LEONARDO DA VINCI. — L. La vita. — Male informato e poco attendibile Giorgio Vasari, la vita di L. può ricostruirsi solo da dati documentari sicuri: atti, appunti di lui, lettere di contemporanei, ecc. Da documenti risulta che L. nacque a Vinci il 15 apr. 1452, figlio illegittimo di ser Piero, notaio; Piero ebbe, bisogna pensare, cure ed affetto per questo suo figlio che tenne con sé a Firenze.
Vercosimilmente L. frequentò poco le scuole, ché il padre dovette notare ben presto le sue disposizioni artistiche e lo avviò all’arte, mettendolo a bottega da Andrea del Verrocchio, presso il quale era ancora nel 1476. Nell’autunno del 1478 comincia, come egli scrive in uno dei suoi libri di appunti, due «Vergini Marie»; nel marzo del 1481 i monaci di S. Donato degli Scopeti gli allogano, quale tavola per il loro altare maggiore, la Adorazione dei Magi, che, non terminata, fu acquistata dai Benci e poi dai Medici. «Aveva 30 anni — dice l’Anonimo addiato — che dal Magnifico Lorenzo fu mandato al Duca di Milano a presentarli insieme con Atalante Migliorotti una lira, che unico era in sonare tale strumento»; ma ben più vaste offerte di servizi a Lodovico il Moro risultano da una minuta di lettera, seppur non autografa, del
Leonardo da Vinci
(fot. Anderson)
Leonardo da Vinci - Autoritratto. Disegno - Torino, Palazzo Reale.
Codice Atlantico: ingegneria militare, costruzione d'armi, architetture, sculture, pitture, e il cavallo di bronzo, cioè il monumento di Francesco Sforza. Il 25 apr. 1483 assume coi fratelli Evangelista e Giovanni Antonio De Predis l'esecuzione della tavola per la cappella della Confraternita della Concezione presso la chiesa di S. Francesco: questioni di prezzo e di pagamento si trascinarono a lungo; in uno dei documenti i pittori affermano che la tavola centrale con la Vergine (poi detta la Vergine delle rocce) è opera di L.; nel 1508 si concludono i concordati pagamenti. Probabilmente tra il 1506 e il 1508, consentimenti o no i committenti, venne fatta la copia oggi a Londra, alla quale, comunque, la partecipazione di L. fu limitata; l'originale emigrò in Francia ben presto (è tradizione al tempo di Francesco I), la copia in Inghilterra nel 1785 (entrò nella National Gallery nel 1890). Si sa da più fonti che dipinse il ritratto di Cecilia Gallerani, quando essa era ancora «in età imperfetta», come Cecilia stessa scrive a Isabella d'Este nel 1498. Più tardi fece il ritratto di Lucrezia Crivelli. Di entrambi questi ritratti non si conoscono le ulteriori vicende e ogni identificazione di essi è ormai congetturale.
Ben presto dovette cominciare gli studi per il monumento di Francesco Sforza; L. stesso scrive: «a di 23 d'aprile 1490... ricominciati il cavallo»; nel 1493 esso doveva essere a buon punto. Da studi per la fusione o per il trasporto si vede che il cavallo era al passo, alzato il piede sinistro. Misurava più di 7 metri alla cervice, e presentava quindi enormi difficoltà di fusione che L. era disadatto a superare, data la sua limitata esperienza in questo campo. Perse anni; nel 1499 il Moro fuggì davanti alle truppe francesi, e la forma fu «fatta bersaglio a balestri gusconi»; pure Ercole I nel 1501 chiedeva di acquistarla; non fu dato esito alla sua domanda e in breve, poco dopo, dovette andare completamente distrutta.
Da notizie di contemporanei e da documenti si sa che la Cena del refettorio di S. Maria delle Grazie fu finita tra il 1497 e il 1498, al termine di un lavoro lungo e discontinuo. Risulta inoltre che L. lavorò nel Castello Sforzesco alla decorazione della «Saletta negra», di cui non rimane traccia; che si occupò del tiburio del duomo di Milano e ripetutamente del duomo di Pavia, di allestimenti di spettacoli ecc. A questi anni risalgono in gran parte disegni di canalizzazioni, di macchine belliche, di meccanica, d'ingegneria, ecc. Dal 1497 ha una pensione annua di 2000 ducati. Non fuggì davanti alla invasione francese, ed ebbe anzi allora i primi contatti con personalità francesi. Comunque alla fine del 1499 si recò a Mantova, dove fece il ritratto, a disegno, di Isabella d'Este, indi a Venezia; nell'apr. del 1500 è a Firenze. Da una lettera di L. da Novellara a Isabella d'Este si sa che nell'apr. del 1501 ha già terminato il cartone per la tavola raffigurante la Madonna con s. Anna, ora al Louvre; ha con sé due allievi che dipingono sotto la sua guida e la sua collaborazione. Nell'ott. del 1503 si pone al lavoro per la Battaglia di Anghiari per la Sala del Consiglio (Palazzo Vecchio): esegue con grande lena il cartone; nel 1505 inizia la pittura, purtroppo con tecnica strana, un pseudo encausto, di cui ha avuto idea da Plinio, con uso abbondante di pece greca; il dipinto non riusciva a rassicurarsi e «colava»; conservato ciononostante per decenni, fu distrutto nella decorazione della sala dopo il 1550 e disperso andò anche il cartone pur amministrativo e studiatissimo. Nel 1506 L. è a Milano (sistemazione della vertenza per la Vergine delle rocce), ormai pienamente introdotto nell'ambiente dei nuovi dominatori francesi, nel 1507 e 1508 è a Firenze, nel 1509 a Milano nel 1513 a Roma agli stipendi di Giuliano de' Medici, fratello di Leone X; vi si tratterrà certamente sino a tutta l'estate del 1516; in questo periodo romano fu poco ricercato quale artista: l'opera più importante affidatagli fu di idraulica e cioè lo studio della bonifica pontina.
