca di poco successiva. Fra gli altri pastori più antichi è noto il nome di Reparato, che nel 680 intervenne al Concilio di papa Agatone contro i monoteliti; di Specioso, vescovo nel 716; di Tommaso che partecipa ad un altro sinodo convocato dal papa Zaccaria, nel 743; del vescovo Andrea fra l'809 e 897; del vescovo Podo nel 987.
Ma la vita religiosa nel suo pieno fervore ci si rivela più tardi; quando le ultime reliquie del paganesimo sono ormai spente, e nell'avvicendarsi dei secoli in prossimità del millennio, la vita monastica anche qui comincia ad affermarsi e fiorire. Allora, mentre la dominazione carolingia lascia traccia di sé nelle molte chiese, dedicate a S. Martino di Tours, ai Franchi particolarmente caro, i monasteri sorgono un po' dovunque: in città e fuori, al monte e al piano. D'altronde fino dal sec. VI monasteri anche femminili dovevano esistere, se a vero che Pelagio I impone al vescovo di F. di rinchiudere in monastero una peccatrice. Il monastero di S. Miniato esisteva almeno fino dal 774, quando Carlomagno ne faceva donazione al monastero di Nonantola. Nel sec. IX esistono già i monasteri di S. Donnino, presso Settimo, di S. Pietro a Lecore, di S. Crisco a Campi. Esiste già in F. il monastero di S. Andrea, che nel suo governo ha un'impronta aristocratica. La Badia è il più antico monastero benedettino sorto dentro la cerchia della città, che di larghi favori il marchese Ugo arricchì; mentre per lui sorgevano le altre badie famose di Buonsolazzo, di Marturi presso Poggibonsi, della Verruca presso Pisa. Né la vita dei monasteri rimane circoscritta nel chiostro; ma l'azione che parte da essi interferisce di continuo nella stessa vita civile e politica della regione, che talora proprio essi determinano.
Però non v'è dubbio che il monachesimo assume
un aspetto nuovo e si accende di un fervore di lotta fino allora ignoto, quando le pendici appenniniche più prossime a Firenze conobbero i cenobi creati o riformati da S. Romualdo e da S. Giovanni Gualberto. È questo il santo che più interessa la storia di F., perché di origine fiorentina e perché F. fu il centro della milizia da lui creata, che prese nome da Vallombrosa. La riforma patrocinata nella Chiesa dalle figure più pure e più grandi, che con essa si
affacciano al secondo millennio, pure non senza contrasti, trova in F. largo consenso. Le voci di Piero Damiani e di Ildebrando hanno in notevole parte del clero benefica risuonanza. Con questo, l'uno e l'altro sono in relazione costante: e l'oggetto è la purificazione del clero dal concubinato e dalla simonia. I Vallombrosani dai monasteri di S. Salvi e di Settimo muovono in guerra contro il clero corrotto con veemenza ignara di ostacoli; di qui prima l'op-

Ma il momento cruciale del movimento riformista contro il clero decaduto dalla sua dignità e dimentico dei suoi fini è ormai superato. A nuovi orientamenti della vita cittadina, nuovi istituti. In F., divisa fra Guelfi e Ghibellini, l'Ordine dei Servi di Maria esplica la sua attività caldeggiando la pace fra gli spiriti turbati della città natale. Essi, fino quasi dalle origini, sono i fiduciari del guelfismo fiorentino; quando il card. Latino compone la pace fra le avverse parti, degli atti di pace sono costituiti custodi i Servi di Maria. Essi hanno il loro convento presso S. Maria di Cafaggio; in seguito quella chiesa si trasformerà nel santuario della S.ma Annunziata, centro ben noto di pietà mariana. Intanto anche i nuovi Ordini dei Domenicani e dei Francescani aprivano i loro conventi in F.; e presto vi avevano
i loro Studi fiorenti. All'attività dei Domenicani di S. Maria (non ancora S. Maria Novella) si deve attribuire la vittoria sui patarini, che ebbero nella città preoccupante diffusione. Di tutte le eresie medievali quella dei patarini riuscì in modo particolare ad organizzarsi nella città e nel contado e a costituirsi una gerarchia presieduta da un loro vescovo; e ad un dato momento essi rappresentarono un serio pericolo non solo per l'ortodossia della città, ma, dati i principi da loro professati, anche per la stabilità stessa degli istituti comunali, finché non li superò e vinse, costringendoli alla fuga, il domenicano s. Pietro martire. Contro gli eretici gli stessi statuti comunali del 1325 contenevano condanne: come, dopo, nominatamente le contennero contro i Fraticelli. D'altronde anche il Sinodo tenuto dal vescovo Francesco da Cingoli nel 1327 minacciava ben forti sanzioni contro i patarini, imponendo che si demolissero le case, dove essi avevano conferito il loro consolamentata. Fu questo il primo Sinodo diocesano, dal quale uscì un complesso di costituzioni da osservarsi da clero e popolo; però non v'è dubbio che altri sinodi prima del 1327 erano stati celebrati; fra i quali uno dal vescovo Ranieri nel 1073 in S. Reparata, che allora condivideva con S. Giovanni gli onori e le prerogative di cattedrale.
Fra il sec. XIII e il sec. XIV F. viveva l'età più gloriosa delle sue fortune comunali. È allora che la fede ispira e sostanzia le più grandi creazioni del genio fiorentino: la Commedia, particolare espressione e visione di un cittadino credente; S. Maria del Fiore, opera collettiva del popolo credente. Ed intanto la pietà popolare si sublima in umili santi del contado: Verdiana da Cattelfiorentino, Giulia da Cortaldo, Giovanna da Signa, Giovanni da Vespignano. Poi, nella rinascenza del pensiero e dello spirito nazionale, i conventi della città divengono faro di luce all'Umanesimo cristiano; danno al Comune teologi e diplomatici. Grande è l'influsso che dal convento di S. Spirito esercita sulla cultura e sulla vita politica della città Luigi Marsigli; frequentano S. Spirito gli umanisti Coluccio Salutati, il Niccoli, Tommaso da Sarzana. Nel monastero di S. Maria degli Angeli si raduna attorno ad Ambrogio Traversari la gioventù fiorentina: fra essa anche Giannozzo Manetti e Matteo Palmieri. Il b. Dominici alterna la sua cella di S. Maria Novella con la cattedra dello Studio, dove legge i canoni. Ma già l'Accioli alle porte di F. ha fondato la Cortosa, e l'ha dotata, perché in essa siano maestri ed alunni. Più tardi sorgerà il convento di S. Marco, caro alla santità di Antonino e all'arte purissima dell'Angelico. Il sec. XV è veramente ricchissimo di avvenimenti cospicui per la storia religiosa della città. Martino V riceve a F. l'obbedienza di Giovanni XXII ed eleva a sede metropolitana la città (1420). Eugenio IV vi trova rifugio nel 1434 contro l'insurrezione dei Romani, che l'ha costretto alla fuga. Ed egli opera una grande riforma nei conventi fiorentini, alcuni dei quali soppresse ed altri assegnò ad altre famiglie religiose. Consacra S. Maria del Fiore (1436), allora terminata con la cupola del Brunelleschi, erige per il servizio di essa e per la cultura cristiana-umanistica del clero la Scuola Eugeniana, riforma gli statuti dell'Università teologica, tiene egli stesso per qualche tempo l'ufficio di arcivescovo fiorentino. Ma il nome di Eugenio IV si college a quello di F. anche perché fu in S. Maria del Fiore che il 5 luglio 1439 si concluse il grande Concilio ecumenico di Ferrara-F. Il Capitolo fiorentino chiese al Pontefice che l'indulgenza plenaria assegnata da Eugenio IV al 25 marzo, anniversario della consacrazione della Cattedrale, fosse in memoria della conseguita unione trasferita al 5 luglio d'ogni anno. Ad Eugenio IV F. va pure debitare della nomina di s. Antonino a suo arcivescovo (1446-1501 [v.]). Il sec. XV si chiude con il movimento religioso-sociale del Savonarola, che muove dal convento di S. Marco, fondato da s. Antonino.
