VOLONTARISMO. - In contrapposto all'intellettualismo (v.), indica in generale la superiorità che si attribuisce alla volontà sull'intelligenza nella vita dello spirito, sia in filosofia come in teologia. Dal punto di vista prevalentemente filosofico nel confronto del pensiero antico legato alla concezione della materia increata e che ha ammesso al più un'emanazione necessaria degli enti dall'Uno, il cristianesimo tiene le parti del v. in quanto ammette la creazione come effetto dell'intervento della li-
libertà di Dio il quale, mediante la Provvidenza (v.) conserva e guida al proprio fine ogni creatura secondo le rispettive essenze.
Dal punto di vista dell'ortodossia dogmatica della struttura dell'atto di fede, il protestantesimo (spec. luterano) afferma il più rigido v., in quanto abolendo la regula fidei dell'autorità suprema della Chiesa visibile subordina il contenuto ovvero oggetto della fede all'atteggiamento individuale del soggetto singolo (la riduzione della fides quae alla fides qua). Nell'ambito del pensiero cristiano, il v. indica l'affermazione dell'assoluta contingenza dell'ordine esistenziale sia per la realtà di fatto come per le leggi o precetti morali riguardanti le creature materiali e spirituali: così Scoto, Occam, e il nominalismo che stimolarono, più o meno direttamente, la concezione luterana. Nel pensiero moderno, in quanto subisce nelle sue varie direzioni l'influsso spesso convergente del nominalismo e del protestantesimo, il v. abbraccia quei sistemi che danno la prevalenza all'azione sulla contemplazione intesa come istinto conscio o inconscio, come energia e slancio dionisiaco sulla contemplazione che è propria del momento apollino: in questo senso - che resta assai vago - sono fautori del v. Cartesio ed anche Spinoza (teoria del conatus), Leibniz, Kant, Fichte, Schelling, Fries, Schleiermacher, Marx, Schopenhauer, Ed. v. Hartmann, il pragmatismo, il modernismo, Gentile, Bergson, M. Scheler con la filosofia dei valori; al contrario Malebranche, gli empiristi inglesi, Hegel, il positivismo, il neokantismo, Croce, la fenomenologia, che in virtù dell'antitesi devono essere classificati come fautori dell'intellettualismo.
Ancor più incerta è la qualificazione del v. nell'esistenzialismo (v.), a causa delle diversità dei temi e dei principi che dividono le rispettive scuole: infatti nel confronto polemico con l'idealismo e il positivismo, l'esistenzialismo rivendica l'originalità del singolo e l'autonomia della «scelta» individuale prendendo quindi le parti del v. La libertà dell'esistenza, poi, nelle diverse scuole esistenziali è orientata in sensi molteplici ed anche opposti fra loro i quali esigono una revisione della stessa qualifica di v. che perde perciò ogni pretesa per una determinazione esplicita. Infatti già nelle forme di esistenzialismo teologico sia protestante (Kierkegaard, Gogarten, Bultmann, Brunner, Barth, Tillich), come cattolico (F. Ebner, P. Wust, G. Marcel, Th. Steinbüchel, L. Gabriel, M. Reding) e giudaico (M. Buber), la natura del v. assume sfumature d'importanza decisiva a seconda dell'orientamento e della «situazione» effettiva che sono attribuiti all'esistenza qualificata come «essere davanti a Dio». Più ardua è la denominazione nei riguardi dell'esistenzialismo filosofico: infatti se in esso è fuori discussione la preminenza dell'elemento dionisiaco e la rottura di ogni «logos» che pretenda di dare la formola conclusiva della verità (Nietzsche), bisogna ammettere che la teoria della cifra e dello scacco culminanti nella «fede filosofica» dell'ultimo Jaspers, l'insistenza di Heidegger per risolvere la verità dell'ente nell'«essere stesso» nel senso di «apertura» illimitata quale è espressa dal significato etimologico di verità (δ-λόβεια «non-nascondimento» cioè manifestazione, presenza, Anwesenheit des Anwesendes, che è precisamente l'essere stesso), la dissociazione della fenomenologia cartesiana di J. P. Sartre dell'essere in en-soi (mondo) e pour-soi (soggetto) e tutti gli indirizzi similari (Heyse, Abbagnano, Camus, S. De Beauvoir, Merleau-Ponty) ricadono per un passaggio al limite nell'intellettualismo perché sottraggono alla volontà qualsiasi dominio sull'essere lasciato in balla della situazione. La stessa tesi fondamentale del Blondel (v.) di una risoluzione dell'essere nell'agire e quindi di una priorità ovvero determinazione della volontà da parte del bene (teoria della natura volentis o élan primitif) in quanto si collega esplicitamente al dinamismo leibniziano, concepisce la struttura della action in funzione di un'armonia dei principi dell'essere qual'è prospettata dall'ottimismo razionalista.