Tra la fine del 1516 e il principio del 1517 si trasferisce portando seco dipinti, manoscritti, disegni, a Amboise, nel Castello di Cloux; ha una lauta pensione dal Re di Francia ed è, dobbiamo pensare, circondato di grande stima, benché ormai, paralizzato alla mano destra e precocemente invecchiato, la sua attività artistica sia ridotta, sembra, al disegno e alla guida degli scolari, fra i quali è il fidatissimo Francesco Melzi; a questi egli, facendo testamento il 23 apr. 1519, lascia i suoi manoscritti e disegni, a questi tocca il compito di avvertire i fratelli di L. che «tal uomo... passò dalla presente vita alla maggio (1519) con tutti gli ordini della S. Madre Chiesa e ben disposto... Iddio Onnipotente gli conceda eterna quiete».
II. L'OPERA ARTISTICA
Nessun documento e nessuna notizia abbiamo sull'Annunciazione pervenuta nel 1867 agli Uffizi da S. Bartolomeo a Montolivetto (Firenze); su di essa, sia pur lentamente, si è giunti negli ultimi decenni a un quasi concorde riconoscimento che si tratta della prima opera importante e individuale di L.: verrochiesco è l'elaboratissimo leggio della Vergine, ma nella stessa figura di lei è una regolarità e una dolcezza di tratti, una postura semplice, spontanea e pur monumentale che non è del maestro; l'angelo è dipinto con colori meno chiari, più caldi, sia nelle vesti, sia nel volto di un modellato gradualissimo e di una definizione formale di una suprema intensità ed eleganza; il paese, visto dall'alto, è complicatissimo, ben studiato nei suoi elementi geologici e vegetali, graduatissimo nell'inazzurrisi delle forme e nel fondersi di esse nella stanza.È invece notizia nella Vita del Vasari, e già prima, che L. abbia colorito un angelo nel Battesimo di A. Verrocchio ora agli Uffizi; evidentemente la testa del primo dei due angeli è di L.; ma, come era stato pensato e come hanno provato esami radiografici, anche il paesaggio col gioco di grandi fiumi e cascate, fra monti a picco, è

ridipintura, ed evidentemente di lui; né in questo quadro di esecuzione tormentata e disuguale, è da escludere che il pennello di L. sia passato su altre parti. A questo periodo verrochiesco appartiene anche la Madonna col Bambino di Monaco, la cui attribuzione a L. è andata anche essa affermandosi in questi ultimi decenni (Berenson e A. Venturi, prima ad essa contrari. R. Longhi, ecc.). Come di L. è ormai generalmente ritenuta la piccola Annunciazione del Louvre. Una delle due Vergini Marie cominciate nel 1478 può riconoscersi nella pur non perfettamente compiuta Madonna Benois (Leningrado), in cui l'atto così vivo e così colto del Bambino che stenta a fissare i fiori che ha in mano, il raggruppamento facile e conclusivo, le tipiche e i moti ci riportano a disegni di quegli anni; mentre dopo l'Annunciazione degli Uffizi è ragionevole porre il Ritratto di donna su sfondo di rami di ginepro della collezione del principe di Liechtenstein, nel quale è da riconoscersi il ritratto di Ginevra Benci (n. ca. il 1458), rammentato come di L. già dall'Anonimo gadidano, figura di grande nobiltà di postura, di definizione gradualismi e straordinariamente vivo in ogni tratto.
La maggior opera di L. del periodo fiorentino è l'Adorazione degli Uffizi, tralasciata quando appena le prime stesure di colore avevano campito il disegno e dato parzialmente un primo chiaroscuro e un primo modello a parte delle figure: abolita gradatamente nei disegni preparatori la capanna tradizionale, è ora una folla tumultuante e ammirata intorno al gruppo melodico e raccolto di Maria e del Bambino, sullo sfondo di parti di architettura classiche, monde di ogni decorazione, prospetticamente perfette; oltre, il paesaggio montuoso a lui caro. La purezza, l'energia, il carattere delle figure sono impressionanti. La vastità popolosa e pur ordinata stima della scena è incomparabile. Degli stessi anni deve essere il S. Girolamo della Pinacoteca Vaticana, anch'esso tralasciato ben presto, tuttavia di forte caratterizzazione della testa. Nella Vergine delle rocce, l'opera più complessa terminata e giuntati non eccessivamente danneggiata dal tempo, ritroviamo, con fantasiosità nuova per l'arte italiana, il suo repertorio di dati geologici e botanici; nel gruppo delle 4 figure (s. Giovannino, Maria, Gesù e l'Angelo) è un collegamento quanto mai intimo e armonico; nella Vergine è eseguito a pieno il tipo incompiuto della Adorazione fiorentina, nei bambini è realizzato un senso ad un tempo di vivacità e di straordinario raccoglimento, nudi già forti, classicamente euforici, e pur sentiti affettuosamente nel carattere della prima infanzia; di una grande bellezza la testa dell'angelo. L'ombreggiatura è ancor più morbida che nei dipinti fiorentini e invade un po' di più dei corpi; si ha già cioè tipico lo sfumato leonardo, seco, che, e ciò va ben notato, è mezzo definiente della stessa forma sino nei suoi più sottili dettagli.
Non è azzardato riconoscere nella giovane Donna col l'ermellino della collezione Czartoryski di Cracovia il ritratto, dei primi anni milanesi, della Gallerani.