Si avanza il sec. XVI. Il fiorentino Leone X, già canonico di S. Reparata, chiude il Concilio Lateranense (1517) ed il suo cugino Giulio dei Medici, che egli ha creato arcivescovo della sua patria, celebra il Sinodo provinciale (1518) che intende riorganizzare ex toto la disciplina e la vita religiosa dell'intera provincia ecclesiastica; Sinodo che ha particolare importanza non solo perché segna il tentativo dell'attuazione immediata delle costituzioni conciliari, ma anche perché rappresenta un'argine contro i prodromi già visibili della riforma: contro la falsa predicazione, contro i pericoli della scuola umanistica, contro errate proposizioni filosofiche, contro gli eccessi della stampa, contro l'accresciuta superstizione. Notevoli infiltrazioni protestantiche non si ebbero: Pietro Martire Vermigli fiorentino propagò altrove il suo verbo, Pietro Carnesecchi, amico del duca Cosimo, soggiornò poco in F., e da Cosimo fu consegnato all'inquisizione romana. L'episodio più noto è quello del senatore Bartolomeo Panciatichi, e di altri pochi con lui, che indossando il «sambenito» abiurò l'eresia. Al contrario, quasi ancora all'alba del secolo, si rende molto popolare in F. l'umile pietà di Domenica del Paradiso, fondatrice del monastero della Crocetta, non ostile e non invisa ai Medici. Poi una fioritura di santi: la b. Bartolomea Bagnesi; s. Caterina dei Ricci fiorentina, che illustra un monastero della vicina Prato; s. Maria Maddalena dei Pazzi, l'estetica del Carmelo fiorentino, che si consuma nella penitenza per la santificazione del clero; il b. Ippolito Galantini, che fonda una Congregazione di laici per l'insegnamento catechistico, la quale si propaga anche fuori di F.; s. Filippo Neri, che abbandona la città nativa per divenire l'apostolo di Roma. Intanto le nuove Congregazioni religiose penetrano nelle città. Prima i Gesuiti chiamati da Eleonora di Toledo, che aprono la loro casa presso l'attuale chiesa di S. Giovannino, con scuole per la gioventù. Nel 1626 vengono in Firenze i Barnabiti, che si distinguono nell'assistenza agli appestati durante il contagio del 1630; nel 1630 vengono gli Scolopi per curare l'istruzione dei figli del popolo.
Motivi di turbamento si ebbero nel campo religioso, più tardi: sotto il principe riformatore Pietro Leopoldo I. Le tendenze giansenistiche erano promosse dal vescovo di Pistoia Scipione dei Ricci, già vicario dell'arcivescovo fiorentino Incontri. Si ebbero dissensi e polemiche anche assai vivaci fra il clero, ma non un'adesione sentita e profonda al giansenismo. A tale movimento il popolo rimase ostile ed estraneo. Si affermarono allora anche tendenze regalistiche, le quali ebbero vita in mezzo al clero finché Pietro Leopoldo non ebbe un successore in Ferdinando III, sotto il quale diverso fu l'indirizzo di governo. Sotto Pietro Leopoldo era stata da lui convocata a Palazzo Pitti l'assemblea dei vescovi toscani, che doveva preparare il Concilio nazionale; ma essa non ebbe esito grazie anche all'arcivescovo Martini. E quindi il progetto del Concilio naufragò. Sotto l'occupazione napoleonica si ebbe l'episodio dell'arcivescovo Eustachio d'Osmond (1810), vescovo di Nancy, intruso in questa sede da Napoleone. Egli abbandonò F. solo con il ritirarsi delle truppe francesi. Fra il clero che a lui faceva opposizione, alcuni furono deportati: fra questi Ferdinando Minucci, poi arcivescovo della città. Fra gli avvenimenti degli ultimi decenni è da ricordare il Sinodo diocesano celebrato nel 1905 dall'arcivescovo Miatran-

(fot. Aderino)
III. PERSONAGGI ILLUSTRI
Sono degni di menzione: il vescovo Gerardo, che divenne Niccolò II (1059-61); il card. Giovanni de' Medici, Leone X (1513-1521); il card. arcivescovo Giulio de' Medici, Clemente VII (1523-34); il card. arcivescovo Alessandro de' Medici, Leone XI (1605); il card. Maffeo Barberini, Urbano VIII (1623-44); il card. Lorenzo Corsini, Clemente XII (1730-40). Ugualmente da ricordare: l'arcivescovo Francesco Gaetano Incontri, autore di opere di teologia morale; Antonio Martini, traduttore della Bibbia; Eugenio Cecconi, storico dei Concili di Ferrara-F. e del Vaticano. Era il '400 e il '500 molti umanisti furono canonici di S. Reparata: Angelo Poliziano, il poeta; Marallio Ficino, fondatore dell'Accademia Platonica; Leonardo Bruni, segretario della Repubblica; Gentile da Urbino, lettore nello Studio; Scipione Ammirato, lo storico; Francesco Berni, il poeta. Altri ecclesiastici che si distinsero nella repubblica letteraria: Benedetto Varchi, filologo e storico; Benedetto Duommattei, grammatico e dantista; mons. Giovanni Della Casa, poeta e trattatista, Pier Francesco Giambullari, che scrisse di storia e di lingua; Vincenzo Borghini, studioso di antichità toscana e fiorentine; Antonio Francesco Gori, archeologo ed epigrafista; Anton Maria a Salvino Salvini, dei quali l'uno fu dottissimo nelle lingue classiche, l'altro scrisse d'argomenti accademici e di cose fiorentine; Giovanni Lami eruditissimo, ma attorno al cui nome si suscitarono nel '700 tante controversie. Ne è da dimenticare il card. Agostino Bausa domenicano, già maestro dei SS. Palazzi e poi arcivescovo di F. nell'ultimo scorcio del sec. XIX.IV. ISTITUTI DI CULTURA, BIBLIOTECHE, ARCHIVI
Fino da quando in F. si eresse lo Studio generale perbolla di Clemente VI, data da Avignone il 31 maggio 1348, e questa ebbe confermati i suoi privilegi da un diploma imperiale di Carlo IV, l'Università dei teologi formò dello Studio stesso la parte più caspicua. La prima laurea in teologia fu conferita nel 1349 a frate Francesco di Biancozzo dei Nerli fra l'entusiasmo unanime dei Fiorentini. Mentre gli altri rami dello Studio per ragioni diverse, a prima quella che a una data epoca alcune cattedre furono trasferite a Pisa, cessarono dalla loro attività ed esistenza, l'Università teologica è il collegio universitario unico che rappresenta la continuità ininterrotta dello Studio fiorentino dalle sue origini fino ad oggi. Ebbe dai pontefici insigni privilegi. Fu riformata da Eugenio IV; da Leone XIII ebbe nuove costituzioni. Attualmente il Collegio teologico fiorentino dopo la pubblicazione della cost. apost. Deus scientiarum Dominus, 24 maggio 1931, ha sospeso il conferimento delle lauree. Importanti: l'Archivio capitolare di S. Maria del Fiore per le antiche carte ivi conservate; l'Archivio dell'Opera di S. Maria del Fiore per ciò che concerne la fabbrica del Duomo; l'Archivio della Curia arcivescovile; l'Archivio del Capitolo laurenziano. Notevole per numero di pubblicazioni, specialmente del sec. XVII-XVIII, la Biblioteca del Seminario maggiore, presso la quale è una sezione di manoscritti a soggetto fiorentino.