In generale si può dire che nella filosofia moderna, in quanto il male è ridotto a momento puramente dia-
lettico, viene perciò a mancare l'istanza principale per un'opposizione o tensione effettiva di V. intellettualismo. Il contrasto diventa invece più esplicito nelle scuole medievali. La sintesi dottrinale di s. Tommaso è presentata di solito come decisamente opposta al V. ma il suo procedimento comporta alcune distinzioni di valore sistematico che vanno accuratamente considerate. Ponendo il problema nelle sue varie forme: Urum cognitio sit altior amore (In III Sent., dist. 27, q. I, a. 4); Urum felicitas consistat in actu voluntatis (C. Gent., III, 26; Sum. Theol., 1ᵃ-2ᵇᶜ, q. 3, a. 4), o più esplicitamente: Urum voluntas sit altior potentia quam intellectus (De Ver., q. 22, a. 11; Sum. Theol., 1ᵃ, q. 82, a. 3), l'Angelico distingue i seguenti aspetti: a) considerando i rispettivi oggetti come tali, l'oggetto dell'intelletto, che è la verità delle cose (e quindi anche la ragione del bene) nella presenza al soggetto, è «più semplice ed alto» del bene stesso - ch'è l'oggetto della volontà - che riguarda le cose nella loro realtà fisica esterna al soggetto. b) Ma se consideriamo il rapporto delle facoltà al proprio oggetto, allora fin quando si tratta delle cose sensibili l'intelletto è ancora superiore alla volontà; ma quando si tratta delle sostanze che sono più alte e nobili dell'anima umana come gli Angeli e soprattutto Dio, allora è meglio amarle che conoscerle perché le cose si amano come sono in sé, mentre si conoscono secondo l'adattamento alla nostra limitata capacità di conoscere: «Unde melior est amor Dei quam cognitio rerum corporalium». Però resta saldo che «simpliciter intellectus est nobilior quam voluntas» (Sum. Theol., 1ᵃ, q. 82, a. 3). Nell'ordine soprannaturale la prima adesione a Dio, con la fede, è bensì un atto dell'intelletto ma in quanto è mosso dalla volontà e il vertice dell'unione con Dio è mediante la carità ch'è proclamata «forma omnium virtutum» (ibid., 2ᵃ-2ᵇᶜ, q. 23, a. 8). c) C'è di più. Benché, in omaggio dell'intellettualismo aristotelico, a. Tommaso affermi che la beatitudine consiste essenzialmente nella «contemplazione» dell'essenza divina (ibid., 1ᵃ-2ᵇᶜ, q. 3, a. 4), egli riserva alla volontà la delectatio, la fruitio e il gaudium. Alla formula pertanto abituale che la beatitudine consiste simpliciter negli atti dell'intelletto e secundum quid in quelli della volontà (cf. loc. cit., spec. De ver., q. 22, a. 11; Sum. Theol., 1ᵃ, q. 82, a. 3), si può preferire come ultima formula quella più comprensiva della Lectura in Matthaeum, ispirata anch'essa ad Aristotele, che attribuisce la beatitudine substantialiter all'apprensione dell'altissimo intelligibile che è Dio, formaliter agli atti di amore e di delectatio da parte della volontà (Cf. Expos. super eo. Matth., 5, 1; ed. R. Cai, Torino 1951, n. 409, p. 66 a). Ma questa formula, particolarmente felice, sembra non abbia lasciato traccia nella scuola tomista.
