LEONARDO DA VINCI - Autoritratto. Disegno - Torino, Palazzo Reale.
Codice Atlantico: ingegneria militare, costruzione d'armi, architetture, sculture, pitture, e il cavallo di bronzo, cioè il monumento di Francesco Sforza. Il 25 apr. 1483 assume coi fratelli Evangelista e Giovanni Antonio De Predis l'esecuzione della tavola per la cappella della Confraternita della Concezione presso la chiesa di S. Francesco: questioni di prezzo e di pagamento si trascinarono a lungo; in uno dei documenti i pittori affermano che la tavola centrale con la Vergine (poi detta la Vergine delle rocce) è opera di L.; nel 1508 si conchiudono i concordati pagamenti. Probabilmente tra il 1506 e il 1508, consenzienti o no i committenti, venne fatta la copia oggi a Londra, alla quale, comunque, la partecipazione di L. fu limitata; l'originale emigrò in Francia ben presto (è tradizione al tempo di Francesco I), la copia in Inghilterra nel 1785 (entrò nella National Gallery nel 1890). Si sa da più fonti che dipinse il ritratto di Cecilia Gallerani, quando essa era ancora «in età imperfetta», come Cecilia stessa scrive a Isabella d'Este nel 1498. Più tardi fece il ritratto di Lucrezia Crivelli. Di entrambi questi ritratti non si conoscono le ulteriori vicende e ogni identificazione di essi è ormai congetturale.
Ben presto dovette cominciare gli studi per il monumento di Francesco Sforza; L. stesso scrive: «a di 23 d'aprile 1490... ricominciai il cavallo»; nel nov. 1493 esso doveva essere a buon punto. Da studi per la fusione o per il trasporto si vede che il cavallo era al passo, alzato il piede sinistro. Misurava più di 7 metri alla cervice, e presentava quindi enormi difficoltà di fusione che L. era disadatto a superare, data la sua limitata esperienza in questo campo. Perse anni; nel 1499 il Moro fuggì davanti alle truppe francesi, e la forma fu «fatta bersaglio a balestreri guasconi»; pure Ercole I nel 1501 chiedeva di acquistarla; non fu dato esito alla sua domanda e in breve, poco dopo, dovette andare completamente distrutta.
Da notizie di contemporanei e da documenti si sa che la Cena del refettorio di S. Maria delle Grazie fu finita tra il 1497 e il 1498, al termine di un lavoro lungo e discontinuo. Risulta inoltre che L. lavorò nel Castello Sforzesco alla decorazione della «Saletta negra», di cui non rimane traccia; che si occupò del tiburio del duomo di Milano e ripetutamente del duomo di Pavia, di allestimenti di spettacoli ecc. A questi anni risalgono in gran parte disegni di canalizzazioni, di macchine beliche, di meccanica, d'ingegneria, ecc. Dal 1497 ha una pensione annua di 2000 ducati. Non fuggì davanti alla invasione francese, ed ebbe anzi allora i primi contatti con personalità francesi. Comunque alla fine del 1499 si recò a Mantova, dove fece il ritratto, a disegno, di Isabella d'Este, indi a Venezia; nell'apr. del 1500 è a Firenze.
Da una lettera di L. da Novellara a Isabella d'Este si sa che nell'apr. del 1501 ha già terminato il cartone per la tavola raffigurante la Madonna con s. Anna, ora al Louvre; ha con sé due allievi che dipingono sotto la sua guida e la sua collaborazione. Nell'ott. del 1503 si pone al lavoro per la Battaglia di Anghiari per la Sala del Consiglio (Palazzo Vecchio): esegue con grande lena il cartone; nel 1505 inizia la pittura, purtroppo con tecnica strana, un pseudo encausto, di cui ha avuto idea da Plinio, con uso abbondante di pece greca; il dipinto non riusciva a rasciugarsi e «colava»; conservato ciononostante per decenni, fu distrutto nella decorazione della sala dopo il 1550 e disperso andò anche il cartone pur ammiratissimo e studiattissimo. Nel 1506 L. è a Milano (sistemazione della vertenza per la Vergine delle rocce), ormai pienamente introdotto nell'ambiente dei nuovi dominatori francesi, nel 1507 e 1508 è a Firenze, nel 1509 a Milano nel 1513 a Roma agli stipendi di Giuliano de' Medici, fratello di Leone X; vi si tratterà certamente sino a tutta l'estate del 1516; in questo periodo romano fu poco ricercato quale artista: l'opera più importante affidatagli fu di idraulica e cioè lo studio della bonifica pontina.
