ROUSSEAU, JEAN-JACQUES. - Filosofo, letterato, n. il 28 giugno 1712 a Ginevra dal calvinista Isaac R., orologiaio, e da Suzanne Bernard; m. a Ermenonville il 3 luglio 1778. Fu educato da suo zio Bernardo e apprese il latino: non seppe adattarsi al mestiere prima di scrivano, poi di incisore. Nel 1728 (14 marzo), avendo trovate chiuse alla sera le porte di Ginevra, si diede a errare per la Savoia, finché, raccolto dal curato cattolico di Confignon, questi lo presentò a M. me de Warens, in Annecy, e da lei fu inviato a Torino per la sua conversione al cattolicesimo (21-23 apr. 1728). Quale servitore conobbe, presso i conti di Govone, l'ab. Jean-Claude Gaime (1692-1701: il «Vicario Savoiardo»), il quale gli diede qualche indirizzo agli studi. Ritornato l'anno seguente da M. me de Warens, a Chambery, ottenne di studiare musica; nel 1732 s'impiegò al catasto del Re di Sardegna e intrecciò con la sua protettrice (Maman) una relazione amorosa, che durò fino al 1741. Nel soggiorno nella villa delle Charmettes a Chambery (1738-40), cominciò a studiare sistematicamente scienza e storia e a meditare sui portorealisti e gli oratoriani. Nel 1740-41 fu precettore a Lione in casa di Bonnet de Mably, fratello dello storiografo Mably e del filosofo Condillac (v.).
Alla fine del 1741 R., recando con sé un Projet concernant des nouveaux signes pour musique, parti per Pa- rigi, ove ottenne l'approva- zione dell'Académie des Sciences per il suo sistema musicale e lo pub- blicò (1742) con una Dissertation sur la musique moderne. Se- gratario dell'ambas- ciatore di Francia a Venezia, Montagu, dopo un anno (1743-44) rientrò a Parigi e trovò ospitale pro- tezione presso Du- pon de Franceuil, segretario di gabinet- to del Re, il quale gli affidò l'istruzione del figlio nella chimica. Nel 1745 riuscì a far rappresentare al- l'Opéra la sua com- media musicale Les Muses galantes e collaborò con Voltaire (v.) al rifacimento de Les festes de Ramière (balletto di Voltaire e Rameau). Nel 1746 sposò Marie-Thérèse Le Vasseur, cucitrice (1721-1801), da cui ebbe cinque figli, lasciati via via all'orfanotrofio per strettare economiche. DIDEROT, DENIS (v.) a redigere gli articoli di musica per la Encyclopédie, nel 1749, conobbe il tema proposto dalla Accademia di Digione: «Si le progrès des sciences et des arts a contribué à corrompre ou à épurer les moeurs». Vi concorse, e l'anno seguente il suo Discours fu premiato. Seguì, nel 1753, il Discours sur l'origine de l'ingénuité parmi les hommes su tema della stessa Accademia. Intanto, fra il 1752 e il 1753, R. aveva fatto rappresentare dinanzi al Re la sua opera comica Le Devin du village e la com- media Narcisse, dalla Comédie Française con cui venuto a Parigi. In questa occasione pubblicò anche una Lettre sur la musique française.