BIBLI. L. Cerracchini, Fasti teologali, ivi 1738; O. Richa, Notizie istoriche sulle chiese di Firenze, 10 voll., ivi 1754-62. Per la storia ecclesiastica locale V. Ughelli, III, pp. 5-192; Poeti; G. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae monumenta, 2 voll., Firenze 1768; P. F. Kehr, Italia Pontificia, III; Etruria, Berlino 1908, pp. 5-71; R. Piattoli, Le carte della canonica della cattedrale di F. (dal 723 al 1140), Roma 1938; R. Davidsohn, Forschungen zur älteren Geschichte von Florenz, Berlino 1896-1908; C. Strozzi, Spoglie delle scritture attinenti al Cap. foren. (sec. XVII), ma. F., Biblioteca nazionale, II, II, 484; G. Lami, Memorabilia S. Ecclesiae Florentinae, ma. (sec. XVIII), in Biblioteca Riccardiana, cod. 3772, foll. 75 a 85-86; S. Salvini, Storia cronologica dei canonici fiorentini, ma (sec. XVIII), F., Archivio capitolare; D. Moreni, Morre et consuetudinei Eccl. Flor. Cedru ex arch. Aedilium S. Marius Floridae, Firenze 1794. Altre opere: V. Borghini, Trattato della Chiesa e dei vescovi fiorentini, in Discorri istorici, II, Firenze 1585, pp. 337-398; L. Cerracchini, Cronologia sacra dei vescovi e arcivescovi di F., Firenze 1761; Ildenhonaus a S. A., Etruria Sacra, ivi 1784; P. N. Cianfagni - D. Moreni, Memorie istoriche della basilica di S. Lorenzo, ivi 1804-17; C. Guasti, S. Maria del Fiore, ivi 1887; R. Davidsohn, Storia di F. Le origini, 8 voll., ivi 1907-1909; V. CRISPOLTI, FILIPPO, S. Maria del Fiore, ivi 1936; E. Sanesi, Il Seminario fiorentino, ivi 1913; id., Canonici e vic. fior. e il caso Sanonarola, ivi 1932; id., L'Università dei teologi dello Studio di F., in Arch. stor. ital., 1937, II; id., pp. 199-204; A. Alinari, S. Zenobi sess. di F., in Atti Soc. Colombaria, 1938-39; B. Quilici, La chiesa di Firenze nell'alto medioevo, Firenze 1938; id., La chiesa di F. nei primi decenni del sec. XI, ivi 1940; E. Sanesi, La vita di s. Antonino, Firenze 1941; B. Quilici, Il vesc. Raineri e la chiesa di F. durante la lotta per le incessiture, in Istituto tecn. comm. Filiberto di Savoia, ivi 1943; A. Panella, Storia di Firenze, Firenze 1949; Cortineau, I, coll. 1155-61. Emilio Sanesi
V. ARCHEOLOGIA
Nessuna notizia precisa si ha intorno agli inizi del cristianesimo in F.; è tuttavia molto probabile, e taluni elementi sembrano confermarlo, che esso trovasse il suo primo centro nella comunità ebraica di origine greco-orientale che, come di solito, si era stabilita ai margini della città, presso la via che usciva dalla porta meridionale di essa: subito a mezzogiorno dell'Arno questa via si divideva in due rami, uno diretto ad oriente verso Chiusi (la cosiddetta Cassia Nova), l'altro discendente direttamente verso sud, verso Volterra e Siena. Resti di una basilica cimiteriale sono venuti in luce in F. nel 1948 in seguito a scavi condotti dalla Soprintendenza alle antichità nell'area dell'antica chiesa di S. Felicita. Tale basilica era a tre navate: misurava m. 26 ca. di fronte e ca. 40 di profondità; la navata centrale era larga m. 10, le laterali 6, 10. Le numerose formae di tipo comune hanno restituito vari titoli funerari — cui devono essere aggiunti quelli scoperti in passato in tale zona — per il più antico dei

La prima menzione sicura di un vescovo fiorentino è quella che si ha lasciato Ottato di Milevi; egli, tra i partecipanti al Sinodo romano del 313 contro i donatisti, nomina un Felix a Florentia Tuscorum: se sia stato questo il primo vescovo della città, non si può affermare con certezza. Nel 393 fu a F. Ambrogio, che vi consacrò la chiesa dedicata a s. Lorenzo, fondata da una pia matrona Giuliana: un frammento di iscrizione trovato nei sotterranei spetta forse alla generosa donatrice. In questo stesso tempo visse e resse la chiesa fiorentina s. Zenobio, morto, pare, nel 417.
Oltre ai materiali rinvenuti presso la chiesa di S. Felicita, sono da ricordare alcuni sigilli trovati nel Borgo SS. Apostoli, e un sarcofago, venuto in luce nel greto dell'Arno, presso il ponte della Vittoria nel 1933: databile al sec. IV, rappresenta scene non tra le più comuni: l'addio degli Apostoli a Gesù, la resurrezione della figlia di Giairo, il rifiuto da parte dei tre giovani cheri di adorare la statua di Nabucodonosor.
A F. sono inoltre pervenuti in tempi diversi monumenti cristiani trovati a Roma: tra essi particolarmente importanti due lucerne in bronzo, ora nel museo archeologico: una ha come ansa una corona di lauro, entro cui è la rappresentazione di Mosè che fa scaturire l'acqua:
un uomo l'stringe in una ciotola. L'altra è la celebre lampada dei Valerii, rinvenuta presso la casa di questa nobile famiglia sul Celio. Ha forma di nave: una figura, in cui si volle riconoscere s. Pietro o il Redentore stesso, regge il timone, un'altra nell'atteggiamento dell'orante sta a prua ed è forse s. Paolo: l'interpretazione è tuttavia assai discussa. All'albero, che regge la vela, sta attaccata una tabella con l'iscrizione: « Dominus legem dat Valerio Severo. Eutropi vivas ». La sua data più probabile è il sec. IV.
VI. ARTE
F. dalla fine del Duecento fino agli inizi del Cinquecento fu il più vivo centro di cultura artistica di tutta Italia.Nell'architettura lo stile romanico non recò in Toscana le caratteristiche forme lombarde, ma solo taluni elementi di esse vi si acclimatarono: le chiese romaniche fiorentine infatti continuarono le forme basilicali, come nella chiesa dei SS. Apostoli e in S. Jacopo Soprarno, mentre il Battistero ripete talmente le forme antiche da essere credute opera del periodo classico dagli uomini del Trecento. Caratteri analoghi hanno il S. Miniato al Monte e la badia fiesolana, nelle quali chiese a peculiare la dicromia.
(per cortesia del dott. G. Maetzke)
FIRENZE, ARCIDIORESI di - Iscrizione di Theotelinos datata al 405 ritrovata nella basilica sotto S. Felicita.
Il gotico che crea due capolavori in S. Maria Novella e in S. Croce, sembra tuttavia arrestarsi alla superficie degli elementi senza entrare nell'organismo della costruzione: la loggia dei Lanzi, con i suoi tre archi a pieno centro, già prelude al Rinascimento; mentre il Duomo, nel cui interno il ballatoio, nella navata centrale, sembra frenare lo slancio ascensionale delle linee gotiche, ha un coronamento a cupola; il campanile di Giotto è gotico solo nei particolari.
All'inizio del Quattrocento surge a F. la nuova BRUNELLESCHI, FILIPPO (v.). Per spiegare il riapparire in essa dello spirito classico non occorre accettare il racconto vasariano del viaggio del Brunelleschi a Roma insieme a Donatello, perché a Firenze il Brunelleschi poteva trovare l'ispirazione classica nei monumenti romanici, tutti pieni dello spirito antico. Il Brunelleschi, che definisce le leggi della prospettiva, rappresenta per questo lato la concezione matematica della Rinascenza e fornisce ai pittori il più caratteristico mezzo del rinnovamento della loro arte, che è caratterizzata nel Quattrocento dalla conquista della terza dimensione.