Tra la fine del 1516 e il principio del 1517 si trasferisce portando seco dipinti, manoscritti, disegni, a Amboise, nel Castello di Cloux; ha una lauta pensione dal Re di Francia ed è, dobbiamo pensare, circondato di grande stima, benché ormai, paralizzato alla mano destra e precocemente invecchiato, la sua attività artistica sia ridotta, sembra, al disegno e alla guida degli scolari, fra i quali è il fidatissimo Francesco Melzi; a questi egli, facendo testamento il 23 apr. 1519, lascia i suoi manoscritti e disegni, a questi tocca il compito di avvertire i fratelli di L. che «tal uomo... passò dalla presente vita alli 2 maggio (1519) con tutti gli ordini della S. Madre Chiesa e ben disposto... Iddio Onnipotente gli conceda eterna quiete».
II. L'OPERA ARTISTICA
Nessun documento e nessuna notizia abbiamo sull'Annunciazione pervenuta nel 1867 agli Uffizi da S. Bartolomeo a Montoliveto (Firenze); su di essa, sia pur lentamente, si è giunti negli ultimi decenni a un quasi concorde riconoscimento che si tratta della prima opera importante e individuale di L.: verrocchiesco è l'elaboratissimo leggio della Vergine, ma nella stessa figura di lei è una regolarità e una dolcezza di tratti, una postura semplice, spontanea e pur monumentale che non è del maestro; l'angelo è dipinto con colori meno chiari, più caldi, sia nelle vesti, sia nel volto di un modellato gradualissimo e di una definizione formale di una suprema intensità ed eleganza; il paese, visto dall'alto, è complicatissimo, ben studiato nei suoi elementi geologici e vegetali, graduatissimo nell'inazzurirsi delle forme e nel fondersi di esse nella distanza.È invece notizia nella Vita del Vasari, e già prima, che L. abbia colorito un angelo nel Battesimo di A. Verrocchio ora agli Uffizi; evidentemente la testa del primo dei due angeli è di L.; ma, come era stato pensato e come hanno provato esami radiografici, anche il paesaggio col gioco di grandi fiumi e cascate, fra monti a picco, è
ridipintura, ed evidentemente di lui; né in questo quadro di esecuzione tormentata e disuguale, è da escludere che il pennello di L. sia passato su altre parti. A questo periodo verrocchiesco appartiene anche la Madonna col Bambino di Monaco, la cui attribuzione a L. è andata anche essa affermandosi in questi ultimi decenni (Berenson e A. Venturi, prima ad essa contrari, R. Longhi, ecc.). Come di L. è ormai generalmente ritenuta la piccola Annunciazione del Louvre. Una delle due Vergini Marie cominciate nel 1478 può riconoscersi nella pur non perfettamente compiuta Madonna Benois (Leningrado), in cui l'atto così vivo e così colto del Bambino che stenta a fissare i fiori che ha in mano, il raggruppamento facile e conchiuso, le tipiche e i moti ci riportano a disegni di quegli anni; mentre dopo l'Annunciazione degli Uffizi è ragionevole porre il Ritratto di donna su sfondo di rami di ginepro della collezione del principe di Liechtenstein, nel quale è da riconoscersi il ritratto di Ginevra Benci (n. ca. il 1458), rammentato come di L. già dall'Anonimo gaddiano, figura di grande nobiltà di postura, di definizione gradualissima e straordinariamente vivo in ogni tratto.