Il V. propriamente detto si afferma come caratteristica della scuola francescana: in forma ancor incerta in Alessandro di Ales e s. Bonaventura e in forma sistematica nello Scoto presso il quale la tesi della superiorità della volontà sull'intelletto sembra derivare dalla polemica diretta di Enrico di Gand contro la posizione di s. Tommaso e dalla considerazione esclusiva del terzo momento della posizione tomista quando afferma che tanto «in via» come «in patria» la volontà è superiore all'intelletto «in quantum voluntas actu suo movetur ad volendum et diligendum superiora intelligibilia et terminatur ed ea magia quam intellectus» (Rep. Paris, I, IV, d. 49, q. II, n. 18). Al n. 20 la conclusione: «Dico igitur... quod beatitudo est essentialiter et formaliter in actu voluntatis, quo simpliciter et solum attingitur bonum optimum quo perfruatur» terminologia che non sembra inconciliabile con quella ultima tomista sopra indicata). Con l'edizione critica di Scoto ora è dimostrata la stretta dipendenza che ha il Dottor Sottile dal corifeo dell'antinomismo parigino Enrico di Gand (cf. 1ᵃ q. Ut Theologia sit scientia practica vel speculativa, in Ordinatio, Prologus, parte 5ᵃ; Scoto, Opera Omnia, ed. Vaticana 1950, p. 152 sgg.).
La polemica contro la posizione tomista nella scuola francescana si annunzia già nel Correctorium fratris Thomae di G. De la Mare (Cf. Le Correctorium corruptorii Quare, ed. P. Glorieux, Kain 1927, artt. 49,
50 e 51, p. 208 sgg) e nel generale dei Minori Gonsalvo Ispano, contemporaneo di Scoto (cf. le sue Quaestiones disputatae et de Quodlibet, ed. L. Amorós, Firenze-Quaracchi 1935, p. 371 sgg.). Il V. assume un preciso significato dottrinale nel primato della volontà che si vuole introdurre anche nella vita divina e nei suoi rapporti alle creature. Così per Scoto i precetti della prima tavola sono immutabili, ma non quelli della seconda tavola riguardanti il prossimo che sono di per sé contingenti com'è contingente la creatura a cui si riferiscono e che Dio potrebbe anche modificare (Op. Oxoniense, I, III, d. 37, q. I, n. 8). Per tutta la questione, V. E. Gilson, J. Duns Scot, Introduction à ses positions fondamentales, Parigi 1952, p. 601 sgg. e l'App. Alphabetum Scoti, tesi 64-77, p. 679 sgg.). Il V. nominalismo, soprattutto di Occam e seguaci, con la soppressione di qualsiasi distinzione fra gli attributi divini, ad es., fra intelletto e volontà in Dio; scompare allora anche la distinzione scotista fra i precetti della prima e seconda tavola tanto che «odire (sic!) Deum potest esse actus rectus in via et a Deo praeceptus» (è l'art. 5 della condanna di Occam; cf. E. Amann, Occam, in DThC, XI, col. 894).
È in questo identificarsi, prima, della «voluntas ut natura» e della «voluntas ut facultas» da parte della prima scuola francescana e di Scoto, e poi con l'identificazione senza residuo d'intelletto e volontà (in Dio) da parte di Occam e del nominalismo, che si prepara la concezione moderna dello spirito come soggettività autonoma che trae da se stesso a un tempo il contenuto e la norma del proprio attuarsi.