Necessitando per la stessa natura della sua arte di una esecuzione lenta e finitissima, L. non volle usare nella Cena la tecnica dell'affresco, ma, purtroppo, ricorda a una tempera con preparazione a gesso sull'intonaco, procedimento disadatto, data anche l'umidità di Milano. Il dipinto cominciò ben presto a deteriorarsi; quel che oggi si vede è costituito da parte delle superstiti squame di colore e da ritocchi fatti nei vari vecchi numerosi restauri. Si deve alle opportune provvidenze di protezione se non andò distrutto, come gran parte del refettorio, nel bombardamento aereo dell'ag. 1943. Anche qui L. pose una architettura semplicissima, di grande effetto prospettico, ben chiara negli effetti di illuminazione dalle finestre sfocianti sulla campagna: davanti ad una lunga tavola Gesù e gli Apostoli, nel momento in cui Gesù dice: «ecco che la mano di chi mi tradisce è meco a mensa» (Lc. 22, 21). L. immagina con mente umana l'aspetto fisico di questo momento essenziale della tragedia cristiana; l'agitata angoscia degli Apostoli a contrasto della calma sublime di Cristo. L'affresco dovette possedere e in parte mostra ancora un straordinario effetto di illusione, una compostezza ammirabile pur nell'infaticabile ricerca di moto e di espressione delle singole figure, una

Leonardo da Vinci - Ruma dentata - Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. Atlantica, fol. 17, fig. 35.
grande sonorità coloristica in chiari vellutati, quali nel suo periodo fiorentino (p. es., Annunciazione, Madonna di Monaco). Nella Battaglia di Anghiari, nota da copie dell'episodio centrale, la parte cioè eseguita a pittura sul muro, e da disegni preparatori, L. svolgeva ripetutamente il tema del cavallo e del cavaliere nell'impeto del moto, nella torsione della battaglia; anche qui doveva aver raggiunto la massima saldezza di raggruppamento e ad un tempo di illusione di slancio. La descrizione del cartone del 1501 (v. SORA), permette di affermare che da esso L. esegui la Madonna con S. Anna, ora al Louvre, mentre un altro cartone con intime varianti e, si pensa, alquanto precedente, è conservato alla Royal Academy di Londra ed è la maggior opera di disegno di L. a noi giunta. La Madonna con s. Anna del Louvre mostra un senso atmosferico ancora più abbracciante che nelle precedenti opere, un chiaroscuro più sfumato e più penetrante nelle forme. Stile che ad un grado di esecuzione superiore ed imbattibile è nel ritratto di donna del Louvre detto La Gioconda, che il Vasari (pur non conoscendolo) ha descritto come ritratto di monna Lisa del Giocondo; miracolo di definizione della forma umana cercata nella sua massima visibile complessità e pure in una «armonia in un solo sguardo». Sono le opere di questo periodo quelle che hanno esercitato maggior influenza sugli imitatori (v. LEONARDESCHI) e che più hanno impressionato, ormai quasi da un secolo a questa parte, critici e pubblico per la tipica espressione affascinante dei volti che sembrano sfiorati da uno strano sorriso, per il senso di grande calma dell'immagine determinata con superba plasticità in un modellato infaticabile, per gli sfondi, autentici poemi geologici, definitissimi e pur favolosi.
Il catalogo delle opere di L., che nel periodo giovanile non è sempre facilmente distinguibile dal Verrocchio e da Lorenzo di Credi, e che, più tardi, come si è visto, si giova della collaborazione di scolari, comprende altre opere di altezza meno evidente: quale la cosiddetta Belle
leonardeschi: fra queste ultime è il vivacissimo piccolo Cavallo in bronzo del Museo di Budapest, che si riconnette a un tipo e ad un senso del cavallo, perdurato a lungo in L.
L. colse nell'arte fiorentina del periodo della sua prima giovinezza l'energia e la vitalità del segno, la complessa modulazione dei raggruppamenti, il modello infaticabile e di grande illusione, e tutti questi valori portò a più alto grado ad esprimere un suo mondo dominato dallo stupore e dalla pacata gioia per l'individuarsi e concretarsi delle cose alla vita. Ciò conseguentemente a tutta una sua mentalità, a noi nota dai suoi scritti. Giorgio Castelfranco
III. L. ARCHITETTO. - L. che nella lettera di presentazione al duca Ludovico il Moro, dopo aver parlato della sua arte di ingegnere militare, aggiungeva: «in tempo di pace credo di soddisfare benissimo al paragone di ogni altro in composizione di edifici pubblici e privati, e in condurre acque da un poco ad un altro non ci ha lasciato opere realizzate di architettura cui senz'altro assegnare il suo nome.
Tuttavia sono numerosissimi i disegni di lui ove appaiono molto chiaramente precisati non solo i suoi gusti di architettura ma anche, spessissimo, gli elementi utili ad una loro pratica realizzazione. In altri termini non si tratta di fantasie architettoniche, ma di veri e propri progetti d'architettura ove sono riflesse non solo le sue facoltà di assimilare ed elaborare di dati stilistici gradualmente acquisiti e variamente elaborati, ma anche il suo gusto di pratico sperimentatore ed i suoi interessi meccanici per le soluzioni utilitaristiche. Si tratta di disegni pronti ad essere tradotti in plastici di case, di palazzi, di stalle, di bucate, di fortificazioni, e soprattutto di chiese, dalle complesse strutture accentrate, a una o più cupole ove è evidente anche un'assidua ricerca spaziale perseguita essenzialmente mediante un continuo giuoco di ombre e luci generato dalle masse plastiche accentuate o contrapposte, forze vive dell'organismo strutturale.