La maggior opera di L. del periodo fiorentino è l'Adorazione degli Uffizi, tralasciata quando appena le prime stesure di colore avevano compito il disegno e dato parzialmente un primo chiaroscuro e un primo modellato a parte delle figure: abolita gradatamente nei disegni preparatori la capanna tradizionale, è ora una folla tumultuante e ammirata intorno al gruppo melodico e raccolto di Maria e del Bambino, sullo sfondo di parti di architettura classiche, monde di ogni decorazione, prospetticamente perfette; oltre, il paesaggio montuoso a lui caro. La purezza, l'energia, il carattere delle figure sono impressionanti. La vastità popolosa e pur ordinatissima della scena è incomparabile. Degli stessi anni deve essere il S. Girolamo della Pinacoteca Vaticana, anch'esso tralasciato ben presto, tuttavia di forte caratterizzazione della testa. Nella Vergine delle rocce, l'opera più complessa terminata e giuntaci non eccessivamente danneggiata dal tempo, ritroviamo, con fantasiosità nuova per l'arte italiana, il suo repertorio di dati geologici e botanici; nel gruppo delle 4 figure (s. Giovannino, Maria, Gesù e l'Angelo) è un collegamento quanto mai intimo e armonico; nella Vergine è eseguito a pieno il tipo incompiuto della Adorazione fiorentina, nei bambini è realizzato un senso ad un tempo di vivacità e di straordinario raccoglimento, nudi già forti, classicamente euforici, e pur sentiti affettuosamente nel carattere della prima infanzia; di una grande bellezza la testa dell'angelo. L'ombreggiatura è ancor più morbida che nei dipinti fiorentini e invade un po' di più dei corpi; si ha già cioè tipico lo sfumato leonardesco, che, e ciò va ben notato, è mezzo definente della stessa forma sino nei suoi più sottili dettagli.
Non è azzardato riconoscere nella giovane Donna coll'ermellino della collezione Czartoryski di Cracovia il ritratto, dei primi anni milanesi, della Gallerani.
Necessitando per la stessa natura della sua arte di una esecuzione lenta e finitissima, L. non volle usare nella Cena la tecnica dell'affresco, ma, purtroppo, ricorse a una tempera con preparazione a gesso sull'intonaco, procedimento disadatto, data anche l'umidità di Milano. Il dipinto cominciò ben presto a deteriorarsi; quel che oggi si vede è costituito da parte delle superstiti squame di colore e da ritocchi fatti nei vari vecchi numerosi restauri. Si deve alle opportune provvidenze di protezione se non andò distrutto, come gran parte del refettorio, nel bombardamento aereo dell'ag. 1943. Anche qui L. pose una architettura semplicissima, di grande effetto prospettico, ben chiara negli effetti di illuminazione dalle finestre sfocianti sulla campagna: davanti ad una lunga tavola Gesù e gli Apostoli, nel momento in cui Gesù dice: «ecco che la mano di chi mi tradisce è meco a mensa» (Lc. 22, 21). L. immagina con mente umana l'aspetto fisico di questo momento essenziale della tragedia cristiana; l'agitata angoscia degli Apostoli a contrasto della calma sublime di Cristo. L'affresco dovette possedere — e in parte mostra ancora — uno straordinario effetto di illusione, una compostezza ammirabile pur nell'infaticabile ricerca di moto e di espressione delle singole figure, una

Il catalogo delle opere di L., che nel periodo giovanile non è sempre facilmente distinguibile dal Verrocchio e da Lorenzo di Credi, e che, più tardi, come si è visto, si giova della collaborazione di scolari, comprende altre opere di altezza meno evidente: quale la cosiddetta Belle

(fot. Anderson)
Di importanza grandissima per L., come per nessun altro pittore del Rinascimento, è il complesso dei disegni (di cui ce ne son giunte, a parte quelli puramente scientifici, parecchie centinaia di fogli): appunti per macchine, per architetture, schizzi rapidissimi dal vero di animali, di figure umane, di gesti, di raggruppamenti di figure, di elementi di paesaggio, spesso modulati, con sempre una maggior ricerca di espressività e di melodica facilità di segno, parecchie volte sullo stesso foglio, studi di anatomia e di botanica, sovente teste finitissime, a perfetta esecuzione; attività disegnativa a preparazione dei suoi quadri per tentarne e chiarirne l'idea, o senza preoccupazione di una successiva esecuzione pittorica per la pura gioia di fermare un'impressione e un ricordo, o a commento dei suoi scritti: immenso mirabile diario figurativo. La capacità espressiva ed evocativa dei suoi disegni più rapidi può dirsi unica nell'arte di ogni tempo e luogo; mentre il senso di modellato, di luce, che egli ottiene con i disegni a piena esecuzione è insuperabile.
La ricostruzione dell'opera scultorea di L. è invece del tutto congetturale e si basa in parte nello sceverare nella plastica verrocchiesca opere che per una nuova sensibilità e finezza siano verosimilmente del grande allievo, e in parte, per i periodi seguenti, nell'individuare opere in cui è una evidente e maggiore utilizzazione di motivi
leonardeschi: fra queste ultime è il vivacissimo piccolo Cavallo in bronzo del Museo di Budapest, che si riconnette a un tipo e ad un senso del cavallo, perdurato a lungo in L.
