VOLTAIRE, FRANÇOIS-MARIE AROUET. - Letterato, n. a Parigi il 21 nov. 1694 e ivi m. il 30 maggio 1778. Assunse, all'età di 24 anni, il nome di Monsieur de V.
A dieci anni entrò nel Collegio Louis-le-Grand, retto dai Gesuiti, dove ricevette un'eccellente educazione classica e strinse relazioni importanti per il suo avvenire, distinguendosi per ingegno precoce e impertinenza molto spinta. Il padre avrebbe desiderato farne un avvocato del re: ma egli preferiva le lettere e un'esistenza brillante e leggera. Il suo spirito mordace e le sue doti poetiche o resero gradito al bel mondo, di cui l'abate di Châteauneuf gli aveva aperto le porte. A 23 anni entrò la prima volta nella Bastiglia, per un'ode contro il Reggente falsamente attribuitagli; libero poco dopo, fu introdotto a Corte. Nel 1718 con l'Oedipe, iniziato tre anni prima, ebbe il primo successo drammatico. Frattanto maturava l'Henriade: ma il poema, oltre a Enrico IV, esaltava taluni personaggi ugonotti e recava una dedica a Luigi XV che parve irrispettosa; fu stampato alla macchia, nel 1723. L'anno prima un'epistola in versi, che alcuni identificarono con l'Epitre à Uranie (stampata e diffusa nel 1738), diede a V. la fama di negatore di ogni religione
rivelata. Nell'apr. del 1726 un anonimo lo denunciava alla polizia per avere «scopertamente predicato il deismo» e attaccato il cristianesimo. V. nuovo, in quel momento, alla Bastiglia: bastonato dai servi del cavaliere di Rohan, col quale aveva avuto uno scambio d'ingiurie a teatro, aveva sfidato costui a duello: ma il nobile, sdegnando di battersi con un borghese, aveva provveduto a farlo rinchiudere. Uscì dopo un mese, promettendo di recarsi per qualche tempo in Inghilterra. I tre anni passati colà furono decisivi per la sua formazione: egli ebbe modo di conoscere da vicino il paese di Locke, di Newton, del deismo e del libero pensiero. Imparata rapidamente la lingua, seppe assimilarne la cultura, della cui conoscenza si farà mediatore nel resto d'Europa. Grazie a buone raccomandazioni fu ricevuto con favore sia dai tories che dai whigs, e protetto dalla Corte; fu ospite di Pope e di Swift, che influì fortemente sul suo stile satirico. La sua posizione finanziaria, nonostante difficoltà temporanee, gli dava già una completa indipendenza, avendo nel 1722, alla morte del padre, ereditato un patrimonio non disprezzabile che in seguito accrebbe, sì da poter condurre una vita adeguata agli ambienti che frequentava.
Tornato in Francia nel 1729 V. raccolse le sue esperienze inglesi nelle Lettres sur les anglais (o Lettres philosophiques), pubblicate nel 1733 in inglese e l'anno seguente in francese. Un decreto del Parlamento di Parigi ordinò di bruciare il libro e ricercarne l'autore; ciò contribuì ad accrescere la fama e la diffusione dell'opera, che giunse in un anno alla 5ª ed. In seguito l'aggiunta di una XXV lettera, contenente 57 poco benevole osservazioni sui Pensieri di Pascal (completate nel 1742) fu un ulteriore motivo di scandalo. Allontanatosi prudentemente da Parigi, V. si stabilì a Cirey-sur-Blaise, nel castello della colta e vivace marchesa du Châtelet, con cui compì esperimenti di fisica, non troppo fortunati, e studi di metafisica. La fama di V., in questo periodo, è soprattutto quella di poeta drammatico: Artémire e Marianne erano cadute, ma Brutus (1731), La mort de César (1735) e soprattutto Zaïre (1732) e Alzire (1736) ebbero fortuna. Del 1742 è lo scandalo parigino di Mahomet ou le Fanatisme; seguirono Mérope (1743), Sémiramis (1748), L'orphelin de la Chine (1755), Tancrède (1760), Olympie (1763).