I grandi modelli dell'architettura dei romani e dei fiorentini del '400, del Brunelleschi soprattutto, sono alla base della sua cultura architettonica, che tuttavia presto si volge alla tradizione lombarda nella quale autorevolissimamente egli inserisce il suo nome accanto a quello di Donato Bramante, il quale indubbiamente conobbe e svolse nelle sue opere alcune idee di L. Così alcune sue idee vennero probabilmente utilizzate nella costruzione della cattedrale di Pavia, mentre altre vennero svolte da Cristoforo Solari nella zona presbiteriale della cattedrale di Como. D'altro canto a contemplare la bellissima S. Maria della Consolazione di Todi, la cui idea viene generalmente assegnata al Bramante e la cui realizzazione si deve in gran parte a Cola di Matteuccio da Caprarola, è ancora il grande nome di L. quello che con maggiore insistenza torna alla mente. Emilio Lavagnino
IV. GLI STUDI SCIENTIFICI
Grandissimo e insistente per tutta la vita - in una volontà di conoscenza enciclopedica ed unitaria ad un tempo - fu l'interesse di L. per le scienze naturali e biologiche, da lui coltivate con letture, osservazioni, esperimenti, ecc.1. Geologia
Fra le sue affermazioni più ammirate quali precorrimento della scienza moderna sono quelle sui movimenti di immersione ed emersione delle terre; e da ciò la spiegazione della presenza di nicchi, scheletri di pesci, alghe fossili in pietre e terre emerse. In ciò egli aveva avuto l'avviamento dalla scienza greca (Aristotele) e medievale: comunque egli segue con grande chiarezza il fossilizzarsi degli avanzi organici rappresi nel 'limo', che, elevandosi, si pietrifica incorporandoli. Studia la storia geologica del Valdarno, che ritiene originariamente dalla Gonfolina (gola tra Lastra a Signa e Montelupo) in su costituita di due laghi, e, sotto la Gonfolina, già mare; afferma l'origine alluvionale della Valle Padana, e mutamenti geologici introvate anche in regioni remote (Persia, Siria, ecc.). Ha estrema attenzione per gli effettidegli agenti metereologici, per l'aspetto delle conformazioni rocciose, sulle quali insiste in numerosi disegni, per formazioni di nubi, pioggie, tempeste, inondazioni, ecc. Non si dimentichi che egli fu buon topografo e cartografo (carte della Toscana, delle Paludi Pontine, di Imola ecc.) ed escursionista non comune, soprattutto nelle Alpi lombarde (Monte Rosa).
2. Botanica
Quale botanico, egli, oltre ad una vasta conoscenza morfologica, si pone alcuni nuovi problemi di biologia vegetale: ha cioè osservato per primo e definita la disposizione delle foglie rispetto alla loro inserzione sui fusti e le loro ramificazioni (fillotassi); ha fatto osservazioni sull'assorbimento dell'acqua da parte delle radici delle piante, sulla struttura a strati concentrici dei tronchi da cui può dedursi l'età della pianta, ecc.3. Zoologia
Per quella che fu la sua attività di zoologo, anatomico e biologo in genere non è ancora ben stato distinto quel che egli deve alla cultura scientifica del tempo da quelle che furono sue autentiche scoperte. Praticò largamente e accanitamente la dissezione di corpi umani ed anche, in minor misura, di animali; esegui numerosissimi disegni anatomici (usando per un dato organo varie sezioni) in genere con esattezza eccezionale per i suoi tempi; usò il metodo di iniezioni di liquidi solidificabili in organi cavi, soprattutto per il cervello, e sull'anatomia e funzioni del cervello (e del connesso sistema nervoso), del cuore, dell'occhio insisté particolarmente. Fra gli animali egli studiò meglio di ogni altro il cavallo, soprattutto in connessione con il monumento dello Sforza, benché si abbiano gruppi di disegni certamente del vero di cavalli in moti liberi, non di preparazione a questa opera.4. Geometria
Data la notevole perfezione degli elementi esposti da Euclide e Archimede, L. non ebbe occasione di dover insistere su questioni fondamentali, ma sviluppò piuttosto criteri per l'applicazione della geometria alla risoluzione di problemi nelle varie scienze, a cominciare da quelli solamente geometrici, quali la quadratura delle lunule, le equivalenze volumetriche dei diversi solidi, a quelli più complessi della meccanica. Ideò pure tutta una serie di strumenti geometrici quali il compasso di proporzione, i compassi per tracciare con moto continuo ellissi e parabole e il tornio ovale per tracciare e eventualmente incidere con apposito stilo date ellissi su un disco rotante; tutti di struttura analoga a strumenti e a utensili tuttora in uso.5. Statica
La statica, interessante le costruzioni di edifici, di cupole, di ponti, ecc. e gli strumenti semplici a ciò occorrenti, era stata notevolmente studiata dagli antichi e L. conobbe certo le trattazioni di Aristotele, di Archimede, di Eron, di Vitruvio e quelle più recenti di G. Nemorario; L. rielaborò e estese molti concetti, in particolare quello fondamentale di momento di una forza rispetto a un punto, che applicò in moltissimi casi e in particolare allo studio delle cosiddette macchine semplici, piani inclinati, visti, puleggie, taglie, ecc., traendone conclusioni riscoperti poco dopo da Guido Ubaldo del Monte. L. conseguiti pure notevoli progressi nella considerazione e determinazione dei centri di gravità di figure geometriche (tetraedro, piramidi tonde, poligonali, ecc.) e di corpi reali distinguendoli in tre tipi, naturale, accidentale, di