HUME, DAVID

HUME, DAVID. - Filosofo, n. il 26 apr. 1711 a Ninevelles (Scozia meridionale), m. a Edimburgo il 25 ag. 1776. Studiò all’Università di Edimburgo, l’antica capitale della Scozia, dapprima, per aderire al desiderio della famiglia, giurisprudenza; poi si volse decisamente allo studio della filosofia e degli autori classici, di Cicerone e di Seneca soprattutto. Erano gli anni in cui l’opera filosofica di Locke e di Berkeley concentrava la generale attenzione, e il giovane scozzese fu preso da una potente ambizione di entrare nella discussione e di porre il suo nome accanto a quello dell’inglese e dell’irlandese. Mentre maturava il suo disegno, per allargare l’orizzonte delle sue vedute, si diede, alcuni anni, a viaggiare. Naturalmente Parigi, ch’era allora il grande centro delle idee più rivoluzionarie, lo attraversò più di ogni altra città; e lì, dal 1734 al 1738, stese il suo Treatise of human nature (Londra 1739-40) che è l’opera sua maggiore, e dalla quale derivò in seguito, con rifacimenti e rielaborazioni, le altre riguardanti lo stesso argomento. Il trattato portava per sottotitolo: Tentativo d’introduire il metodo sperimentale di ragionare nelle discipline morali (era il metodo, allora acclamatissimo, di Newton), ed era diviso in tre parti: Dell’intelligenza; Delle passioni; Delle questioni morali. Egli, intanto, era ritornato in patria, dove credeva di essersi assicurata con l’opera pubblicata la dovuta rinomanza. Il successo, invece, fu mediocre. D’altronde, l’atteggiamento radicalmente scettico ch’egli in essa aveva assunto, non poteva certo conciliargli il favore della scienza ufficiale, onde non è meraviglia che l’Università di Edimburgo, alla quale chiese una cattedra, gliela negasse. Nel frattempo aveva pubblicato in 2 voll. Essay moral political and literary (1741-42), che, anche per la forma più accessibile alle persone di cultura generale, aveva avuto presso il pubblico migliore fortuna. Seguirono alcuni anni in cui egli cercò, ma invano, una sistemazione, in patria o fuori. Nel 1748 pubblicò An enquiry concerning human understanding, che ripresentava, in forma anche letterariamente più attraente, la tesi capitale del primo libro del Trattato. Seguì nel 1751 la Enquiry concerning the principles of morals, che rielaborava il terzo libro del Trattato stesso. Nel 1752 uscirono i suoi Political discourses.

Egli si era, intanto, acconciato a un posto di bibliotecario, dove ebbe opportunità di dedicarsi a una vasta opera, la History of England from the invasion of Julius Caesar to the revolution of 1688, uscita, in varie riprese, fra il 1754 ed il 1771. Continuava nel frattempo gli studi filosofici, pubblicando nel 1757 Four dissertations, delle quali la prima e più importante era The natural history of religion. Più tardi scrisse i Dialogues concerning natural religion, che egli tuttavia non stimò prudente pubblicare (uscirono postumi nel 1779). Anche i due saggi Of suicide e Of the immortality of the soul, che originariamente facevano parte delle Four dissertations, comparvero, anonimi, soltanto nel 1777. La sua fama era ormai assicurata. Onde, quando nel 1763 si recò a Parigi come segretario di legazione, vi fu accolto

48. - ENCICLOPEDIA CATTOLICA. - VI.
entusiasticamente. Li ebbe l’amicizia dei grandi scrittori e pensatori del tempo, del Voltaire e del Rousseau. Con quest’ultimo, poi, per il suo ben noto carattere stravagante, ebbe un clamoroso incidente (che lo H. volle esposto al pubblico, per dimostrare la propria correttezza, in un opuscolo a stampa). Nel 1767 prese parte agli affari di Stato come sottoscritore al Ministero degli esteri. Ma nel 1768 si dimise e si ritirò nella sua Edimburgo. Visse gli ultimi anni fra pochi amici e molti libri. Dopo lunga malattia si spense il 25 ag. 1776.

L’opera indubbiamente più importante dello H. è il Trattato, e di questo è fondamentale il 1. I, il quale contiene la critica del principio gnoseologico posto dal Locke e svolto dal Berkeley. È questo il capolavoro dello scetticismo moderno: scetticismo critico, ossia condotto con metodo rigoroso, in cui lo H. ha rivelato il suo genio distruttivo. Bisogna notare, tuttavia, che il valore di questa critica è limitato all’assunto iniziale da cui muove, ch’è quello di un empirismo inteso come un soggettivismo fondato sull’atto immediato della sensazione. Sicché il risultato di questo scetticismo, almeno per questo aspetto, è stato oltremodo benefico, in quanto ha costretto la filosofia ad abbandonare tale posizione. Come è ben noto, il primo a risentire questo benefico effetto fu E. Kant, il quale, tuttavia, proveniva da altra scuola, da quella wolffiana, in cui s’era tentata una conciliazione fra empirismo e razionalismo.