L'arte del Brunelleschi si diffonde per tutta la Toscana; tutti gli architetti fiorentini, ALBERTI (v.), educato alla scuola umanistica, muovono dalle sue premesse sino a Michelangelo; Michelozzo (v.) nel Convento di S. Marco, Giuliano da S. GALLIONE (v.) nella Madonna delle Carcari a Prato e in S. Maddalena dei Pazzi a Firenze, e seguono Benedetto da Maiano (v.), Giuliano da Maiano (v.), ROSSELLI, COSIMO (v.) e il Cronaca.
MERISI, MICHELANGELO (v.), nella Sacrestia Nuova di S. Lorenzo, mantenne lo schema della Sacrestia Vecchia, pur interpretandolo con la sua particolare concezione dell'architettura come di masse in movimento.
Michelangelo, benché lavorasse quasi sempre a Roma, dominò l'architettura fiorentina del Cinquecento. In patria il più caratteristico architetto del tempo fu il Vasari, manierista, elaboratore delle forme ormai acquisite.
Il primo scultore in cui è possibile riconoscere il caratteristico acuto Arnolfo di Cambio (v.), anche architetto di S. Reparata, poi di S. Maria del Fiore. Le sue opere di scultura si trovano in massima parte però fuori Firenze, soprattutto a Roma, dove diffusero fra i marmorari l'eleganza e la spiritualità fiorentina.
Nel Trecento il senese Tino da Cammino (v.) educò numerosi allievi a Firenze. Andrea da Pontedera (v.), detto Pisano, che subì l'influsso giottesco, nel 1330 ebbe l'incarico della prima porta del Battistero e lavorò poi ai rilievi del campanile di Giotto. Da lui deriva Andrea di Cione detto l'Orcagna (v.), che nel 1359 termina il tabernacolo di Or S. Michele, opera insieme di architettura e di scultura.
Alla fine del Trecento, nella porta della Mandorla di S. Maria del Fiore, cominciano ad apparire i segni precursori del Rinascimento nella scultura: il realismo e l'imitazione dell'antico (immagini di divinità pagane, sirene, cantanti ecc.).
Il concorso bandito nel 1401 per un'altra porta bronzea del Battistero vide vincitore Lorenzo Ghiberti, che, pur attenendosi allo schema ancora gotico di Andrea Pisano, fece opera personale per l'equilibrio e il sintetismo della rappresentazione. Il confronto tra questa porta e la terza che tenne occupato il Ghiberti sino al 1452 mostra l'evoluzione compiuta dalla scultura fiorentina: le formelle gotiche a cornici mistilinee scompaiono, cedendo il posto a scomparsi larghissimi; nicchie classiche accolgono statue; i bassorilievi, gareggiando con la pittura,
si animano di numerose figure e presentano paesaggi nello sfondo; con grande realismo vengono rappresentati nei tondi i ritratti di vari artisti del tempo insieme con l'autoritratto dello scultore, e si riproducono frutti e fiori nel festone decorativo. Così pure pittoricità ed ampiezza prospettica dominano nell'urna di S. Zanobi e influenzano persino Donatello.
Donato di Betto Bardi, Donatello (v.), ha nella scultura fiorentina una posizione analoga a quella occupata dal Brunelleschi nell'architettura e da Masaccio nella pittura. Egli toglie

Michelozzo (v.) BERTOLDO, SANTO (v.). Intorno fioriscono, variamente influenzati da lui stesso e dal Ghiberti, ROSSELLI, COSIMO (v.), Agostino di Duccio (v.), Desiderio da Settignano (v.), Mino da Fiesole (v.), Benedetto da Maiano (v.); la tendenza al reale POLLAIOLO, PIERO (v.) Verrocchio (v.), maestro nella pittura a Leonardo da Vinci.
Della Robbia (v.) recano nella scultura il singolare contributo delle loro terracotte invetriate, ornamento prezioso degli edifici fiorentini.
Nel Cinquecento la scultura fiorentina mostra tre tendenze. Una, impersonata da Michelangelo, è seguita da Raffaello di Montelupo (v.) Montorsoli (v.); un'altra, che fa capo ad Andrea Sansovino e viene sviluppata da Jacopo Sansovino (v.), si propone come ideale la grazia del Quattrocento unita alla forma classica; una BANDINELLI, BACCIO (v.) e dall'Ammanati (v.), che finiscono con l'acceatarsi al Buonarroti.
Ancor più vigorosamente che nell'architettura e nella scultura la scuola fiorentina si affermò nella pittura. Cimabue (v.), che impresa e liberarla dalle convenzionali forme bizantine e le diede quei caratteri che sempre la distingueranno da tutte le altre. Secondo la concezione intellettualistica che i fiorentini hanno della realtà, in essa domina il disegno, che mediante una linea funzionale suggerisce il volume dell'oggetto rappresentato. Mediante il chiaroscuro poi questo viene rappresentato staccato dal fondo con effetto di rilievo.
Tali caratteri distinguono decisamente la pittura fiorentina della senese e dalla gotica, che invece consi-
derane la linea non come elemento funzionale ma come un elemento ornamentale e calligrafico, cioè come semplice contorno svuotato del suo contenuto, e dispongono la composizione tutta in un piano, senza risalto. Alla concezione plastica fiorentina si subordina il colore, che per le più campisce soltanto il disegno ed è sempre subordinato all'opposizione di chiaro e di scuro necessaria al rilievo: nella scuola senese invece il colorito, perché limitato ad effetti di superficie, e chiaro e brillante.
Tutti i caratteri della GIOTTINO (v.), che la svincola completamente dalle formole bizantine.
Giotto vede gli oggetti come masse larghe e compatte, organizza la composizione dei suoi quadri con senso architettonico e spaziale secondo lo stesso spirito dell'architettura, nella quale l'effetto estetico nasce dal contrasto del peso con il sostegno, e dal senso del volume.
Secondo la natura italiana, Giotto nella narrazione delle sacre storie è logico, chiaro, misurato e convincente.
Nella seconda metà del Trecento appare uno scambio di influssi, si direbbe
quasi un compromesso, tra la scuola fiorentina e la senese. Dopo una breve parentesi di tardo gotico, Lorenzo Monaco (v.), in cui l'esasperata calligrafia lineare si unisce alla grazia senese e al vigore fiorentino, s'inizia il Rinascimento.
Masolino (v.), benché ancora legato alla corrente del gotico fiorentino, applica la prospettiva nei suoi quadri, aprendo fughe di colonne nel Banchetto di Broda, ma le sue figure, pur campaggiando sullo sfondo aperto dalla terza dimensione, non partecipano dell'organismo prospettico, come più tardi, simili a vere quinte, sarà nei quadri di Piero della Francesca.
Masaccio (v.), che si vuole allievo di Masolino, rinnovò la pittura. Dal Brunelleschi apprese la prospettiva, da Donatello derivò la plasticità sculturale delle sue figure. Pertanto Masaccio continuava idealmente Giotto, del quale rinnovava la saldezza plastica e l'aspetto monumentale.
L'arte del Masaccio, come quella di Giotto, non ebbe veri continuatori; la sua sintesi grandiosa cedette a un indirizzo realistico. ANGELICI (v.), singolare artista ancora dipendente dalla tradizione del gotico fiorentino, sommo ed insuperabile interprete dell'idealità religiosa.
Allievo dell'Angelico, ma privo del suo magico potere di spiritualizzazione, GOZZOLI, BENOZZO (v.), rappresentò con abilità grandissima di narratore scene sacre con brio gustoso e semplicità popolar224.