volume che appunto corrispondono a quelli ancora considerati dalla tecnica moderna. Parimenti completando le considerazioni di G. Nemorario sulla scomposizione della forza (peso) di un grave sostenuto da una corda sospesa fra due punti con la determinazione della tensione nei due rami della corda stessa, giunge per primo alla nozione reciproca della precedente, cioè alla nozione della composizione di due forze concorrenti qualsiasi. Così pure, dopo aver tratto da problemi di Aristotele la condizione fondamentale per la stabilità della bilancia, L., con ardita generalizzazione, giunge alla scoperta della condizione per la stabilità di un corpo qualsiasi posto su un piano: che cioè la verticale passante per il suo centro di gravità cada entro il poligono tracciato tra i punti di appoggio del corpo stesso più esterni.6. Dinamica
La dinamica, considerata dagli antichi meno utile e interessante della statica e da essi erroneamente concepita e impostata, comunicò poco prima del tempo di L. a destar maggiore interesse come dottrina necessaria per lo studio del moto dei proiettili; ma subito si sentì la mancanza di attendibili studi precedenti. L. giunse alle prime nozioni sufficientemente precise di parecchi degli elementi necessari, cioè di forza, di percussione, di impeto, e, per la sua semplice definizione di forza si pose senz'altro contro Aristotele per quanto riguardava il moto dei proiettili e delle frecce, affermando recisamente che il mezzo (l'aria) non solo non lo favorisce ma anzi lo rallenta e lo abbrevi. L. dovette aver profondamente meditato su codesto questioni, rese difficili da diffusi errori preconcetti confortati dall'autorità di Aristotele, e fu così che egli giunse alla nozione che ora diciamo dell'inerzia delle masse materiali; le sue affermazioni, oltre che il complesso delle sue considerazioni, non lasciano alcun dubbio in proposito: «Ogni moto attende al suo mantenimento, ovvero ogni corpo mosso sempre si move, in mentre che la potentia del suo motore in lui si riserva» e «Ogni moto sequiterà tanto la via del suo corso per retta linea, quanto durerà in esso la natura della violenza fatta dal suo motore». Così fu definitivamente posta la prima delle tre classiche leggi del moto. L. non riuscì invece a dedurre nettamente la seconda che ora diciamo di Galilei-Newton, mentre in compenso ebbe una netta idea della terza circa l'eguaglianza dell'azione e della reazione. Però, malgrado la non ancora completa conoscenza delle leggi del moto, L. riuscì a fissare molte delle caratteristiche del fenomeno della caduta libera dei corpi; la proporzionalità della velocità raggiunta e del tempo impiegato; l'indipendenza di tale velocità dal peso del corpo; la deviazione dei gravi cadenti verso est (a cagione della rotazione terrestre). Poté anche determinare i rapporti fra caduta libera e su piani inclinati e osservare che la caduta su dati tratti di curve è sempre più lenta che la caduta lungo le rispettive corde.7. Resistenza dei materiali
In questo campo L. distingue fra le varie specie di resistenza (alla trazione, alla compressione, alla flessione ecc.) e per le loro determinazioni segue il solo criterio allora possibile, quello di confronto. Giunge così a stabilire tutta una serie di vere leggi riferentisi a sostegni verticali di sezioni varie (quadrate, circolari, ecc.) caricati superiormente, a travi orizzontali incastrate a un estremo e caricate all'altro, a travi inca
strate ai due estremi, a travi appoggiate agli estremi, determinando per queste ultime parzialmente anche la legge di flessione per un carico mediano. Per l'esecuzione delle misure occorrenti e per i controlli sperimentali L. ideò vari dispositivi fra i quali un banco di prova alla trazione dei fili metallici. Gli accurati disegni di tali dispositivi, eseguiti circa 450 anni fa, mostrano sorprendente somiglianza con quelli di analoghi dispositivi moderni.
8. Scienza delle costruzioni edili e meccaniche
L. ebbe senza dubbio una chiara idea di quello che dovrebbe essere codesta difficoltà disciplinare che si propone spesso scopi antitetici come la robustezza delle costruzioni e l'economia dei materiali. Infatti tentò una prima teoria dell'arco circolare già usato dai tempi più remoti, con e senza catena, rendendosi conto delle sue spinte, dei suoi luoghi critici o di maggiori cimento anche per carichi disimmetrici. Considerando il contrasto fra la robustezza dell'arco completo e la debolezza e instabilità delle due metà che lo costituiscono prese isolatamente, qualifica l'arco «una forte» e una forte tazza causata da due debolezze». I conge(da A. E. Popham, Les dessins de L. da V., Bruxelles [57, 101, 55] LebNANDO DA VINCI - Studio d'idraulica. Pompe aspiranti e apparecchio per la respirazione subacquea, intercalati da appunti relativi alle pompe - Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. Atlantico, f. 380 r b.
gegni ideati da L. per faci
gni ideati da L. per facilitare le grandi costruzioni, per sollevare i grandi pesi, per facilitare gli scavi ecc., sono numerosissimi. Sono pure assai interessanti i suoi studi sugli attriti che distingue in radenti ed evolventi e dei quali determina sperimentalmente, su appositi banchi di prova, qualche legge con criteri analoghi a quelli impiegati ancora tre secoli dopo da C. A. Coulomb nelle sue ricerche classiche.