V., frattanto, aveva viaggiato. Nel 1740 era a Cièves, presso Federico II, e nel 1743 a Berlino, per convincere il Re di Prussia a riprendere l'alleanza con la Francia; dal 1744 al 1750 è a Versailles. Ma dopo il 1746, anno in cui è ricevuto all'Accademia di Francia, il suo favore comincia a declinare: V., venduta per 60.000 lire la sua carica di corte, passa al servizio di Federico II. L'amicizia tra i due non resiste a lungo; dopo tre anni di soggiorno a Berlino, V. se ne parte furioso, non senza lanciare contro il Maupertuis, presidente dell'Accademia prussiana e suo nemico a corte, gli strali della Diatribe du docteur Ahakia. Egli capisce che la cosa più vantaggiosa per lui è la posizione indipendente che fama e ricchezze gli assicurano: acquista dapprima una tenuta sul lago di Ginevra, che battezza «Les délices», poi si stabilisce nella terra di Fernex (v. scriverà Ferney), ai piedi del Giura, sul confine tra Francia e Svizzera. Qui V. amministra i suoi beni, riceve visite da tutta Europa, fa rappresentare i suoi drammi e prosegue instancabile nell'attività letteraria, protetta da un velo molto sottile di anonimo o di pseudonimi, che nasconde l'autore agli occhi della censura ma non a quelli dei lettori. Nel febbr. 1778, parte per Parigi, invitato alla rappresentazione di Irène, vi è accolto trionfalmente, ma muore dopo qualche mese di vita intensa e affaticante. La salma, sepolta dapprima di nascosto nell'abbazia di Scellière, in Champagne, nel luglio 1791 fu tumulata nel Panthéon a Parigi.
1.
V. e la religione
L'intera opera di V. POSITIO e sincero della sua personalità: l'opposizione al fanatismo, che però si esplica negli errori più gravi. V. fanatismo, come nell'episodio di Jean Calas, mercante calvinista di Tolosa, accusato di avere ucciso il figlio perevitare che si convertisse al cattolicesimo, V. ne ottenne, a sentenza eseguita, la riabilitazione da parte della magistratura. Episodi di questo genere, frequenti negli ultimi anni di V., fecero passare in seconda linea lati meno belli della sua figura morale. Ma, soprattutto, V. volle lottare contro il fanatismo con la sua penna, che arguzia e perfezione stilistica rendevano un'arma formidabile. Errore fu aver troppo semplicisticamente identificato la fonte del fanatismo con la religione positiva; e la lotta che avrebbe dovuto svilupparsi contro quello si svolge contro questa, e soprattutto contro il cristianesimo. Non mancò a V. un certo nucleo di religiosità. C'è un Dio, e « noi siamo la sua opera » dice Le philosophe ignorant (cap. 19) che può considerarsi il testamento spirituale di V. I veri filosofi sono per lui « apostoli della divinità »: « Un catechista dice ai fanciulli che c'è un Dio, Newton lo dimostra ai saggi » (Dictionnaire, s. V. Athée). V. ammette altresì una Provvidenza e le cause finali, escludendo però la Grazia; parla di premi e di castighi secondo i meriti (ibid., s. V. Théisme), senza che si veda bene su quale fondamento, dati i suoi dubbi sull'immortalità dell'anima. Ma non va più in là: i dogmi gli appaiono un tessuto di assurdità. Respingendo il concetto di Rivelazione e, d'altra parte, non avendo la capacità filosofica di cogliere nel dogma un significato profondo, V. considera qualsiasi enunciazione intorno alla Trinità, alla doppia natura del Cristo, alla transustanziazione, ecc. come assolutamente priva di senso; ma la storia mostra che, in nome di questi dogmi, si sono combattute guerre, si è sparso sangue umano; perciò V. considera dovere il combatterli. Incapace di distinguere la religione dal fanatismo, non può rendersi conto che ciò che spinge alla violenza è qualcosa di diverso dalla religione, anche se umanamente (in buona o in mala fede) può accadere che si mescoli con essa. Inoltre è tipico in lui il pregiudizio che sia la religione a rendere intollerante il potere politico anche quando è chiaro che il potere politico si ammanta semplicemente, per i suoi fini, di veste religiosa.