La realtà è fortemente sentita da Andrea del Castagno (v.), in cui la tendenza plastica della pittura fiorentina si accentua sempre più, fino a dare alle figure caratteri di sculture lignee dai contorni violentemente marcati e agitati per rendere il moto, altra metà dell'arte fiorentina.
Le norme della ritrovata prospettiva sono appassionatamente seguite da Paolo di Dono, Paolo Uccello (v.), il quale conduce a vedere le cose lontane, attenua il rilievo dei corpi e finisce con l'ottenere affetti di tarsia mediante l'accostamento di zone di colore. Per non turbare la visione prospettica, il movimento si arresta e le sue battaglie statiche ci appaiono in una sti-
lizzazione irreale. Ma sono in lui anche sentimento tragico e grandezza eroica, come si vede nel Dilucio Universale del chiostro di S. Maria Novella.
Piero della Francesca (v.) porta la prospettiva all'altezza di una vera disciplina scientifica, ponendo e risolvendo felicemente i problemi di prospettiva lineare e aerea, riuscendo a dare il senso dell'aria e della luce che vibrano intorno agli oggetti. Le sue composizioni sono vere architetture; le figure hanno vivo il senso del volume ottenuto a mezzo di una sapiente gradazione dei toni di co-
lori. Piero comprese che la prospettiva era l'unico mezzo per unire il disegno al colore, senza incorrere negli inconvenienti in cui cadevano i fiorentini e i senesi.
Accanto alla ricerca della forma si sviluppa nella pittura fiorentina (come nella scultura) la ricerca del movimento, che, accanto ad Andrea del Castagno, ha i suoi POLLAIOLO, PIERO (v.) BOTTICHER, PAUL (v.), i quali l'ottengono con la linea che anima continuamente la forma.
Il problema del movimento verrà ripreso e risolto in altra e più profonda

Nel Cinquecento la pittura fiorentina si personifica in Michelangelo, che, architetto, scultore, pittore, porta alle estreme possibilità tutti gli elementi caratteristici della scuola e specialmente la forma e il movimento. In lui la forma più che volume diviene massa, e blocchi giganteschi opposti tra loro in perpetua lotta e in perpetuo moto sono tutte le sue opere.
Con lui, l'arte fiorentina passa a Roma, così che F. perde il suo primato e la sua scuola non è più che una scuola provinciale.
BIBLI: Venturi, passim: E. Toesca, La pittura fiorentina del Trecento, Verona 1930; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, trad. it., di F. Cecchi, 2ª ed., Milano 1942, pp. 55-101; G. Fiocco, La pittura toscana del Quattrocento, Novara 1942.
Vincenzo Gobio
VII. - BADIA DI S. MARIA. - Celebre monastero, volgarmente detta Badia, fondato da Willa, figlia del marchese Bonifacio. Morta Willa, suo figlio Ugo confermò ed accrebbe le donazioni materne in tal misura da esser considerato quale fondatore della Badia. Dopo la sua morte, 21 dic. 1001, ogni anno i monaci ne facevano l'anniversario, come ricorda Dante nel Paradiso (XVI, 128-29), parlando «del gran barone, il cui nome e il cui pregio - la festa di Tommaso riconforta»; Dante aveva la propria casa vicino a questo monastero, al quale accenna ancora con i versi: «Florenza, dentro dalla cerchia antica - ond'ella toglie ancora e terza e nona» (Par., XV, 97-98). Nel 1436 fu unita alla Congregazione di S. Giustina. Soppressa nel 1810, venne ripristinata nel 1819 con una minima parte degli antichi beni. Dopo
la nuova soppressione del 1806 i monaci rimasero in poche stanze tenendo cura, fino al 1919, della parrocchia. I locali erano stati adibiti a scuole e ad uffici giudiziari.
Fu ricca di uomini insigni per santità e dottrina: si ricordano fra questi d. Borghini (v.), d. Agostino Rabatta, il vescovo d. Galletti (v.), il card. d. Angelo M. Querini; sotto la guida dei monaci di Badia studiò G. B. Niccolini.
L'attuale chiesa fu cretta nel 1625 dal Segalobi sulle fondamenta di Arnolfo di Lapo (sec. XIII), a cui è attribuito il bel campanile. Il portale, scolpito da Benedetto da Rovezzano, è stato restaurato di recente. Fra le opere d'arte che contiene specialmente notevoli due sepolcri scolpiti da Mino da Fiesole - uno dei 1481 racchiude le ossa del conte Ugo - è la celebre pittura di Filippo Lippi, rappresentante l'apparizione della Vergine a s. Bernardo. La Biblioteca e gli splendidi corali, in parte sono andati dispersi, in parte si trovano nella Laurenziana e nella Magliabeccchiana di Firenze; le carte sono nell'Archivio di Stato della stessa città. -Vedi tavv. XC-XCIII.
BIBLI: P. Puccinelli, Cronica dell'Infoga ed imperial abbadia di Florence, Milano 1664; P. F. Kehr, Italia pontificia, III, Berlino 1908, p. 26; A. Amelli, Abbatia S. Marine in F., in Annale O.S.B., Roma 1923, p. 115-16; L. Schiaparelli, Le carte del monastero di S. Maria in F., I, ivi 1913; Cottineau, I, coll. 1158-59. Tommaso Leccisotti
II. CONCILIO DI F.
Durato dal 1438 al 1445, il Concilio ecumenico di F. si divide in tre fasi: 1) le sessioni conciliari di Ferrara (dal 1º genn. 1438 al 10 genn. 1439). 2) Le sessioni conciliari di F., che ebbero come risultato i decreti di unione dei Greci, degli Armeni e dei Copti (1439-42). 3) Le sessioni conciliari di Roma (1443-45). La storia del Concilio di F. non può essere compresa pienamente, ove non si tenga conto delle lunghe trattative intercorse fra la S. Sede e i Greci sotto Martino V ed Eugenio IV (v. i documenti indicati nella bibliografia).
SOMMARIO:
I. Ferrara
II. F
III. Roma
IV. Effetti del Concilio di F.I. FERRARA (1438-39)
L'8 genn. 1438 il b. Niccolò Albergati aprì solennemente il Concilio nella cattedrale di S. Giorgio a Ferrara. Erano presenti soltanto 4 arcivescovi e 20 vescovi, tutti provenienti dall'Italia, dalla Spagna e dalla Francia. Il presidente del Concilio fece una dichiarazione in favore del papa Eugenio IV a della legittimità del trasferimento del Concilio da Basilea a Ferrara. Seguirono altre 7 sedute conciliari, delle quali la terza, il 10 genn., promulgò un decreto contro i sinodali di Basilea, e l'ottava, l'8 febbr., dopo l'arrivo del Papa (27 genn.), un altro dello stesso tenore. Il numero dei partecipanti al Sinodo di Ferrara crebbe; già nella stessa sessione, l'11 febbr., erano presenti 5 cardinali, 4 arcivescovi e 36 vescovi. Inoltre, l'8 febbr. erano arrivati a Venezia l'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, il patriarca Giuseppe II e ca. 20 vescovi bizantini, i quali subito inviarono una delegazione a Ferrara. L'ambasciata latina, cioè i vescovi Antonio di Porto, Pietro di Digne, Cristoforo di Coron e il preposto Nicola da Cusa, poté da parte sua riferire il 1º marzo al Concilio delle trattative felicemente conchiuse dalla medesima delegazione a Costantinopoli, nonostante le fortissime difficoltà opposte agli inviati del Papa dai rappresentanti dei sinodali ranitenti di Basilea. Un momento importantissimo segnò l'arrivo a Ferrara (8 marzo) del card. Cesarini, il quale non voleva più servire la causa del Concilio di Basilea che stava in conflitto con il capo supremo della Chiesa. L'imperatore grecofece il suo ingresso solenne a Ferrara il 4 marzo; il patriarca di Costantinopoli l'8 dello stesso mese.