9. Meccanica dei fluidi
Nei suoi numerosissimi lavori idraulici, specialmente in Lombardia L. non si accontenta, evidentemente, di seguire le antiche regole empiriche conseguenti da analoghi lavori svolti nel corso dei secoli, ma cerca di rendersi conto quanto meglio può di quanto concerne la statica e la dinamica dei fluidi (liquidi o aeriformi). Dell'idrostatica enuncia il principio fondamentale, che applica ai vasti comunicazioni con liquidi di differenza densità, e dà l'esatta interpretazione del paradosso idrostatico. Della dinamica delle acque correnti L. giunge al fondamento principio della portata costante che afferma che in un corso d'acqua a sezioni variabili, in regime stazionario, le velocità sono ovunque inversamente proporzionali alle sezioni. Degli aeriformi L. ha esatto idee circa la compressibilità e il peso. Per primo interpreta il volo degli uccelli in base alla sostentazione dell'aria sotto le ali in moto, rispetto all'aria ambiente, con sufficiente velocità, rilevando il fatto interessante che la detta velocità deve essere maggiore di quella dell'aria che fugge. L. enuncia anche il generale principio che oggi si dice della reciprocità aereodinamica.10. Fisica
L. conobbe certamente anche gli altri rami della fisica del suo tempo, ma non si occupò se non incidentalmente del suo ulteriore sviluppo; l'utilizzo invece largamente per risolvere i numerosi problemi che si presentavano alla sua mente. Fu così, che dalla riflessione della luce su una superficie sferica trasse una notevole interpretazione della luce cinerela della luna; che dalla conoscenza della camera scura, già nota agli arabi, fu condotto a scoprire in ogni occhio una piccola camera oscura che si considera ormai l'elemento primo per qualsiasi visione. Si interessò anche dell'interpretazione della luce che ammette di propagarsi nell'aria e nell'etera per onde analoghe a quelle del suono, ma dapprima istantaneamente e poi quasi istantaneamente.11. Le invenzioni di L., cioè i suoi nuovi complessi ritrovati atti a realizzare determinati risultati pratici, sono incredibilmente numerose e varie: da alcune macchine utensili analoghe a quelle reinventate nel sec. XIX, ad ogni sorta di apparecchi di sollevamento: dalle perfezionate conche dei canali, ai ponti girevoli; dalle trivelle e perforatrice azionate con ingranaggi, ai laminatori; dalle coperture di camini girevoli a seconda del vento per evitare il ritorno del fumo, ai tetti a banderuole mobili di mulini a vento; dalle catene che oggi diciamo di Galle, come quelle oggi usate per le biciclette, alle sospensioni per bussole reinventate da Cardano; dai torchi per stampare, ai girarrosti meccanici, ecc. Sono poi numerosi gli studi di L. di interesse militare, da quelli per assalto alle fortesse a quelli relativi ai cannoni a organo e alle mitragliatrici.
12. Il problema del volo meccanico occupò a lungo la mente di L. e fu sovente considerato una sua utopistica.
Fissazione: giudizio che le realizzazioni di questo secolo dimostrarono avventato. È vero che L. non poté avere la soddisfazione di constatare alcun risultato pratico delle sue idee sul volo; ma oggi sappiamo che ciò che di essenziale mancò non fu la conoscenza del fenomeno della sostentazione, che egli invece per primo interpretò abbastanza correttamente, ma l'impossibilità di disporre della potenza dinamica necessaria, o, in linguaggio più popolare, del motore abbastanza potente e leggero. Alcuni manifestano la loro sorpresa perché L. non comprese subito l'inanità dei suoi sforzi, data quella impossibilità. Ma per rendersi seriamente conto della difficile questione occorre considerare che il problema del volo implicava due ordini di difficoltà: quella di comprendere se e come un più pesante dell'aria potesse meccanicamente volare; quella di fornire ad esso la potenza meccanica occorrente. Gli uccelli, più pesanti dell'aria, volano, e oggi sappiamo che volano molto economicamente rispetto al dispendio di energia. Era quindi logico cercar di imitarti. Ma l'uomo non ha in sé i dispositivi necessari per una sostentazione, e se li deve procurare artificialmente: in altri termini egli però volare doveva portar con sé in volo gli organi sostentatori occorrenti e quindi disporre di una potenza dinamica di gran lunga superiore alla propria. La natura ha dotato gli uccelli di una forza, relativamente al loro peso, superiore a quella degli uomini; eppure essa è loro appena sufficiente per elevarsi a volo; quando poi sono in volo la perfezione delle ali fornite loro dalla natura permette loro di mantenervisi con poco dispendio di forze: ma è noto che i grandi volatili, le stesse aquile, non riescono ad iniziare il loro volo se non hanno innanzi un certo spazio libero che percorrono aiutandosi anche coi piedi. Ciò premesso, si comprende perché L. non abbia subito intuita la necessità di potenti motori ausiliari; il problema implicava la risoluzione di una questione non più qualitativa ma quantitativa, fisica e fisiologica, per cui occorre ricorrere ai principi conservativi universali dei quali solo alla metà circa del secolo scorso si ebbe un'esatta nozione. Con altri innumerevoli dispositivi di volo L. schizzò
anche un apparecchio fondamentalmente analogo al mo-
derno elicottero. Non può sussistere alcun dubbio che
un apparecchio così costituito e dotato di un sufficiente
motore avrebbe potuto sollevarsi. Paolo Strano
V. GLI SCRITTI
Va dissipata la leggenda di un'attività scientifica e di pensiero di L. se- greta e pressoché stregonesca: si sa che egli mo- strava con giusto orgoglio i suoi scritti ad amici (let- tera di Antonio De Beatis); purtroppo egli non aveva avuto un'educazione giovanile tale da apprendere un ordine adeguato di stesura; non solo ripete e ri- prende alla rinfusa dai suoi vari quaderni, ma si correg- ge ripetendosi. Altro ostacolo fu la sua curiosa scrittu- ra a cui egli, mancino, si diede già da giovane, per un complesso di logica e di bizzarra, più che per vo- lontà di segretezza; tale scrittura, che alla prima ap- pare indecifrabile, è infatti leggibile senza eccessiva difficoltà con l'aiuto di uno specchio. Nei suoi quaderni si accumulano materie svariate, disegni, appunti da letture, pensieri suoi ecc.La parte di stesura più ordinata dovette essere quella
sulla pittura, che sembra fosse compiuta già nel 1498.