L. colse nell'arte fiorentina del periodo della sua prima giovinezza l'energia e la vitalità del segno, la complessa modulazione dei raggruppamenti, il modellato infaticabile e di grande illusione, e tutti questi valori portò a più alto grado ad esprimere un suo mondo dominato dallo stupore e dalla pacata gioia per l'individuarsi e concretarsi delle cose alla vita. Ciò conseguentemente a tutta una sua mentalità, a noi nota dai suoi scritti. Giorgio Castelfranco
III. L. ARCHITETTO. - L. che nella lettera di presentazione al duca Ludovico il Moro, dopo aver parlato della sua arte di ingegnere militare, aggiungeva: «in tempo di pace credo di soddisfare benissimo al paragone di ogni altro in composizione di edifici pubblici e privati, e in condurre acque da un loco ad un altro» non ci ha lasciato opere realizzate di architettura cui senz'altro assegnare il suo nome.
Tuttavia sono numerosissimi i disegni di lui ove appaiono molto chiaramente precisati non solo i suoi gusti di architetto ma anche, spessissimo, gli elementi utili ad una loro pratica realizzazione. In altri termini non si tratta di fantasie architettoniche, ma di veri e propri progetti d'architettura ove sono riflesse non solo le sue facoltà di assimilatore ed elaboratore di dati stilistici gradualmente acquisiti e variamente elaborati, ma anche il suo gusto di pratico sperimentatore ed i suoi interessi meccanici per le soluzioni utilitaristiche. Si tratta di disegni pronti ad essere tradotti in plastici di case, di palazzi, di stalle, di bucatiere, di fortificazioni, e soprattutto di chiese, dalle complesse strutture accentrate, a una o più cupole ove è evidente anche un'assidua ricerca spaziale perseguita essenzialmente mediante un continuo giuoco di ombre e luci generato dalle masse plastiche accentrate o contrapposte, forze vive dell'organismo strutturale.
I grandi modelli dell'architettura dei romani e dei fiorentini del '400, del Brunelleschi soprattutto, sono alla base della sua cultura architettonica, che tuttavia presto si volge alla tradizione lombarda nella quale autorevolissimamente egli inserisce il suo nome accanto a quello di Donato Bramante, il quale indubbiamente conobbe e svolse nelle sue opere alcune idee di L. Così alcune sue idee vennero probabilmente utilizzate nella costruzione della cattedrale di Pavia, mentre altre vennero svolte da Cristoforo Solari nella zona presbiteriale della cattedrale di Como. D'altro canto a contemplare la bellissima S. Maria della Consolazione di Todi, la cui idea viene generalmente assegnata al Bramante e la cui realizzazione si deve in gran parte a Cola di Matteuccio da Caprarola, è ancora il grande nome di L. quello che con maggiore insistenza torna alla mente. Emilio Lavagnino
IV. GLI STUDI SCIENTIFICI
Grandissimo e insistente per tutta la vita - in una volontà di conoscenza enciclopedica ed unitaria ad un tempo - fu l'interesse di L. per le scienze naturali e biologiche, da lui coltivate con letture, osservazioni, esperimenti, ecc.1. Geologia
Fra le sue affermazioni più ammirate quali precorrimento della scienza moderna sono quelle sui movimenti di immersione ed emersione delle terre; e da ciò la spiegazione della presenza di nicchi, scheletri di pesci, alghe fossili in pietre e terre emerse. In ciò egli aveva avuto l'avviamento dalla scienza greca (Aristotele) e medievale: comunque egli segue con grande chiarezza il fossilizzarsi degli avanzi organici rappresi nel «limo», che, elevandosi, si pietrifica incorporandoli. Studia la storia geologica del Valdarno, che ritiene originariamente dalla Gonfolina (gola tra Lastra a Signa e Montelupo) in su costituita di due laghi, e, sotto la Gonfolina, già mare; afferma l'origine alluvionale della Valle Padana, e mutamenti geologici intravede anche in regioni remote (Persia, Siria, ecc.). Ha estrema attenzione per gli effettidegli agenti metereologici, per l'aspetto delle conformazioni rocciose, sulle quali insiste in numerosi disegni, per formazioni di nubi, piogge, tempeste, inondazioni, ecc. Non si dimentichi che egli fu buon topografo e cartografo (carte della Toscana, delle Paludi Pontine, di Imola ecc.) ed escursionista non comune, soprattutto nelle Alpi lombarde (Monte Rosa).