Una bella rappresentanza delle Chiese bizantine li seguì: i vescovi di Eraclea, Efeso, Sardes, Monembasia, Trebisonda, Cizico, Nicea, Nicomedia, Lacedemonia, Leabe (Mitilene), Stauropoli, Tirnov (Bulgaria), Rodi, Amasia, Silistra (Romania), Melenic (Bulgaria), Maine (Peloponneso); inoltre un vescovo ed un protopapàs della Moldo-Valacchia (Romania), 2 vescovi della Georgia, e più tardi, alla metà dell'ag. 1438, il metropolia di Kiev, Isidoro, e il vescovo di Susdal. I patriarchi d'Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme; i vescovi di Cesarea, di Side e di Sebaste erano rappresentati da alcuni dei vescovi sunnominati e da Gregorio Mamma, il confessore dell'imperatore e futuro patriarca. Sei egumeni, a procuratori dei monasteri greci (Arbea, ecc.), 4 diaconi di S. Sofia (sauroforoi) ed insigni laici, fra i quali Demetrio, fratello dell'imperatore, e Giorgio Scholario, che sarà più tardi nominato patriarca, si trovavano nella comitiva della corte imperiale e della curia patriarcale.
La prima sessione solenne comune dei Latini e dei Greci ebbe luogo nella cattedrale di S. Giorgio il 9 apr. 1438 alla presenza del Papa. Fu promulgato, redatto in latino a in greco, un decreto importante che sanciva l'ecumenicità del Concilio di Ferrara. La seconda sessione comune dei Latini e dei Greci si tenne soltanto il 9 ott. 1438; la causa di questo ritardo è da ricercarsi nella volontà dei convenuti di appagare il desiderio dell'imperatore bizantino che insisteva a che nuovi inviti venissero diramati ai principi occidentali a ai sinodali di Basilea di partecipare al Concilio di Ferrara. Tuttavia il lasso di tempo fra la prima e la seconda sessione del Concilio fu, in parte, occupato dalle « conferenze di Ferrara » che discutessero del Purgatorio e di altre questioni connesse.
Queste assemblee non ebbero però carattere pubblico conciliare, ma si svolsero come incontri privati fra le due delegazioni. Di quella latina facevano parte i card. Cesarini e Capranica, l'arcivescovo latino di Rodi Andrea Chrysoberges O.P. e Giovanni di Torquemada, il futuro cardinale. Di quella greca, molto influenzata dall'imperatore, facevano parte i metropoli Marco di Efeso, Bessarione di Nicea, Sefrosio di Anchialos, e Metodio di Lacedemonia. Dopo alcune sessioni preliminari (fra il 24 apr. e il 12 maggio 1438), il 4 giugno cominciarono le più importanti discussioni. L'arcivescovo L. Petit ha il grande merito d'aver scoperto e pubblicato nel 1920 il testo greco dei discorsi pronunciati in questa occasione dai Latini a dai Greci, e G. Hofmann poté pubblicare il testo latino delle orazioni pronunciate dai Latini. Il card. Cesarini espose il 4 giugno la dottrina cattolica sul Purgatorio allegando a sostegno della sua tesi argomenti tratti dalla S. Scrittura e dalla tradizione. Il domenicano Torquemada rispose al discorso di Bessarione del 14 giugno dando spiegazioni teologiche fedeli al pensiero di s. Tommaso d'Aquino sulla questione dibattuta. Anche Marco Eugenio e Andrea Chrysoberges pronunciarono discorsi. Un risultato definitivo non era da aspettarsi subito, non essendo queste conferenze pubbliche; però si preparava in questo modo un terreno favorevole all'accordo, che in effetti si ottenne un anno più tardi, a F., anche sul punto dogmatico del Purgatorio. Le sessioni pubbliche conciliari di Ferrara (fra il 9 ott. e il 13 dic. 1438) si occuparono della questione se fosse lecito aggiungere una formula dogmatica al Simbolo detto Niceno-Costantinopolitano (Denz-U, 86) e se il Concilio di Efeso avesse espresso una proibizione in questo senso (cf. Denz-U, 125). Gli oratori greci, cui fu concesso dai Latini il vantaggio di iniziare le pubbliche discussioni, affermarono che non era consentito di aumentare (o diminuire) il Simbolo, e che il Concilio di Efeso aveva proibito ogni aumento del Simbolo, anche se eventualmente, fosse conforme alla fede. In tal senso si espressero soprattutto Marco di Efeso e Bessarione. Il card. Cesarini,
l'arcivescovo Andrea Chrysoberges ed il francescano Luigi, vescovo di Forlì, propugnavano da parte loro un parere contrario a quello dei Greci. Ambrogio Treversari, generale dei Cannaldolesi e molto versato nella patrologia latina e greca, si acquistò meriti per aver messo la disposizione dei sinodali i testi patriatici. Benché le sessioni dalla IX alla XV (con occasione della XII destinata al ricevimento dell'ambasciata del duce di Borgogna, inviata a rendere omaggio al Concilio) si occupassero ampiamente della suddetta questione del Sinodo, i Greci non cedettero ai Latini. Fu grande fortuna che il trasferimento del Concilio da Ferrara a Firenze e i giorni occupati dalla preparazione d'esso distendessero un po' gli animi. La bolla che sanciva il cambiamento di sede fu promulgata nell'ultima seduta ferrarese il 10 genn. 1439. Il motivo del trasferimento è da ricercarsi soprattutto nelle ristrettezze finanziarie della Curia pontificia, che aveva anche il peso del mantenimento dei Greci, ristrettezze cui ovviò la generosa offerta di Firenze, la quale già prima del Concilio aveva aspirato alla gloria di diventare sede di esso, come risulta dagli atti della signoria fiorentina.