Dell'autografo rimangono oggi pochi frammenti, ma copie
circolavano già verso la metà del Cinquecento, fra le
quali il ms. Vat. Urb. n. 1270, che ce ne dà il testo
più fedele e meno incompleto. Il manoscritto Urbinate
fu seguito nell'edizione del Manzi (Roma 1817) ed ha
fatto testo. Ma sino ad allora, da altre redazioni si erano
avute ben 20 tra edizioni e traduzioni, la prima delle
quali nel 1651, a cura di R. Du Fresne. Questo Trattato
della pittura consta di 935 capitoletti: concetti generali,
osservazioni di ottica, di atti e di soggetti, di elementi di
paesaggio, ombre, piante, alberi, ecc.; contiene indubbi-
mente pagine fra le più importanti di L.; ma, da solo, non
ci dà un senso esatto della sua mentalità e la lettura
di esso va completata con quella dei frammenti dispersi
negli altri manoscritti.
Accanto al Trattato, la maggior mole di scritti le-
nardeschi è costituita dai 1600 fogli di vario formato (e
quindi provenienti da vari quaderni e di vari soggetti)
riuniti da Pompeo Leoni, incollandoli su grandi fogli di
carta, senza alcun ordine, in un grosso volume, detto
Codice Atlantico, all'Ambrosiana dal 1637. Dall'Ambro-
siana le dispersioni napoleoniche portarono alla Biblio-
teca dell'Institut de France altri 12 volumi di vari sog-
getti; di mole notevole il manoscritto del fondo Arundel
del British Museum (566 fogli), minori gli altri; comples-
sivamente ci sono pervenuti una trentina tra volumi e
quaderni manoscritti, oltre piccoli gruppi di fogli, docu-
mento imponente dell'attività mentale di L., anche se
tutt'altro che completo. La pubblicazione di essi, accom-
pagnata da facsimili, s'iniziò da Ch. Ravaisson Mollien nel
1881 per i manoscritti dell'Institut de France; seguì in po-
chi decenni, da più parti, la pubblicazione degli altri.
VI. IL PENSIERO FILOSOFICO
Benché si possa essere titubanti a parlare di un L. filosofo, data la frammentarietà ed asistematicità dei suoi scritti, è pur riconoscibile chiaramente in numerosi frammenti un pensiero filosofico.L. ha la persuasione di una ragione che «in-
fusamente vive» nel mondo, mondo forgiato da essa
nell'immensità dei tempi in un perenne morire e
nascere delle cose e delle forme; e l'uomo è capace
della comprensione della Ragione cosmica perché il
suo spirito è partecipante dello spirito del mondo,
la sua anima è favilla dell'anima del mondo. «Questa
è la vera regola, come il speculatori degli effetti na-
turali hanno a procedere, e ancora che la Natura co-
minci dalla ragione e termini nella esperienza, a noi
bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando dalla
sperienza e con quella investigare la ragione» (E.
55 r.). L'attività dello spirito percorre cioè un ciclo;
la Ragione cosmica discende, realizzandosi, al fatto
singolo; la ragione umana dal fatto singolo risale
alla Ragione cosmica.
E benché non manchino cenni, inevitabili nel suo
tempo, di una estetica veristica e imitativa, appare chiaro
altrove che il suo pensiero più radicato e profondo e con-
sono a tutta la sua mentalità è di un'arte che crea nuove
bellezze, nuove visioni immaginate e desiderate, secondo
le leggi stesse della natura: «Ciò che è nell'Università per
essenza, presenza e immaginazione esso (il pittore) ha
prima nella mente e poi nelle mani». Non si tratta cioè
per L. di captare meccanicamente aspetti di una natura
estranea al pittore, ma di rappresentare nuove cose quali
creazioni della «mente di natura», prosecuzione poetica
delle stesse ragioni naturali. Tale mentalità spiega l'estre-
ma laboriosità e complessità di ogni sua opera d'arte,
la lentezza, lo scarso numero, come si è visto, delle sue
opere di pittura e di scultura, quasi dimidiate poi da
incertezze tecniche e sfortunati avvenimenti.
VII. LO STILE LETTERARIO
In quanto allo stile di L., i pregi di esso comunicano ad essere larga- mente riconosciuti: ove troppo non intralcino irregola- rità di stesura, il suo penodare è ampio e di bel respiro; il suo linguaggio ricco ed eletto; nelle descrizioni di cam- pagne, di scene, di animali, la sua parola ha precisioni impreviste, si sente l'immagine nascere dalla scoperta delle forme. Di gran gusto ed eleganza nelle facce, nelle favole, nelle allegorie, dove è spesso evidente utilizzazione di testi a lui facilmente accessibili: scrittore di autentica originalità e personalità, non popolaresco, né su tipi let- terari invalsi. — Vedi tavv. LXXII-LXXIV.Edd. critiche degli scritti di L. Le più importanti per la
mole dei manoscritti pubblicati sono: Ch. Ravaisson Mollien,
I manoscritti A-M della Bibl. dell'Institut, 6 voll., Parigi 1881-91;
G. Piumati, Il Cod. Atlantico, Milano 1894-1904; (v. anche:
Indice per materie del Cod. Atlantico, 1919; Dizionario leonar-
desco. Repertorio delle voci e cose contenute nel Cod. Atlantico,
1919); R. Commissione Vinciana, Cod. Arundel 263, Roma
1923-30; id. Il Cod. Forster, 1919-30; Disegni; R. Commis-
sione Vinciana, Disegni di L. da V., a cura di A. Venturi,
6 fasce., Roma 1928-49; Il trattato della pittura (dal Vat. Urb.