Nel 1754 R., ormai celebre, fu ricevuto trionfalmente a Ginevra (dove tornò alla fede calvinista) e cominciò a meditare una vasta opera di «Istituzioni politiche». Dalla primavera del 1756 alla fine del 1757 lasciò Parigi per Montmorency, dove la sua prottatrice Madame d'Epinal gli aveva offerto la dimora campestre dell'Ermitage. Ma per gli amori con M. de l'Houdetot, cognata della d'Epinal, dovette abbandonare l'Ermitage e mettersi in contrasto con i suoi amici dell'Encyclopédie. Fu ospite del Maresciallo di Lussemburgo presso il castello di Montmorency e vi rimase dal 1757 al 1762, portando a compimento le sue maggiori opere letterarie e filosofiche: Toute ou la nouvelle Héloïse (1761), romanzo (in forma epistolare) in cui riassume la sua passione per la d'Houdetot; la Lettre à M. D'Alembert sur les spectacles (1758-59), a proposito dell'articolo Genève dell'Encyclopédie; il Contrat social (1762), unica parte svolta delle «Istituzioni politiche»; l'Émile ou de l'éducation (1762) e il postumo Essai sur l'origine des langues. Il Contrat e l'Émile furono condannati dal S. Uffizio, e il 9 giugno 1762 il Parlamento di Parigi, su parere della Sorbona, condannò l'Émile ordinando l'arresto dell'autore. Il 19 giugno anche il Parlamento di Ginevra condannò le due opere. R. riuscì a fuggire da Parigi il 10 giugno e si rifugiò prima a Molières. Travers presso Neuchâtel, dominio del re di Prussia, indi, impaurito da una dimostrazione popolare, nell'isoletta di St-Pierre del lago di Bienne, fino al 1765, dove scrisse la Lettre à Mgr Beaumont, arcivescovo di Parigi, in difesa dell'Émile (1763) e le Lettres écrites de la montagne (1764), in risposta alle Lettres écrites de la campagne contro il Contrat social da Jean Robert Tronchin procuratore generale della Repubblica di Ginevra (1741-93). In questo periodo attese alla composizione del Pygmalion, scena lirica per musica, e alla redazione del Dictionnaire de musique (1767). Nel 1765 R. veniva sfrattato anche da Bienne; ai primi del 1766 Hume (v.) in Inghilterra. La mancata concessione di una pensione da parte del re Giorgio III determinò in lui una crisi di mania persecutoria. Ritornato in Francia nel giugno 1767, dapprima fu ospite del principe di Conti nel castello di Trye (1767-68), poi viaggiò nel Delfinato, infine nel giugno 1770 si ristabilì a Parigi, vivendo poveramente come copista di musica. Compose allora le Confessions (iniziate nel 1761, proseguite fino al 1765; postume); i dialoghi apologetici (R. juge de J.-J. [1772-76]; postuma); e dal 1776 al 1778, per suggerimento del suo ultimo amico Bernardin de St-Pierre, le Révéries d'un promeneur solitaire (postuma). Morì a Ermenonville, ospite del marchese di Girardin. La sua salma fu trasferita a Parigi per decreto della Convenzione del 1794.
Come musicista, R. fu piuttosto teorico e riformatore, che creatore ed artista. Il suo sistema di notazione musicale, sostituendo la lettura sul rigo con quella di numeri assegnati alle note, ha soltanto valore didattico. Tuttavia la stessa persistenza per la musica e il teatro dimostra che questo era l'aspetto più ingenuo della sua personalità e in cui era più persuaso di se stesso. Invece criticò il teatro contemporaneo (Préface au Narcisse, Lettre à M. d'Alembert) come artificioso e corruttore del sentimento.
In letteratura R. introdusse e fece trionfare il sentimentalismo, ritenuto sino allora proprio degli Inglesi e dei loro imitatori, e avversato dall'illuminismo edonista. La Nouvelle Héloïse, narrando in forma di effusioni passionali gli amori di Julie, moglie del razionalista Wolmar, per il meditabondo Saint-Preux, rappresenta il primo tentativo moderno di unire il dramma intimo dell'amore con il tormento del problema morale e sociale della fedeltà, e la ricerca di una legge universale che giustificò il sentimento nella sua espansione senza freno. Le Confessions fanno emergere R. tra i maestri dell'autobiografia sentimentale: egli tenta di raccontare se stesso, fondendo il realismo psicologico con la semplicità amorosa e intellettuale in cui fa consistere il tono della propria personalità. Anche di se medesimo egli sostenne che la società e il commercio con gli uomini avevano corrottato la purezza primitiva, definita dalla tendenza spontanea a seguire nelle azioni il proprio modo di sentire, di amare e di pensare (cf. Conf., I. VI). Il movimento ingenuo dell'umanità era per lui fecondo d'ispirazione come la gentilezza femminile, e ravvisabile nell'individuo come nella massa. Esso si univa artisticamente con l'aspetto idillico e vitalistico della natura, e conduceva la poesia e la musica a interpretare la coscienza come unità sentimentale della natura e dell'uomo (op. cit., I. IX). La piena espressione di questa unità egli raggiunse però soltanto da ultimo, e nella follia, con le Révéries, in cui i più sciolti ricordi d'infanzia si intrecciano romanticismo (v.). Questo si può ritenere che egli percorresse più consciamente di tutti i suoi contemporanei, sebbene le sue incerte e contraddittorie relazioni con il cristianesimo gli impedissero di raggiungere l'attuazione trattenendolo nel preromanticismo.