2. Botanica. — Quale botanico, egli, oltre ad una vasta conoscenza morfologica, si pone alcuni nuovi problemi di biologia vegetale: ha cioè osservato per primo e definita la disposizione delle foglie rispetto alla loro inserzione sui fusti e le loro ramificazioni (fillotassi); ha fatto osservazioni sull'assorbimento dell'acqua da parte delle radici delle piante, sulla struttura a strati concentrici dei tronchi da cui può dedursi l'età della pianta, ecc.
3. Zoologia. — Per quella che fu la sua attività di zoologo, anatomico e biologo in genere non è ancora ben stato distinto quel che egli deve alla cultura scientifica del tempo da quelle che furono sue autentiche scoperte. Praticò largamente e accanitamente la dissezione di corpi umani ed anche, in minor misura, di animali; eseguì numerosissimi disegni anatomici (usando per un dato organo varie sezioni) in genere con esattezza eccezionale per i suoi tempi; usò il metodo di iniezioni di liquidi solidificabili in organi cavi, soprattutto per il cervello, e sull'anatomia e funzioni del cervello (e del connesso sistema nervoso), del cuore, dell'occhio insiste particolarmente. Fra gli animali egli studiò meglio di ogni altro il cavallo, soprattutto in connessione con il monumento dello Sforza, benché si abbiano gruppi di disegni certamente dal vero di cavalli in moti liberi, non di preparazione a questa opera.
Giorgio Castelfranco
4. Geometria. — Data la notevole perfezione degli elementi esposti da Euclide e Archimede, L. non ebbe occasione di dover insistere su questioni fondamentali, ma sviluppò piuttosto criteri per l'applicazione della geometria alla risoluzione di problemi nelle varie scienze, a cominciare da quelli solamente geometrici, quali la quadratura delle lunule, le equivalence volumetriche dei diversi solidi, a quelli più complessi della meccanica. Ideò pure tutta una serie di strumenti geometrici quali il compasso di proporzione, i compassi per tracciare con moto continuo ellissi e parabole e il tornio ovale per tracciare e eventualmente incidere con apposito stilo date ellissi su un disco rotante; tutti di struttura analoga a strumenti e a utensili tuttora in uso.
5. Statica. — La statica, interessante le costruzioni di edifici, di cupole, di ponti, ecc. e gli strumenti semplici a ciò occorrenti, era stata notevolmente studiata dagli antichi e L. conobbe certo le trattazioni di Aristotele, di Archimede, di Erone, di Vitruvio e quelle più recenti di G. Nemorario; L. rielaborò e estese molti concetti, in particolare quello fondamentale di momento di una forza rispetto a un punto, che applicò in moltissimi casi e in particolare allo studio delle cosiddette macchine semplici, piani inclinati, viti, pulegge, taglie, ecc., traendone conclusioni riscoperte poco dopo da Guido Ubaldo del Monte. L. conseguì pure notevoli progressi nella considerazione e determinazione dei centri di gravità di figure geometriche (tetraedro, piramidi tonde, poligonali, ecc.) e di corpi reali distinguendoli in tre tipi, naturale, accidentale, di volume che appunto corrispondono a quelli ancora considerati dalla tecnica moderna. Parimenti completando le considerazioni di G. Nemorario sulla scomposizione della forza (peso) di un grave sostenuto da una corda sospesa fra due punti con la determinazione della tensione nei due rami della corda stessa, giunge per primo alla nozione reciproca della precedente, cioè alla nozione della composizione di due forze concorrenti qualsiasi. Così pure, dopo aver tratto da problemi di Aristotele la condizione fondamentale per la stabilità della bilancia, L., con ardita generalizzazione, giunge alla scoperta della condizione per la stabilità di un corpo qualsiasi posato su un piano: che cioè la verticale passante per il suo centro di gravità cada entro il poligono tracciato tra i punti di appoggio del corpo stesso più esterni.