1270) fu pubblicato da G. Manzi, Roma 1817; ed. e trad. di
H. Ludwig, Vienna 1882; ed. A. Borzelli, Lanciano 1914. — An-
tologie leonardesche: J. P. Richter, The Literary Works of
L. d. V., Londra 1883 e Londra-Nuova York 1939; L. d. V.,
Frammenti letterari e filosofici trascelti da E. Solmi, Firenze 1900;
L. d. V., der Denker, Forscher, n. Poet, trad. e introd. di M.
Herzfeld, Lipsia 1904, Jena 1906; L. d. V.'s note books arranged...
a cura di E. Me Cudry, Nuova York 1923-46; G. Fumagalli,
L. prosatore, Milano 1915; id. L. omo sanza lettere, Firenze 1938.
Studi: Sulla vita e l'opera artistica di L.: G. Uzzelli, Ricerche
intorno a L. d. V., 1-2a serie, Firenze 1872 e Roma 1888; P.
Müller-Walde, L. d. V., Monaco 1889-90; W. Pater, The
Renaissance, Londra 1893; trad. II. de Rinaldis, Napoli 1925;
trad. II. Praz, 1914; E. Muntz, L. d. V. L'artiste, le penseur,
le savant, Parigi 1890; B. Berenson, The drawings of the flo-
rentine painters, Londra 1903 e accresciuta, Chicago 1938; Thijs
Jens, L. d. V., Kristiania 1909, trad. inglese, Londra 1914;
W. V. SEDULIO, L. d. V., der Venedemptk der Renaissanc, Berlino
1909; O. Sirén, L. d. V., Stoccolma 1911, trad. inglese Londra
1916, trad. francese Parigi 1928; Venturi, VII, IV (1915), p. 931;
IX, 1 (1925); X, 1 (1935), p. 1; L. Beltrami, Doc. e mem. riguar-
danti la vita e le opere di L. d. V. in ordine cronologico, Milano
1919; G. Poggi, L. d. V. La vita di G. Vasari, commentata e
illustrata, Firenze 1919; L. Venturi, La critica e l'arte di L. d. V.,
Bologna 1919; A. Venturi, L. d. V., pittore, 1919; A. De
Rinaldis, Storia dell'opera pittorica di L. d. V., 1916; W. Suida,
L. u. sein Kreis, Monaco 1929; H. Bodmer, L. Stoccarda 1931;
B. Degenhart, Di alcuni problemi di sviluppo..., della pittura nella
bottega di Verrocchio... in Rivista d'arte, 2a serie, 3 (1931),
pp. 263-403; K. Clark, A cat. of the drawings of L. d. V.... at
Windsor Castle, Cambridge 1935; C. Calvi, Vita di L., Brescia
1936; K. Clark, L. d. V., Cambridge 1939; Mostra di L. d. V.,
Catalogo, Milano 1939; R. Marcolongo, L. d. V., artista scien-
ziato, 1919; L. d. V., a cura della Mostra di L. d. V., 1919
(39 saggi di diversi autori su vari argomenti); L. Bottari, L.,
Bergamo 1942; L. H. Heydenreich, L., Berlino 1943; O. H. Gi-
glioli, L., iniziazione alla conoscenza di lui, Firenze 1944; R. L.
Douglas, L. d. V., Chicago 1944; A. E. Popham, The drawings
of L., Londra 1947; P. Valéry, Stendhal e altri autori, Toute
l'oeuvre peinte de L. d. V. (riprod. a colori), Parigi 1950. Sugli
scritti e l'attività scientifica e filosofica: G. B. Venturi, Essai
sur les ouvrages physico-chiménatique de L. d. V., Parigi 1797;
G. Libri, Hist. des sciences mathématiques en Italie ccc., ivi 1838; E. Solmi, Studi sulla filosofia naturale di L., Modena 1866; d. Novi studi sulla fil. naturale, ivi 1905; id., Scritti vincani, raccolti a cura di A. Solmi, Firenze 1924; P. Duhem, Études sur L. d. V., 3a serie, Parigi 1906-13; B. Croce, L. filosofo, in Conference fiorentine, Milano 1910; L. Olschki, Gesch. d. neuusprach. cossenschaft. Lit., Heidelberg 1918; G. Gentile, G. Bruno e il pensiero del Rinascimento, Firenze 1920, p. 242 seq.; G. Calvi, I manoscritti di L. d. V., Bologna 1925; E. Cassirer, Individuum. Kosmos in der Phil. der Ren., Lipsia-Berlin 1927; trad. it., Firenze 1927, pp. 180-211; R. Marcolongo, La dinamica di L. d. V., in Rend. del Sem. Mat. e Fis. di Milano, 3 (1926), p. 109; id., La meccanica di L. d. V., in Atti della R. acc. delle scienze di Napoli, 2a serie, 19 (1932), pp. 1-150; E. Mc Curdy, The mind of L. d. V., Londra 1932; R. Giacomelli, Gli scritti di L. sul volo, Roma 1936; A. Uccelli, Vicende e metodi delle ricostruzioni vinciane, in Il Politecnico, 1937, p. 329 seq.; A. Farinelli, L. e la natura, Milano 1939; E. Panofsky, The cod. Huyghens and L. d. V.'s Art Theory, Londra 1940; F. Bottazzi, La mente e l'opera di L. d. V., Città del Vaticano 1941; A. Momigliano, La prosa di L., in Cinque Saggi, Firenze 1945, p. 100 seq.; L. Venturi, Storia della critica d'arte, ivi 1948; R. Dugas, Hist. de la meccanique, Parigi-Neuchâtel 1950, p. 71 seq.