II. FIRENZE (1439-43)
Papa Eugenio IV partì solennemente da Ferrara per F. (via Modena) il 16 genn. 1439. Il patriarca Giuseppe seguì il 26 genn. ed arrivò a Firenze il 15 febbr. festeggiato dal clero e dal popolo fiorentino, che gli preparò alloggio nel Palazzo dei Fiorentini in Pitti. L'Imperatore greco fece il suo ingresso solenne a F. il 14 febbr. 1439 e venne ospitato nel Palazzo de' Peruzzi. Dopo una sessione (26 febbr.) sui temi da trattarsi e sulla data delle sedute pubbliche conciliari, le stesse furono inaugurate presso S. Maria Novella il 3 marzo, e furono seguite, nello stesso mese, da 7 altre. Le 8 sessioni pubbliche del marzo 1439 trattavano della Processione dello Spirito Santo.I due oratori principali furono Giovanni di Montenero (di Genova) provinciale dei Domenicani, da parte dei Latini, e Marco Eugenio da parte dei Greci. Di particolare rilievo furono le esposizioni del domenicano nelle adunanze del 21 e del 24 marzo; in queste due sedute Giovanni di Montenero diede sul tema ampie argomentazioni tratte dalla S. Scrittura, dai Padri latini e greci, dai concili universali ed anche dai Sinodi di Toledo. In altre sessioni si discusse a lungo sull'autenticità di un testo nel terzo libro contra Eunonium di s. Basilio (PG 29, 655, nota 79). Anche i concetti della natura, persona, sostanza, principio, causa dovevano essere spiegati per dare maggior chiarezza al pensiero greco. A questo riguardo Giovanni di Montenero poté mettere a disposizione della buona causa il suo pensiero formato dalla teologia di s. Tommaso d'Aquino. Un risultato immediato sotto forma di concordia fra i sinodali latini Filioque (v.) non fu però ottenuto nelle prime 8 sessioni pubbliche di Firenze, ma certamente esse prepararono la via dell'unione. È merito di papa Eugenio IV, che non disperava neppure in situazioni critiche, l'aver consentito una certa elasticità che permetteva più concreti risultati. Così si hanno fra il 30 marzo e il 27 giugno 1439 forme varie di trattative fra Latini a Greci in separati gruppi; interventi personali del Papa; sedute particolari dei Greci sotto l'influsso dell'Imperatore e di alcuni zelanti fautori dell'unione, come Bessarione, Isidoro di Kiev, Giorgio Scholarios ecc., e riunioni separate dei Latini sotto l'influente guida del card. Cesarini. Fu data occasione ai Greci di conoscere meglio la posizione cattolica sul primato del Papa in due discorsi di Giovanni di Montenero il 16 e 20 giugno e la dottrina sull'Eucaristia in altri due discorsi di Giovanni di Torquemada (16 e 18 giugno 1439). Per queste vie si era ormai ottenuto un primo accordo sulla Processione dello Spirito, accordo accettato anche dal patriarca prima della sua morte (10 giugno). Il card. Cesarini poté informare i sinodali latini il 27 giugno che la concordia fra Latini a Greci sulla Processione dello Spirito Santo, sulla questione del Simbolo, sull'Eucaristia, sui novissimi (Purgatorio, ecc.), sul primato del papa era ormai
un fatto compiuto; inoltre egli poté annunziare che i Greci erano pronti a fare una pubblica dichiarazione sulle parole della Censacrazione eucaristica. Dimanera soltanto la redazione della bolla d'unione dei Greci e la promulgazione dell'unione da farsi in una seduta solennissima. Una deputazione mista latina a greca redigera fra il 28 giugno e il 4 luglio la bolla d'unione nella chiesa di S. Croce; il 4 luglio il suo testo latino e greco fu dai deputati, 12 di ciascuna parte, accettato. Un sinodo latino in presenza del Papa il 4 luglio pubblicò per mezzo di Tommaso Parerucelli (il futuro papa Niccolò V) la bolla d'unione, ed il giorno seguente tutti i sinodali latini diedero la loro sottoscrizione a questo documento in presenza di dieci testimoni greci, ed i Greci, che già avevano sottoscritto la stessa bolla in presenza di 4 testimoni latini, sancirono il 5 luglio per mezzo di Bessarione la dichiarazione in favore delle parole di consacrazione contro l'epiclesi dei dissidenti. Su questo esiste ancora un protocollo originale redatto il 17 ag. 1439. Nella cattedrale di F. il 6 luglio il papa Eugenio IV celebrò la Messa solenne in presenza dei sinodali latini e greci; il gonfaloniere Filippo di Giovanni Carducci serviva all'altare. Tutte la città celebrò questo giorno, che era lunedì, e il seguente come festivo. Dopo la Messa sotto la cupola del Brunelleschi, in mezzo al coro, il card. Cesarini ascese una tribuna in forma di pulpito e lesse il testo latino della bolla d'unione e i sinodali latini promunziarono il loro consenso. Con il medesimo cerimoniale Bessarione lesse il testo greco, al quale consentirono pubblicamente i Greci. La bolla d'unione, di cui esistono tuttora molti documenti autentici, fu sottoscritta dal Papa, da 8 cardinali, 2 patriarchi e 8 arcivescovi latini, 52 vescovi, 7 arcidiacono, 4 generali di ordini e 41 abati; la colonna greca della bolla fu sottoscritta dall'imperatore Giovanni VIII, da 20 prelati (metropoliti, vescovi, vicari dei patriarchi e vescovi), da 5 chierici presenti, da un setto legittimamente rappresentato a da 6 rappresentanti di monasteri greci. La bolla contiene la definizione dogmatica sopra i 5 articoli della Processione dello Spirito Santo, del Simbolo, del Purgatorio e della visione beatifica, dell'Eucaristia (cioè che la materia dell'Eucaristia è pane azimo [v.] o fermentato), del primato del papa.
L'unione degli Armeni fu promulgata con la bolla Exultate Deo (v. DECRETUM AD ARMENOS) nella stessa cattedrale il 22 nov. 1439 in presenza del Papa, 8 cardinali, 43 vescovi arcivescovi e patriarchi latini, 25 abati latini, dei dottori (vardapet) armeni Serkis e Tommaso, e del monaco armeno Nerses. Il vescovo di Padova Pietro Donato lesse il testo latino della bolla, il monaco armeno Nerses un compendio della stessa bolla in armeno, ed il Francesco Basilio diede la versione latina di questo compendio.
La preparazione di questa unione si era iniziata dall'anno 1433, seguita poi da trattative fatte dalla colonia genovese di Caffa (Feodosia) nella Crimea con il patriarca armeno Costantino V, il quale, nelle sue lettere al console Imperiali ed agli Armeni di Caffa, diede, il 5 luglio 1438, piena facoltà ai suoi delegati Serkis, Marchos, Tommaso e Gioacchino vescovo di Pera (Costantinopoli) di concludere l'unione nel Concilio del Papa. Il francescano Giacomo de' Primadizi accompagnò la delegazione armena a Genova ed a F. Seguirono discussioni fra una deputazione del Concilio e la delegazione armena sopra i punti controversi, discussioni felicemente coronate dall'unione. Anche da parte dell'arcivescovo armeno di Leopoli (Polonia), Gregorio, venne al Concilio una deputazione, la quale, dopo alcune discussioni, accettò la bolla d'unione degli Armeni il 15 dic. 1439.
La S. Sede e il Concilio avevano mandato immediatamente dopo l'unione dei Greci il francescano Alberto da Sarteano (Toscana) come legato ai Copti ed agli Etiopi. Egli ebbe colloqui con Nicodemo, abate del monastero abissino di Gerusalemme, il quale scrisse una lettera al Papa il 9 nov. 1440, e con il patriarca copto Giovanni XI che aveva resi-
denza al Cairo, e che inviò pure un messaggio al Pontefice il 12 sett. 1440. Il legato pontificio ritornò a Firenze nell'estate del 1441 con una delegazione del patriarca copto ed un'altra dell'abate etiopico di Gerusalemme. Le due delegazioni orientali si presentarono al Concilio il 31 ag. e il 8 sett. 1441. Seguirono deliberazioni fra una deputazione conciliare ed 8 monaci copti ed etiopici sopra l'oggetto della fede e dei Sacramenti. Il 4 febbr. 1442 la bolla d'unione dei Copti fu promulgata nella chiesa di S. Maria Novella in presenza del Papa, 20 cardinali, fra i quali il Bessarione, 32 vescovi, arcivescovi, patriarchi latini ed 11 abati latini, fra i quali (come già nella bolla d'unione dei Greci) era l'abate del monastero greco di Grottaferrata, e in presenza degli Orientali. Il testo arabico della bolla ed una breve dichiarazione arabica di fedeltà al Papa fu letta nel Concilio dall'abate copto Andrea, delegato del patriarca copto. Egli sottoscrisse pure il testo arabico della bolla. È da notarsi che la bolla d'unione dei Copti contiene una esposizione ampia della dottrina sopra la S.ma Trinità e sopra il canone della S. Scrittura ed ha incorporato la bolla d'unione dei Greci e quella degli Armeni, con aggiunte circa le parole della Consacrazione e la liceità della tetragamia.
Oltre all'unione dei Greci, degli Armeni e dei Copti, concluse a F., e i loro decreti correlativi, furono emessi in questa città conciliare altri decreti importantissimi. Mentano qui una menzione speciale la bolla Maisse vir Dei del 4 sett. 1430 contro il Concilio illegittimo di Basilea, ed il monitorio contro l'antipapa Felice V del 23 (?) marzo 1440 e la bolla del trasferimento del Concilio da Firenze a Roma (approvata anche da parte del Concilio antecedente) il 24 febbr. 1443.