6. Dinamica. — La dinamica, considerata dagli antichi meno utile e interessante della statica e da essi erroneamente
mente concepita e impostata, cominciò poco prima del tempo di L. a destar maggiore interesse come dottrina necessaria per lo studio del moto dei proiettili; ma subito si sentì la mancanza di attendibili studi precedenti. L. giunse alle prime nozioni sufficientemente precise di parecchi degli elementi necessari, cioè di forza, di percussione, di impeto, e, per la sua semplice definizione di forza si pose senz'altro contro Aristotele per quanto riguardava il moto dei proiettili e delle frecce, affermando recisamente che il mezzo (l'aria) non solo non lo favorisce ma anzi lo rallenta e lo abbrevia. L. dovette aver profondamente meditato su codeste questioni, rese difficili da diffusi errati preconcetti confortati dall'autorità di Aristotele, e fu così che egli giunse alla nozione che ora diciamo dell'inerzia delle masse materiali; le sue affermazioni, oltre che il complesso delle sue considerazioni, non lasciano alcun dubbio in proposito: «Ogni moto attende al suo mantenimento, ovvero ogni corpo mosso sempre si move, in mentre che la potentia del suo motore in lui si riserva» e «Ogni moto seguirà tanto la via del suo corso per retta linea, quanto durerà in esso la natura della violenza fatta dal suo motore». Così fu definitivamente posta la prima delle tre classiche leggi del moto. L. non riuscì invece a dedurre nettamente la seconda che ora diciamo di Galilei-Newton, mentre in compenso ebbe una netta idea della terza circa l'eguaglianza dell'azione e della reazione. Però, malgrado la non ancora completa conoscenza delle leggi del moto, L. riuscì a fissare molte delle caratteristiche del fenomeno della caduta libera dei corpi; la proporzionalità della velocità raggiunta e del tempo impiegato; l'indipendenza di tale velocità dal peso del corpo; la deviazione dei gravi cadenti verso est (a cagione della rotazione terrestre). Poté anche determinare i rapporti fra caduta libera e su piani inclinati e osservare che la caduta su dati tratti di curve è sempre più lenta che la caduta lungo le rispettive corde.
7. Resistenza dei materiali. — In questo campo L. distingue fra le varie specie di resistenza (alla trazione, alla compressione, alla flessione ecc.) e per le loro determinazioni segue il solo criterio allora possibile, quello di confronto. Giunge così a stabilire tutta una serie di vere leggi riferentisi a sostegni verticali di sezioni varie (quadrate, circolari, ecc.) caricati superiormente, a travi orizzontali incastrate a un estremo e caricate all'altro, a travi inca-

(per cortesia del prof. V. Morioni)
8. Scienza delle costruzioni edili e meccaniche
L. ebbe senza dubbio una chiara idea di quello che dovrebbe essere codesta difficile disciplina che si propone spesso scopi antitetici come la robustezza delle costruzioni e l'economia dei materiali. Infatti tentò una prima teoria dell'arco circolare già usato dai tempi più remoti, con e senza catena, rendendosi conto delle sue spinte, dei suoi luoghi critici o di maggior cimento anche per carichi dissimmetrici. Considerando il contrasto fra la robustezza dell'arco completo e la debolezza e instabilità delle due metà che lo costituiscono prese isolatamente, qualifica l'arco «una fortezza causata da due debolezze». I congegni ideati da L. per facilitare le grandi costruzioni, per sollevare i grandi pesi, per facilitare gli scavi ecc., sono numerosissimi. Sono pure assai interessanti i suoi studi sugli attriti che distingue in radenti ed evolventi e dei quali determina sperimentalmente, su appositi banchi di prova, qualche legge con criteri analoghi a quelli impiegati ancora tre secoli dopo da C. A. Coulomb nelle sue ricerche classiche.9. Meccanica dei fluidi
Nei suoi numerosissimi lavori idraulici, specialmente in Lombardia L. non si accontenta, evidentemente, di seguire le antiche regole empiriche conseguenti da analoghi lavori svoltisi nel corso dei secoli, ma cerca di rendersi conto quanto meglio può di quanto concerne la statica e la dinamica dei fluidi (liquidi o aereiformi). Dell'idrostatica enuncia il principio fondamentale, che applica ai vasi comunicanti con liquidi di differente densità, e dà l'esatta interpretazione del paradosso idrostatico. Della dinamica delle acque correnti L. giunge al fondamentale principio della portata costante che afferma che in un corso d'acqua a sezioni variabili, in regime stazionario, le velocità sono ovunque inversamente proporzionali alle sezioni. Degli aereiformi L. ha esatte idee circa la compressibilità e il peso. Per primo interpreta il volo degli uccelli in base alla sostituzione dell'aria sotto le ali in moto, rispetto all'aria ambiente, con sufficiente velocità, rilevando il fatto interessante che la detta velocità deve esser maggiore di quella dell'aria che fugge. L. enuncia anche il generale principio che oggi si dice della reciprocità aerodinamica.10. Fisica
L. conobbe certamente anche gli altri rami della fisica del suo tempo, non non si occupò se non incidentalmente del suo ulteriore sviluppo; l'utilizzò invece largamente per risolvere i numerosi problemi che si presentavano alla sua mente. Fu così, che dalla riflessione della luce su una superficie sferica trasse una notevole interpretazione della luce cinerea della luna; che dalla conoscenza della camera scura, già nota agli arabi, fu condotto a scoprire in ogni occhio una piccola camera oscura che si considera ormai l'elemento primo per qualsiasi visione. Si interessò anche dell'interpretazione della luceche ammette di propagarsi nell'aria e nell'etere per onde analoghe a quelle del suono, ma dapprima istantaneamente e poi quasi istantaneamente.