Come politico, R. criticò l'illuminismo (v.) progressista, e iniziò il movimento d'idee che condusse alla Rivoluzione Francese. I due Discours del 1749 e del 1753 stanno in netto atteggiamento antistorico verso tutto il Rinascimento e l'età del progresso scientifico, e verso il sistema assolutistico e commercialista invalso nell'epoca moderna. Il concetto fondamentale di R. è che anche nella natura l'uomo è creato da Dio buono ed eguale ai suoi simili, e che la natura gli offre le condizioni per realizzare questa bontà e uguaglianza (Disc. sur l'ingalité, pref. e parte 1): ciò che si ravvisa ancora nella civiltà e nelle forme di saggezza degli antichi più vicini alla natura, come avevano mostrato Montaigne (v.), e Montesquieu (v.). La società progressista e feudalista corrompe la purezza e l'eguaglianza primitiva a favore di interessi creati, di una morale artificiosa, di una religione impositiva e di gerarchie rovinose e ingiustificate, fondate su una scienza sofistica. Soltanto il ritorno alla natura e agli ordini e
forme da essa richiesti può salvare l'umanità (Disc. sur les moeurs, parte 2ª; Disc. sur l'ingéal, parte 2ª). Così R. veniva a ricongiungersi al pensiero giusnaturalistico moderno, dal Grozio (v. Groot) al Vico (v.) e segnatamente alla forma di esso vigente presso gli Enciclopedisti e definita da Leibniz (v.) e da Montesquieu. Senonché, pur convenendo che il diritto romano con le sue conseguenze politiche era quello che più vi si conformava, e che la società naturale doveva organizzarsi secondo principi contrattuali e convenzionali razionalmente stabiliti, R. nel Contrat social (ma già nel Discours del 1753, e nell'altro, postumo, sull'origine delle lingue) volle dare al doppio fondamento, storico ed epicureo, naturale e convenzionale di quel sistema, una giustificazione psicologica che lo condusse a ben altre conseguenze. C'è in ogni individuo (egli sostiene), e per natura, una doppia volontà: l'una individuale e ingenua, la volontà di tutti, quale ciascuno dei cittadini di uno Stato esercita nel proprio interesse spontaneo, e l'altra rivolta al bene comune, la volontà generale, la quale genera la contrattazione fra i cittadini per convivere secondo la ragione e la moralità (Contrat, I. II, 1-3; I. IV, 1). La volontà generale è indissolubile, essa fonda la libertà e l'uguaglianza reale del corpo politico e dei suoi membri, ed è rappresentata dal potere sovrano, come unico e indivisibile, dalle istituzioni democratiche elettive e dalle leggi che le sottomettono le volontà particolari e transeunti. La fede in questa volontà secondo ragione, superante il momento edonistico della coscienza individuale, e l'appello alla stessa natura umana nel suo sentimento spontaneo come sua fonte, distacca R. dai calvinisti e dagli illuministi, e ne fa storicamente il precursore della distinzione kantiana tra imperativo categorico e imperativo ipotetico. Ma essa è in lui giustificata da propositi rivoluzionari, perché rimane dogmatico per lo stesso autore che una volontà generale, nutrita e sorta dal sentimento, possa identificarsi con la ragione.
La pedagogia di R. venne quindi a definire la natura umana come l'insieme delle disposizioni spontanee formate in noi dalla coscienza sensibile nella sua valutazione degli oggetti dell'appetito o repulsione al piacere e dolore, e delle loro convenienze o inconvenienze, e dai nostri giudizi relativi alla loro relazione con la felicità o perfezione razionale. Questa natura intima deve svolgersi in relazione con la natura delle cose, nell'esperienza, per educare l'individuo fino ad abituarlo a far parte di una società perfetta. L'educazione data dagli uomini in nome della società precostituita è invece corruttiva delle energie naturali e deve essere evitata, o riformata (Emile, I. I). R. nell'Emile, riassumendo le sue molteplici prove di precettore e i progetti da lui compilati, presentò un piano di educazione da lui chiamato naturale. L'autore come maestro sceglie in Emilio fin da infante un unico allievo, e, ottenuto dalla famiglia di lui una condizione di vita campestre e solitaria, si dedica esclusivamente alla sua educazione fino a quando Emilio, divenuto adolescente desideroso di attività e di lavoro, non viene presentato da lui nella società civile e a una famiglia in cui lo attende la sua sposa, Sofia, educata con analoghi criteri individuali. Il metodo proposto dal R. per l'educazione di Emilio è negativo: cioè non comporta da parte del maestro altro che la sorveglianza dell'allievo perché non incontri fattori sociali corruttori, ma la sua individualità si sviluppi fin dalla prima infanzia secondo le sue tendenze spontanee e l'esperienza naturalmente cercata e acquisita, fino a che il sorgere della coscienza morale non lo mette a confronto con la personalità dell'uomo adulto e con le relazioni sociali. Si suole interpretare dai seguaci di R. questo metodo come attivo, in quanto fonda la sua didattica interamente sull'attività dell'allievo in cerca di espressione e di sapere: ma storicamente R. svolse una prima idea del metodo attivo soltanto nel senso dell'autogenesi della coscienza e della spontaneità, quasi vegetativa, dell'educazione.