Ciò spiega perché, mentre ritiene la religione positiva mera favola, ne parli di preferenza in tutte le sue opere. Decisivo per lui, anche su questo punto, fu il soggiorno in Inghilterra dove, nel fiorire delle sette, le discussioni su questioni di religione non erano ristrette a un numero relativamente piccolo di individui, ma occupavano tutte le persone colte, anche se di religiosità superficiale. La dottrina e gli argomenti di cui fa sfoggio V. derivano in gran parte dai deisti inglesi, particolarmente dal Bolingbroke, a cui è dedicato l'Examen important de Milord Bolingbroke, del 1767; e per la critica biblica, da Bayle, Spinoza, Levesque de Burgin, Fréret, ecc. V. non aggiunse, di suo, che l'agilità e il tono satirico dell'esposizione. Oltre all'Examen citato, sono da ricordare: Le Tombeau du Fanatisme (1767), La défense de mon oncle (1769), La Bible enfin expliquée (1776), Un chrétien contre six Juifs (1777), gli articoli del Dictionnaire, ecc. Molti di questi scritti seguono lo stesso schema: cominciano dal racconto biblico, che V. non si stanca di mettere in ridicolo, riportando brani ed episodi avulsi dal contesto in modo da rilevarne soltanto l'aspetto umano, mostrato sotto una luce ora grottesca, ora crudele. Contraddizioni, difficoltà di datazione, ecc., che V., sulla scorta dei suoi autori, rileva riuscivano allora a fare impressione. L'irriverenza si attenua di fronte alla figura di Gesù; ma Gesù non è per lui più che un ebreo di rette intenzioni e di mentalità più aperta del comune, che raccoglie intorno a sé gli umili e non nasconde la sua antipatia per i sacerdoti del suo tempo; i quali lo calunniano e lo fanno giustiziare. Gesù è una sorta di « Socrate rustico » (Oeuvres, ed. Moland [cf. bibl.], XXVI, p. 353, e XXVII, p. 69). La diffusione del cristianesimo non ha poi per V. nessun rapporto con la predicazione di Gesù: dogmi, sacramenti, miracoli, sono tutte invenzioni dei capi delle sette che pullulavano nell'Impero romano, una delle quali, dopo aver consentito, con il suo denaro, a Costantino di usurpare il trono sarebbe riuscita a prevalere per mezzo del potere politico. L'affermarsi della Chiesa è spiegato da V. con la credulità dei molti e la malafede dei pochi che, per scopi di ricchezza e di potenza, colti-
volti-vavano con favole quella credulità. Con queste spiegazioni, V. era convinto di trattare la storia religiosa razionalmente, sul livello di quella profana.
2. V. storia. — La ricerca storica non è, per V., fine a se stessa: deve illuminare le menti su errori e valori del passato, in modo da consentire una migliore organizzazione della vita presente. Il primo lavoro storico di V., ancora alquanto romanzato, è l'Histoire de Charles XII (1731), dove le vicende del temerario re di Svezia servono a mostrare la vanità di una gloria perseguita con la guerra e la conquista. Il Siècle de Louis XIV (1751) prende in esame il periodo più splendido della storia francese, in cui alla politica di conquista, che pone i germi di difficoltà future, fa riscontro il fiorire delle scienze, delle lettere e delle arti. V. ha il merito, allora inconsueto, di dare un largo posto alle attività dello spirito, nel quadro generale della civiltà, facendo passare in seconda linea la storia politica (cf. Oeuvres, ed. cit., XXXIII, p. 506). Ciò traspare nel titolo dell'Essai sur les moeurs, intrapreso nel 1740 come continuazione del Discours sur l'histoire universelle del Bossuet, da Carlomagno a Luigi XIV. Al testo definitivo, del 1769, viene preposto uno sguardo riassuntivo delle epoche precedenti, sotto il titolo Philosophie de l'histoire (1765). Altre opere storiche di V. sono l'Histoire de Russie (1759), il Précis du siècle de Louis XV (completato nel 1768), l'Histoire du Parlement de Paris (1769).
V., pur mancando di vero senso storico, è divulgatore, dotato, quando la sua passione non gli fa velo, di qualche senso critico. La sua concezione della storia, sebbene ancora pragmatica (per cui cause accidentali sono poste sullo stesso piano di ragioni profonde) è superiore a quella della generalità dei contemporanei.