11. Le invenzioni di L., cioè i suoi nuovi complessi ritrovati atti a realizzare determinati risultati pratici, sono incredibilmente numerose e varie: da alcune macchine utensili analoghe a quelle reinventate nel sec. XIX, ad ogni sorta di apparecchi di sollevamento: dalle perfezionate conche dei canali, ai ponti girevoli; dalle trivelle e perforatrici azionate con ingranaggi, ai laminatoi; dalle coperture
di camini girevoli a seconda del vento per evitare il ritorno del fumo, ai tetti a banderuole mobili di mulini a vento; dalle catene che oggi diciamo di Galle, come quelle oggi usate per le biciclette, alle sospensioni per bussole reinventate da Cardano; dai torchi per stampare, ai girarrosti meccanici, ecc. Sono poi numerosi gli studi di L. di interesse militare, da quelli per assalto alle fortezze a quelli relativi ai cannoni a argano e alle mitragliatrici.
12. Il problema del volo meccanico occupò a lungo la mente di L. e fu sovente considerato una sua utopistica

LEONARDO DA VINCI — Studio d'idraulica. Pompe aspiranti e apparecchio per la respirazione subacquea, intercalati da appunti relativi alle pompe — Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. Atlantico, f. 380 r b.
fissazione: giudizio che le realizzazioni di questo secolo dimostrarono avventato. È vero che L. non poté avere la soddisfazione di constatare alcun risultato pratico delle sue idee sul volo; ma oggi sappiamo che ciò che di essenziale mancò non fu la conoscenza del fenomeno della sostituzione, che egli invece per primo interpretò abbastanza correttamente, ma l'impossibilità di disporre della potenza dinamica necessaria, o, in linguaggio più popolare, del motore abbastanza potente e leggero. Alcuni manifestano la loro sorpresa perché L. non comprese subito l'innità dei suoi sforzi, data quella impossibilità. Ma per rendersi seriamente conto della difficile questione occorre considerare che il problema del volo implicava due ordini di difficoltà: quella di comprendere se e come un più pesante dell'aria potesse meccanicamente volare; quella di fornire ad esso la potenza meccanica occorrente. Gli uccelli, più pesanti dell'aria, volano, e oggi sappiamo che volano molto economicamente rispetto al dispendio di energia. Era quindi logico cercar di imitarli. Ma l'uomo non ha in sé i dispositivi necessari per una sostituzione, e se li deve procurare artificialmente: in altri termini egli per volare doveva portar con sé in volo gli organi sostenitori occorrenti e quindi disporre di una potenza dinamica di gran lunga superiore alla propria. La natura ha dotato gli uccelli di una forza, relativamente al loro peso, superiore a quella degli uomini; eppure essa è loro appena sufficiente per elevarsi a volo; quando poi sono in volo la perfezione delle ali fornite loro dalla natura permette loro di mantenersi con poco dispendio di forze: ma è noto che i grandi volatili, le stesse aquile, non riescono ad iniziare il loro volo se non hanno innanzi un certo spazio libero che percorrono aiutandosi anche coi piedi. Ciò premesso, si comprende perché L. non abbia subito intuita la necessità di potenti motori ausiliari; il problema implicava la risoluzione di una questione non più qualitativa ma quantitativa, fisica e fisiologica, per cui occorre ricorrere ai principi conservativi universali dei quali solo alla metà circa del secolo scorso si ebbe un'esatta nozione. Con altri innumerevoli dispositivi di volo L. schizzò