FILIOQUE

« FILIOQUE ». - Termine dalla Chiesa latina introdotto nel Simbolo niceno-costantinopolitano, recitato di solito nella S. Messa (« Et in Spiritum Sanctum... qui ex Patre Filioque procedit »), che fu respinto invece dai dissidenti orientali come aggiunta illecita, proibita dai concili e, in parte, come causa della divisione della Chiesa d'Oriente da quella di Roma. Per questo pregiudizio, nelle prime sedute del Concilio di Firenze (v.), i Greci con a capo l'effesino Marco Eugenico (nonché il Besserione prima di abiurare lo scisma) vollero a tutti i costi incominciare da qui, contro il parere dei Latini, la controversia trinitaria.

Preso però si accertò l'inutilità di una tale controversia, fintanto che non si ammettesse il dogma sotto l'aggiunta enunciato. Così fu fatto nelle sedute posteriori, che, dopo serie discussioni, diedero come risultato (con sententibus Graecis) la proclamazione della dottrina cartolica intorno alla processione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio e quindi questa definizione: « Definiamo pure che la parola "F." è solo una spiegazione per vieppi chiare la verità, e che in un momento di grave bisogno fu lecitamente e con tutta salvezza inserita nel Simbolo » (Denz-U, 697). Una tale aggiunta non è in contrasto con veruna proibizione, né della Scrittura, né dei concili, Perché i decreti del Concilio Efesino (Act., VI: Mansi, IV, 1361-64) e quello Calcedonense (Act., V: Mansi, VII, 116) che si adducono in causa, oltre al fatto che essi dichiarano inviolabile non il Simbolo niceno-costantinopolitano, ma il niceno, vietano soltanto il mutamento della sostanza dogmatica, non però l'espressione letteraria del Simbolo.

L'origine storica del F. rimane finora insoluta, la sua origine dovrebbe cercarsi nella Spagna. Alcuni infatti ritengono i Concili Toledani come autori del termine, sebbene anche se ne possa affermare l'esistenza in documenti spagnoli anteriori a quei concili. Primo di tutti sarebbe, a quanto pare, la cosiddetta Pides Da-masi, la quale né è tratta dal Simbolo né è l'opera di quel Papa, bensì di un Sinodo di Saragozza dell'a. 380. Quanto poi ai Concili di Toledo, certo è che nel primo di essi (di data incerta) non si trova il F., essendo una tardiva redazione di quel Sinodo il Libellus ad modum Symboli del vescovo Pastore, dove il termine compare. E poi un fatto incontestabile che i Concili Toledani, nonostante il loro carattere essenzialmente antiprisci-liniano, ammiserò esplicitamente il F. nel Simbolo niceno-costantinopolitano che trascrivono (Conc. III a. 589; XII, a. 681; XIII, a. 683; XV, a. 688; XVIII, a. 694) e nelle mirabili sintesi teologiche che usavano premettere al Simbolo (Conc. III, a. 589; IV, a. 633; V, a. 638; XI, a. 675; XVI, a. 693) facendo sì che quella aggiunta dilagasse per il mondo romano, come formola breve « adatta per esprimere l'origine dello Spirito Santo dal Padre » dal Figlio come da un solo principio.

L'aggiunta del F. venne introdotta nella liturgia spagnola mozarabica, la quale appunto nei tempi dei Concili di Toledo toccava lo zenit del suo splendore. E fu così che nella Spagna cominciò per la prima volta nell'Occidente l'uso di cantare nella Messa il Simbolo (con l'aggiunta del F.), uso che prima era riservato all'inizio di f. passò dalla Spagna, principalmente per mezzo della liturgia, nella Gallia Narbonense soggetta alla Spagna, quindi in tutta la Gallia, in Germania, finalmente, forse nel sec. XI, nella Chiesa romana, benché non senza gravi difficoltà e forte resistenza da parte di quest'ultima.

Cade quindi l'accusa dei dissidenti contro il F. come ragione dello scisma orientale. Ecco infatti le tappe più salienti riguardo al prudente atteggiamento di Roma: prima del sec. IX, epoca dei primi dissidi fra l'Oriente e l'Occidente a causa del F., non si può addurre documento veruno dei papi che universalmente lo imponga. È ingiusto pertanto mettere in causa sia il papa Damaso nel sec. IV, che Pelagio I nel sec. VI, o s. Agatone alla

fine del sec. VII. a) Il Concilio di Gentilly e i Libri Carolini nell'ottava centuria impugnavano il II Concilio inciso del 787 e s. Tarasio per la loro espressione ex Patre per Filium invece di quella ex Patre F. già generalmente ammessa in Occidente; ma — papa Adriano I vendicò l'ortodossia di quella prima formola tradizionale nell'Oriente. 3) C'è poi tutto l'atteggiamento di s. Leone II contrario all'introduzione in Roma del F., quando, pur confessando sempre nelle sue lettere la fede cattolica della processione dello Spirito ab utroque non solo disapprovò le pretese dei monaci latini di Gerusalemme, che volevano introdurre ivi il canto del F. nel Simbolo secondo l'uso occidentale, ma resistette anche a conclusioni analoghe del Sinodo di Aquignana sotto Carlomagno, i cui legati furono confessati dal Papa nella sacrestia di S. Pietro l'a. 810 ed ebbero l'incarico di far sapere nella Corte imperiale la volontà di Leone, — cioè che il F. non soltanto non sarebbe stato accettato a Roma ma sarebbe stato abolito anche nelle Gallie, come non necessario per la confessione della vera fede.

Questi fatti lasciano intatta la liceità dell'agguinta, essendo essa questione di opportunità e di prudenza. La Chiesa romana, che ha accettato per l'Occidente l'aggiunta del F. nel Simbolo, non lo ha imposto invece né al Concilio di Firenze, né ai nostri giorni agli orientali cattolici.

Bibl.: A. Palmieri, s. V. in DThC, V. coll. 2309-43; suon., La questione morale nella controversia del F., in Citt. Catt., 1920, III, pp. 190-210; anon., La questione storica della controversia del F., ibid., pp. 495-508; M. Gordillo, Compendium liturgiae orientis, Roma 1939, pp. 126-23; G. Torquemada, Aspiratus super decetum Florentinum Unionis Graecorum (ed. E. Candal, Concilii Florentini, II, 1), Roma 1942, pp. 49-50, 62-66; E. Candal, Il F. nei Concilia di Tolosa, in Incorico ai Fratelli separati di Oriente, Roma 1945, pp. 217-29; id., L'aggiunta del F. al Simbolo, ibid., pp. 231-43.