III. ROMA (1443-45)
Papa Eugenio IV partì da F. il 7 marzo 1443 con 15 cardinali. La Curia pontificia si fermò a Siena fino al 14 sett.; colà morì il beato card. Niccolò Albergati; colà Isidoro di Kiev, cardinale, ricevette un'ambasciata per l'Oriente. La prima sessione solenne conciliare di Roma avvenne il 14 ott. 1443 nel Laterano. Il 10 genn. fu deciso, in una seduta conciliare, una processione religiosa in ringraziamento per una vittoria dei cristiani sopra i Turchi, annunziata dal legato apostolico in Oriente, Cesarini; questa fu tenuta il 12 genn. 1444. Il 30 sett. 1444 fu conclusa nel Concilio l'unione dei Siri della Mesopotamia, alla quale precedettero deliberazioni fra l'arcivescovo siro di Edessa, Abdala, delegato dal patriarca Ignazio, ed una deputazione conciliare sopra la Processione dallo Spirito Santo, le due nature e le due volontà di Cristo. L'unione dei Caldei e Maroniti di Cipro fu promulgata il 7 ag. 1445. Essa era stata preparata dalla legazione di Andrea Chrysoberges, arcivescovo di Rodi, che aveva ottenuto già prima l'adesione dei Caldei e dei Maroniti nella chiesa di S. Sofia a Nicosia. Timoteo, metropolita dei Caldei, ed Isaac, procuratore del vescovo maronita, furono mandati a Roma ed ambedue pronunziarono nel Concilio una professione di fede cattolica anche in nome dei loro connazionali. Il Papa, in occasione dell'accettazione della loro unione, promulgò anche un decreto che proibiva di nominare i Caldei e i Maroniti come eretici, a stabiliva i diritti del metropolita caldeo, del vescovo maronita e dei loro successori cattolici.Nell'ultima parte del Concilio fu ottenuta la convenzione degli eretici patarini di Bosnia, i quali avevano mandato un'ambasciata al papa Eugenio IV.
IV. EFFETTI DEL CONCILIO DI F
Non è da negarsi che dal Concilio di F. provenivano effetti dog-matici, teologici, storici, giuridici e culturali. Basta vedere i regesti delle bolle pontifice che si riferiscono alla preparazione, alla celebrazione e alle ripercussioni susseguenti il Concilio nella nuova edizione pubblicata da G. Hofmann per esserne convinti.
L'umanesimo trasse nutrimento dall'incontro degli Orientali con gli Occidentali, incontro che durò, in consuetudine continua di vita, parecchi anni. E già la causa dell'unità della Chiesa, considerata soltanto dal punto di vista storico, non era da sottovalutarsi benché gran parte dei vescovi bizantini non abbia mantenuto poi il solenne impegno di fedeltà dato al Papa, con la sottoscrizione della bolla d'unione. Il Concilio diede a futuri cardinali (Bessarione e Isidoro di Kiev) e 3 patriarchi di Costantinopoli di fede cattolica: Giuseppe II (morto durante il Concilio) e i suoi successori Metrofane e Gregorio Mammas; nelle Isole di Rodi, Creta, Cipro, nella città di Modon e altrove rimasero buoni gruppi di Greci fedeli all'unione sancita dal Concilio. L'unione degli Armeni in Caffa si sostenne fino alla strage fatta dai Turchi in questa città nel 1475. Sopra la fedeltà del patriarca copto si ha una testimonianza fino ai tempi di papa Niccolò V (1450). Ancora Callisto III (1455-58) e Pio II (1458-64) si mostravano fautori energici dell'unione conclusa in F., e trovavano almeno in una parte degli Orientali accoglienza favorevole. Il decreto dell'unione dei Greci rimase la norma dommatica delle unioni future dei Ruteni (1392-96), dai Romani (1697), dei Melkiti (inizio del sec. XVIII), ecc. Il Concilio Vaticano utilizzò questo decreto, ed il Concilio di Trento quello dell'Unione dei Copti nella questione del canone della S. Scrittura. Il decreto degli Armeni esercitò l'acume dei teologi cattolici che però non arrivarono nella interpretazione d'esso, e soprattutto della parte concernente i Sacramenti, ad un'unica opinione. E neppure, secondo Hürth, il papa Pio XII voleva, nella sua cost. apostolica Sacramentum Ordinis del 30 nov. 1947, mettere fine alla controversia teologica intorno al valore teologico di questo decreto. D'altra parte la costituzione mette in rilievo che nel Concilio di F. i Greci furono ammessi all'unità della Chiesa senza la condizione del cambiamento del loro rito dell'Ordinazione, che conosce soltanto l'imposizione delle mani senza la tradizione degli strumenti.
BIBLI: Dell'abbondantissima letteratura intorno al Concilio di F. si da qui soltanto una scelta; del resto elenchi dettagliati si trovano negli articoli bibliografici su questo Concilio nella rivista Irénikon, 16 (1939), pp. 305-30, 301, 22 (1949), 196-201, e nella letteratura che si citerà. - Edizioni delle fonti: Manzi, 31 A, 31 B; L. Petit, Documents relatifs au Concile de Florence, 4 fasc., Parigi 1920-21, in PO 16, 1; 17, 2; G. Hofmann, Concilium Florentinum, 3 fasc., Roma 1920-31 (in Orientalia Christiana XVI, 3; XVII, 2; XXII, 1) e finalmente la nuova collezione del Pont. Istituto degli Studi Orientali, Concilium Florentinum, Documenta et Scriptores dei quali il I vol. (in tre fasc.) contiene le bolle pontifice, ed. da G. Hofmann, il II vol., fasc. 1, il trattato teologico dei card. Giovanni de Torquemada, Apparatus super decretum Florentinum unionis Graecorum, ed. da E. Candal, ed. il vol. II, fasc. 2 il trattato storico-teologico dell'arcivescovo di Creta Fanfino Vallaresto, Libellus de ordine generatum conciliorum et unione Florentina, ed. da B. Schultze. - Studi sulle fonti: G. Hofmann, Papata, conciliarismo, patriarcato, in Miticelana historiae pontificiae, II, 2, Roma 1940; J. Gill, The Sources of the Acta of the Council of Florence, in Orientalia Christiana Periodica, 14 (1948), pp. 43-70; J. Gill, The Acta and the Memoirs of Synopsal as History, ibid., pp. 305-55. - Esposizioni storiche: Hefde-Leclercq, VII, pp. 951-1951, 1079-80, 1081-88, 1104-1106; G. Hofmann, Die Konzilsarbeit in Ferrara, in Orientalia Christiana Periodica, 3 (1937), pp. 110-40, 405-55; id., Formulae praeviae ad definitionem Concilii Florentini de processione Spiritus sancti, in Acta Academiae Velehradensis, 13 (1937), pp. 81-105, 257-60; id., Formulae praeviae ad definitionem Concilii Florentini de Noclejensis, in Gregorianum, 18 (1937), pp. 337-60; id., Die Konzilsarbeit in Florenz, in Orientalia Christiana Periodica, 4 (1938), pp. 157-188, 392-422; id., De praeparatione definitionis concilii Florentini de S.ma Eucharistia, in Acta Academiae Velehradensis, 14 (1938), pp. 45-54; id., Quo modo formula definitionis concilii Florentini de potestate plena papae praeparata fuerit, ibid., pp. 158-48; id., De praeparatione concilii Florentini de Symbolo, ibid., pp. 161-69; V. Chiaroni, La scisma greco e il Concilio di F., Firenze 1938; G. Hofmann, Die Einigung der armenischen Kirche mit der katholischen Kirche auf dem Konzil von Florenz, in Orientalia Christiana Periodica,