3. V. filosofo e scrittore. — In filosofia V. PECCATO ORIGINALE; prende da Bayle, Clarke, Shaftesbury, Newton e, soprattutto, da Locke le teorie che gli sembrano più ragionevoli: basta vedere gli Éléments de la philosophie de Newton (1727), il Traité de métaphysique (1734), Le philosophe ignorant (1766), le Lettres de Memmias à Cicléron (1771). Ma importantissima per la storia della filosofia è la polemica « razionalista » condotta da V. RELIGIONE, storico, politico, ecc. Arma di questa polemica è il Dictionnaire philosophique, strumento di lotta più agile dei grossi tomi della Encyclopédie e, al tempo stesso, più esplicito e meno preoccupato della censura. Al Dictionnaire portatif, terminato nel 1764, gli editori di Kehl (v. BIBLICA) aggiunsero le Questions sur l'Encyclopédie, gli articoli per la stessa enciclopedia di Diderot, l'Opinion par alphabet e altri lavori (in tutto 7 voll.).
Filosofici nel senso di allora sono anche i Contes o romans a tesi, a cui oggi è legata in gran parte la fama letteraria di V. Molti di essi hanno un andamento costante: i viaggi del protagonista servono a V., sull'esempio delle Lettre persiane del Montesquieu, per dipingere satiricamente la vita europea contemporanea, cui si contrappone, di regola, l'esempio di uno Stato saggio, a volte immaginario, a volte identificato con la Cina, uso allora comune. Su questa linea sono Zadig, ou la destinée (1748), dove è svolto il concetto che non si può mai sapere se un avvenimento venga per nuocere o per giovare, Candide ou l'optimisme (1759), che irride il concetto leibniziano del « migliore dei mondi possibili », e La princesse de Babylone (1768): la saggezza di Zadig, la schiettezza di Candide, a contatto con la malignità degli uomini divengono fonti di guai; ma la conclusione è lieta anche, in fondo, in Candide (« Il faut cultiver notre jardin »). L'arte del raccontare è grande, anche se su certi motivi si insiste troppo (ogni nave, in Candide, è assalita dai pirati, ecc.); particolarmente efficace la satira della gloria militare. Da citare ancora: Micromégas (1752), l'Ingénu (1767), l'homme aux quarante écus (1767), quest'ultimo di argomento economico.
Assai meno vive di questi racconti, dei pamphlet e delle « facéties » appaiono oggi le tragedie, per quanto V. non mancasse di talento teatrale. Anche qui il motivo che più ricorre sono le funeste conseguenze del fanatismo. Le poche commedie (Les originaux, 1732; Nanine, 1749, ecc.), di tono patetico, ebbero sempre scarso successo.
Quanto alla Pucelle d'Orléans (1775), il poema eroicomico su Giovanna d'Arco che tanto divertì i libertini e scandalizzò i benpensanti, riesce oggi semplicemente noioso.
4. La politica e l'influenza di V. - Tutta la produzione di V. ha uno scopo anche pratico. Egli auspica riforme sociali progressive e senza rivolgimenti violenti, coordinate alle singole necessità: vorrebbe, in Francia, una monarchia illuminata, che limitazioni di potere lasciassero «libera di fare il bene, impotente a fare il male», come in Inghilterra (cf. Lettres sur les anglais, ed. cit., VIII, 67); vorrebbe il rispetto del binomio «libertà e proprietà»; la Chiesa dovrebbe essere subordinata allo Stato, gli ecclesiastici limitati di numero e soggetti alle imposte. Lo sviluppo economico è visto da V. più nell'agricoltura e nella rapida circolazione del denaro che nell'industria; particolarmente importante la riorganizzazione della giustizia.
Parecchie delle riforme auspicate da V. Rivoluzione e dall'Impero napoleonico, sebbene la Rivoluzione, come tale, si sia ispirata ben più allo spirito di Rousseau che a quello di V. o degli Enciclopedisti. L'opera di V. influì sugli avvenimenti che seguirono la sua morte, soprattutto col minare la volontà di resistenza delle classi dominanti che, scettiche su tutto e, in particolare, sulla propria funzione politica, si lasciarono prendere la mano dagli avvenimenti. Con l'emigrazione, l'aristocrazia cessa di essere volteriana, e sotto la Restaurazione il volterianismo è appannaggio degli ambienti liberali e anticlericali della borghesia. Un'influenza volteriana diretta si rinnova alla fine del secolo: tipica, ad es., in Anatole France, e non come letterato soltanto; e se si esamina la mentalità degli ambienti anticlericali, non è difficile scoprirvi un fondo, spesso inconsapevole, di volterianesimo.