Il punto decisivo della critica humana è quello della distinzione fra atto del sentire-percepire, che qui vien definito come impressione (per coglierlo nella sua realtà più immediata), e l’idea. Questa è una riflessione posteriore all’atto, quando la sensazione è passata già nella memoria, ed è, perciò, assai meno viva ed evidente dell’impressione colta nella sua attualità. Cade, così, tutto l’edificio delle idee, con le quali, credendo di poterle legittimamente derivare dall’atto del percepire, tanto Locke quanto Berkeley avevano cercato di spiegare il mondo dell’esperienza. Un’altra distinzione, fondamentale dell’empirismo lockiano-berkeleyano, era quella di esperienza esterna ed esperienza interna: lo H. sostenne che l’impressione, nella sua attualità, non sopportava la distinzione di un esterno da un interno, di un oggettivo da un soggettivo.

Posti questi principi, l’assunto dell’autore diventa ora di dimostrare la vanità di ogni idea, o nozione (come egli abitualmente la chiama), non derivata da un’impressione; e, nello stesso tempo, di sostituirla con un’idea più conforme e adeguata all’impressione in cui va risolta. Il libro diviene, così, una trattazione critica di tutto il mondo delle idee, con le quali i filosofi si argomentavano di spiegare il mondo dell’esperienza. Capitale è, in questa trattazione, l’opera della fantasia, che è la facoltà, ora, delle idee, quella che le elabora e unisce in rapporti per costruire un vero e proprio sapere comprendente, oltre l’esperienza passata, anche quella futura. Si noti che, per spiegare questi rapporti, lo H. suppone che l’impressione originaria sia equivalente a un fascio d’impressioni, da cui deriverebbero le idee prime, concrete, le quali per una legge naturale (si pensi all’attrazione universale di Newton) si associano sia che lo spirito è spinto, come da una forza inavvertita, a passare dall’una all’altra. Le leggi di questa associazione sono tre: per somiglianza, per contiguità, per causalità. Fa qui la sua apparizione il principio dell’abitudine (custom), e della tendenza a passare da ciò che percepiamo attualmente a ciò che, avendolo percepito nel passato insieme con l’altro, aspettiamo di percepire di nuovo. Di qui quel sentimento di aspettazione e di fiducia che lo H. chiama credenza (belief).

Questa la prima parte del libro. La seconda contiene la celebre critica delle idee di spazio e di tempo. Spazio e tempo si rivelano non come impressioni (non essendoci nessun organo specifico di essi), ma come rapporti o modi di presentarsi delle impressioni (nell’impressione originaria). Spazio, infatti, è coesistenza, tempo

è successione d'impressioni: rapporti, dunque, non « cose», non una realtà oggettivamente esistente. La realtà, ad es., del punto matematico è nell'idea corrispondente all'impressione di un minimo di percettibilità (un granello di sabbia, ad es.). Di qui la svalutazione delle matematiche, in quanto l'esattezza e il rigore di cui si vantano, qualora le loro idee vengano riportate alla concretezza dell'esperienza, si rivelano come semplici approssimazioni.

Nella terza parte primeggia la famosa critica dell'idea di causalità (questa è anche la parte ripresa, poi, e svolta nell'opera posteriore, nella Ricerca, la quale, come s'è detto, ebbe per gran tempo prima e dopo Kant maggiore notorietà). La massima accolta in metafisica, per cui « tutto ciò che comincia ad esistere deve avere una causa della sua esistenza », ricondotta sul terreno dell'esperienza da cui ha avuto origine, mostra evidente la sua incrinatura: essa pretende a una necessità che, in concreto, non è mai dimostrabile: si tratta, al massimo, di una costanza finora sperimentata nella successione di due fatti: non mai di una necessità vera e propria, per cui, come in logica, sia escluso il contrario. E per questa costanza noi confidiamo che, ciò che abbiamo constatato fin qui, seguiterà ad esistere nello stesso modo in avvenire. Così, nella rovina del principio di causalità, veniva travolto il fondamento delle scienze sperimentali in quanto tali.

Nella parte quarta, ultima, si raccolgono, in certo modo, le conclusioni più generali della critica precedente, applicandole sia alla filosofia antica che a quella moderna. Si combatte, infatti, tanto l'oggettivismo dell'una, quanto il soggettivismo dell'altra. Se le idee di sostanza, d'individuazione, ecc. si rivelano, alla fine, mere finzioni della fantasia, senza un fondamento reale, che cosa resta di ciò che chiamiamo « oggetto »; e di ciò che chiamiamo « soggetto »? Nulla di concreto. L'esistenza, anch'essa, è un'idea astratta, in quanto presuppone quelle ore accennate. Alla fine, l'atto resta solo con se stesso: un fascio di sensazioni, un'impressione d'impressioni, una serie e un fluire di atti, che non permettono di affermare nulla della realtà, neanche di se stessi. Scetticismo assoluto, mitigato soltanto da quel sentimento che, nel filosofo non meno che nell'uomo comune, segue il corso spontaneo del pensiero, e gli dà una fede nella realtà, sufficiente ai bisogni della sua vita.