R. invece nel suo romanzo diede la massima importanza al metodo graduale proponendo e seguendo l'educazione di Emilio di età in età e di fase in fase: infanzia (I. I), puerizia (II), fanciullezza (III), adolescenza (IV), giovinezza (V). A queste fasi corrispondono: le origini

della sensibilità (I), la formazione dei poteri espressivi, fantastici e sentimentali (II), l'esperienza della n
della sensibilità (I), la formazione dei poteri espressivi, fantastici e sentimentali (II), l'esperienza della natura e dei fenomeni scientifici ed economici (III), lo sviluppo della coscienza morale e religiosa e sociale (IV); è qui che R. inserisce la Professione di fede del vicario so-voido, in memoria dei suoi giovani colloqui torinesi con l'ab. Gaimé, e infine la prova finale dell'amore per Sofia e per la famiglia. Quest'ultima prova non riesce interamente favorevole a Emilio: egli si affida con la sposa, ne riesce ad avere dei figli solo dopo aver viaggiato per il mondo ed essersi sottomettoso al contratto sociale. Sebbene queste partizioni e successioni di fasi corrispondano a nozioni astratte di R. (p. es., egli considera la crescita di Emilio come quella di un fanciullo tardivo, che solo a dodici anni può dedicarsi a letture, studi, esercizi d'arte secondo un programma), esse gli permisero di inserire nell'Emile importanti e decisivi contributi di sue ricerche sulla tipologia (in cui fu emulo della pedagogia del Locke), sulle relazioni della coscienza infantile con il mondo primitivo ed eroico (cf. G. B. Vico), il metodo d'insegnamento della geografia e delle scienze fisiche (per le quali riprende idee dello Spinoza), e di collegare la sua religione (v.) società (v.). Nonostante la condanna, il romanzo ebbe subito, e ha tuttora, immensa fortuna; criticato dai cattolici (Gerdil, Muzzarelli, Formey, De Staël, Necker de Saussure, Capponi, Gioberti), imitato dai romantici (Goethe, Richter), fu imposto dai naturalisti e dai positivisti pedagogia (v.). Di fatto, esso ha più intrinsecamente contribuito allo sviluppo del pensiero moderno per le successive analisi dell'attività pratica nella sua formazione e distinzione (Kant) e per le connessioni tra filosofia e pedagogia (Fichte): mentre il suo merito educativo, sebbene eccezionale, è di indole suggestiva e astratta.
La filosofia di R. è sistematicamente SESTO EMPIRICO (v.) e LOCKE, JOHN (v.), con ampie relazioni verso i Systèmes de la Nature di ispirazione spinoziana. Ma la genesi del sentimentalismo è da cercare, più che nei filosofi inglesi di questa corrente (Shafesbury [v.], Butler), nel sensismo del Condillac (v.). Emilio si fa conscio via via secondo la psicologia genetica del Condillac, e il sentimento della spontaneità spirituale si sviluppa in lui secondo l'evoluzione della sensibilità.
ROUSSEAU JEAN-JACQUES - ROVENIUS PHILIP
Firenze 1934; B. Brunello, R., Modena 1936; J. Sciaky, Il problema dello Stato nel pensiero del R., Firenze 1938; R. Buck, R. u. die deutsche Romantik, Berlino 1939; E. Cassirer, Il problema G. G. R., Firenze 1939; C. A. Sacheli, R., Messina 1940, 2a ed., 1942; A. Cresson, J.-J. R., Parigi 1940; A. Schinz, Etat présent des travaux sur J.-J. R., vi 1941; D. Morando, R., Brescia 1945; N. Petruzzelli, Il pensiero politico e pedagogico di G. G. R., Roma 1946; S. Caramella, Leibniz e R., in Arch. di filos., 16 (1947), pp. 15-18; A. Saloni, R., Milano 1949, Santino Caramella.