Anche nel problema morale lo H. si riattacca all'opera dei suoi predecessori, alla scuola dei moralisti inglesi, che nell'inno a spontaneo « senso morale » avevano cercato di salvare dal criticismo di strutture del razionalismo il principio della moralità. La « ragione ragionante » non ha forza, per sé, a muover l'uomo all'azione: ci vuole la passione, il sentimento. D'altra parte, per la moralità non basta il sentimento, se questo si limita al proprio benessere, alla propria utilità (selfish system): ci vuole un sentimento superiore. Per questa via, aperta dallo Shaftesbury, si erano messi Hutcheson e Butler: H. prosegue l'opera loro con una critica più acuta e precisa, e determina il principio della coscienza morale come sentimento di simpatia, per il quale noi sentiamo « naturalmente » piacere o dolore insieme con il piacere o dolore degli altri (similmente, egli dice, al movimento di una corda che si comunica alle altre ugualmente tese). Principio di vita sociale, questo, che poi si consolida nell'ulteriore sentimento della giustizia, per il quale noi arriviamo a giudicare del valore di un'azione indipendentemente da ogni attuale piacere o interesse personale: ossia, ad amare l'umanità dell'uomo in ogni uomo. Questo principio della simpatia fu poi svolto da A. Smith: esso, tuttavia, era ancora suscettibile di un'interpretazione utilitaristica, BENTHAM, JEREMY (v.).

Dove, invece, la mentalità scettica dello H. ricomparse con tutta la sua forza distruttiva, è nella filosofia della religione. Qui, non solo il cristianesimo, ma anche quel minimo di religione che si voleva salvare con l'idea, DECIMA (v.), di una « religione naturale », vengono minati alla base. Nei Dialoghi si combattono le prove a posteriori dell'esistenza di Dio, quella cosmologica e quella teleologica, con argomentazioni che già precludono quelle kantiane. Si aggiunge la critica dell'argomento morale, facendo forza sul fatto del male ch'è nel mondo, onde il suo principio non può essere la bontà. Nella Storia naturale della religione si cerca positivamente il principio del sentimento religioso, e lo si ripone, lucrezianamente, nel terrore della morte, nella paura dell'infelicità, nel desiderio e nell'ansia del benessere. Il politeismo è, per lo H., la forma prima e più genuina del sentimento religioso dell'umanità in generale, e da esso, non dalla ragione astratta o filosofica, vien fuori poi l'idea monoteistica, la quale, se pure sembra superiore per l'opera della riflessione, si mostra poi, con la sua intolleranza, inferiore al politeismo. In ogni modo, nel contrasto delle fedi, lo H. vede soltanto una lotta di superstizioni: e si ritira di nuovo, illuministicamente, « nelle calme, quantunque oscure, regioni della filosofia » (v. CAUSA; CRITICISMO).

Tutte le opere dell'H. sono all'Indice con la espressione opera omnia, decr. 19 genn. 1761, 10 sett. 1827.

BHL.: L'edizione migliori delle opere complete dello H. è quella a cura di T. H. Green e T. H. Grose in 4 voll. (2ª ed. Londra 1890). Si aggiunga un Estratto del trattato, ritrovato da poco (testo e trad. it., Padova 1942; trad. con commento. Bari 1948). Trad. II. della Ricerca su l'intelletto umano e sui principi della morale, a cura di G. Prezzolini; ddl. I del Trattato, a cura di A. Carlini; e della Storia naturale della religione e Saggio sul suicidio, a cura di U. Forti (Bari 1910, 1926, 1928). Per la biografia e bibliografia, J. H. Burton, Life and Correspondence of D. H., Edinburgh 1930; J. Y. Greic, D. H., Jonatan Cape 1931, e The letters of D. H., Oxford 1932; Th. E. Jessop, A bibliography of D. H. and Scottish philosophy. Londra 1938. — Tra le più recenti monografie: G. W. Hendel, Studies in the philosophy of D. H., Princeton 1925; R. Metz, D. H., Leben und Philosophie, Stoccarda 1929; B. M. Laing, D. H., Londra 1932; J. Laird, H.'s philosophy of human nature, 1932; G. Della Volpe, La filosofia dell'esperienza di D. H., 2 voll., Firenze 1933-35; M. Dal Pra, H., Milano 1949.

Armando Carlini